Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
KAIS SAIED IN VISITA A SFAX E MAHDIA, I DUE PRINCIPALI PORTI DA CUI PARTONO I MIGRANTI ECONOMICI … UN PASSO IN SINTONIA CON GLI ACCORDI FISSATI CON LAMORGESE DURANTE LA SUA VISITA A TUNISI (SPERANDO CHE DI MAIO NON ROVINI TUTTO)
Quasi una risposta in tempo reale al governo italiano: il presidente tunisino Kais Saied ha visitato i porti di Sfax e Mahdia, due delle aree critiche per gli imbarchi dei migranti clandestini. E da Sfax, la seconda città del Paese, Saied ha lanciato un messaggio ai tunisini: “Lo Stato tunisino non tollera i trafficanti di esseri umani, gli organizzatori di traversate marittime illegali: costoro compiono crimini che lo Stato non può tollerare”.
Altro segnale da notare è il fatto che Saied fosse accompagnato dal ministro dell’Interno Hichem Mechichi, il tecnocrate che da pochi giorni è stato incaricato dallo stesso presidente di formare il nuovo governo: il presidente si è mosso da Tunisi con i capi della Guardia Nazionale e della Guardia costiera, ha esaminato le motovedette, si è informato del numero di uomini, degli aerei e dei mezzi impegnati nel contrasto al traffico di migranti.
La presidenza tunisina ha diffuso un comunicato su una visita che va controcorrente rispetto alla corrente di tolleranza che si è rafforzata in Tunisia a favore della migrazione illegale.
Saied si impegna a rafforzare il ruolo della Guardia Costiera, a rafforzare l’impegno contro i gruppi criminali. Poi aggiunge che “bisogna far luce sulle vere ragioni di questo fenomeno”, e fa scrivere nel comunicato che “è necessaria una cooperazione rafforzata tra i vari Paesi per trovare nuove soluzioni al problema della migrazione clandestina, offrendo ai potenziali migranti condizioni che li convincano a rimanere nei loro Paesi”.
Di recente il governo tunisino ha schierato nel centro di coordinamento della Guardia costiera di Mahdia, Sfax e delle isole Kerkennah un aereo di ultima generazione per assicurare la sorveglianza notturna delle coste.
Il problema di questi ultimi mesi è che in Tunisia la crisi economica aggravata dal coronavirus ha indotto molti cittadini, anche famiglie, a tentare la strada dell’emigrazione clandestina. Il Pil è sceso del 4,7%, ma era prevista una crescita del 2,7%, per cui il calo sarebbe del 7,7%. In dieci anni, dalla rivoluzione del 2011, l’economica tunisina si è contratta del 10% considerando un aumento della popolazione di 1 milione di persone. Adesso solo la crisi del coronavirus ha cancellato 275 mila posti di lavoro: l’industria non manufatturiera si è contratta del 29%, il turismo del 23%, i trasporti del 19%, il tessile del 17%.
Tutto questo, con la parallela crisi di fiducia dei cittadini tunisini nel sistema politico, non ha fatto altro che accrescere la sfiducia della popolazione nel sistema: suggerendo a molti la via dell’emigrazione clandestina.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
QUALCUNO NON E’ STATO AI PATTI E LORO SI SONO FIDATI
“La posizione del Pd sul referendum che taglia i parlamentari per ora è sì”. Dall’area di Nicola
Zingaretti filtrano poche parole, agganciate alle “dichiarazioni che lasciano ben sperare” pronunciate da Luigi Di Maio sul fatto che la legge elettorale si farà e che sarà “rappresentativa al massimo”.
“La nostra posizione sul referendum non cambia — conferma Roberta Pinotti, ex ministro della Difesa e responsabile Riforme nella segreteria Dem — Ma premere sui tempi di una legge elettorale in senso proporzionale non è un’impuntatura: a settembre, se la consultazione passa, ci sarà un importante taglio dei parlamentari che porrà un problema di democrazia e di rappresentanza dei territori. A parte il fatto che sulla legge elettorale c’era un accordo sottoscritto da tutte le forze di maggioranza, e in politica pacta sunt servanda, la preoccupazione del Pd è seria e corretta”.
