Destra di Popolo.net

MONITORAGGIO GIMBE: CONTAGI RADDOPPIATI IN SETTE GIORNI

Luglio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

ORA A SALIRE SONO ANCHE I RICOVERI NELLE TERAPIE INTENSIVE

Impennata di nuovi casi di contagio da Coronavirus e lieve aumento dei ricoveri sia nelle aree non critiche che nelle rianimazioni.
A metterlo nero su bianco nel report finale del monitoraggio settimanale è la Fondazione Gimbe. Nella settimana dal 14-20 luglio 2021 l’incremento dei nuovi casi è stato del 115,7% (19.390 contro 8.989). Praticamente il doppio. Mentre si confermano ancora in calo i decessi (76 contro 104).
Dopo oltre tre mesi di decremento, si registra invece un’inversione di tendenza dei casi attualmente positivi (49.310 contro 40.649), delle persone in isolamento domiciliare (47.951 contro 39.364), dei ricoveri con sintomi con un incremento del 6% (1.194 contro 1.128) e delle terapie intensive che salgono del 5% (165 contro 157).
«Sul fronte dei nuovi casi – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione – si registra un netto incremento settimanale, verosimilmente sottostimato da un’attività di testing insufficiente e dalla mancata ripresa del tracciamento dei contatti, reso ora più difficile dall’aumento dei positivi. E ha poi spiegato che «Dopo 14 settimane di riduzione degli indicatori ospedalieri si registra un lieve incremento dei ricoveri in area medica e in terapia intensiva, dove comunque l’occupazione di posti letto da parte dei pazienti Covid rimane per ora molto bassa, intorno al 2%».
La variante Delta che continua a diffondersi e presto diventerà prevalente, non fa che preoccupare gli esperti per i quasi 4 milioni di over 60 a rischio di malattia grave non coperti dalla doppia dose di vaccino.
In dettaglio: 2,15 milioni (12%) non hanno ancora ricevuto nemmeno una dose con rilevanti differenze regionali (dal 21% della Sicilia al 6,9% della Puglia) e 1,79 milioni (10%) sono in attesa di completare il ciclo con la seconda dose. Inoltre, seguendo il criterio di somministrazione delle prime dosi per fasce di età, si nota l’appiattimento delle curve degli over 80 e delle fasce 70-79 e 60-69 e una flessione per tutte le altre classi d’età, con notevoli differenze di copertura tra le varie classi anagrafiche.
(da agenzie)

