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ADDIO AD ANTONIO PENNACCHI, LO SCRITTORE “FASCIOCOMUNISTA”

Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile

FINALISTA AL CAMPIELLO, VINCITORE DEL PREMIO STREGA, UOMO LIBERO… QUANDO IN TV DISSE A SALVINI: “LA SUA MAMMA AVREBBE DOVUTO RIEMPIRLA DI BOTTE QUAND’ERA PICCOLINO”

Addio allo scrittore Antonio Pennacchi.
Nella sua carriera lo scrittore, che secondo le prime informazioni sarebbe stato stroncato da un infarto, è stato finalista del premio Campiello e ha vinto lo Strega. Nato a Latina nel 1950 Pennacchi era stato operaio all’Alcatel Cavi. Prima di dedicarsi alla scrittura c’era stata la politica nella sua vita.
Prima nelle file del Msi e successivamente in quelle del Partito marxista-leninista Italiano. Un legame mai reciso.
Una passione che tra gli anni Settanta e Ottanta lo aveva portato ad aderire al Psi e ai sindacati: Cgil e poi Uil. Nel 1983 la decisione di mettere un punto alla sua azione di attivista e di utilizzare il tempo sospeso della cassa integrazione per conseguire la laure in Lettere e filosofia all’Università La Sapienza di Roma.
Ed è così con l’alloro conquistato che ha è iniziata la stagione parole e della scrittura. La sua prima opera Mammut viene pubblicata nel 1995, poco dopo sugli scaffali delle librerie arriva anche Palude. Il suo romanzo di esordio dopo numerosi rifiuti viene pubblicato da Donzelli nel 1994, vincendo il Premio del Giovedì. Dopo Palude e Una nuvola rossa (1998), nel 2001 passa alla Mondadori.
Solo 2003 arriva Il fasciocomunista: vita scriteriata di Accio Benassi, romanzo autobiografico da cui nel 2007 è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico, diretto da Daniele Luchetti con Elio Germano e Riccardo Scamarcio protagonisti.
Nel 2010 arriva la fama con Canale Mussolini, finalista al Premio Campiello e vincitore tra gli altri del Premio Strega. Dopo sono arrivati Storia di Karel (2013), Camerata Neandertal. Libri, fantasmi e funerali vari (2014), Canale Mussolini. Parte seconda (2015), Il delitto di Agora (2018), rivisitazione del thriller Una nuvola rossa pubblicato nel 1998, e La strada del mare (2020).
Nel 2011, in occasione delle elezioni comunali di Latina era tornato alla politica attiva sostenendo Futuro e Libertà e ottenendo l’1,05% delle preferenze. Nel 2012 si cimenta nel progetto Pianura Blu per il recupero dei canali di bonifica dell’Agro pontino e per creare una rete ciclonavigabile. Nel 2015 esce Canale Mussolini, parte seconda, pubblicato sempre da Mondadori.
“Apprendo con grande tristezza dell’improvvisa scomparsa dello scrittore Antonio Pennacchi che ci lascia all’età di 71 anni. Una enorme perdita non solo per la città di Latina ma per tutto il Paese. I suoi racconti hanno reso il nostro territorio un luogo letterario, dalla Fondazione ai giorni nostri. È una vera e propria icona di Latina. Pennacchi – commenta Damiano Coletta, sindaco di Latina – appartiene al patrimonio della città e tutti i latinensi oggi gliene rendono giustamente merito. Porgo le più sentite condoglianze alla sua famiglia a nome dell’Amministrazione comunale e di tutta la città di Latina”
“Quello che è stato è stato, e non c’è niente da fare. L’unica – per un uomo – è andare avanti. Tenersi il dolore nelle viscere e continuare a fare quel che s’ha da fare: fino all’ultimo istante di nostra vita”. Ciao Antonio scrive l’account Twitter della casaeditrice Mondadori.
A gennaio lo scrittore scrisse una lunga lettera aperta alla leader di Fratelli d’Italia per aiutare il paese fuori dalla pandemia: “Cara Giorgia ti prego: dite di sì all’unità nazionale. Dopo la seconda guerra mondiale e quella di liberazione, le forze socialcomuniste e cattoliche – da sempre acremente divise – seppero trovare quel minimo di concordia necessario a costruire assieme l’unità del popolo, una costituzione democratica repubblicana e il conseguente miracolo economico degli anni cinquanta e sessanta che portò l’Italia ad essere, dal Paese povero e sottosviluppato che era prima, la quinta o sesta potenza economica mondiale”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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ABRUZZO IN BALIA DEI PIROMANI DOPO CHE IL GOVERNATORE MARSILIO (FDI) HA TAGLIATO I FONDI DELL’ANTINCENDIO DEL 25%

Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile

HA IGNORATO GLI ALLARMI LANCIATI DAI VIGILI DEL FUOCO E ORA CHIEDE RISORSE A ROMA

A scherzare col fuoco prima o poi ci si brucia.
Vero è che stabilire una relazione causa-effetto tra i tagli alla campagna Antincendio boschivo (Aib) decisi dalla Giunta sovranista abruzzese e gli incendi che da ieri devastano l’Abruzzo sarebbe eccessivo, ma si può pensare che quella notizia ha certamente ringalluzzito piromani e speculatori.
Alla luce dell’emergenza incendi in atto, con fronti aperti in ogni provincia abruzzese, la Regione ha chiesto mezzi e risorse a Roma.
“Peccato che è la stessa regione che ha tagliato 200 mila euro ai Vigili del fuoco per la campagna Aib 2021 (Anti-incendio boschivo)”, ha dichiarato Elio D’Annibale, segretario abruzzese del sindacato Canapo a cui fa eco il coordinatore regionale Funzione pubblica dei Vigili del fuoco, Antonio Salvatori.
ALLARMI IGNORATI
Insieme, le scorse settimane, i sindacati dei Vigili del fuoco hanno denunciato i tagli all’Aib della Regione Abruzzo. Il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio, oggi poi ribadisce che c’è una competenza primaria delle Regioni nell’ambito dell’attività antincendio, ma qualcuno fa orecchie da mercante.
“In riferimento agli incendi di sabato nell’Aquilano e domenica nelle Province di Pescara, Chieti e Teramo con fronti tutt’ora aperti, la Regione ha chiesto mezzi e risorse a Roma. Purtroppo, come già anticipato prima della sottoscrizione della convenzione si procede sempre a rincorrere l’emergenza – ha dichiarato Salvatori – La Regione Abruzzo ha tagliato 1/4 delle risorse economiche messe in campo l’anno precedente per la lotta attiva agli incendi boschivi. A rinforzo sono venute altre squadre da altre regioni togliendo risorse per il soccorso tecnico urgente ordinario con spese abnormi e tempi d’intervento dilatati. Purtroppo bisogna constatare la gestione incomprensibile del dispositivo di soccorso”.
Un bilancio drammatico per lo scorso week end sul fronte incendi, così il Wwf Abruzzo: “Hanno distrutto le Riserve della Pineta Dannunziana a Pescara e di Punta dell’Acquabella a Ortona (Chieti). – dichiara il delegato Filomena Ricci – Chiediamo un ripensamento del sistema di gestione dei roghi e un commisurato stanziamento di fondi in modo che la prevenzione antincendio diventi un obiettivo chiaro e fondamentale per la nostra Regione. Non si dovrebbe togliere neppure un euro alle strutture di presidio e di pronto intervento nel territorio che anzi andrebbero potenziate”. Invece no, l’Abruzzo ha un territorio sempre più infiammabile.
(da La Notizia)

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GRATTERI: “AVREMO PIU’ APPELLI PRETESTUOSI PER GUADAGNARE TEMPO”

Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile

INTERVISTA AL PROCURATORE CAPO DI CATANZARO SULLA RIFORMA CARTABIA, “LA PEGGIORE MAI APPROVATA”

