Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
LEADER SOVRANISTI SMENTITI DAI LORO STESSI SINDACI
Il leit motiv è sempre il solito: l’Italia non può permettersi di accogliere decine di
migliaia di persone, i centri di accoglienza stanno esplodendo, altri Paesi non stanno facendo nulla.
E ovviamente non poteva mancare un grande classico salviniano: i profughi potenziali terroristi. “Corridoi umanitari per donne e bambini in pericolo certamente sì. Porte aperte per migliaia di uomini, fra cui potenziali terroristi, assolutamente no”, ha dichiarato ieri Matteo Salvini.
Ma stavolta, di fronte al disastro umanitario che si sta consumando in Afghanistan, non è il caso di calcare troppo la mano e blaterare di negare la protezione umanitaria a chi davvero in queste ore sta vivendo l’inferno.
Anche perché il leader della Lega non solo si scontra con la ferma volontà del premier Mario Draghi, che ha esplicitamente affermato che “il futuro per l’Italia è fatto di difesa dei diritti fondamentali, di difesa dei diritti delle donne, di protezione di tutti coloro che si sono esposti in questi anni nella difesa di questi diritti in Afghanistan”, ma anche con i sindaci del suo stesso partito
A partire da quello di Ferrara, Alan Fabbri (nella foto): “Siamo pronti a fare la nostra parte. Di fronte alla catastrofe umanitaria in Afghanistan daremo come ente locale la massima disponibilità per salvare vite, a partire da donne e minori”, le parole di Fabbri. E ancora: “Come sindaco, come cittadino, sono pronto a dare un contributo e a mettere in campo la massima collaborazione, nel limite delle possibilità che possiamo offrire, per sottrarre i civili esposti alla barbara azione degli estremisti islamici”.
Ma nei territori quella del primo cittadino di Ferrara non è una posizione isolata, l’atteggiamento di Salvini crea imbarazzo negli amministratori locali di centrodestra un po’ ovunque.
“Il Comune di Genova sta analizzando ogni strada possibile, in accordo con Prefettura, Anci e Regione Liguria, per essere in grado di accogliere i profughi afghani attivando le strutture di ricovero in accordo con quelle che saranno le direttive che arriveranno dal Governo. Riteniamo sia dovere della nostra amministrazione intervenire per poter aiutare i profughi che decideranno di lasciare il loro Paese minacciati da una nuova dittatura”, così il sindaco Marco Bucci e anche in Piemonte il presidente regionale Anci e sindaco (di centrodestra) di Vercelli, Andrea Corsaro conferma l’impegno dei comuni piemontesi che “di fronte alla tragedia afghana sono pronti a dare il loro contributo di solidarietà e accoglienza, come non hanno mai mancato di fare”.
E, in netta contrapposizione con l’intenzione del segretario federale della Lega di operare dei distinguo su chi aiutare e chi no, chi accogliere perché ha collaborato nei vent’anni di presenza delle forze della coalizione occidentale e chi invece va lasciato al proprio destino nel Paese riconquistato dai talebani perché potenziale terrorista, ha sottolineato: “Non saremo noi sindaci nel momento dell’accoglienza a fare la differenza tra chi ha collaborato con le autorità italiane e chi comunque fugge da una situazione che è sotto gli occhi del mondo”.
Dino Latini, presidente del Consiglio regionale delle Marche – Regione guidata dall’esponente di FdI Francesco Acquaroli – ha annunciato che nella prima seduta di settembre dell’Assemblea presenterà una specifica mozione per “prendere l’impegno formale per azioni concrete di solidarietà ed accoglienza per i profughi e, in particolare, per le profughe afghane”, ricordando come “lo spirito di accoglienza e di aiuto incondizionato verso chi si trova in difficoltà sia uno degli aspetti peculiari della terra marchigiana”.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
NEL MIRINO IL GRUPPO “BASTA DITTATURA” CHE UTILIZZA UN CANALE TELEGRAM
Infiltrazioni di estremisti di destra nella piazza no-vax e no-greenpass in Veneto? La Procura di Padova ha aperto un’inchiesta per la manifestazione non autorizzata che si è tenuta il 14 agosto, ma ha dato un input investigativo preciso per la Digos.
Il sostituto procuratore Sergio Dini ha chiesto alla Polizia di verificare se vi siano infiltrazioni politiche sospette che punti a fare crescere il malcontento sociale, una tattica non nuova da parte di gruppi radicali.