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LA STRAGE SOVRANISTA DI UTOYA, DIECI ANNI DOPO

Luglio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

BREIVIK E’ UNO ZOMBIE, MA LA SUA EREDITA’ SOPRAVVIVE

Dieci anni fa, a quest’ora, la vita della stragrande maggioranza dei norvegesi procedeva placida, come al solito.
Nessuno poteva immaginare che da lì a poche ore il tranquillo Paese scandinavo sarebbe diventato l’epicentro di uno degli atti terroristici più feroci nell’Europa del dopoguerra.
Anders Behring Breivik, all’epoca 32 anni, si preparava a mettere a segno il suo duplice attacco: prima un’autobomba nel centro di Oslo, fatta esplodere davanti all’ufficio del primo ministro norvegese, otto i morti; poi la carneficina dell’isola di Utøya, dove era in corso un campo estivo dei giovani socialisti.
Qui i morti furono 69, per lo più ragazzi e ragazze tra i 16 e i 17 anni. Le nuove leve di quella sinistra multiculturalista che Breivik aveva scelto come bersaglio per sfogare un odio antico, radicato nelle pieghe di una storia che continua a interrogarci ancora oggi. Trucidati con un fucile a pompa, una mitragliatrice e una pistola automatica.
Abbiamo chiesto ad Aage Borchgrevink, giornalista, scrittore e autore di “A Norwegian Tragedy: Anders Behring Breivik and the Massacre at Utøya”, di guidarci attraverso questa ferita aperta, come dimostrano le controversie che hanno impedito le realizzazione del memoriale.
La commemorazione avrebbe dovuto svolgersi dalle 15.25 di oggi, momento in cui il sole avrebbe illuminato la prima di 77 colonne di bronzo davanti all’isola, fuori dalla capitale. Per tre ore e otto minuti, l’esatta durata dell’attacco, il sole avrebbe raggiunto ciascuna delle colonne progettate dagli architetti dello studio Manthey Kula, commemorando ogni persona uccisa. Invece, il memoriale resta incompiuto a causa di piani modificati, rinvii, interventi dei tribunali, scontro fra le famiglie dei ragazzi uccisi e i residenti ancora traumatizzati, che temono l’arrivo dei visitatori sulla loro tranquilla isola.
“Nella società norvegese c’è meno consenso di quanto ci si potrebbe aspettare sul significato di quegli attacchi”, ci spiega Borchgrevink. “Studiosi del Centro di ricerca sull’estremismo dell’Università di Oslo hanno distinto tra tre principali narrative o modi di leggere gli attacchi: 1) come un attentato alla democrazia norvegese in quanto tale; 2) come un attacco alla sinistra politica, con relative critiche alla Norvegia per non essere riuscita a contrastare l’estremismo di destra pur di mantenere la pace politica; 3) come un atto per niente politico, ma il gesto di un pazzo spinto all’estremo da politiche di immigrazione lassiste. Tra queste narrazioni sembra esserci una tensione crescente, soprattutto perché quelle ai fianchi (la 2 e la 3) portano una forte carica emotiva. La tensione riflette in una certa misura i profondi disaccordi che continuano ad attraversare la nostra società, dove una minoranza non trascurabile è ancora d’accordo con le idee xenofobe che hanno ispirato Breivik, mentre una generazione più giovane di progressisti vuole un approccio più duro all’estremismo”.
Borchgrevink da anni è membro del Norwegian Helsinki Committee, un’organizzazione che lavora per il rispetto dei diritti umani
La sua attenzione alle dinamiche psicologiche e sociali lo ha spinto a porsi delle domande su come un ragazzo della classe media del West End di Oslo sia potuto diventare un terrorista seminatore di morte nel sentiero dell’amore di Utøya.
“Il 22 luglio 2011, mentre la mia città bruciava e arrivava la notizia del massacro di Utøya, mi sono chiesto da dove venisse tutto quell’odio. Nel mio libro ripercorro la radicalizzazione di Breivik, utilizzando come chiave di lettura il suo ‘manifesto’ di 1500 pagine. Sulla base di interviste con testimoni chiave e ricerche su vari documenti, compresi i rapporti di valutazione psichiatrica della famiglia di Breivik quando era un bambino, ho scoperto che il suo odio aveva radici profonde. L’intuizione principale che ho acquisito è stata come la ricca Norvegia produca ancora outsider, vulnerabili alla radicalizzazione. Quindi non sono rimasto sorpreso quando, due anni fa, il terrorista razzista Filip Manshaus ha attaccato una moschea dopo aver sparato e ucciso la sua sorellastra, adottata dalla Cina. Fortunatamente Manshaus è stato sopraffatto prima che potesse uccidere qualcun altro”.
Quella di Breivik, infatti, è anche la storia di un “outsider radicale”, un uomo affetto da un “elevato disturbo narcisistico della personalità” ma “capace di intendere e di volere”, come stabilito dalla seconda perizia psichiatrica. Una persona disposta a fare di tutto pur di essere vista da chiunque: dal padre che se n’era andato quando era ancora piccolo, dalla madre che pure detestava (affetta da turbe mentali), dalle ragazze con cui aveva un rapporto complessato.