Procuratore Gratteri, ha letto il nuovo testo della “riforma” Cartabia dopo le modifiche ottenute da Conte e dai 5Stelle? Quali sono i passi in avanti e i punti ancora preoccupanti?
Il passo in avanti è che, soprattutto nel regime transitorio fino al 2025, i termini massimi di 2 anni per l’appello e di un anno per la Cassazione inizialmente previsti sono raddoppiati per i reati “ordinari” e triplicati per i reati con l’aggravante mafiosa. E certamente un tempo maggiore per celebrare i processi di secondo e di terzo grado darà un po’ di respiro e consentirà di definirne di più, prima che scatti l’improcedibilità.
Ma?
Ma è proprio la struttura dell’improcedibilità il peccato originale di questa cosiddetta “riforma”. E prevedere un elenco di reati, peraltro neanche particolarmente corposo, per i quali è previsto un termine maggiore non fa venir meno “patologia” della legge Cartabia: quella di fissare un “termine-tagliola” senza tener conto del momento della commissione del reato, della data della sentenza di primo grado e della complessità delle indagini.
La ministra Cartabia dice che così si velocizzano i processi.
Non è vero: l’improcedibilità non li velocizza, anzi li moltiplica incoraggiando le impugnazioni strumentali ad allungare i tempi; si limita a “tagliare” il numero dei processi che potranno concludersi con un accertamento definitivo, vanificando le risorse umane ed economiche investite fino a quel momento, oltre a negare i legittimi desideri di giustizia di tanti cittadini. Se davvero qualcuno avesse voluto processi più rapidi, avrebbe dovuto almeno fissare un “contraltare” per bilanciare i danni ed evitare, almeno a lungo termine, lo sfacelo a cui andremo incontro.
Può farci qualche esempio?
Non so quante volte l’ho detto, inutilmente. Gl’interventi devono essere a monte, non a valle. Non bisogna fare arrivare questa valanga di processi in secondo grado. Serve un’imponente depenalizzazione di una serie di reati contravvenzionali, per cui è ben più adeguata una sanzione amministrativa, piuttosto che penale. Vanno potenziati e incoraggiati i riti alternativi, che invece saranno del tutto disincentivati da queste norme. Occorre un’incisiva riforma delle ipotesi di appello e di ricorso per Cassazione per evitare impugnazioni strumentali e pretestuose; un ampliamento delle ipotesi di estinzione con l’oblazione per i reati minori (come quelli edilizi di scarso impatto). Serve poi investire nel personale, almeno colmando le attuali carenze, ma anche una coraggiosa revisione della geografia giudiziaria. Ancora: è illogico non prevedere espressamente una cosa che a me pare ovvia, e cioè che l’improcedibilità non operi quando i ricorsi in appello e in Cassazione vengono dichiarati inammissibili e che quindi la sentenza di condanna passi in giudicato. Assurdo. Tutte queste soluzioni eviterebbero “intasamenti”. Ma mi pare inutile continuare a ripetere l’ovvio.
Molti l’han criticata per aver detto, sulla Cartabia modello base, che faceva rivoltare nella tomba Falcone e Borsellino.
Non ricordo di averlo detto. Tra l’altro negli ultimi anni Falcone e Borsellino di motivi per rivoltarsi nella tomba ne hanno avuti talmente tanti che questo sarebbe solo uno in più. Comunque mai come in questo caso la quasi totalità dei magistrati è assolutamente contraria a questa riforma. Per una volta sono riusciti a metterci quasi tutti d’accordo, questo merito glielo dobbiamo riconoscere.
La “riforma” è anche la cartina al tornasole per giudicare l’atteggiamento dei politici. Renzi ne è fra i più strenui tifosi, dopo aver proposto lei come ministro della Giustizia e averle affidato una commissione per la riforma del processo. Pensa che oggi lo rifarebbe?
Lui, non ne ho idea. Lo deve chiedere a Renzi. Io invece la commissione, chiunque me la proponesse, la rifarei subito, perché grazie alle persone che con me la componevano ha fatto un lavoro eccellente. Che però, salvo un’unica norma, non è stato preso in considerazione. Né da Renzi né da altri.
Anche Salvini la elogiava e la incontrava spesso: ora s’è opposto a qualunque modifica della Cartabia e propugna addirittura i referendum sulla giustizia. Come se lo spiega?
Mah, bisognerebbe chiederlo a Salvini.
Che idea si è fatto della competenza della ministra Cartabia?
Nessuna idea. Io so solo che non ha mai svolto la professione di avvocato, né quella di magistrato, ed essere giudice della Corte Costituzionale non ha nulla a che vedere con la celebrazione dei processi che facciamo tutti i giorni. Ma questo non conta: molti dei Guardasigilli degli ultimi anni non erano né avvocati, né magistrati. Tuttavia non posso che basarmi su quel che leggo e, da quel che leggo, la riforma Cartabia non porterà agli obiettivi dichiarati sulla carta. Quindi: o non si ha reale contezza della situazione, o l’obiettivo che si vuole raggiungere non è quello dichiarato.
La ministra, a Repubblica, ha dichiarato che la riforma attua il principio costituzionale di ragionevole durata del processo.
Un principio sacrosanto, un diritto inviolabile. Ma come si può pensare di attuarlo “tagliando” i processi? Ma lei crede che io non sarei ben più contento, da cittadino prima che da procuratore, che i processi arrivassero ad accertamento definitivo, di assoluzione o di condanna, in tempi rapidi? Ma quale operatore del diritto o cittadino non vorrebbe questo?
La ministra dice che l’impunità la creano i processi infiniti.