In particolare nel mirino è stato messo il gruppo Basta Dittatura che utilizza un canale Telegram per informare su tamponi e vaccini, in chiave negazionista, e per convogliare la mobilitazione popolare.
Il corteo, a differenza delle occasioni precedenti, era meno numeroso, ma più agguerrito. Il fatto è apparso subito chiaro perchè in precedenza gli organizzatori si erano attenuti alle indicazioni provenienti dalla Questura per quanto riguarda gli spostamenti dei cortei.
In questo caso la parte che fa riferimento a Venetonogreenpass si è dissociata, lasciando sola l’ala più dura che fa riferimento a Basta Dittatura. Quest’ultima sigla è ormai nota alle cronache ed esibisce una svastica nel proprio simbolo, seppur come riferimento polemico alla “Dittatura Covid” e usa slogan del tipo “Siamo in dittatura e dobbiamo ribellarci per riavere le nostre libertà!”.
Il 14 agosto Basta Dittatura ha deviato il corteo rispetto alle indicazioni della Questura, riuscendo a raggiungere Prato della Valle, non senza qualche momento di tensione.
Il pm Dini ha acceso un faro sull’organizzazione per verificare se vi siano infiltrazioni politiche che utilizzino la protesta solo per creare caos e contrapposizione con le istituzioni. E’ per questo che, dopo l’identificazione dei promotori (sono già in arrivo cinque denunce per manifestazione non autorizzata), si indagherà anche sulla loro eventuale appartenenza ad altri gruppi.
La prima manifestazione padovana, il 24 luglio, aveva raccolto circa 5 mila persone ed era stata promossa dal pubblicitario Cristiano Fazzini, poi denunciato dalla Polizia. Pochi giorni dopo il prefetto Raffaele Grassi aveva convocato una riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, in vista di un altro corteo. Il questore Isabella Fusiello aveva spiegato: “Stiamo tenendo monitorata la situazione e la Digos sta lavorando per capire chi sono gli organizzatori e invitarli a dare il preavviso, che deve arrivare almeno 48 ore prima di un evento. Poi si fanno delle prescrizioni e si autorizza. Ovviamente deve svolgersi nel rispetto delle regole”.
Viste le minacce che aveva ricevuto in rete e la concreta possibilità che le regole non fossero rispettate, Fazzini aveva revocato la richiesta di autorizzazione per il corteo del 14 agosto.
Così alla vigilia di Ferragosto la manifestazione non era autorizzata ed è stata gestita completamente da Basta Dittatura. Fazzini ha spiegato ai giornali locali: “La nostra è una manifestazione spontanea e aperta a tutti, siamo contro ogni divisione, purché però i toni siano pacati. Quello che vogliamo è ottenere un confronto costruttivo e pacifico, mentre ci dissociamo da ogni tipo di estremismo”.
Non a caso sui manifesti, accanto al nome Venetonogreenpass compare una fotografia del Mahatma Gandhi. E in vista di un altro appuntamento per il 21 agosto ha aggiunto: “Bastano anche pochi estremisti per lanciare messaggi che non appartengono al nostro atteggiamento, da sempre pacifico. Noi siamo sempre stati chiari: non scendono in strada dei partiti, ma il popolo. Come potremmo riuscire a unire così tante persone se avessimo un approccio estremistico?”.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
PESANO IL LOCKDOWN NON RIPETUTO E LA VARIANTE DELTA
Oggi in Italia il 66,7% della popolazione vaccinabile contro Covid-19, gli over 12,
ha completato il ciclo vaccinale eppure l’epidemia non si ferma.
Anzi, confrontando i dati dell’estate scorsa, quando la campagna vaccinale non era ancora cominciata (le prime vaccinazioni in Italia sono partite a fine dicembre 2020), la situazione sembra addirittura peggiorata nonostante l’arma dei vaccini.
Il 18 agosto 2020 si erano registrati 403 nuovi contagi da coronavirus e 5 decessi. Un anno dopo, il 18 agosto 2021 i nuovi positivi sono stati 7.162 con 69 morti (anche se 24 erano un recupero della regione Sicilia dei giorni scorsi).
Rispetto all’estate scorsa, quest’anno sono stati registrati circa 175 mila contagi in più. Ma come è possibile che si arrivi a questi numeri? In gioco ci sono diversi fattori, e non si tratta di inefficacia dei vaccini.