Il 24 agosto 2012 è stato condannato a ventuno anni di carcere, pena massima prevista dalla legge norvegese. Secondo la stampa locale, ha intenzione di chiedere la libertà condizionata allo scoccare del periodo minimo di detenzione, che nel suo caso è di dieci anni. La pena a 21 anni è prorogabile, nel caso in cui sarà ritenuto ancora pericoloso. Lui non si è mai pentito per la strage. Nel 2012, al termine della lettura delle motivazioni del verdetto, mostrò alla Corte il saluto nazista chiedendo “perdono ai militanti nazionalisti per non aver ucciso più persone”.
Abbiamo chiesto a Borchgrevink cosa si sa, oggi, di lui. “Mi ha scritto alcune lettere dopo la pubblicazione del libro. Principalmente sta cercando di sollevare l’interesse delle persone verso le sue visioni ideologiche, poiché vuole essere percepito come un interessante pensatore e leader di destra. Nell’ultima lettera è stato più personale, dicendo che è stato “sepolto vivo”, il che mi ha ricordato il suo autoritratto nel ‘manifesto’ come uno “zombie”, un morto vivente e senza identità. Ha anche detto che i miei libri avevano creato “problemi”, un passaggio che ho interpretato come una rimostranza per aver danneggiato, tramite un profilo psicologico, l’immagine che vuole dare di sé come una sorta di cavaliere oscuro, fascista e glaciale. Non gli ho mai risposto”.
Breivik è diventato una figura di ispirazione per i suprematisti bianchi di tutto il mondo. Tre settimane fa a Milano è stata smantellata un’organizzazione neofascista di ventenni, il cui nome in codice era Breivik. Secondo Borchgrevink, non dobbiamo sottovalutare il fascino perverso che il male e l’odio possono esercitare su personalità fragili e alienate.
“Molti giovani vorrebbero mandare al diavolo la società. So di averlo fatto anch’io. Per alcuni, però, l’incontro con l’estremismo online o in gruppi può svilupparsi in un percorso di radicalizzazione, arrivando persino a trasformarli in terroristi qui in Europa o in posti come la Siria, come è successo con molti giovani europei alcuni anni fa. I più vulnerabili sono i cosiddetti outsider, coloro che per motivi sociali, psicologici o di altro tipo sono o si sentono esclusi dalla società”.
La radicalizzazione, soprattutto online, continua a essere un nervo scoperto in molti Paesi occidentali, Norvegia inclusa. “Le reti digitali dell’estremismo di destra rappresentano una minaccia alla sicurezza per il futuro”: lo afferma il Servizio di sicurezza della polizia (Pst) della Norvegia, in un nuovo rapporto sulla minaccia degli estremisti di destra pubblicato in occasione del decennale della strage. “Il pensiero estremista di destra che ha ispirato l’attacco è ancora una forza trainante a livello nazionale e internazionale e ha ispirato diversi attentati terroristici negli ultimi dieci anni”, afferma il rapporto. Gli estremisti di destra di oggi, prosegue il documento, usano strategie diverse per ottenere un cambiamento politico. L’estremismo è diventato sempre più un fenomeno transnazionale che trae ispirazione oltre i confini del Paese, legandosi a una “identità occidentale”. “Si ritiene che le direzioni ideologiche dell’estremismo di destra che sostengono la necessità di un collasso immediato della società abbiano un effetto di radicalizzazione e mobilitazione, e quindi costituiscano una potente minaccia terroristica”, segnala il Pst nel rapporto.
Secondo Borchgrevink, “l’eredità di Breivik, purtroppo, sopravvive. Il ‘manifesto’ descrive come voleva trasformarsi da zombie consumatore a cavaliere di giustizia, come un don Chisciotte dell’era digitale. In Nuova Zelanda nel 2019 Brenton Tarrant ha fatto riferimento a Breivik e ha usato lo stesso schema per commettere omicidi di massa: manifesto xenofobo di destra in cui descrive il ‘momento della pillola rossa’, quando avviene la trasformazione da turista consumatore a soldato per la razza bianca”.
In Norvegia la differenza, rispetto al passato, è che i sopravvissuti si stanno facendo sentire con più forza, dopo anni di relativo silenzio. “C’è stata una raffica di nuovi libri e articoli. Il messaggio di fondo è che la Norvegia e il governo conservatore degli ultimi otto anni non sono riusciti ad affrontare la minaccia dell’ideologia di estrema destra e a tenere conto del dolore di chi è stato direttamente colpito da quella tragedia. A settembre si svolgeranno le elezioni parlamentari: ci si aspetta un cambio di governo che riporti al potere il partito socialdemocratico, un risultato che sarebbe una grande eredità per i sopravvissuti e le forze di sinistra”.
Ma la strada per evitare altri “casi Breivik” – avverte Borchgrevink – richiede un maggiore impegno da parte di tutti. “Quando si verificano atti di terrorismo, è consuetudine chiedere più polizia e punizioni dure. Ma penso che la Norvegia e l’Europa abbiano ancora molto da fare per affrontare le cause profonde che guidano la radicalizzazione, la disuguaglianza sociale, il trauma psicologico dei bambini in famiglie disfunzionali e la crescita della cultura della cospirazione alimentata dai social media”.
(da Huffingtonpost)