Su questo sono assolutamente d’accordo. Ma non sul fatto che l’improcedibilità ci darà sentenze definitive in tempi rapidi e giusti. L’unico effetto sarà di travolgere un enorme numero di sentenze di condanna, con tutto ciò che questo comporta anche sul piano general-preventivo.
Dice anche che i processi di mafia non rischiavano nemmeno col suo progetto originario, perché quelli con gli imputati detenuti hanno la precedenza.
I magistrati devono, perché lo impone il codice, rispettare dei termini nei processi con detenuti, che ora hanno pure una corsia prioritaria. Ma nel progetto originario, salvo quelli per stragi e omicidi, avevano la “tagliola” dopo 2 anni anche quelli. E poi gran parte dei processi di mafia sono a carico di imputati a piede libero. E così quasi tutti quelli “ordinari” ai “colletti bianchi”, agli imprenditori evasori, o per le morti sul lavoro: quelli, in base alla nuova normativa, non saranno prioritari e andranno in coda, quindi rischieranno di essere dichiarati improcedibili e le vittime di non avere giustizia.
La ministra dice pure che, nell’approntare la “riforma”, ha sempre ascoltato i magistrati.
Sarà vero, figuriamoci. Sicuramente non ha sentito i tanti che non la condividono. Intendiamoci: i magistrati non hanno alcun vantaggio o privilegio da difendere nell’opporsi alla riforma. Per i giudici di appello, e ancor di più per quelli in Cassazione, sarà molto più semplice chiudere i processi con l’“improcedibilità”, piuttosto che scrivere una sentenza di svariate pagine. Se ci opponiamo è solo perché abbiamo troppo rispetto per il nostro lavoro per restare in silenzio.
La Cartabia aggiunge che occorre un “diritto penale minimo” con pene alternative al carcere.
Detto in maniera così generica, non so cosa risponderle. Sicuramente, soprattutto per i tossicodipendenti – quota considerevole della popolazione carceraria – bisognerebbe realizzare più strutture terapeutiche: sono persone che vanno curate e aiutate, non rinchiuse. Vanno realizzate più REMS, più comunità per chi ha problemi psichiatrici, e se si tratta di reati minori certamente vanno favorite le pene alternative. Ma al contempo è necessario costruire nuove case circondariali e assumere altro personale penitenziario. Ma attenzione: non perché la mia aspirazione sia “riempire” le carceri; ma perché da un lato i detenuti devono poter espiare la detenzione, dal primo all’ultimo giorno, in maniera dignitosa; e dall’altro il sovraffollamento carcerario non può essere ogni volta la scusa per fare venire meno la certezza della pena. Il carcere di Bollate, che conta il minor numero di recidivi, non dev’essere l’eccezione, ma la regola. A tutti i detenuti va data la possibilità di lavorare, di imparare un mestiere, se necessario. Questo significa rieducare. Ma se non ci sono le strutture e il personale adeguato, è impossibile. In questo bisognava, e spero che almeno questo si faccia, investire parte dei fondi del Recovery per la giustizia.
Preferiva il dl Bonafede senza le aggiunte della Cartabia?
Preferivo che non venisse introdotta l’improcedibilità. Quindi sì, preferivo la riforma Bonafede. Ma le dirò di più: siccome questa è la peggiore riforma che ho mai visto, era meno peggio persino la vecchia prescrizione.
Quella di Berlusconi?
La ex Cirielli.
Lei su La7 ha dichiarato che la Cartabia è la peggior riforma che le sia capitata. Quali reazioni ha avuto?
Moltissime. La cosa che più mi ha colpito è che molti, soprattutto tra la gente che non appartiene al mio settore, ha bisogno di sapere che c’è qualcuno che si occupa degli ultimi. Ma gli ultimi sono tanti. Anche quelli che non hanno la forza di denunciare, o non conoscono i propri diritti, o pensano che le loro denunce non porteranno a nulla, o si sentono abbandonati e traditi. Per questi “ultimi” si potrebbe fare qualcosa, anche investendo denaro del Recovery.
Per esempio?
Per certe cose basterebbe poco, un po’ più di attenzione per recuperare credibilità. Un esempio concreto per farmi capire da tutti. Una persona che abita in Lombardia va in vacanza in Sicilia e viene rapinata o truffata o derubata. Se sporge denuncia e aiuta gli inquirenti a individuare il malfattore, quando dovrà andare a testimoniare dovrà anticipare le spese del biglietto aereo o ferroviario, poi fare una richiesta di rimborso riempiendo un modulo che dovrà richiedere, e solo dopo verrà rimborsato. Dopo mesi, se non anni. E se, come spesso avviene, non può tornare a casa in giornata, l’albergo se lo deve pagare a sue spese perché nessun rimborso gli è dovuto, nemmeno se è indigente. Ma le sembra accettabile trattare così una persona che fa il suo dovere di cittadino, prima di denunciare e poi di testimoniare al processo? E le pare possibile che un giovane interprete, che magari perde un’intera giornata in tribunale per una direttissima, poi venga pagato 30 euro, magari dopo mesi e mesi? Non crede che su questa, come su tante altre storture, si dovrebbe intervenire? Invece no. Voliamo alto e ci dimentichiamo dei piccoli, tanti problemi che allontanano i cittadini da noi.
Perché ha rinunciato a candidarsi a procuratore di Milano?
Anzitutto perché così posso restare ancora un po’ procuratore capo a Catanzaro, visto che nominare un capo a Milano è talmente urgente che il Csm dovrà necessariamente prendere una decisione in tempi brevi. Ma soprattutto perché, non potendo continuare a fare il procuratore in Calabria, che mai lascerei se potessi, ho deciso di puntare a un altro ufficio giudiziario, che credo rappresenti meglio il coronamento della mia carriera.
La Procura nazionale Antimafia?
Chissà…
(da Il Fatto Quotidiano)