Lockdown
Non dimentichiamoci che ci siamo affacciati all’estate 2020 dopo oltre due mesi di lockdown durissimo. L’Italia è rimasta completamente chiusa dal 9 marzo al 18 maggio (la Lombardia addirittura da 24 febbraio) e questa scelta ha rallentato la diffusione del virus. Quest’anno non è mai stato messo in atto un lockdown così duro. Solo gli studenti delle scuole superiori hanno fatto la Dad per tutto l’anno, gli altri studenti e i lavoratori hanno proseguito le loro attività, in smart working o in presenza, ad eccezione di un breve periodo sotto Pasqua in cui le scuole sono state chiuse.
Le varianti
Purtroppo a pesare sull’estate 2021 c’è la variante Delta, ormai ampiamente prevalente nel nostro Paese (l’ultimo bollettino parla di una diffusione del 90%). E sappiamo che la Delta ha una elevata trasmissibilità: si stima che un positivo possa infettare fino a 7-8 persone rispetto a 2,5 del ceppo che ha circolato in Europa a inizio pandemia e che circolava la scorsa estate, prima che si diffondesse Alfa. La circolazione del virus tra i giovani L’ultimo bollettino sull’epidemia da Covid rilasciato dall’Istituto Superiore di Sanità il 14 agosto riporta un’età mediana molto bassa tra chi ha contratto l’infezione: 27 anni.
Nelle ultime due settimane il 29,3% dei casi totali ha un’età inferiore a 19 anni, il 59,5% ha una età compresa tra 20 e 59 anni e solo l’ 11,2% ha un’età superiore a 60 anni. Il virus sta quindi circolando proprio in quelle fasce di età che a oggi hanno minore copertura vaccinale. Proprio i ragazzi in questa estate più libera trascorrono molto tempo insieme, hanno molti contatti sociali dopo tanta clausura, gli episodi di assembramento sono sotto gli occhi di tutti.
I vaccini
Ma i vaccini sono altamente efficaci a prevenire le malattie gravi e la morte. Basti guardare la fascia di età più a rischio e più vaccinata, gli over 80: «Negli ultimi 30 giorni, si rileva come il 26,3% delle diagnosi di SARS-COV-2, il 40,7% delle ospedalizzazioni, il 61,3% dei ricoveri in terapia intensiva e il 62,1% dei decessi negli over 80 siano avvenuti tra coloro che non hanno ricevuto alcuna dose di vaccino recita il report che evidenzia anche il cosiddetto effetto paradosso per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile tra vaccinati e non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di non vaccinati. Per esempio, nella fascia di età 80+, dove la copertura vaccinale è intorno al 90%, si osserva che il numero di ospedalizzazioni fra vaccinati con ciclo completo è pari a 294 e mentre nei non vaccinati è leggermente più basso, pari a 220 . Tuttavia, calcolando a partire da questi dati il tasso di ospedalizzazione negli ultimi 30 giorni, si riscontra come questo per i non vaccinati sia oltre sette volte più alto rispetto ai vaccinati con ciclo completo (52 contro 7 ricoveri per 100.000 abitanti).
Ma che cosa sarebbe successo senza vaccini?
«Sarebbe potuto accadere quello che abbiamo visto in Spagna e Gran Bretagna che, con percentuali di vaccinazioni simili a noi e stesso stile di vita sono arrivati a 40- 60 mila infezioni giornaliere per alcuni giorni a inizio estate» spiega Sergio Abrignani, immunologo, docente di Patologia generale all’Università di Milano e membro del Cts. «Ma dal momento che la metà delle persone era vaccinata i decessi non sono mai stati sopra i 100 . Con la Delta a gennaio, quando la campagna vaccinale stava iniziando in Gran Bretagna avevano sempre 60 mila infezioni ma 1500 morti».
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
I DATI VANNO INTERPRETATI CORRETTAMENTE
La reale efficacia del vaccino Pfizer è ancora vicina al 90%. Quello che vediamo in Israele è il cosiddetto «paradosso di Simpson»: i dati, in realtà, confermano la bontà dell’immunizzazione. Un argomento utilizzato dai no vax smontato dall’analisi dei numeri
Si è parlato molto di dati recenti provenienti da Israele che sembrano suggerire un calo dell’efficacia del vaccino contro i casi gravi da Covid dovuti alla variante Delta.
Il paradosso di Simpson
Questa settimana i numeri mostravano che, su 515 pazienti attualmente ricoverati per Covid grave, 301 (il 58,4%) erano completamente vaccinati. Non significa che i vaccini non siano efficaci (o lo siano meno delle attese), ma solo che i numeri sono «ingannevoli» se non riferiti a un contesto specifico.