La realtà , come tutti gli attori in campo sanno — e ammettono sottovoce – è che fino al 21 settembre si fa pura accademia. Si andrà al voto referendario insieme a quello per le Regionali senza nessuno straccio di ipotesi di nuova legge elettorale: soltanto dopo l’esito del braccio di ferro nelle sei regioni, le nuove geometrie politiche delineeranno il prossimo sistema.
Due le alternative sulla carta: il modello spagnolo o un proporzionale con soglia assai più bassa del 5%.
Quando, però? Quanto tempo ci vorrà per arrivarci?
Il “dopo”, infatti, nasconde un’insidia che nessuno vuole evocare ma che tutti hanno ben presente: se si verificasse un incidente parlamentare si finirebbe al voto anticipato con la nuova riforma e la legge elettorale in vigore.
Un’”incompiuta” di cui è difficile valutare ex ante gli effetti, ma che ad esempio ridurrebbe i senatori dell’Umbria, regione tradizionalmente rossa, da sette a tre.
Ecco perchè, nei gruppi parlamentari ci sono distinguo e perplessità crescenti. A guidare il malcontento sono Giorgio Gori e Tommaso Nannicini, ma ci sarebbero altri pronti a uscire allo scoperto.
Posizioni che non nascono oggi: durante l’iter parlamentare i Dem hanno votato tre volte contro la riforma costituzionale che riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200, cambiando idea solo la quarta volta in funzione dell’accordo di governo con i Cinquestelle, però con la garanzia di una nuova legge elettorale ad accompagnare la transizione.
Tra gli scettici della prima ora c’era già Matteo Orfini, che votò la legge “anche se fa schifo”. Adesso avverte: “Era accettabile in un contesto che prevedeva il proporzionale e altri contrappesi. Invece, come al solito, andiamo avanti sulla base di promesse che non si realizzano”. E conclude: “Da Zingaretti serve un’indicazione politica. La posizione va ridiscussa, in queste condizioni non si può dare indicazione di voto per il Sì”.
A far deflagrare le distanze siderali tra le preoccupazioni dei Dem e l’entusiasmo grillino è stato Goffredo Bettini, politico romano di lungo corso anche se in buona parte dietro le quinte, da sempre vicino all’attuale segretario Pd: “Senza una riforma istituzionale ed elettorale dimezzare i parlamentari può essere pericoloso”.
Aggiungendo che la responsabilità di aver fatto saltare l’accordo di maggioranza sul proporzionale non ricade sul Nazareno. Il riferimento è ovviamente ai renziani, che replicano con veemenza: “Nessuno può essere così sprovveduto da pensare che si possa approvare una nuova legge entro settembre. Non ci sono nè i tempi nè le posizioni politiche. Il Pd vuole solo trovare qualcuno su cui scaricare la colpa”.
E dunque? Molto difficile che il partito guidato da Nicola Zingaretti — personalmente freddo verso il referendum — possa fare inversione a U. Sarebbe un harakiri politico con conseguenze sulla stabilità di governo, come hanno prontamente avvisato sia Di Maio che il capogruppo M5S in commissione Affari Costituzionali di Montecitorio Giuseppe Brescia.
Più facile, come dicono in molti, che attraverso Bettini sia stato mandato un avviso ai naviganti. E che il partito non si intesterà questa battaglia: “Lei vede campagna elettorale, informazione, spazi comunicativi sul referendum? – spiega un deputato — Il tentativo è derubricarlo a fatto secondario. La testa di tutti i politici è sulle Regionali, quella degli elettori sul coronavirus…”.
A quel punto — grazie all’election day che fa da traino per l’affluenza — è facile prevedere la vittoria del sì ad un tema così popolare. E per certi versi populista. Come conferma la cautela anche di Italia Viva: “Le legge elettorale servirà per il 2023 e noi vogliamo farla — argomenta Ettore Rosato, capogruppo renziano in Senato — Ma adesso occupiamoci delle vere emergenze, a partire dal coronavirus. Quanto al referendum costituzionale, non abbiamo chiesto spazi nè per il Sì nè per il No. Lasceremo agli elettori libertà di voto. E’ un accordo che hanno fatto Pd e M5S”.