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GALLI: “CON I VACCINI ATTUALI NON SO SE RIUSCIREMO A CONTENERE NUOVI VARIANTI”

Luglio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

“STIAMO IMMUNIZZANDO CON VACCINI IMPOSTATI SUL VIRUS DEL 2020”

“L’attuale vaccinazione argina in maniera efficace la malattia grave e il rischio di decesso, ma non riesce a fare lo stesso nei confronti della possibilità di infettarsi con le nuove varianti del Covid. Noi stiamo immunizzando molto ma con vaccini che, seppur eccezionali, sono stati impostati su un virus che circolava nel 2020”, dice all’HuffPost il professor Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano.
L’infettivologo prosegue spiegando che “il discorso è simile alla logica alla base del paradosso di Zenone su Achille e la Tartaruga: se il concorrente più veloce parte dopo il concorrente più lento nella corsa, quest’ultimo non viene mai raggiunto dal più veloce perché l’inseguitore dovrebbe prima raggiungere il luogo da cui quello che fugge è partito, e intanto il più lento sarebbe sempre un po’ più avanti”.
A questo punto, bisognerebbe avere a disposizione vaccini aggiornati?
“Vaccini aggiornati potrebbero generare anticorpi specifici ma purtroppo al momento non ne abbiamo e, laddove ne avessimo, bisognerebbe considerare un altro aspetto: la dimensione globale del problema”.
Ci spieghi.
“Ci sono zone del mondo, soprattutto i Paesi più poveri, dove le vaccinazioni proseguono a rilento e il virus circola. E, come sappiamo, più il virus circola, più muta. In caso di aree molto popolose si può assistere all’emergere di varianti ad alta trasmissibilità, proprio come accaduto in India con la variante Delta. Per questo il futuro di sviluppo di nuove varianti, più o meno contagiose e/o virulente, è un’incognita.
Il punto fermo, dunque, rimane andare avanti con le vaccinazioni.
“Senza dubbio. Anche se il contenimento delle varianti è una scommessa che non so se riusciremo a vincere con gli attuali vaccini, in chi è immunizzato abbiamo il 95% di protezione nei confronti dei ricoveri e dei decessi, i vaccinati molto raramente sperimentano un decorso grave della malattia. Ovviamente c’è una piccola parte di vaccinati che non risponde all’immunizzazione, ma si tratta spesso di persone con particolari condizioni cliniche sottostanti. Dal mio osservatorio personale, al momento non ho memoria di alcun paziente vaccinato andato incontro a decesso”.
Le occasioni di contagio non mancano.
“Questo ce lo dimostra in maniera lampante il fatto che in tutta Europa, dove i tassi di vaccinazioni sono molto alti, stanno aumentando i casi di infezione. Stiamo assistendo alla cronaca di un evento annunciato e per le prossime settimane dobbiamo aspettarci un ulteriore incremento dei casi. Attualmente a contrarre il virus sono soprattutto i giovani, spesso da asintomatici. La popolazione più anziana è già ampiamente protetta dal vaccino, ma non è da escludere che anche tra essa possano verificarsi infezioni non palesate: in altre parole, l’anziano vaccinato può infettarsi e non sviluppare sintomi proprio perché protetto e, se non effettua alcun test, può non accorgersi di aver contratto il virus. In generale, il rimescolamento delle carte dettato dall’estate, con casi di infezioni generati dal ritorno alla circolazione tra paesi è un elemento su cui porre grande attenzione”.
C’è chi prospetta chiusure.
“Da parte mia non le caldeggio, invito piuttosto ad adottare le necessarie precauzioni. La chiusura è uno strumento da usare quando non c’è nient’altro da fare, quando si dichiara la propria impotenza davanti al problema”.
Quali sono le soluzioni da adottare?
“Tracciamento, controlli, valutazioni, esami e ovviamente vaccini costituiscono degli strumenti proattivi. Bisogna inoltre porre l’accento sulla necessità di una corretta informazione, che convinca le persone a vaccinarsi. Siamo tutti chiamati a farlo”.
Senza sperare nell’immunità di gregge.
“Chi pensa di poter scampare al contagio da Delta non vaccinandosi e mandando avanti gli altri si sbaglia di grosso: rispetto alle precedenti varianti, questa è molto più trasmissibile anche tra giovani e bambini. E su grandi numeri è possibile trovare anche persone giovani con caratteristiche genetiche, fisiche e storia clinica che, se contagiate, rischiano di sviluppare una malattia grave. Gli attuali vaccini non ci faranno raggiungere l’immunità di gregge, ma ci donano l’immunità da cimitero”.
(da Huffingtonpost)