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IL SALVINI “DRAGHISTA” FA FLOP IN TV

Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile

DA STAR INCONTRASTATA DEI TALK SHOW ALLA MISERIA DI MENO DI 600.000 TELESPETTATORI

Ricordate quando Matteo Salvini era la star incontrastata dei talk show? Con i conduttori che se lo disputavano, mani giunte e in ginocchio, neanche fosse Cristiano Ronaldo o Angelina Jolie?
A tal punto riconoscenti, se finalmente appariva, e abbacinati come i pastorelli al cospetto della Madonna di Fatima, da apparecchiargli intere trasmissioni, quanto è buono lei, perché si esibisse nei pallosissimi comizietti, impossibili da interrompere come un’emozione in luna di miele?
Be’, se vi siete dimenticati del Salvini superstar, poco male, visti gli ultimi, implacabili ascolti culminati, si fa per dire, con il Salvini superfiasco di sabato sera.
Quando, intervistato a In Onda da Concita De Gregorio, ha raccolto un ascolto, o meglio un pianto, del 3,83 % (597mila spettatori).
Quasi doppiato su Rete 4, alla stessa ora, da Stasera Italia, la trasmissione concorrente condotta da Veronica Gentili: 5,72-5,97% (916- 996mila spettatori).
Sono sfaceli che possono avere tra le varie concause il contesto televisivo, l’incombente concorrenza, anche televisiva, di Giorgia Meloni, percepita dal pubblico come più autentica e ruspante rispetto all’ex Capitano, criticato per le troppe parti in commedia, poco di lotta e troppo di governo.
Uno che nel non troppo fertile immaginario sovranista, viene accostato ai cacciatori di poltrone (argomento che la leader di FdI, per carità di destra, evita di sollevare).
Del resto, i fanatici del Salvini con la bava alla bocca dedito alla caccia all’immigrato, stentano a riconoscerlo: la mattina entusiasta di Mario Draghi, il pomeriggio che si vaccina e alla sera zitto e mosca sui parlamentari del Carroccio in piazza con i No-Vax e i No-Pass.
Può essere infine che, dài e dài, anche il nostro sia rimasto vittima della sindrome di Matteo Renzi, la cui sola visione comporta un’immediata pressione sul telecomando, e non certo per alzare il volume. Anche in questo i due Matteo sono gemelli.
(da Il Fatto Quotidiano)

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L’ALLENATORE DI JACOBS: “CHE TRISTEZZA IL FANGO SU MARCELL DAI MEDIA USA, HA FATTO SEI CONTROLLI ANTI-DOPING, NON SANNO PERDERE”

Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile

“ACCUSE INFAMANTI DA UN PAESE CHE NELLA VELOCITA’ HA IL PIU’ ALTO NUMERO DI DOPATI”