Come dire: le castagne dal fuoco se le tolgano loro.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
“IL M5S E’ SPACCATO IN MILLE RIVOLI: O COSTRUIAMO QUALCOSA DI NUOVO O FINIREMO PER DIVENTARE DEMOCRISTIANI”
Max Bugani, veterano del MoVimento 5 Stelle e capostaff della sindaca di Roma Virginia Raggi, rilascia oggi un’intervista al Fatto Quotidiano per dare la scossa ai grillini e chiedere di fermare la guerra a Davide Casaleggio:
Quanto è forte il rischio di una scissione?
Mah, più che altro sono evidenti le differenze. Alcuni vorrebbero farci diventare un partitino di centro del 6-7 per cento, per galleggiare e fare da stampella alle coalizioni di volta in volta. Su molti temi ci sono divisioni nette. Conosco un esponente del M5S per cui i gay sono malati da curare e un’altra che invece sta provando con la moglie ad adottare un bambino. E poi c’è la questione dei migranti. C’è chi parteggia per la posizione di Matteo Salvini e chi invece soffre leggendo dichiarazioni come quelle di Luigi Di Maio sui barconi da affondare.
Ormai Davide Casaleggio e diversi big del M5S sono in guerra tra loro.
La guerra a Davide proprio non la capisco. E comunque sarebbe ora di giocare a carte scoperte con nomi e cognomi, invece alcuni sono diventati campioni mondiali di off the records (retroscena anonimi, ndr) passati ai giornali.
I parlamentari rimproverano a Casaleggio di essere un privato che gestisce la piattaforma web di un partito e sono stufi di versare 300 euro al mese per Rousseau. Potrebbero avere ragione, no?
Rousseau è un progetto a cui ha lavorato Gianroberto Casaleggio fino a dieci giorni prima di morire. È il suo lascito al Movimento. Davide invece è uno dei primi attivisti, che lavora a un progetto di partecipazione e non a giochi di palazzo. Gli stessi parlamentari che attaccano Rousseau sono stati eletti grazie alla piattaforma.
Gli Stati generali?
Io li avrei fatti già due anni fa, appena siamo andati al governo. Il M5S è spaccato in mille rivoli: dobbiamo guardarci infaccia e metterci a costruire qualcosa di nuovo, altrimenti finiremo per somigliare all’Ncd.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
LA STORIA DI MARC: LA SUA RIABILITAZIONE DURERA’ ALMENO UN ANNO, POTREBBE RIMANERE CON UN DEFICIT MOTORIO O NEUROLOGICO
Mentre i negazionisti strepitano e rifiutano di indossare le mascherine, di Coronavirus le persone
continuano ad ammalarsi e a morire.
Marc ha 34 anni, e per fortuna il virus non l’ha ucciso. Ma l’ha comunque chiuso in un ospedale per 90 giorni, 60 dei quali trascorsi in terapia intensiva.
Marc è spagnolo e racconta alla testata 20minutos.es: “Non è uno scherzo, bisogna proteggersi. Io ero sanissimo, non avevo alcuna patologia pregressa. In pochi giorni mi sono ammalato gravemente e ho rischiato di morire”.
Lo ha colpito una forma particolarmente grave: l’infezione ha causato una polmonite, che è degenerata in tromboembolia polmonare e due arresti cardiaci. La sua riabilitazione, sostengono i medici, durerà almeno un anno e le conseguenze della malattia potrebbero comportare anche un deficit motorio o neurologico.
Oggi Marc rivolgendosi ai più giovani dice: “Il Covid non è uno scherzo e non è una malattia che colpisce solo gli anziani, cercate di essere responsabili”.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
VANESSA FESTEGGERA’ IL COMPLEANNO IN UN LETTO D’OSPEDALE… “PENSAVO: SONO GIOVANE, PERCHE’ DOVREI INFETTARMI?”
Il 26 agosto Vanessa Martinez compirà 29 anni in un letto dell’ospedale Gregorio Maraà±à³n di Madrid. Le cicatrici della tracheostomia sono ancora fresche, non vede molto bene e deve imparare a camminare di nuovo.
Da solo una settimana le è stato rimosso il tubo che le avevano inserito nella vescica il 21 aprile, quando è entrata in terapia intensiva. Dal 29 giugno ha cominciato la riabilitazione. Ci vorranno mesi ancora prima di poter uscire da quell’ospedale, e lei lo sa. “Sono stata irresponsabile”, ripete spesso.
La storia di Vanessa la racconta El Pais, che l’ha incontrata in quell’ospedale, diventata casa sua.