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IN ITALIA UCCIDE PIU’ CHI DETIENE UN’ARMA LEGALMENTE CHE LA MAFIA

Luglio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

LE NORME PER IL RILASCIO DEL PORTO D’ARMI SONO TROPPO BLANDE… FATTE PIU’ PER FAVORIRE I PRODUTTORI CHE I CITTADINI

C’è un dato sul quale occorre riflettere: nell’ultimo triennio in Italia un omicidio su dieci è stato commesso con armi regolarmente detenute.
Sono stati almeno 131 gli omicidi perpetrati da legali detentori di armi a fronte di 91 omicidi di tipo mafioso e di 37 omicidi per furto o rapina.
In buona sostanza, oggi in Italia è più facile essere uccisi da un legale detentore di armi che dalla mafia o dai rapinatori.
Questo avviene, come tutti sanno perché la normativa italiana è carente soprattutto per quel che riguarda le licenze ad uso caccia e sport, sulla tracciabilità delle armi e in generale perché, anche per un porto d’armi per difesa personale, le norme per ottenerlo sono troppo blande e non sono richiesti esami psichiatrici né tossicologici né all’atto della domanda né al rinnovo che avviene solo ogni cinque anni con una semplice visita medica come quella per la patente di guida.
Non basta soltanto dire no alle armi ai privati. Occorre rivedere le norme sulle licenze per armi, introducendo l’obbligo di controlli clinici e tossicologici annuali da parte dei richiedenti e soprattutto non permettendo di detenere un ampio numero di armi con semplici licenze per tiro sportivo (la licenza più richiesta anche da chi non pratica alcuna attività sportiva) o per la caccia.
Non solo. A seguito delle modifiche alla legge apportate nel 2018, oggi con una di queste licenze si possono detenere tre pistole semiautomatiche con caricatori fino a 20 colpi, dodici fucili semiautomatici con numero illimitato di caricatori da 10 colpi e numero illimitato di fucili da caccia oltre a centinaia di munizioni.
Sono norme fatte apposta per favorire i produttori e rivenditori di armi, non certo la sicurezza dei cittadini. Certi fatti purtroppo non avvengono a caso.
(da Huffingtonpost)

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IL VIDEO PARZIALE DELL’OMICIDIO: YOUNS COLPISCE L’ASSESSORE CON UN PUGNO O UNA MANATA, ADRIATICI CADE A TERRA, MA PER ALCUNI SECONDI LA VITTIMA CAMMINA, QUINDI LO SPARO NON E’ CONTESTUALE ALLA CADUTA

Luglio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

UN PALAZZO COPRE LA VISUALE COMPLETA, POI RIAPPARE L’OMICIDA IN PIEDI

Agli atti dell’inchiesta sull’omicidio del 39enne di origini marocchine Youns El Boussettaoui c’è un video, ripreso da una telecamera di sorveglianza, in cui l’immigrato avvicina l’assessore leghista Massimo Adriatici e, dopo una breve discussione, lo colpisce con un pugno o una manata.
Le immagini mostrano l’assessore cadere a terra, ma non il momento in cui spara alla vittima.
Passano alcuni secondi dal momento in cui l’assessore cade a terra mentre Youns si muove e recupera persino un oggetto a terra, quindi nessun colpo è partito fino a quel momento.
Dopo si vede l’omicida rialzarsi ed essere avvicinato da un paio di persone. Dal video non è chiaro, invece, il momento in cui Adriatici impugna l’arma.
Delle due l’una: o l’aveva nella mano destra già prima di cadere a terra, ma in quel caso il colpo non è partito mentre cadeva. O l’ha estratta una volta a terra o mentre si era rialzato, in quel caso ha sparato in un secondo momento
(da agenzie)

