Destra di Popolo.net

AVANTI UN ALTRO: INDAGATO CONSIGLIERE REGIONALE DELLA CALABRIA ELETTO CON FDI PER SCAMBIO POLITICO-MAFIOSO

Agosto 6th, 2021 Riccardo Fucile

RECENTEMENTE ERA PASSATO A FORZA ITALIA

Oltre a Nicola Paris, finito agli arresti domiciliari per corruzione, c’è un altro consigliere regionale della Calabria indagato nell’inchiesta “Inter Nos” che ha fatto luce sugli appalti dell’Asp, affidamenti nel settore delle pulizie assegnati alle imprese ritenuto vicine alle cosche di Reggio Calabria, Melito Porto Salvo e Locri.
Si tratta di Raffaele Sainato, ex vicesindaco di Locri, subentrato in Consiglio regionale dopo l’arresto del consigliere regionale Domenico Creazzo, l’ex sindaco di Sant’Eufemia d’Aspromonte coinvolto nell’operazione “Eyphemos”.
Eletto con la lista di Fratelli d’Italia e oggi passato a Forza Italia, Sainato è indagato assieme a Nicola Paris per scambio elettorale politico-mafioso.
In particolare, nel fascicolo dell’inchiesta ci sono alcune intercettazioni in cui Paris e l’imprenditore Nino Chilà, coinvolto anche lui nell’indagine della Dda di Reggio Calabria, nel novembre 2019 hanno chiesto il sostegno elettorale prima a Silvio Floccari, ritenuto dagli inquirenti vicino alle cosche Cataldo e Cordì di Locri, e poi all’imprenditore Sergio Piccolo, oggi ai domiciliari.
Floccari e Piccolo avrebbero promesso a Paris e Chilà l’appoggio elettorale per il primo. Un sostegno, però, parziale perché Floccari e Piccolo erano impegnati impegnati, per le regionali 2020, secondo quanto é emerso dall’inchiesta, a sostenere la candidatura di Raffaele Sainato.
Dalle indagini della Guardia di finanza di Reggio Calabria, che ha registrato il dialogo con Floccari, emerge infatti che quest’ultimo “fosse impegnato per le regionali – riferiscono le fiamme gialle – con Raffaele Sainato”.
“A chi è venuto non gli ho potuto dire di no” è la frase di Floccari intercettata nella conversazione con Chilà e Paris al quale, comunque, lo stesso Floccari ha garantito il suo sostegno: “Qualcosa per voi c’è… voglio dire dieci, venti, trenta… riusciamo a toglierli da una parte e… metterli all’altra”.
Lo stesso sostegno sarebbe stato garantito anche dall’imprenditore Sergio Piccolo anche lui impegnato con Sainato. “È inutile che ci prendiamo in giro…- sono state le sue parole – quindi… gioia mia di quello che posso fare…”.
(da agenzie)

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IL LEGHISTA DURIGON VUOLE SOSTITUIRE FALCONE E BORSELLINO CON ARNALDO MUSSOLINI

Agosto 6th, 2021 Riccardo Fucile

IL POVERETTO PENSA DI CARPIRE IL VOTO DI QUALCHE SEDICENTE FASCISTA DA AVANSPETTACOLO CHIEDENDO IL CAMBIO DI NOME AL PARCO DI LATINA

Da quando Claudio Durigon è entrato a far parte del governo dei migliori, le cose per la Lega non sono andate benissimo. Ora il segretario all’economia del Carroccio ha lanciato una nuova edificante proposta per la sua Latina.
Ad ottobre anche il capoluogo pontino si troverà alle urne, e Durigon ha cominciato la sua campagna elettorale strizzando l’occhio a qualche sedicente fascista da avanspettacolo.
Come? Cancellando il parco Falcone e Borsellino per dedicarlo ad Arnaldo Mussolini, fratello del duce.
Durigon avrebbe presentato la proposta nel corso dell’incontro che si è tenuto negli scorsi giorni alla presenza di Salvini, accorso a Latina per la raccolta firme sul referendum della giustizia.
Secondo il leghista questo restituirebbe le origini a Latina, comune nato negli anni del fascismo con il nome di Littoria.
(da agenzie)

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SALVINI, MELONI E QUELLA DESTRA NORMALE CHE NON VEDREMO MAI

Agosto 6th, 2021 Riccardo Fucile

QUANDO MONTANELLI SCRIVEVA: “GLI ITALIANI NON SANNO ANDARE A DESTRA SENZA FINIRE NEL MANGANELLO”