Vanessa non credeva al virus. Lavorava in una struttura ospedaliera come addetta alle pulizie, senza le precauzioni necessarie a evitare il contagio. “Non prestavo attenzione, stavo spesso senza mascherina. Sono giovane, perchè mi sarei dovuta infettare? E adesso eccomi qui”.
Tutto è cominciato il 5 aprile. L’hanno portata in ambulanza in ospedale, aveva la febbre alta. E’ stata ricoverata in terapia intensiva qualche giorno più tardi. Il 29 giugno è cominciata una lunghissima riabilitazione. Vanessa è rimasta sedata per molto tempo e ha perso massa muscolare. Non fa una doccia da mesi, la lavano con le spugne. “Fino a poco tempo fa non potevo andare nemmeno in bagno da sola. Mi hanno messo i pannolini…i pannolini”.
Per Vanessa adesso gli obiettivi sono riuscire nuovamente a sedersi, alzarsi, lavarsi i denti, fare la doccia, mangiare. “Se avesse forza nelle braccia potrebbe già pettinarsi da sola”, racconta il suo medico, “ma al momento riesce a raggiungere solo il collo con il braccio”. Le giornate trascorrono tra alti e bassi, progressi e frustrazioni.
In quello stesso ospedale ci sono altri 30 pazienti in riabilitazione: i tempi per rimettersi in forma si stanno dilatando, dicono i medici. In media servono 8 mesi e non tutti recuperano al 100%.
(da agenzie)
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Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
“I PICCOLI ASPETTAVANO IN FILA”: TRE, QUATTRO E SETTE ANNI LA LORO ETA’
“I bimbi erano messi in fila per essere abusati”. È una delle numerose testimonianze al processo che
si sta celebrando a Siracusa sulle violenze sessuali su tre piccole vittime, tre bimbi di 3, 4 e 7 che venivano offerti dalla madre a tre abusatori diversi, tra cui un carabiniere, in cambio di piccole somme di denaro.
Imputati la madre delle vittime — un maschietto e due femminucce — un carabiniere, M. S., 41 anni, e il consuocero della donna, ovvero il padre della donna con cui il figlio maggiore dell’imputata e madre delle altre vittime, conviveva, Nuccio Ippolito, 46 anni.
Alla sbarra dei testimoni, invece, ci sono gli educatori e i genitori affidatari dei bambini che hanno raccolto i racconti dell’orrore.
Gli abusi, infatti, sono emersi quando i piccoli erano stati sottratti alla donna e collocati presso una struttura di accoglienza
Le violenze venivano fotografate
I fatti risalgono al 2014, quattro anni prima che i carabinieri del Nucleo investigativo effettuassero gli arresti dei tre indagati, avvenuti nel 2018.
Secondo quanto ricostruito dai militari, la donna, madre dei bambini che viveva in condizioni di disagio economico, avrebbe pensato di racimolare del denaro consegnando i proprio figli (3 anni il maschietto, 4 e 7 le femminucce) agli abusatori, in cambio di piccole somme, fino a 20 euro.
Gli abusi sarebbero andati in scena in un locale che i piccoli chiamavano la “cantina”. Le violenze, peraltro, sarebbero state fotografate da un anziano ormai deceduto.
Tra gli imputati un carabiniere di 46 anni
Sono state le bimbe, grazie al supporto degli adulti che le hanno assistite dopo l’allontanamento dalla famiglia, a svelare pian piano l’inferno di abusi subito tra le mura di quella che chiamavano casa.
(da Fanpage)
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Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA AD ANDREA PROFUMO, IL VIGILE DEL FUOCO CHE ARRIVO’ PER PRIMO TRA LE MACERIE DEL MORANDI
La testimonianza del capo squadra dei vigili del fuoco di Genova che lo scorso anno è stato insignito
dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica italiana per l’abnegazione e il coraggio
Ripercorrere quella giornata per Andrea Profumo, capo squadra dei Vigili del fuoco di Genova e primo a intervenire sulle macerie del Ponte Morandi, non è facile.
Il 14 agosto 2018, il giorno del crollo, è uno spartiacque per la vita emotiva di diversi pompieri che portano nella mente quella tragedia. A due anni di distanza, Profumo sceglie di rivivere con Open le ore che l’hanno segnato nel profondo. E quando entra nelle maglie temporali di quella giornata, la sua voce si fa cupa, le parole scelte con cura e rispetto per ciò che ha visto.