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GLI STUDENTI DELL’ASSESSORE OMICIDA: “I SUOI ESEMPI SEMPRE SUI FURTI COMMESSI DA DOMESTICHE ROMENE”

Luglio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

L’ATENEO PRENDE LE DISTANTE: “NON E’ UN DOCENTE STRUTTURATO, SOLO UN COLLABORATORE ESTERNO”

Avvocato, ex poliziotto, ma anche professore: Massimo Adriatici, l’assessore leghista alla Sicurezza di Voghera (Pavia) agli arresti domiciliari per aver sparato e ucciso un uomo di 39 anni, ha insegnato dal 2014 al 2017 Diritto processuale penale all’Università del Piemonte Orientale e attualmente insegna alla scuola allievi di polizia di Alessandria.
L’Ateneo ha preso le distanze da Adriatici spiegando in una nota stampa: “L’avvocato Adriatici non è stato un docente strutturato – afferma l’Università – bensì un collaboratore esterno del Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze politiche, economiche e sociali”.
Stando a quanto riportato dal quotidiano “La Stampa”, alcuni studenti lo ricordano come una persona preparata. Dalle loro parole sarebbe emersa però una citazione che il professore era solito utilizzare durante le sue lezioni e cioè quella “dell’imprenditore Fumagalli derubato dalla domestica romena”.
(da agenzie)

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L’ASSESSORE LEGHISTA ADRIATICI RISCHIA L’ACCUSA DI OMICIDIO VOLONTARIO: COSA NON TORNA NEL SUO RACCONTO AL VAGLIO DEGLI INQUIRENTI

Luglio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

IL DISCRIMINE SARANNO I TEMPI DI REAZIONE, IL COLPO POTREBBE NON ESSERE PARTITO PER SBAGLIO… LA PISTOLA NON ERA PROVVISTA DI SICURA E IL COLPO ERA GIA’ IN CANNA

I magistrati vogliono verificare con attenzione la versione data dall’indagato. Il quale sostiene che il colpo è partito per sbaglio e in seguito alla colluttazione. Ma la pistola calibro 22 semiautomatica doveva avere il colpo in canna. Tanto più che non è provvista di sicura.
Secondo alcune fonti investigative vicine alle indagini citate oggi da Il Fatto Quotidiano ci sono alcune ipotesi da confermare prima di poter tirare le somme e in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto davanti al giudice delle indagini preliminari.
Ovvero: se l’assessore leghista ha avuto il tempo di caricare l’arma, i tempi del diverbio con il cittadino marocchino sono più ampi di quelli raccontati da Alessandri. Il che supporterebbe l’accusa di omicidio volontario, che è stata esclusa in un secondo momento ieri dalla procura.
Se invece è vero che l’arma era già carica e cadendo l’assessore ha premuto inconsapevolmente il grilletto, allora lui dovrà chiarire come mai andasse in giro non solo armato ma anche con il colpo in canna.
Sempre secondo il quotidiano le telecamere nella zona potrebbero aver fornito elementi ma assai parziali se non addirittura inutili, in quanto non sarebbero state orientate sulla scena del crimine.
Il Corriere della Sera scrive oggi che la versione del colpo per appunto partito per sbaglio e di sicuro non con l’intenzione di uccidere sia una classica e prevedibile difesa da avvocato, secondo quanto sostiene un investigatore che lavora all’inchiesta.
Ma, spiega il quotidiano, esiste anche un primo discrimine non banale e basato sull’eventuale contemporaneità tra la caduta a terra di Adriatici, successiva a una spinta di El Bossettaoui, che potrebbe confermare quel proiettile «accidentale».
Se così non fosse, ovvero se lo sparo fosse stato successivo al precipitare dell’assessore il quale avrebbe avuto dei secondi per impugnare e far fuoco, sarebbe inevitabile configurare un’azione volontaria.
Anche perché Adriatici è un ottimo sparatore e si esercitava al poligono, mentre il proiettile ha colpito in una zona del corpo dove una ferita può evitare danni letali.
(da Open)