Una destra che Indro Montanelli ha sognato una vita senza mai vederla. Lui, che era lontano da Dio, Patria e Famiglia, ripeteva amaramente: “Gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello”.
Poneva, con proverbiale intuito, il vero problema: gli italiani. Sono gli italiani a formare i loro governanti, a meritarseli, a vellicarli e a farsi vellicare; a premiarli, con i sondaggi in attesa delle urne, se agitano la piazza, se sanno coglierne e alimentarne il risentimento e la rabbia, anteponendo ogni forma di libertà a ogni forma di obbligo, il diritto al dovere, tutti diritti nessun dovere.
Giorgia Meloni gira il Paese, presenta il suo libro, si ferma a vergare le copie: “Alla patriota Francesca”, “Al patriota Marco”. Scrive patriota, persona votata all’esaltazione e alla difesa di un’idea nazionale e politica.
Nel 2021, mentre tutto ci chiede il contrario, l’apertura e non la chiusura, la contaminazione delle culture, con i giovani pronti a cambiare tre continenti in un anno, molti italiani smaniano dalla voglia di farsi nominare patrioti, come se fossimo perennemente in gara contro altri Paesi, mentre le sfide sono altre e altre sono le vittorie che dovremmo conquistare, altre le coppe da alzare al cielo.
Per un Mattarella e un Draghi che richiamano quotidianamente al senso di responsabilità, in un contesto da tragedia epocale che non ammette diserzioni e mal di pancia, ci sono agitatori in servizio effettivo permanente che al mattino votano nelle aule istituzionali, al pomeriggio si mettono alla guida di qualche ribellione, al mattino si vaccinano, al pomeriggio esprimono comprensione e vicinanza a chi non vuole vaccinarsi, al mattino si turano il naso e conservano la poltrona, al pomeriggio raccolgono gli applausi.
Un piede nel Palazzo, un piede fuori. Un occhio ai social, un occhio ai sondaggi.
Che dice Pagnoncelli? La Meloni ha scavalcato Salvini? È 0,2% sotto o sopra? Così può andare a farsi benedire chi sogna la destra dei padri e non dei patrioti, chi ha letto Einaudi e Aron, Prezzolini e Montanelli:
“Per me la destra non è una ideologia: è un modello di comportamento. Si può essere di destra anche a sinistra. Questo comportamento è il criterio rigoroso del servizio della vita pubblica”.
Mentre la sinistra, che non sta certo meglio, attende Godot, la destra fa baccano, governa e protesta, è contro la tessera verde ma vuole che i locali siano pieni di clienti. E se il virus torna a dilagare? Che importa. Ciò che conta è stare in testa ai sondaggi. Nel 2022 o nel 2023, se Dio, Patria e Famiglia vorranno, si tornerà a governare.
Da soli. E senza fare prigionieri. Lo vuole il popolo. Lo vogliono gli italiani.
(da Huffingtonpost)

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ITALIA DISARMATA CONTRO GLI INCENDI

Agosto 6th, 2021 Riccardo Fucile

IL SUD BRUCIA E I NOSTRI CANADAIR SONO DA ROTTAMARE… PER LE FRANE STANZIATO SOLO UN MILIARDO DEI 4 PREVISTI

Davanti agli incendi e alle frane che anche in questi giorni stanno seminando distruzione e disperazione in Italia, lo Stato ha le armi spuntate. I canadair per combattere contro i roghi sono ormai dei rottami e, mentre si parla tanto di transizione ecologica e di green economy, le risorse a disposizione per far fronte al dissesto idrogeologico sono un quarto di quelle necessarie.
Audito in Commissione ambiente alla Camera, il capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio, ha sottolineato che ‘’l’Italia è stata ed è tuttora spaccata in due’’ tra maltempo al nord e incendi al sud. Ma sui possibili rimedi arrivano subito le dolenti note. Lo stesso Curcio ha infatti specificato che la flotta aerea fondamentale per l’antincendio è da buttare.
“Va fatto un ragionamento da qui a qualche mese, anno – ha detto – in particolare per quello che riguarda i Canadair. La proprietà è del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco e insieme a loro stiamo ragionando su che proposte fare per l’ammodernamento della flotta visto che siamo quasi a fine vita utile dei mezzi”. E non è quello l’unico problema.
Il capo della Protezione civile ha infatti anche sostenuto che per completare gli interventi connessi con gli eventi di protezione civile di dissesto idrogeologico, e tra l’altro non per tutti, ma solo per quelli per cui è stata fatta la dichiarazione d’emergenza, da ottobre 2019 a dicembre 2020 è stato censito un fabbisogno di 4 miliardi di euro lo Stato ha soddisfatto in linea di massima soltanto circa un miliardo, tra Fondo per le emergenze nazionali e Fondo di solidarietà europeo.
“Rimangono tre miliardi – ha affermato – suddivisi da una parte nei danni a privati e aziende, dall’altra nella riduzione del rischio residuo, quantificato in quasi un miliardo e mezzo”.
Mentre la Sicilia continua a bruciare e il maltempo non dà tregua alla Lombardia, il capo dipartimento della Protezione civile ha assicurato che “sono centinaia le potenziali frane che si possono attivare e che sono anche mappate”.
“Questa ondata di maltempo – ha dichiarato – ha prodotto una serie di richieste da parte dei presidenti di Regione. Il Piemonte ha fatto richiesta di dichiarazione di stato di emergenza nazionale, così come la Lombardia e l’Emilia Romagna. Queste richieste sono attualmente in valutazione. Stiamo attendendo dalle regioni la prima documentazione e siamo disponibili anche a recarci sul posto per le verifiche”. Problemi dunque solo di risorse? No, anche di gestione.
E a non funzionare per Curcio al momento è proprio quella statale.
(da La Notizia)