La scheda d’intervento: «Ponte Morandi caduto»
«Era una giornata già di per sè difficile», dice Andrea. «Tornavamo da diversi interventi per allagamenti, pioveva a dirotto ed eravamo in allerta arancione». Alle 11:25 circa, arriva una scheda di intervento che avrebbe mandato Andrea e la sua squadra di cinque uomini a Savona, ma viene annullata pochi minuti dopo. Se fosse stata confermata, dice Andrea, «alle 11:36 avremmo potuto essere sul Ponte Morandi.
Invece l’ordine rientrato ci permette di asciugare le divise inzuppate d’acqua». Solo per qualche minuto. «Sentiamo i centralini che suonano come impazziti e ci arriva un’altra scheda di intervento che stavolta ordina di andare in via Fillak», ricorda Andrea. «Sulla scheda c’è scritto: “Ponte Morandi caduto”. Qualcosa che fatichiamo a leggere, perchè non possiamo crederlo».
La pioggia battente, le auto schiacciate e quella telefonata disperata
Andrea, insieme ai suoi cinque uomini, arriva per primo sul posto: via Fillak, via Porro, via Campi sono gremite di persone scappate dalle loro case per la paura. Andrea e i suoi lasciano il loro mezzo in una stradina che porta alla sponda del Polcevera da via Campi e, guidati dalle urla di madri con bambini in braccio, uomini e anziani terrorizzati, arrivano dopo pochi passi dinanzi alle macerie di quei duecento metri di viadotto che era da tutti conosciuto come Ponte di Brooklyn.
Andrea si trova inghiottito in «uno scenario di guerra»: «La pioggia batte ancora con furia e quello che metto a fuoco con lo sguardo è una sorta di inferno in Terra. Auto appiattite, pezzi di lamiere di camion semi sommersi dal cemento, oggetti sbalzati, arti di persone. Uno dei miei primi interventi è su un’auto bianca».
Si tratta di due persone, soltanto una ha battito. «Mentre cerco di estrarla tagliando le lamiere — dice Andrea -, sento un cellulare che suona. Evidentemente i loro cari li cercano disperatamente; cercano una risposta che io ho. Quello squillo mi sprona a salvare la persona incosciente con tutta la forza d’animo che sono in grado di raccogliere. Sento che devo mantenere viva la speranza di quelle telefonate, almeno per chi sta ancora lottando».
«Mai vissuto nulla di simile in trent’anni»
Nel dicembre del 2019, Andrea Profumo è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica italiana per l’abnegazione e il coraggio che, insieme a quella prima squadra di soccorso, portò sul luogo del crollo del Ponte Morandi, salvando diverse vite e procurandosi lesioni fisiche. «Sono scivolato su una lamiera e sono dovuto stare a riposo diversi mesi», dice Andrea.
«Quell’esperienza, come a tanti altri, mi ha cambiato la vita. Io sono credente, ma faccio tutt’ora fatica a tenere questa esperienza dentro la mia fede. Sono tante le domande, i vuoti di senso. Quello che so, e posso dirlo anche rispetto a tanti colleghi, è che in trent’anni di esperienza, a contatto con tragedie e calamità come terremoti, alluvioni, incendi, non ho mai provato e visto quello che è accaduto il 14 agosto 2018», conclude Andrea. «Dopo quell’esperienza è difficile non portarsi dentro un segno. Profondo. Incancellabile».
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
IL DRAMMATICO RACCONTO DI ALEJANDRO CORDOVA A TPI
Sono Alejandro e quella mattina ero diretto in magazzino in via Campi 1. Come tutte le mattine, sono
passato con il bus 7 sotto al ponte Morandi. Sono arrivato in magazzino alle 10.
Intorno alle 11 comincia a piovere a dirotto e in quel momento, come ogni burrasca che avviene a Genova, tutti si spaventano e pensano al peggio, sperando non si allaghi la città , e sperando non ricapiti ciò che è accaduto in passato… Il ponte era l’ultimo dei pensieri.
Si sente tuonare fuori e i primi centimetri d’acqua allagano i tombini. Io sono ancora dentro il magazzino e sto mettendo a posto. Passa mezz’ora con i tuoni sopra la testa: “Bombe d’acqua”, penso io.