Queste percentuali, infatti, sono confuse dall’età dei vaccinati e dall’alto tasso di vaccinazione di Israele e danno vita al «paradosso israeliano» che è quello conosciuto in statistica come «paradosso di Simpson».
Vediamo di che cosa si tratta e come i numeri, in realtà, ci stiano dicendo che i vaccini proteggono ancora bene (in questo caso Pfizer, trattandosi di Israele, ndr)
Secondo gli ultimi dati, nel Paese l’efficacia della vaccinazione contro i casi gravi sembra essere piuttosto bassa, attestandosi a circa il 67% quando sarebbe attesa a circa il 96% .
La stessa efficacia misurata all’interno di due gruppi di età, però, oscilla tra l’85% e il 92%: come mai? È il «paradosso israeliano», come si vede nella Tabella a fianco, ncompilata da Jeffrey S. Morris, professore e direttore di Biostatistica presso la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania (su dati forniti dal governo israeliano).
L’insieme di partenza
Quando parliamo di percentuali, dobbiamo sempre riferirci a un insieme. Come sia composto l’insieme di partenza è basilare. Poniamo che i ricoveri riguardino il 100% di persone vaccinate e lo 0% di persone non vaccinate. La spiegazione matematica di questa singolare situazione potrebbe essere che l’insieme di partenza riguardi una popolazione vaccinata al 100 per cento. Ovviamente ogni percentuale riguarderebbe solo persone vaccinate.
Con il SARS-CoV-2 le variabili importanti sono l’età delle persone (perché il rischio di ricovero è direttamente proporzionale all’anzianità), la percentuale di popolazione vaccinata con due dosi, ma non solo, anche come si distribuiscono i tassi di vaccinazione nelle classi di età.
Solo così possiamo fare bene le distinzioni sull’efficacia dei vaccini. Solo così i valori visti nella Tabella 1 diventano quelli della Tabella 2 descritti sotto: l’efficacia riguardo alle singole fasce di età e al loro rischio di finire in ospedale per Covid è nuovamente «allineata» con quanto ci aspetteremmo dai vaccini, con quasi tutti i valori intorno al 90% di efficacia nel prevenire i casi gravi tra gli anziani vaccinati.
Il calcolo e la «rivincita» dei vaccini
Ecco come ci si arriva: il pannello dei dati del Covid di Israele mostra che quasi il 60% di tutti i pazienti ricoverati in ospedale sono vaccinati. Sebbene questi numeri siano veri, citarli come prove di una bassa efficacia del vaccino è sbagliato. I fattori chiave che contribuiscono alla «confusione» citati dal professor Morris nel suo blog sono: gli alti tassi di vaccinazione nel Paese, il fatto che l’85% dei non vaccinati è costituita da giovani, che il 90% degli anziani sia vaccinato e che gli stessi anziani abbiano più probabilità di essere ricoverati in ospedale rispetto ai giovani (i maggiori di 50 anni 20 volte di più rispetto ai minori di 50 anni).
«Dopo aver tenuto conto dei tassi di vaccinazione e stratificato per fasce di età, da questi stessi dati si può vedere che i vaccini mantengono un’elevata efficacia (85-95%) rispetto alle malattie gravi, dimostrando che Pfizer sta ancora andando molto bene contro la variante Delta, anche in Israele. Nel caso dell’efficacia del vaccino rispetto alla malattia grave, il fatto che sia lo stato vaccinale che il rischio di malattia grave siano sistematicamente più alti nella fascia di età più avanzata rende i numeri di efficacia complessiva (se stimati senza stratificazione per età) fuorvianti», scrive Morris.
Esempio tra due gruppi
Questo effetto si chiama «Paradosso di Simpson», un fenomeno ben noto in statistica, per cui a volte una tendenza che si applica all’interno di ciascun gruppo può essere invertita se le informazioni del gruppo non vengono prese in considerazione. In un gruppo con il 95% di vaccinati, le infezioni tra i vaccinati supererebbero quelle tra i non vaccinati semplicemente perché ci sono molte più persone vaccinate tra cui il virus può diffondersi. In un gruppo con il 20% di vaccinati in cui tutti siano esposti al virus, la maggior parte dei non vaccinati verrebbe infettata e la maggior parte dei vaccinati no. Tutto dipende dall’insieme di partenza.