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GREEN PASS OBBLIGATORIO PER I CLIENTI, MA NON PER I DIPENDENTI; TUTTE LE CONTRADDIZIONI DELLA CERTIFICAZIONE SOFT

Agosto 6th, 2021 Riccardo Fucile

CHE SENSO HA CHIEDERE IL GREEN PASS PER PRANZARE IN UN LOCALE SE NESSUNO CI ASSICURA CHE I DIPENDENTI NE SONO PURE LORO IN POSSESSO?

In attesa delle Faq del governo che chiariscano alcuni dei punti più “ostici” del Green pass, la certificazione verde – pur accolta con entusiasmo da molti – lascia dietro di sé alcune perplessità.
Perché non dovremmo esibire il Green pass all’ingresso di un centro commerciale – notoriamente, un luogo di assembramento – mentre se vogliamo mangiare in uno dei ristoranti all’interno, sì?
E ancora, perché non poter avere la certezza che anche camerieri e titolari di locali siano in possesso della certificazione come i clienti a cui la richiedono? Abbiamo raccolto alcuni punti critici, ancora tutti da risolvere.
1. Green pass per i clienti, ma non per i dipendenti
Sappiamo che per entrare nei locali al chiuso dovremo munirci di Green pass alla mano. Ma chi ci assicura che il dipendente della struttura che ci sta controllando abbia a sua volta la certificazione verde? Nel caso dei ristoranti, baristi, camerieri e personale di sala attualmente non sono obbligati per legge ad avere il Green.
L’obbligo potrebbe però entrare nel prossimo testo che il governo si prepara a varare. I sindacati chiedono che non vengano fatte discriminazioni o praticati demansionamenti a causa del rifiuto del vaccino, ma si cerca ancora una soluzione.
Peraltro – e questo uno dei dati che più preoccupa il governo – è proprio nella fascia di età tra i 40 e i 49 anni che si addensa la maggior parte dei lavoratori attivi, ma solo il 57,61 per cento ha concluso il ciclo vaccinale anti-Covid con due dosi o con la mondose di Johnson&Johnson (64% ha almeno una dose).
Ed è sempre in questa fascia di età – secondo quanto sostengono i tecnici – che sono più diffuse le resistenze o perplessità sulla vaccinazione. Tra i 50 e i 59 anni ha concluso il ciclo vaccinale il 69,85 per cento della platea interessata, tra i 60-69 il 77,94 per cento.
Come precisa il Consiglio Nazionale Consulenti del Lavoro, per i lavoratori ad oggi non solo non vige l’obbligo di presentare il Green pass, ma neppure la possibilità che il datore di lavoro lo richieda.
Il datore di lavoro, infatti, non può né imporre la somministrazione del vaccino (si veda l’art. 279 del D.Lgs. n. 81/2008, secondo cui il datore di lavoro prevede “la messa a disposizione di vaccini efficaci” senza poterne prevedere l’obbligo) né di effettuare test sierologici o tamponi molecolari (si veda l’art. 5 L. n. 300/1970 secondo cui “sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente”).
Pertanto, all’interno delle attività interessate i lavoratori dovranno attenersi scrupolosamente ai protocolli anti-contagio aziendali, utilizzando mascherina, gel lavamani e tutte le ulteriori misure anti-contagio adottate dal datore di lavoro.
2. Green pass nei centri commerciali no, nei ristoranti dei centri commerciali sì
Sono contraddizioni di questo tipo a far storcere il naso persino ai favorevoli al Green pass. Per andare al centro commerciale – per antonomasia luogo di assembramento – non è obbligatorio avere il Green pass: il governo infatti ha deciso di non inserire queste attività, insieme ai supermercati e a tutte le tipologie di negozi, all’interno di quelle per cui si rende necessario il documento verde, tuttavia in alcune situazioni bisognerà averlo.
Le cose cambiano infatti nel momento in cui si accede all’area ristoranti. Per sedersi al tavolo e bere un caffè o consumare un pasto sarà obbligatorio avere il Green pass. All’interno del Decreto infatti viene precisato che la certificazione verde è indispensabile per accedere a tutti i “servizi per la ristorazione svolti da qualsiasi esercizio per consumo al tavolo al chiuso”, e dunque anche nei centri commerciali. Come per i bar però non sarà necessario nel caso in cui si consumi al bancone e nemmeno se i ristoranti del centro commerciale dispongono di tavoli all’aperto.
3. Green pass in treno e aereo sì, in metro e bus no
Il governo tornerà sul tema trasporti, sul quale, al momento, permane un grande paradosso: presto ci vorrà il Green pass per salire su un qualsiasi aereo, anche per una tratta interna di 40 minuti, dove il filtraggio dell’aria è garantito al 98 per cento. Lo stesso sui treni a lunga percorrenza.
Ma resterà libero l’accesso su autobus urbani, metropolitane e treni regionali dove si viaggia in condizioni di affollamento e dove, dunque, le occasioni di contagio restano ad altissimo rischio. Bisognerà trovare una soluzione per il controllo della certificazione verde anche su questi mezzi, pure se al momento si brancola nel buio.
4. Green pass nelle scuole, ma sussistono le classi pollaio
Questa è la perplessità che emerge dal mondo della scuola. L’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici (ANDIS) ha affermato di accogliere con favore la certificazione verde, ma ha anche espresso dei dubbi. Per affrontare al meglio l’emergenza Covid ci sarebbe bisogno di altro, a parte il Green pass.
“Per garantire la ripartenza della scuola in presenza e in sicurezza – sottoscrive Andis – l’associazione propone di avviare una campagna di informazione scientifica per “velocizzare la vaccinazione degli studenti over 12; screening regolari e sistematici per gli studenti non vaccinati; indicazioni operative chiare per i Dirigenti scolastici; misure efficaci per affrontare le situazioni delle classi numerose e degli spazi ridotti (organico COVID – edilizia leggera – locali alternativi – trasporti dedicati – impianti di sanificazione dell’aria); riorganizzazione del tracciamento da parte delle strutture sanitarie”.
5. Mangiare all’aperto senza Green pass si può, assistere ad un evento culturale all’aperto no
Supponiamo di stare consumando la nostra cena in un ristorante o in una pizzeria che ha dei tavoli all’aperto. Non dovremo esibire il Green pass.
Ma se nella stessa piazza vorremo spostarci a seguire un evento (non per forza con migliaia di spettatori), come un cinema sotto le stelle o un’esibizione teatrale, potrà esserci richiesta la certificazione.
Anche per accedere a siti culturali all’aperto, dal Colosseo al Teatro greco di Taormina, d’ora in avanti occorrerà avere la certificazione verde. E i titolari di queste attività protestano: perché mangiare una pizza in una tavolata all’aperto senza mascherina non è pericoloso e invece guardare un film all’aperto con obbligo di mascherina e distanziamento è giudicato più rischioso?
(da agenzie)