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LA DIFESA PER SALVINI E’ SEMPRE LEGITTIMA SE A SPARARE E’ UNO DELLA LEGA E A MORIRE UN IMMIGRATO

Luglio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

IMMAGINATE COSA SAREBBE SUCCESSO A PARTI INVERTITE

Immaginatevi per un attimo la scena. A Voghera, al termine di una banale lite in un bar, un immigrato di 39 anni di origine marocchina tira fuori una pistola calibro 22 e spara a un assessore leghista, uccidendolo.
Dopo cinque minuti le bacheche di Lega e Fratelli d’Italia vengono inondate di post, tweet, video, slogan in CAPS LOCK con le foto dell’assassino, da “condannare a morte senza processo” o “far marcire in galera” e, insieme a lui, indiscriminatamente, decine di migliaia di immigrati venuti qui per annientare la nostra civiltà, in un tribunale social apparecchiato per l’occasione nel quale la corte ha la fattezze della “Bestia”, mentre @napalm51 o @fragolina_cuore79 vestono i panni del tribunale popolare.
Nel giro di dieci minuti le prime pagine dei giornali razzisti e sovranisti aprono con titoli a caratteri cubitali che recitano: “Bastar** immigrati”, “È colpa della Boldrini e Saviano”. “Ci ammazzano a casa nostra”.
In mezz’ora l’assessore ucciso è già diventato un martire della patria, un eroe italiano caduto per difendere l’Italia dall’invasione straniera e il suo sacrificio un simbolo dell’Occidente occupato e culturalmente sottomesso.
E invece no.
Invece accade che a sparare – e a uccidere – sia stato l’assessore leghista, e a morire l’immigrato.
E allora la notizia si trova a malapena sul fondo delle homepage dei “giornaloni” di destra, la vittima viene presentato come un pericoloso criminale e l’assessore come un eroe che ha salvato i suoi cittadini a rischio della propria.
E a nessuno viene in mente di chiedersi cosa ci faceva un assessore alla Sicurezza con una pistola in mano in un bar, come se fosse un particolare tutto sommato trascurabile, un dettaglio di secondaria importanza che rischia di rovinare l’immagine di una specie di vendicatore della notte senza macchia la cui unica colpa è quella di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Il leader della Lega Matteo Salvini, come un avvoltoio, si getta sulla notizia e, sulla base di un paio di titoli letti sullo smartphone, senza che ancora si conosca neppure l’esatta dinamica dei fatti, ha già emesso la sua sentenza: “Altro che Far West, è legittima difesa” dichiara, senza una parola – una sola – di pietà o di compassione per l’uomo ucciso, assolvendo l’uccisore nei tre gradi di giudizio senza neppure l’istruttoria e con formula piena.
E allora, ecco, a me questa idea di propaganda sulla pelle delle persone, questo modo tossico, fazioso, di fare e intendere la politica, questa capacità bulimica, spregiudicata di non fermarsi davanti a nulla, mette letteralmente i brividi. E dovrebbe metterli a chiunque – destra e sinistra senza distinzioni – abbia conservato un briciolo di rispetto per lo Stato di diritto, per la giustizia, per la dignità, per la Politica, quella con la P maiuscola, capace di fare un passo indietro. E per un attimo, solo per un attimo, tacere.
(da NextQuotidiano)

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VOGHERA, LA FAMIGLIA DELLA VITTIMA: “ANDAVA CURATO, NON UCCISO. L’ASSASSINO DORME TRANQUILLO A CASA SUA, DOV’E’ LA GIUSTIZIA ITALIANA?”