Ci hanno provato a sporcare la gioia dell’Italia per lo splendido oro di Marcell Jacobs nei 100 metri alle Olimpiadi di Tokyo.
Ci hanno provato americani e inglesi, con firme di autorevoli testate come Washington Post e Times a gettare lì mezze frasi sui mirabolanti progressi fatti dal 26enne velocista di Desenzano in pochi mesi: “Mai sceso al di sotto dei 10″03 prima del 2021, tempo che non gli sarebbe bastato nemmeno per accedere alla finale olimpica”.
Fango del tutto gratuito, non supportato da null’altro che invidia marcia del successo azzurro.
Parole che ricevono la risposta che meritano da parte dell’allenatore di Jacobs, l’ex triplista azzurro Paolo Camossi, che dal 2015 ha speso tutto se stesso per diventare tutt’uno col ragazzone nato ad El Paso e portarlo sul tetto del mondo, anzi sul monte Olimpo: “Le accuse di doping del Washington Post? Che tristezza, mi viene da sorridere – risponde al Messaggero – Con due record europei e due italiani in tre giorni, Marcell ha fatto praticamente 6 controlli anti-doping, e sono già 18 quest’anno. Queste insinuazioni non meritano risposta, anche perché vengono da un Paese che ha permesso a un atleta di arrivare alla squalifica per doping (parla del campione mondiale Christian Coleman, sospeso fino al 2022 per aver saltato due controlli, ndr), e che nella velocità ha il più alto numero di atleti bombati. Se uno migliora dev’essere per forza dopato? No, a meno che in un anno non metti dieci chili di muscoli e ti beccano positivo. La realtà è che non ci stanno a perdere. Sulla carta avevano l’oro in tasca con Trayvon Bromell, che neanche è entrato in finale; Ronnie Baker è arrivato quinto, e quello in teoria più debole, Fred Kerley, ha preso l’argento… Mi pare che finora l’unica squalificata per doping nell’atletica leggera sia una nigeriana (Blessing Okagbare, ndr), che si allena negli USA e con un americano”.
Camossi spiega qual è invece la realtà che sta dietro la crescita di Jacobs: “Abbiamo fatto la scelta di spostarci a Roma, dove ci sono condizioni climatiche migliori rispetto al Nord e un Istituto di scienza dello sport che sta attaccato al campo. Lavoriamo con la tecnologia: fotocellule, riprese in 3D, optojump… Dietro la vittoria di Tokyo 2020 c’è un lavoro durissimo. La verità è che gli americani non accettano l’oro di un italiano nato in Texas!”.
Quello che il tecnico non dice è poi il grande lavoro fatto sui problemi psicologici e sulla sfera personale del ragazzo, con la mental coach Nicoletta Romanazzi a spazzare via tutti i blocchi che impedivano a Jacobs di dare il meglio di sé, in primis il rapporto irrisolto col padre che lo aveva abbandonato da piccolo.
E poi c’è la serenità familiare con la compagna Nicole, dalla quale ha avuto i figli Anthony di 2 anni e Meghan di 10 mesi (ne ha anche uno più grande, Jeremy, avuto da una precedente relazione): “Anche la sua mental coach ha detto che l’armonia familiare in certe situazioni può fare la differenza. Io seguo il suo regime, ascolto ciò che gli serve e lo aiuto a stare bene. Alla fine è il suo lavoro, è quello che ci fa mangiare. Davvero lo hanno accusato di doping? Non riesco proprio ad arrabbiarmi, mi viene solo da ridere – spiega alla Gazzetta dello Sport – Marcell è fissato con l’atletica pulita, che parlino pure. Una cosa così ci non tocca…”.
Non poteva mancare anche una risposta più istituzionale, visto che si sta cercando di infangare il buon nome dell’Italia al livello più alto di fama planetaria: “Le considerazioni di alcuni vostri colleghi sono veramente fonte di grande dispiacere e anche imbarazzo sotto tutti i punti di vista – risponde a Radio Anch’io il presidente del CONI Gianni Malagò – Dispiace che qualcuno dimostri di non saper accettare la sconfitta. Parliamo di atleti che vengono sottoposti quotidianamente ai controlli antidoping e quando fanno un record tutto si raddoppia. Il numero dei test è impressionante. Per questo la mia è una difesa a spada tratta di Marcell”.
Quanto al diretto interessato, Jacobs spiega bene alla Gazzetta cosa c’è dietro il suo miracolo, che miracolo non è, ma il frutto di tantissimo lavoro, aggiunto al suo talento: “Da settembre ho fatto un lavoro fantastico con la mia mental coach e sono riuscito ad arrivare alla finale molto concentrato. Non avevo nulla da perdere e tutto da guadagnare. E pure a livello tecnico sono migliorato, merito del mio allenatore. Col mio staff siamo stati i migliori e ci meritiamo tutta questa gioia”. Sulla quale nessuno si deve più permettere di gettare ombre. Siamo i più veloci del mondo. Punto.
(da agenzie)