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NEI GRUPPI TELEGRAM VICINI A IO APRO LA MAPPA DEI LOCALI CHE NON CHIEDONO IL GREEN PASS

Agosto 6th, 2021 Riccardo Fucile

CENTINAIA DI RISTORANTI, PALESTRE E BAR: OTTIMA IDEA, COSI’ LA POLIZIA NON PERDE TEMPO A FARLI CHIUDERE… IO APRO : “NON E’ UNA NOSTRA INIZIATIVA”

Quasi 300 ristoranti. Oltre 200 bar. Circa 50 fra palestre e centri per il fitness. Tutte ripartite per categoria, tutte geolocalizzate su una mappa, tutte ben indicate con nome e indirizzo.
E tutte accomunate da una caratteristica: per entrare non serve il Green pass. Oggi è il giorno della certificazione per bar e ristoranti. Per consumare all’interno dei locali, senza fermarsi al bancone, è necessario mostrare il Green pass.
I gruppi Telegram vicini alla rete Io Apro sono in fermento. Sono gruppi nati sulla scia del movimento ufficiale Io Apro, formalmente non riconosciuti dagli organizzatori.
In uno di questi, nato IoApro Milano e ora ribattezzato Aperti e Liberi – Milano, da questa mattina circolano indicazioni sui locali che hanno scelto apertamente di non chiedere il Green pass. «Segnalo ottimo ristorante a Legnano che ha scelto di essere libero». O anche: «Questa pasticceria non chiede il Green pass per entrare e vuole farlo sapere».
Uno degli utenti ha raccolto tutte queste segnalazioni in una mappa. Ci sono quasi mille luoghi registrati in tutta Italia. Si va dai ristoranti ai bari, dai cinema alle palestre, passando anche da centri medici e cantine per la degustazione.
Il file si chiama APERTI E LIBERI, ed è in continuo aggiornamento. In questi luoghi, viene spiegato, è possibile accedere senza Green pass. Circola anche un video con l’intervista a Gianfranco Passerò, un barista di Alghero in Sardegna che ha appeso un cartello sul suo locale in cui paragona il Green pass alla stella di David con cui venivano identificati gli ebrei nei campi di sterminio:
«A suo tempo il divieto di ingresso nei locali pubblici per gli ebrei fondava su convinzioni scientifiche sbagliate, li si riteneva un pericolo per la purezza della razza, ora siamo nuovamente di fronte a un’imposizione fondata su ragioni non scientificamente dimostrate».
Non è chiaro però come sia stato stabilito ristoranti c’è un richiamo diretto a un post sui social in cui il titolare ha chiarito di non voler chiedere alcune certificazione. Per altri basta un sentito dire, una segnalazione degli utenti e si viene inseriti nella mappa. Saranno gli amministratori a decidere, come viene spiegato in chat: «Come fa un locale ad aderire è quindi finire sulla piantina?». «Comunicandolo qui. Gli admin che leggono inseriranno in mappa».
Il censimento però non si limita a chi non vuole rispettare il decreto del Governo. Sulla mappa ci sono anche i locali che invece chiedono il Green pass, segnati in grigio.
Umberto Carriera, leader del movimento IoApro, ha preso le distanze da questa mappa e da chi l’ha creata: «L’unico profilo Telegram che possediamo – dice Umberto Carriera, leader del Movimento IoApro – è quello che riporta il nome “Ioaproofficial” e mai abbiamo boicottato i ristoratori favorevoli al Green pass”
(da agenzie)