Ma il peggio si manifesta alle 11.50: un enorme boato fa tremare la terra e le luci si spengono di colpo.
Dopo poco si riaccendono mentre mi dirigo verso l’uscita del magazzino. Esco fuori sotto la pioggia e vedo la gente dalle finestre piangere e domandarsi cos’è successo.
Seguo il loro sguardo verso il ponte che non c’è più, e vedo quello spazio vuoto nel cielo. Comincio a realizzare la gravità del disastro davanti ai miei occhi. Tiro fuori il telefonino e comincio a filmare perchè non ci voglio credere.
Dietro di me sento gente uscire dal palazzo e anche dalla palazzina del numero 2 vedo un uomo col keway rosso. Sono le 11.55 e i miei occhi guardano attraverso l’obiettivo la spaccatura del ponte. Allora sento l’uomo col keway rosso chiamarmi dall’altra parte della strada e capisco che non vuole rimanere a guardare.
Corro verso di lui con un altro ragazzo che non smette di fissare il ponte, mentre io ripeto che è caduto con le macchine sopra.
È successo tutto di fretta e non ho pensato tanto.
Seguo l’uomo di rosso e scavalchiamo il cancello delle ferrovie e, messo il telefono in tasca, corriamo incontro al luogo dove giacciono le macchine del crollo. Sembra una di quelle scene che vedi solo nei film di catastrofi apocalittiche, ma capisco subito che non lo è, avvicinandomi sempre di più alle vetture.
Ne vedo sei: due camion e quattro macchine. E vedo i corpi dentro le lamiere. Allora vado incontro al camion con scritto sul fianco Alba che mi è davanti e trovo l’autista con il volto insanguinato e rivolto verso il sedile del passeggero.
Respira ancora, gli chiedo se sta bene per ricevere qualsiasi risposta. Non risponde, solo respira con affanno. Lo afferro per il braccio e vedo che la cintura è strettissima e che lo sta quasi soffocando.
Gli urlo che sono lì per aiutarlo, provo a slacciare la cintura, ma niente, è bloccata dal peso dell’autista. Provo ad aprire la portiera, insisto, ma niente. Allora lo rassicuro dicendogli di tenere duro, di continuare a respirare.
Urlo verso i palazzi di via Fillak di chiamare l’ambulanza e i Vigili del fuoco. Gli altri due con cui sono controllano dentro le macchine per vedere qualche segno di vita e anch’io vado verso altre vetture per vedere chi è in grado di rispondermi. Ma si sente il silenzio. Da vicino solo i respiri angosciati di quelle persone che si aggrappano alla vita.
La seconda vettura a cui provo a prestare soccorso è una Panda con il tettuccio schiacciato sul passeggero che non si vede più. L’autista respira ma non si muove nè apre gli occhi, allora lo incoraggio a continuare a respirare, mentre provo ad aprire la sua portiera. Purtroppo è bloccata.
La mia attenzione poi si sofferma sulla macchina messa peggio e intravedo dai finestrini dei ragazzi, avranno la mia età ! Vedo i dread, ce ne sono quattro. L’autista è schiacciato dal tettuccio e gli altri tre li sento respirare e cominciare a muoversi.
Provo ad aprire la portiera messa meno peggio per cercare di tirarli fuori, ma niente. L’uomo di rosso mi dice che ci ha provato anche lui, ma di andare a vedere in giro se ci sono altri sopravvissuti.
Vado verso un’altra macchina e quello che vedo è agghiacciante. Non si riescono a riconoscere i corpi dalle lamiere e mi dirigo verso un’altra macchina più in là .
Ci sono due persone: un ragazzo e una ragazza. Il ragazzo è nel posto accanto al guidatore, per metà fuori dal finestrino: ha il braccio tatuato ma non respira. Allora guardo la ragazza e lei comincia a muoversi: ha le gambe bloccate e prova a liberarsi, le dico di non muoversi ma di continuare a respirare, ha la faccia insanguinata.
Dopo aver controllato le macchine, l’uomo di rosso vuole andare dall’altra parte della ferrovia per prestare aiuto ad altri, ma ci sono le macerie sopra: io mi arrampico seguendo le sue istruzioni e sopra le macerie dico quello che vedo, ossia solo l’autostrada sopra e le ferrovie e i cavi elettrici per terra.