Si spiegano gli alti tassi di ospedalizzazione in Usa
I dati provenienti da Israele hanno fatto pensare a una ridotta efficacia dei vaccini contro la variante Delta, o a un calo della stessa efficacia dopo 4-6 mesi. Ciò ha alimentato il sentimento anti-vaccini, ma come si vede, i numeri non «smentiscono» i vaccini
La stessa differenza tra i tassi di ospedalizzazione in UK e Usa (a sfavore degli Stati Uniti, dove gli ospedali sono sotto stress) potrebbe essere spiegata con la stessa cautela, andando a capire quante persone anziane non sono ancora vaccinate nei due Paesi: gli Usa hanno vaccinato meno i loro anziani rispetto a quanto fatto in UK. Nell’immagine sopra, la Figura 3, compilata su dati CDC, NHS England e ONS da Colin Angus, ricercatore presso la School of Health and Related Research all’Università di Sheffield, si vede in grigio il margine di persone senza vaccinazione nelle varie classi di età, margine che in Gran Bretagna quasi non esiste nella popolazione anziana.
I vaccini «tengono» anche contro Delta
Queste analisi riferite a ciò che dicono i numeri, possono essere applicate a tutte le percentuali che «suonano stonate», anche quelle riferite alle vittime o ai contagi tra vaccinati nei vari Paesi: devono essere studiate andando a stratificare per età e tasso di vaccinazione. Quelli descritti sopra sono solo esempi. La linea di fondo è che ci sono prove molto forti che i vaccini abbiano un’elevata efficacia nella protezione da malattie gravi, anche per la variante Delta, e che anche i dati israeliani, che in superficie sembrano suggerire che il vaccino Pfizer potrebbe avere un’efficacia calante, in realtà confermano la bontà dell’immunizzazione.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
ANCHE IL PICCOLO E’ IN GRAVI CONDIZIONI
La storia arriva da Napoli. I medici, visto l’aggravarsi delle sue condizioni a causa
del Covid, hanno eseguito un parto anticipato. Lo stato di salute della donna è grave, così come quello del neonato prematuro
Aveva deciso di non vaccinarsi. Una scelta condivisa anche con il marito e le rispettive famiglie. Adesso sono risultati tutti positivi al Sars-CoV-2, ma le condizioni che preoccupano maggiormente i medici sono quelle della donna.
Lei, 31 anni, al momento del ricovero in ospedale di Napoli, era incinta. L’aggravarsi del suo stato di salute ha costretto i medici a procedere con un parto cesareo anticipato, dopo soli sei mesi di gestazione.
E anche il piccolo è in gravi condizioni. I medici, ora, stanno cercando di salvare in tutti i modi la donna incinta non vaccinata e il suo bambino.
Lei, 31 anni e già madre di tre bambini, viene ricoverata lo scorso 10 agosto nel reparto di Ostetricia e ginecologia del Policlinico Federico II. La donna era risultata positiva al virus insieme a tutta la sua famiglia.
Nonostante le indicazioni terapeutiche dei medici – che avevano sottolineato come non ci fosse alcuna controindicazione nel vaccinarsi -, la 31enne e suo marito (così come le rispettive famiglie) avevano deciso di non partecipare alla campagna di immunizzazione. Poi, quasi dieci giorni fa, il ricovero in ospedale
Le sue condizioni di salute della donna incinta non vaccinata sono peggiorate nel corso dei giorni e, come riporta il quotidiano il Messaggero, i medici hanno deciso di procedere con un parto cesareo dopo sei mesi di gestazione.
Adesso, il neonato è in incubatrice ed è considerato come un “prematuro grave”. Le sue condizioni di salute vengono costantemente monitorate dal personale sanitario del Policlinico Federico II di Napoli.
Stesso discorso vale per la mamma che sta lottando tra la vita e la morte dopo le gravi conseguenze a causa del Covid. Anche il resto della sua famiglia è risultato positivo ai test, ma al momento non sembrano esserci complicazioni per gli altri componenti.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
“NOI LAVORIAMO PER RIDURRE I RISCHI PER LE PERSONE CHE PARTECIPANO”
Grazie alla mediazione delle forze dell’ordine, è terminato oggi il mega rave che da cinque giorni si stava tenendo sulle sponde del lago di Mezzano, nell’alto Lazio. Migliaia i partecipanti, arrivati da tutta Italia e da tutta Europa per prendere parte a questo evento non autorizzato.
Una decina i ‘muri del suono’, centinaia i camper e le automobili parcheggiate nei campi di Valentano, paese del Viterbese. Purtroppo si è registrata una vittima: un 24enne è affogato nelle acque del lago.
Cnca, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, è una federazione nazionale che raccoglie oltre 200 gruppi in Italia che svolge tutto l’anno attività di riduzione del danno e dei rischi in eventi simili. Insieme alla Rete di riduzione del danno Itad ha deciso di garantire una presenza costante anche all’interno di questo rave con l’obiettivo di assistere i partecipanti.