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INTERVISTA ALLA VELOCISTA TIMANOVSKAJA: “IN BIELORUSSIA MI ASPETTAVANO IL CARCERE O L’OSPEDALE PSICHIATRICO”

Agosto 6th, 2021 Riccardo Fucile

L’ATLETA E’ STATA SALVATA DALLA POLIZIA GIAPPONESE ALL’AEROPORTO MENTRE LE AUTORITA’ BIELORUSSE CERCAVANO DI RIMPATRIARLA CON LA FORZA, ORA VIVE SOTTO SCORTA A VARSAVIA

La conversazione sta per iniziare quando Kristina Timanovskaja chiede di rinviarla di altri cinque minuti per riprendere fiato. L’atleta bielorussa di 24 anni arriva al luogo dell’incontro a Varsavia circondata da agenti di polizia e ha bisogno di una pausa dopo aver vissuto in prima persona un terremoto politico internazionale .
“Erano le mie prime Olimpiadi e me le hanno portate via”, lamenta la velocista nella prima intervista concessa dopo essere arrivata a Varsavia a un gruppo di giornali: El País, Gazeta Wyborcza e Die Welt, che fanno parte dell’alleanza editoriale Lena.
È giovedì ed è arrivata da solo poche ore in Polonia, dove è stata accolta dopo aver rifiutato di essere rimpatriata a Minsk dai Giochi di Tokyo 2020 a cui ha partecipato, per paura di ritorsioni per essersi lamentata dei suoi allenatori su Instagram
I problemi dell’atleta sono iniziati lo scorso fine settimana. Ma non per aver criticato le politiche repressive del regime di Aleksandr Lukashenko, che ha fatto ricorso alla mano pesante per mettere a tacere le proteste dell’opposizione esplose un anno fa per aver considerato fraudolente le elezioni che mantengono al potere il contestato presidente.
Le lamentele di Timanovskaja sono arrivate dopo che il Comitato olimpico bielorusso l’aveva iscritta a una competizione per cui non si era allenata. Tanto è bastato perché provassero a metterla con la forza su un aereo per Minsk domenica scorsa, ma l’atleta 24enne ha cercato aiuto e ha trovato rifugio all’ambasciata polacca a Tokyo, da dove mercoledì è volata a Vienna e poi a Varsavia.
Secondo il regime di Lukashenko, la velocista soffre di “disturbi mentali”. Timanovskaja afferma invece che, se fosse stata riportata in Bielorussia, avrebbe rischiato la prigione o il ricovero forzato in un ospedale psichiatrico.
Adesso, insieme al marito, è sotto la protezione di un visto umanitario in Polonia e non sa quando potrà tornare a casa. La sua speranza è di rivedere presto i suoi genitori. Ma per ora non potrà esaudire questo desiderio: Lukashenko ha ordinato la chiusura del confine con la Polonia.
Dovrebbe essere ai Giochi olimpici di Tokyo in questo momento e invece si trova a Varsavia. Avrebbe mai pensato che ciò potesse accadere?
“Nient’affatto. Non avevo in programma di venire in Polonia. Sono stata spesso in questo Paese come turista. Ma non avrei mai pensato che avrei deciso così in fretta di venire qui o, meglio, di fuggire. Avevo altri programmi per il futuro. Al ritorno da Tokyo, io e mio marito volevamo andare a trovare i nostri genitori, viaggiare, lavorare al nostro nuovo progetto di fitness e iscriverci a corsi sportivi professionali. Sono ancora sotto shock e ancora non ho capito cosa sta succedendo”.
Si sente sicura in Polonia?
“Sì, almeno sono riuscita a dormire un po’. Nei giorni precedenti non avevo chiuso occhio. Ma quando i diplomatici polacchi in Giappone hanno iniziato a prendersi cura di me, ho capito che tutto sarebbe andato bene. Sono sotto la protezione delle autorità polacche e della diaspora bielorussa. Sono sana, forte, solo un po’ scioccata”.
Quando ha capito che un ritorno in Bielorussia sarebbe stato per lei pericoloso?
“Il giorno in cui il personale del Comitato Olimpico Nazionale (Nok) mi ha accompagnato all’aeroporto, alcuni membri della nostra squadra sono venuti a trovarmi la mattina presto. L’allenatore e gli uomini del Nok continuavano a dire che dovevo andare a casa, che dovevo fare subito i bagagli, e che, se avessi tentato di fuggire e dunque avessi agito contro la volontà delle autorità, mi sarei dovuta aspettare conseguenze serie. A quel punto era già chiaro che i rappresentanti di livello superiore avevano preso una decisione. Successivamente sono stata visitata da uno psicologo, un uomo che ha cercato di farmi pressione e che mi ha spaventato. Mi ha detto più volte che avevo problemi alla testa e ha cominciato a dirmi cose incomprensibili sugli stati maniacali. Ha spiegato che persone in una condizione come la mia sono inclini al suicidio”.
Poi è cominciata la propaganda televisiva?
“Era già in corso. Ho appreso dai miei genitori che c’era del materiale su di me alla televisione di Stato che mi descriveva come una personalità disturbata in cattive condizioni di salute mentale, che danneggiava l’intera squadra. I miei genitori poi mi hanno detto che non potevo tornare in Bielorussia. Mi sono fidata di loro. Ho pensato che forse qualcuno li aveva contattati e li aveva avvertiti che ci sarebbero stati problemi per me al mio ritorno”.
Che genere di problemi?
“Forse sarei stata rinchiusa in una prigione o in un ospedale psichiatrico, se avevano già costruito una storia del genere”.
E tutto questo solo per il suo video su Instagram?
“Certo, ho registrato il video sull’onda dell’emozione. Non ci ho riflettuto molto. Poi più tardi, quando sono stata minacciata, l’ho cancellato. Ma non era una dichiarazione politica. Ero solo indignata per la decisione dei funzionari e degli allenatori bielorussi che, senza preavviso, volevano mettermi a gareggiare in una disciplina per la quale non mi ero mai allenata. Quando ho cercato di spiegarlo, hanno ignorato i miei messaggi anche se ho visto che li avevano letti e qualcosa si è rotto in me. Ho sentito che non avevano alcun rispetto per gli atleti, per il mio lavoro e per l’impegno che metto nello sport e che si vede quando rappresento il nostro Paese. Mi sono espressa in questo modo perché ho sempre parlato apertamente della mia vita e dei miei sentimenti su Internet. Non pensavo che questa vicenda, che riguarda lo sport, sarebbe diventata uno scandalo politico internazionale. Né immaginavo che all’aeroporto mi sarei rivolta a un ufficiale di polizia giapponese con una frase del dizionario online: “Aiuto, stanno cercando di portarmi via con la forza! Sono in pericolo!”.