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REPORTAGE DA BORDO DELLA OCEAN VIKING, LE GRIDA DI GIOIA DEI MIGRANTI: “SIAMO SALVI”

Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile

24 ORE DI SALVATAGGI, UNO PIU’ IMPEGNATIVO DELL’ALTRO

È uno dei tristi record della Ocean Viking quello segnato nelle ultime 24 ore. Meno di ventiquattr’ore, in realtà, durante le quali si sono susseguiti cinque salvataggi, uno più impegnativo dell’altro.
Ci troviamo a bordo della nave della Ong Sos Mediterranee e stiamo navigando lungo la costa libica a nord di Zuara. È da lì che sono partite, probabilmente, tutte le imbarcazioni che sono state salvate e forse ne saranno partite molte altre probabilmente intercettate dalla guardia costiera libica. Non possiamo saperlo con certezza.
Sicuramente, però, i trafficanti di uomini hanno deciso di mandare a morire 400 persone, su un barcone di legno che ne avrebbe a stento potute contenere 100. Nessuna attrezzatura di salvataggio, nessuna attrezzatura di navigazione a bordo e un motore troppo piccolo per quel carico. Ovviamente dopo poco ha smesso di funzionare e la barca ha iniziato a imbarcare acqua rischiando, così, di ribaltarsi. Non potevano salvarsi in alcun modo.
Quando è arrivata la segnalazione, la Ocean Viking si trovava a quasi tre ore di distanza mentre la Sea Watch 3 era leggermente più vicina ma c’era una sola soluzione: coordinarsi e dividere i passeggeri.
Nessuna delle due navi umanitarie, con già molti naufraghi a bordo, avrebbe infatti potuto accogliere tutti. E così, con i rhib (i gommoni di salvataggio) abbiamo raggiunto l’obiettivo.
Sul posto è stato chiaro che la situazione era molto grave. La tensione è stata molto alta. E ci sono volute davvero molta forza, concentrazione, tempo, ed energia per gestire l’operazione. Ma è andata. In cinque ore, a bordo della Ocean Viking sono state messe in salvo 253 persone, per un totale di 449 passeggeri. Tra loro tanti bengalesi, eritrei, siriani
Ma la giornata è iniziata molto presto. Intorno alle 7,20, quando la motovedetta della guardia costiera libica si è accostata, i naufraghi hanno temuto che sarebbero presto ritornati nell’inferno libico. Poi forse la presenza dei due gommoni di salvataggio della Ocean Viking, già in acqua anche se a debita distanza, deve aver scoraggiato i libici dall’intraprendere una lunga trattativa. E sono andati via. A quel punto sono cominciate le operazioni di soccorso mentre i migranti, a bordo di un gommone pericolante e mezzo sgonfio, urlavano implorando salvezza.
Stabilizzata la situazione e dopo aver consegnato i giubbotti di salvataggio, i primi 57 sono stati spostati sulle due scialuppe di salvataggio della Ocean Viking e sono stati trasbordati sulla nave madre. Dalle 9 dalle 11,30 in poi si sono susseguiti altri tre salvataggi. Erano tutte imbarcazioni piccole e malandate: gommoni troppo sgonfi per sostenere il peso di tante persone, barchine in legno senza motore. Non sarebbero arrivate da nessuna parte. Due, tre gradini al massimo di una scaletta arancione a dividere il pericolo dalla salvezza.
Appena afferrate le mani dell’equipaggio a bordo della Ocean Viking, e rimessi i piedi su una superficie stabile, c’è chi alza le braccia al cielo per ringraziare Dio, c’è chi piange e c’è chi si lancia tra le braccia di qualcuno per stringersi forte e ci mettono qualche secondo a capire che sono salvi. “People, don’t panic, we will never came back to Libia”. E scoppia l’applauso.
(da TPI)

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LUANA D’ORAZIO NON HA INSEGNATO NULLA, ALTRA DONNA MORTA IN UN MACCHINARIO

Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile

AVEVA 40 ANNI, ERA DI ORIGINE MAROCCHINA, LASCIA UNA FIGLIA DI QUATTRO ANNI

Una donna di quarant’anni, Laila El Harim, ha perso la vita questa mattina intorno alle 8.30 in un incidente sul lavoro avvenuto in un’azienda, la Bombonette, che si trova in via Panaria a Camposanto, in provincia di Modena.
La donna era originaria del Marocco e residente nella Bassa Modenese. Lascia una figlia di quattro anni e il compagno.
La vittima sarebbe rimasta incastrata in un macchinario, pare una fustellatrice. L’allarme è stato dato dai colleghi ma purtroppo i sanitari del 118, immediatamente intervenuti, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso dell’operaia. I carabinieri e la medicina del lavoro si stanno ora occupando della ricostruzione dell’accaduto.
Non si tratta del primo infortunio mortale sul posto di lavoro. Prima della donna, già Luana D’Orazio, la ragazza morta a 22 anni risucchiata in un rullo dopo essere rimasta impigliata in una macchina che ordina i fili di un’azienda tessile in provincia di Prato. Questo ultimo incidente è la prova che bisogna ancora fare passi da gigante per garantire standard minimi di sicurezza e investire sul futuro dei giovani offrendo loro la possibilità di un posto di lavoro dignitoso e sicuro.
(da agenzie)

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L’UNGHERIA CI PRENDE PURE PER I FONDELLI: EVOCA L’USCITA DALLA UE QUANDO INCASSERA’ MENO SOLDI RISPETTO ALLA QUOTA CHE DEVE VERSARE

Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile

PER ALTRI DIECI ANNI INTENDE FOTTERSI I SOLDI EUROPEI CHE HANNO PERMESSO ALL’UNGHERIA DI RILANCIARE LA PROPRIA ECONOMIA

Nella battaglia a distanza tra Budapest e Bruxelles, l’Ungheria ora evoca anche la possibilità di riconsiderare la sua adesione all’Ue. Ne ha parlato il ministro delle Finanze, Mihaly Varga, alla tv ungherese Atv.
“La questione – ha dichiarato Varga – potrebbe assumere una nuova prospettiva nel momento in cui prevediamo di diventare contributori netti dell’Unione”, stimato entro il 2030, rientrando così tra i Paesi che versano al bilancio Ue più soldi di quanti ne ricevano.
Un’ipotesi ancor più plausibile “se gli attacchi di Bruxelles proseguiranno su scelte di valori”, ha detto il ministro. Cioè i “valori” del razzismo e della omofobia.
Grazie ai contributi europei gli ungheresi sono passati dall’avere le pezze al culo a una economia in crescita, avedo un saldo attivo tra la quota che versano e quelle che incassano dalla Ue.
(da agenzie)

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TRUMP HA RACCOLTO 102 MILIONI DI DOLLARI DI DONAZIONI, MA LI TIENE NELLE SUE TASCHE

Agosto 3rd, 2021 Riccardo Fucile

DOVEVANO SERVIRE PER “ROVESCIARE IL RISULTATO ELETTORALE”, LI STA IN PARTE USANDO PER PAGARE GLI STIPENDI AI SUOI COLLABORATORI, PER EVENTI E SPESE DI VIAGGIO

A sei mesi dall’uscita della Casa Bianca, Donald Trump ha nelle sue casse elettorali un bottino di 102 milioni di dollari.
Raccolti soprattutto galvanizzando i suoi sostenitori con le promesse, prima, di rovesciare i risultati elettorali e, poi, di sostenere suoi candidati repubblicani alle prossime elezioni
Ma, secondo un’inchiesta pubblicata oggi da Politico, tutti i super pac collegati all’ex presidente – Make America Great Again PAC, Save America PAC e Save America Joint Fundraising Committee – non hanno versato neanche un centesimo a gruppi e comitati a sostegno di candidati repubblicani.
E neanche stanno sovvenzionando il riconteggio in Arizona, che lo stesso Trump indica come la nuova strada per rovesciare la sconfitta elettorale del 2020.
Invece, Trump ha usato parte di questi fondi per pagare stipendi di collaboratori e consiglieri, eventi, spese di viaggio.
Mentre 8 milioni sono stati usati per pagare avvocati e studi legali che hanno portato avanti i ricorsi post elettorali.
Questi fondi sono stati usati anche per pagare le parcelle dei legali che hanno difeso Trump nel secondo processo di impeachment, per l’assalto al Congresso da parte dei suoi sostenitori.
Un milione di dollari, infine, è stato versato all’America First Policy Institute, think tank creato da suoi ex consiglieri dopo la sconfitta elettorale.
(da agenzie)

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