Sono stati quindi presenti ogni giorno 24 ore su 24. Spiega ai microfoni di Fanpage.it Stefano Regio, psicoterapeuta, referente di Cnca-Lazio: “Noi lavoriamo per ridurre i rischi per le persone che partecipano. In questo senso abbiamo un atteggiamento laico, senza giudizi. Dialoghiamo con la polizia, ma anche con gli organizzatori. Emergency e Medici senza Frontiere, per esempio, non entrano nel merito delle persone che curano. Se c’è un problema intervengono a prescindere, dando assistenza alle persone che ne hanno bisogno. I rave ci sono e qualcuno deve esserci per ridurre i danni. Se il festival si fa, noi abbiamo il dovere di esserci”.
“Avere sul posto persone qualificate come medici, psicologi, educatori, persone formate per fare questo lavoro, abituate a intervenire in contesti del genere, è fondamentale sia per gestire effetti acuti da uso di sostanze che per disidratazione, ad esempio”, spiega Regio.
Cnca ha messo in piedi una squadra di 80/100 persone da tutta Italia che si sono organizzate su turni per garantire una presenza continuativa. Molti interventi sono stati effettuati per esempio per piccole contusioni.
Sono state portate casse d’acqua con i camion, ma anche ghiaccio secco “che è la prima cosa che abbiamo finito, perché ce n’era una richiesta incredibile”. È stato montato un presidio fisso all’interno della festa, una zona di ‘chillout’, cioè un luogo che offre una sorta di spazio di ‘decompressione’ suono forte, dai battiti cardiaci accelerati dalla musica ad altissimo volume. Oltre a questo coppie di operatori hanno passeggiato senza sosta per l’evento per effettuare “un monitoraggio costante, perlustrando anche le zone che si ritengono un po’ più pericolose”
Negli ambienti dei ‘ravers’ questo grande evento era noto da tempo. E allora perché non è stato bloccato sul nascere? “Si sapeva da tempo che ci sarebbe stato un grande evento. Si sapeva che lo stava organizzando una rete internazionale e non i soliti sound locali. L’evento era previsto, ma non si sapeva né il luogo né la data. Sapevamo soltanto che ci sarebbe stato e quindi noi ci siamo organizzati per essere pronti. Dopodiché abbiamo aspettato, come hanno aspettato tutti i partecipanti. E all’ultimo momento è stato indicato il luogo preciso e la data di inizio. Si sapeva che ci sarebbe stato, ma non dove e quando sarebbe stato realizzato, come tutti i rave”.
Il prefetto e il questore hanno deciso di dialogare con gli organizzatori e di non intervenire subito per sgomberare l’area. “La nostra opinione sulla condotta delle forze dell’ordine è estremamente positiva. Hanno avuto un atteggiamento estremamente dialogante con noi riconoscendo il nostro ruolo e la nostra funzione. Dal nostro punto di vista hanno gestito bene la situazione perché sgomberare un rave di quelle dimensioni sarebbe stato molto pericoloso: immaginate diecimila persone immerse in questa festa, con le caratteristiche che sappiamo… Non si può spegnere la musica improvvisamente perché si crea un disorientamento così forte nelle persone che sono immerse in quella dimensione, che può provocare effetti devastanti. Sgomberare migliaia di persone senza incidenti è veramente complicato”.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
APPELLO ALL’OCCIDENTE, MA NESSUNO MUOVERA’ UN DITO
C’è una porzione di territorio, in Afghanistan, dove i talebani non sono arrivati. Ed
è lì che si sta organizzando la resistenza contro i fondamentalisti che hanno ripreso il potere nel Paese. O, meglio, si sta riorganizzando. Perché il Panjshir – provincia a nord-est di Kabul che – considerata una fortezza naturale per la conformazione del suo territorio – è stata in più occasioni il teatro della resistenza afghana.