Se potesse tornare indietro nel tempo, lo rifarebbe?
“Penso che alzerei la voce su questo tema. Forse non in questo modo. Forse in modo meno emotivo, ma non tornerei indietro nel tempo. Se se mi fossi espressa in modo più moderato, non so se avrebbe portato altre conseguenze”.
Era in pericolo. Ma ora ha perso qualcosa che molti sportivi sognano: la partecipazione alle Olimpiadi.
“Mi fa molta rabbia. Mi hanno rubato la mia occasione. Mi preparo ai Giochi da cinque anni. Non è stata una passeggiata. Oltre allo sforzo quotidiano, alla dedizione e alla disciplina, ci sono state altre difficoltà: infortuni, malattie, compreso il coronavirus, e ho cambiato allenatore. L’allenamento è stato difficile, ma sapevo di avere un obiettivo: correre i 200 metri meglio che potevo. Volevo solo questo. Questa doveva essere la mia prima Olimpiade e me l’hanno portata via”.
Inizialmente voleva trasferirsi in Austria. Ora rimarrà in Polonia?
“Venerdì incontrerò i rappresentanti del Comitato olimpico polacco. Poi si deciderà se potrò continuare la mia carriera sportiva e a quali condizioni. Pensavo all’Austria, perché lì vive il mio allenatore. Ma la Polonia ha risposto più rapidamente di tutti, mi ha offerto un visto umanitario, protezione e aiuto. Inoltre, i miei genitori mi hanno detto di scegliere la Polonia. Vivono a Brest, che è molto vicina. Possono venire a trovarmi. Anche qui ho molti amici. Una parte di loro si è trasferita di recente dalla Bielorussia. Ho la sensazione che non resterò qui da sola”.
Come hanno reagito gli altri atleti? Il saltatore in alto Maksim Nedasekau, bronzo a Tokyo, sembra essere molto critico nei suoi confronti. Ha detto che lei è presuntuosa e che merita questo destino.
“Dopo la mia partenza, non ho avuto contatti con gli atleti del Villaggio olimpico. Forse non potevano parlare con me. Non lo so. Non mi pento di nulla. Molti devono ancora entrare in gara. Non possono restare coinvolti in una situazione del genere e lasciarsi distrarre. Ora devono pensare prima di tutto a loro stessi. Tuttavia, molti altri atleti bielorussi mi hanno scritto e mi hanno espresso la loro solidarietà. Per quanto riguarda Maksim, posso solo dire che mi congratulo con lui per la medaglia. È un atleta fantastico. Non posso dire lo stesso di lui come persona”.
Suo marito ha reagito rapidamente. Ha preso la decisione di lasciare il Paese nel giro di una mezz’ora. E i suoi genitori?
“Voglio solo precisare che non sapevo nemmeno che mio marito avrebbe lasciato la Bielorussia. L’ho scoperto quando era già a Kiev. Dopo la mia dichiarazione, ha avuto la sensazione che non sarei tornata in Bielorussia e che anche lui fosse in pericolo. I miei genitori sono rimasti a casa. Mio padre ha una malattia cardiaca. Tutta questa situazione ha contribuito al peggioramento delle sue condizioni. Sono in costante contatto con lui”.
Nonostante tutta questa storia, continua a dire di non essere coinvolta in politica.
“Sono una donna sportiva. Non so niente di politica, non mi sono mai interessata alla politica. Non ho mai detto nulla sul tema della nostra leadership. Lo sport dovrebbe funzionare al di fuori della politica. Ho sempre cercato di tenermene fuori il più possibile. Mi sono allenata, lo sport è tutta la mia vita. Questo è ciò su cui mi sono concentrata”.
L’anno scorso molti atleti bielorussi si sono schierati con l’opposizione, hanno rilasciato dichiarazioni contro i brogli elettorali e contro la violenza.
“L’anno scorso, durante le proteste, è stato molto difficile. Quello che è successo mi ha fatto male, tanto che ho dovuto interrompere in anticipo una competizione. Non è che non vedessi o non volessi vedere cosa stesse succedendo. Mi sono espressa pubblicamente, ho pubblicato un post su Instagram in cui condannavo l’uso della violenza contro i manifestanti pacifici. Sono contro ogni tipo di violenza”.
E gli altri atleti? Ricevono minacce?
“Non lo so. Non posso garantire per gli altri. A me è successo per la prima volta”.
Aleksander Opeikin, presidente della Federazione bielorussa per la solidarietà sportiva, alla quale ha chiesto aiuto, ha dichiarato in un’intervista a “Gazeta Wyborcza” che gli atleti bielorussi sono oggi più minacciati che mai.
“Senza dubbio. Gli atleti pensano sempre molto a che cosa dire in Bielorussia perché possono esserci conseguenze spiacevoli. Questa volta non mi sono trattenuta… fortunatamente o purtroppo”.
Ora sarai un’atleta coinvolta in questioni politiche?
“No. Una persona che non conosce la politica non dovrebbe occuparsene. Tutto quello che voglio fare è continuare la mia carriera sportiva”.
Il rapimento di Roman Protasevich, questa settimana il sospetto omicidio di un attivista dell’opposizione bielorussa a Kiev: fino a che punto si spingerà il regime in Bielorussia?
“È una domanda difficile. Seguo le notizie, conosco questi episodi, ma non sono in grado di valutare la situazione.”
Se Aleksandr Lukashenko le desse la garanzia che non le succederebbe nulla, tornerebbe a casa?
“Mia madre mi ha già detto che qualcuno le ha fatto un’offerta. Non posso dire se provenissero dall’amministrazione del Presidente, soprattutto in questi tempi in cui ci sono così tante false informazioni. Ma nella situazione attuale non credo di poter tornare in Bielorussia”.
Quando tornerebbe? E in che tipo di Paese?
“Quando, non lo so. Ma so che dovrebbe essere un Paese sicuro”.
(da agenzie)