Allora lui mi grida di scendere e di tornare indietro, preoccupandosi della mia vita. Scendo e rifacciamo un giro tra le macchine provando ad aprire le portiere, ma niente.
Guardo verso il cancello che abbiamo scavalcato e vedo altra gente. L’uomo di rosso mi dice di andare verso il cancello a cercare altra gente che possa dare una mano, ma, arrivato lì, la gente è confusa e spaventata, gente immobilizzata da quello che ha davanti.
Vedo venire verso il cancello una persona con delle tenaglie per rompere il lucchetto: apriamo il cancello per lasciare libera l’entrata ai soccorsi e sento le sirene in lontananza, ma delle macchine si sono fermate sulla via per curiosare, allora urlo alle macchine di levarsi per lasciare passare i soccorsi e così riescono ad arrivare le prime ambulanze.
Mi tolgo di torno per far lavorare persone che sono più preparate di me nel soccorso umano.
Io mi porterò dentro quelle scene per tutta vita e, anche se è servito a poco il mio aiuto, sono contento di essere stato lì con quelle persone e aver dato il mio supporto morale e di essere stato vicino a loro gli ultimi momenti della loro vita, facendo sentire la mia presenza e rassicurandole, come sarebbe piaciuto a me se fossi stato nella loro situazione.
Non le ho lasciate morire da sole e non le ho lasciate con il silenzio della morte.
Non vorrei offendere nessuno dei famigliari con queste descrizioni. Vorrei dire loro che l’aiuto che ho prestato quella mattina l’ho fatto col cuore, come fosse stata la mia famiglia sotto le macerie. Le mie sentite condoglianze, mi dispiace per la perdita dei loro famigliari.
(da TPI)
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Agosto 3rd, 2020 Riccardo Fucile
IERI UN VIOLENTO NUBRIFRAGIO HA COLPITO LA CITTADINA E FATTO DANNI PAUROSI, MA SULL’ARGOMENTO IL LEGHISTA TACE
Qualche settimana fa Matteo Salvini, speculando sul disastro di Palermo, spiegò al suo popolo che “a furia di pensare solo agli immigrati, il sindaco Orlando dimentica i cittadini: basta un temporale e la città finisce sott’acqua”.
La speculazione era ancora più orribile perchè in quelle ore era circolata la notizia, per fortuna rivelatasi falsa, della morte di una persona in un incidente provocato dagli allagamenti.
Ieri purtroppo un allagamento ha colpito la città di Alessandria: ai suoi cittadini e alle istituzioni va tutta la nostra solidarietà , ma sull’argomento Salvini è silenzioso. E sapete perchè? Perchè lì governa la Lega.
La protezione civile ha pubblicato alcuni scatti e video che hanno raccontato il violento nubifragio che ha causato diversi allagamenti in città ; tetti scoperchiati, piante cadute in strada, allagamenti.
In via San Giovanni Bosco una pianta si è abbattuta su un’auto: la donna che si trovava nella vettura è stata portata in ospedale in stato di choc. È stato parzialmente scoperchiato il tetto dell’ospedale infantile.
La croce sulla facciata della chiesa San Giuseppe Artigiano (Salesiani) è caduta. Al lavoro, oltre a questura e vigili del fuoco, anche i volontari di Comunità San Benedetto al porto, Casa di Quartiere, Ristorazione Sociale, Drop-In e Caritas. La croce sulla facciata della chiesa San Giuseppe Artigiano (Salesiani) è caduta.
La giunta comunale di Alessandria ha deciso di inoltrare alla regione Piemonte la richiesta di riconoscimento di stato di calamità naturale dopo l’ondata di maltempo che si è abbattuta la notte scorsa. Gli alberi caduti o fortemente danneggiati sono più di cento. Le maggiori criticità si segnalano nel Parco Italia — vicino al ponte Meier — dove metà del patrimonio arboreo è caduto, e in piazza Matteotti dove sono caduti 2 alberi (tra cui un Cedro del Libano) e i giardini sono stati invasi dai detriti provenienti dalle coperture divelte dei palazzi vicini.
Non una parola però è arrivata da Salvini. A dimostrazione che quella di Palermo era una speculazione da sciacallo.
(da “NextQuotidiano”)
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