Nei corsi e ricorsi storici del Paese “cimitero degli imperi” tornano i luoghi, ma tornano anche i nomi. Perché tra i protagonisti del gruppo che si sta mettendo in forze per opporsi ai taliban c’è Ahmad Massoud, figlio di Ahmad Shah Massoud, il “leone del Panjshir”, che riuscì a fare in modo che in quell’area non mettessero piede i sovietici prima e i talebani poi. Massoud padre fu ucciso il 9 settembre 2001, appena due giorni prima dell’attentato che ha cambiato la storia dell’Occidente, ma anche dell’Afghanistan. Massoud figlio – che ha 32 anni e ha studiato a Londra – ha intenzione di calcare le sue orme. Parla alla comunità internazionale e si propone come leader di una nuova resistenza. “Scrivo oggi dalla valle del Panjshir, determinato a seguire le orme di mio padre, con i combattenti mujaheddin che sono pronti ad affrontare ancora una volta i talebani. Abbiamo scorte di munizioni e armi, pazientemente raccolte dai tempi di mio padre, perché sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato”, ha scritto in un intervento sul Washington post.
Dalla sua parte, racconta, ci sono anche alcuni soldati dell’esercito afghano che non hanno condiviso la resa delle truppe e che stanno cercando di arrivare in Panjshir. Ma soprattutto alcune figure di spicco delle istituzioni afghane, almeno di come le conoscevamo prima che i talebani tornassero al potere. Tra loro c’è l’ex ministro della Difesa del governo di Ashraf Ghani, Bismillah Mohammadi. Su Twitter ha postato una foto del leone del Panjshir, accompagnata da un commento: “Dove sei? La mia casa è fredda”. Non risparmia accuse al premier che ha lasciato Kabul domenica. Proprio nelle ore in cui Ghani saliva sull’aereo, lui scriveva: “Ci hanno legato le mani dietro la schiena e hanno venduto la patria, al diavolo il ricco e la sua banda”.
In prima fila con gli oppositori c’è poi quello che è stato il vice di Ghani, Amrullah Saleh, che in Panjshir è nato e che dell’Alleanza del nord – questo il nome che il generale Massoud aveva dato al movimento – ha fatto parte. Dopo aver palesato la disapprovazione nei confronti del Pakistan che “ha sostenuto l’oppressione e la dittatura brutale”, dopo la fuga di Ghani ha ricordato che, secondo la Costituzione, i poteri spettavano a lui. “Per chiarezza – ha scritto su Twitter, direttamente in inglese – Come da costituzione, in caso di assenza, fuga, dimissioni o morte del Presidente il vice diventa il Presidente ad interim. Attualmente sono nel mio paese e sono il legittimo presidente. Mi rivolgo a tutti i leader per ottenere il loro sostegno e consenso”. Alla caduta di Ghani, Saleh è tornato nella sua provincia di nascita, accanto al movimento di resistenza.
Sembrano determinati a non restare con le mani in mano gli oppositori dei talebani. Ma sono consapevoli che le armi e le munizioni che hanno non basterebbero mai a fronteggiare un attacco prolungato degli avversari. Ne servono di più, perché se i talebani dovessero arrivare nel loro territorio, prima o dopo sarebbero costretti a soccombere.
A meno che in loro aiuto non arrivino i mezzi dell’Occidente. Lo stesso che, proseguendo con il ritiro delle truppe ha fatto capire – neanche troppo velatamente – che ciò che accade all’interno dei confini dell’Afghanistan non gli interessa più. “Se i talebani lanciassero un’offensiva, si troverebbero ovviamente di fronte a una strenua resistenza da parte nostra. La bandiera del Fronte di Resistenza Nazionale sventolerà come 20 anni fa. Eppure sappiamo che le nostre forze militari e la logistica non sarebbero sufficienti. Si esaurirebbero rapidamente. A meno che i nostri amici in Occidente non trovino un modo per venirci incontro, senza indugio”, scrive ancora Massoud. Un messaggio indirizzato in particolar modo agli Usa. “L’America può ancora essere un grande fautore della democrazia”, ha scritto sulle colonne del Wp. Ammiccando alla stessa potenza che, con le parole del presidente Biden, ha ribadito di non voler più spendere energie per quel Paese.
Delle (poche) possibilità che questo movimento trovi qualche forma di aiuto esterno ha scritto sul Guardian Emma Graham-Harrison. “Nessuno dei Paesi confinanti è candidato a sostenere un movimento anti-talebano, almeno per ora”,. Il discorso è simile se si va oltre la regione: “Saleh e i suoi alleati avrebbero probabilmente difficoltà a trovare un sostegno straniero significativo”.