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“ORO PER LA GRAN BRETAGNA…NOOOO, E’ ITALIA”: IL TELECRONISTA INGLESE MASTICA AMARO

Agosto 6th, 2021 Riccardo Fucile

AVEVA ASSAPORATO LA VITTORIA, MA NEANCHE STAVOLTA “IT’S COMING HOME”

E no. Neanche stavolta it’s coming home. La storia della medaglia d’oro della staffetta 4×100 del quartetto azzurro formato da Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu e Filippo Tortu è sicuramente l’argomento più discusso in queste ultime ore della trionfale spedizione italiana a Tokyo 2020.
Ma è anche quella che dà modo di valutare – in un mondo sempre più globalizzato – le varie reazioni del mondo dei media a un evento su cui tutto il mondo aveva gli occhi puntati. E fa sorridere, a quest’Italia diventata la vera e propria bestia nera dell’estate 2o21, dell’Inghilterra (a livello calcistico) e della Gran Bretagna negli altri sport.
Il telecronista che si occupa di atletica per Eurosport UK ci stava credendo davvero tanto, negli ultimi sessanta metri.
Tanto da chiedersi Is it gonna be gold for Great Britain? («Sarà oro per la Gran Bretagna?»). Poi, Filippo Tortu, con un colpo di reni eccezionale, va a sgomberare il campo da qualsiasi dubbio.
E allora, non resta che registrare l’ennesimo disappunto di questa estate inglese e britannica (soprattutto nei confronti diretti con l’Italia dello sport): «Noooooo, it’s Italy». Neanche stavolta è tornata a casa.
(da agenzie)