Luglio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

L’AVVOCATO DELLA FAMIGLIA: “ESEGUITA L’AUTOPSIA SENZA AVVISARE PADRE E FRATELLO”

Tre settimane fa Youns El Boussetai, il 39enne marocchino ucciso martedì sera in piazza a Pavia da un colpo di pistola sparato dall’assessore alla Sicurezza Massimo Adriatici sarebbe stato sottoposto a un Tso, un trattamento sanitario obbligatorio, per i problemi psichici di cui soffriva e che si erano acuiti in seguito al lockdown.
El Boussetai aveva contatti frequenti coi suoi familiari, tutti cittadini italiani, che vivevano in altre città, e sono loro adesso, attraverso l’avvocata Debora Piazza, a denunciare: “L’autopsia di Youns El Boussetaoui è stata effettuata ieri senza avvisare, come sarebbe dovuto avvenire, i suoi familiari, tutti cittadini italiani e con una residenza: andava curato, non ucciso, era malato ma non faceva male a nessuno”.
Il caso Voghera intreccia la cronaca nera con le polemiche sulla sicurezza e sul porto d’armi. Adriatici, che è agli arresti domiciliari con l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa, aveva un regolare porto d’armi, ma non è ancora chiaro perché quella sera girasse con l’arma in tasca e il colpo in canna.
Oggi la procura di Pavia dovrebbe chiedere la convalida dell’arresto, ma non è detto che venga anche richiesta la conferma della misura cautelare dei domiciliari: se il pm infatti dovesse non fare richiesta, l’assessore leghista (autosospeso da ieri) potrebbe tornare in libertà.
Il suo secondo interrogatorio, dopo quello effettuato dai carabinieri subito dopo la sparatoria, dovrebbe svolgersi domani.
Ma è la famiglia di Youns El Boussetai, adesso, a chiedere chiarezza. Il padre vive a Vercelli, la sorella – che ieri sera è arrivata a Voghera – in Francia, un altro fratello in Svizzera, la moglie e i due figli dell’uomo in Marocco.
Ad assistere la famiglia l’avvocata Piazza, che chiederà l’acquisizione delle immagini di altre telecamere della zona, per ricostruire quei momenti. il 39enne avrebbe detto ai familiari che si sentiva ‘a casa’ in piazza Meardi, a Voghera, dove è morto.
Qui, diceva ai congiunti, aveva la ‘sua panchina’ e i suoi punti di riferimento ed era conosciuto da tutti, anche se molti raccontano delle sue intemperanze acuite dall’alcol. Una persona non pericolosa, che aveva bisogno di essere aiutata, con due figli, uno di otto e una di cinque anni. E’ questo il modo in cui la sorella, appena rientrata dalla Francia, ha descritto Youns El Boussettaoui.
Alla trasmissione Zona Bianca su Retequattro ha detto: “Gli hanno sparato in piazza davanti a tantissime persone. L’assassino si trova a casa sua, dorme bello riposato. Dove è la legge in questa Italia? “, “ma siamo in Italia o in una foresta?” ha detto in lacrime.
“Aveva un fucile, aveva una pistola in mano mio fratello? Rispondetemi! No, mio fratello non aveva nessuna arma in mano. È stato ammazzato – ha aggiunto – davanti alle persone e questa persona si trova a casa sua. Io voglio sapere se qua in Italia ammazzare o sparare è una cosa legale”.
Sapeva che Youns dormiva per strada. “Si sente più tranquillo a dormire sulle panchine. L’altro giorno l’ha visto mio marito, è venuto a prenderlo” ha raccontato. Comunque la famiglia ha cercato di aiutarlo: “Abbiamo chiamato i carabinieri a Livorno Ferraris (in provincia di Vercelli, ndr), possono testimoniare. L’abbiamo portato all’ospedale ma è scappato dall’ospedale. I carabinieri di Livorno Ferraris hanno chiamato i carabinieri di Voghera per poter prendere Youns, non perché fa male a qualcuno, è per lui, per difendere mio fratello”.
“Ovviamente la giustizia farà il suo corso, però devo dire che nessuna delle persone che lavora o che lavoreranno con me, andrà mai in giro con una pistola”. Lo ha detto il sindaco di Milano Beppe Sala commentando il caso Voghera. “In secondo luogo – ha aggiunto -, anche se fosse stato un incidente, nasce tutto dal fatto che uno la pistola ce l’ha in tasca, per cui direi, innanzitutto, che chi svolge una funzione pubblica, le pistole le lascia a casa anche se ha il porto d’armi. Le pistole possono essere nelle mani di chi è delegato per professione ad averle”.
(da La Repubblica)

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