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CHI E’ FILIPPO TORTU, L’ITALIANO CHE HA SUPERATO L’INGLESE NELL’ULTIMA FRAZIONE DEI 4 X 100

Agosto 6th, 2021 Riccardo Fucile

NEL 2018 AD APPENA 20 ANNI HA INFRANTO IL RECORD STORICO DI MENNEA CHE RESISTEVA DAL 1979

Ci ha pensato l’Italia, dopo 17 anni, a riportare in Europa l’oro olimpico della staffetta 4×100. Tutto merito di Lorenzo Patta in prima frazione, Marcell Jacobs (neo campione olimpico dei 100 metri) in seconda, Eseosa Desalu in terza e Filippo Tortu in quarta. Lo ′ Shinkansen azzurro’ – dal nome del treno ad alta velocita’ del Giappone – ha tagliato il traguardo facendo segnare un crono davvero stellare, 37″50, primato nazionale a soli 14 centesimi dal primato europeo.
Nell’ultima frazione ha superato l’inglese Nethaneel Mitchell-Blake mettendo a segno la vittoria per l’Italia, lasciando alle spalle la Gran Bretagna con 37″51 e il Canada con 37″70.
Filippo Tortu è uno dei “magici quattro” che hanno messo a segno l’impresa della medaglia d’oro nella staffetta 4×100 delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Nato a Milano il 15 giugno del 1998 da padre sardo e madre lombarda, è stato e sarà per sempre il primo velocista italiano a scendere sotto i 10″ nella gara regina dell’atletica leggera: i 100 metri piani.
Filippo Tortu inizia a praticare atletica leggera nel 2006 all’età di otto anni, nella Polisportiva Besanese, storica società di Besana in Brianza. Già nel 2010 e 2011 arrivano le prime vittorie di rilievo con i successi nelle categorie prima e seconda media. Per lui c’è il titolo di ragazzo più veloce di Milano ed è quello il momento in cui decide di dedicarsi definitivamente all’atletica allenato dal padre Salvino, ex velocista.
Nel 2013 vince gli 80 metri ai campionati italiani cadetti con il tempo di 9″09, mentre l’anno successivo si laurea campione italiano under 18 dei 200 metri con 21″42. La prima grande delusione arriva però ai Giochi olimpici giovanili di Nanchino 2014, quando nel corso delle batterie dei 200 metri, cade sulla linea d’arrivo rompendosi entrambe le braccia e non potendo quindi disputare la finale.
Nel 2016 si aggiudica a Rieti il suo primo titolo italiano assoluto, vincendo la finale dei 100 metri in 10″32 davanti a Federico Cattaneo (10″40) e Massimiliano Ferraro (10″44). Nello stesso anno, a luglio, partecipa ai Mondiali under 20 di Bydgoszcz, dove conquista la medaglia d’argento nei 100 metri giungendo secondo con il tempo di 10″24.
Nel 2017 migliora per due volte il primato italiano juniores dei 60 metri indoor al meeting di Magglingen, in Svizzera. Filippo corre le batterie in 6″67, abbassando di un centesimo il precedente record detenuto da Pierfrancesco Pavoni e risalente al 1982. Poi, in finale, lo migliora ulteriormente a 6″64.
Nel 2018, dopo aver migliorato il proprio record personale dei 60 metri indoor con 6″62, il 23 maggio, al meeting di Savona, porta il suo primato personale dei 100 metri a 10″03: è la seconda miglior prestazione italiana di sempre, davanti a lui c’è solo il 10″01 di Pietro Mennea.
Meno di un mese dopo, il 22 giugno 2018, al Meeting de Atletismo Madrid, diventa, a vent’anni appena compiuti, il primatista italiano dei 100 metri piani con il tempo di 9″99. Viene così battuto il precedente record di Pietro Mennea che resisteva dal 1979: è Filippo Tortu il primo italiano della storia capace di scendere sotto i 10″ sulla distanza regina.
Il 24 maggio 2019, poche settimane dopo aver ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica italiana, Filippo Tortu torna a correre sotto i 10″ alla “Fastweb Cup” di Rieti, quando vince i 100 metri con il tempo di 9″97. La prestazione non è però omologabile a causa del forte vento a favore (+2,4 m/s).
Quello stesso anno, a settembre partecipa ai Mondiali di Doha sulla distanza dei 100 metri piani arrivando terzo in batteria con 10″20, poi terzo anche in semifinale in 10″11 e qualificandosi alla finale che corre in 10″07: è il settimo posto mondiale
Il 2020 si apre per Tortu con una grande prestazione ad Ancona dove conquista il titolo di campione italiano assoluto indoor sui 60 metri piani con il tempo di 6″60. Stagione che però andrà avanti senza grandi acuti e con diversi problemi fisici.
Nel 2021, anno che a causa della pandemia diventa quello delle Olimpiadi, Filippo Tortu perde il record nazionale dei 100 metri piani a favore di Marcell Jacobs. Il classe ’94 nato in Texas da madre italiana ottiene uno strepitoso 9″95 al meeting di Savona il 13 maggio.
(da agenzie)

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