La strada per il fronte anti talebano parte in salita. C’è, però, un elemento da considerare: i combattenti al momento sono alle prese con il potere che hanno raggiunto più velocemente di quanto loro stessi si aspettassero. Devono crearsi un minimo di legittimazione internazionale, formare un governo. Potrebbero lasciar perdere il Panjshir, e i loro oppositori, almeno per il momento. Il fattore tempo potrebbe quindi giocare a favore del Fronte di Resistenza Nazionale. Che potrebbe organizzarsi meglio e raccogliere più proseliti. Ma difficilmente senza aiuto esterno potrà avere la forza di ostacolare significativamente il regime che sta per essere instaurato.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
I PRIMI ACCUSATI DI SOSTENERE I TALEBANI, I SECONDI LA CARTA ANTI-CINA DELL’OCCIDENTE
A livello regionale, l’India è il Paese che più ha da perdere dalla riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani.
Se la vittoria dei talebani, foraggiata dal Pakistan, piace alla Cina per il patrimonio afghano di terre rare, per gli indiani l’imbarazzante ritirata occidentale è doppiamente amara: sia per il danno di credibilità al patto delle democrazie sponsorizzato da Biden, sia per il rischio di ripercussioni terroristiche in regioni come il Kashmir.
Secondo un’analisi della Bbc, è probabile che il successo dei talebani provochi un cambiamento significativo nella geopolitica dell’Asia meridionale, rivelandosi particolarmente difficile per l’India date le storiche tensioni e le controversie sui confini con il Pakistan e la Cina, entrambi in prima linea nel futuro dell’Afghanistan.
Il ruolo del Pakistan
La lunga insurrezione talebana e la sua rapida conquista dell’Afghanistan sono indissolubilmente legate al Pakistan, come ricorda il Washington Post. Per oltre mezzo secolo il Pakistan ha dato manforte a elementi militanti in Afghanistan nel quadro della cosiddetta dottrina della “profondità strategica”. Le fazioni che si unirono ai talebani mantennero ampi legami logistici e tattici con le agenzie pakistane, mentre molti dei loro combattenti provenivano dai clan tribali che vivevano a cavallo del confine. Queste stesse reti probabilmente hanno permesso al fondatore di al Qaeda, Osama bin Laden, di trovare rifugio in un complesso non lontano dalla principale accademia militare del Pakistan fino a quando i Navy Seals statunitensi lo hanno ucciso in un raid un decennio fa.
Il governo dei talebani in Afghanistan conferisce profondità strategica al Pakistan contro l’India. Secondo Michael Kugelman, vicedirettore del Wilson Center, Islamabad ha ottenuto ciò che ha sempre voluto: un governo in Afghanistan che può facilmente influenzare. Per Islamabad ci sono anche delle sfide – a cominciare dal fatto che i talebani guidati dai pashtun non hanno mai riconosciuto il confine poroso tra Afghanistan e Pakistan – ma i vantaggi sono molto più ampi, anche grazie al ruolo che i cinesi intendono giocare nell’area
Le sfide per l’India
“Per l’India un Afghanistan in mano ai talebani non può portare a nulla di buono”, commenta Ugo Tramballi, consigliere scientifico Ispi. “L’India è sempre stata allineata con gli occidentali e con l’Alleanza del nord. Rispetto a Cina, Russia, Iran – che in modo secondo me un po’ affrettato sono considerate le parti vincenti di questa partita – l’India come gli occidentali è il partito sconfitto dall’ascesa dei talebani”.
L’India non è mai stata rilevante in Afghanistan come il Pakistan, gli Stati Uniti o la Russia. Ma Delhi è sempre stata coinvolta nella promozione della sicurezza e dei legami culturali. Migliaia di afghani sono in India per istruzione, lavoro o cure mediche.
La più grande sfida che l’India dovrà affrontare è se riconoscere o meno il regime talebano. Sarà una scelta difficile, soprattutto se Mosca e Pechino decideranno di riconoscere in qualche modo il governo talebano. Secondo alcuni, l’opzione migliore per l’India è tenere aperto un canale di comunicazione con i talebani, anche se non sarà facile visti i trascorsi. I talebani – ricorda la Bbc – hanno offerto un passaggio sicuro ai dirottatori di un aereo della Indian Airlines nel 1999, un incidente che rimane impresso nella memoria collettiva degli indiani. E Delhi ha sempre mantenuto stretti legami con l’Alleanza del Nord, un gruppo che ha combattuto i talebani tra il 1996 e il 1999 e che ora sta provando a organizzare una forma di resistenza.
Con i talebani nel cuore di Kabul, l’India potrebbe voler mettere da parte il passato per salvaguardare i propri interessi e cercare più stabilità nella regione. Si teme che gruppi militanti come Jaish-e-Mohammad e Lashkar-e-Taiba saranno galvanizzati dal successo dei talebani e pianificheranno ed eseguiranno attacchi contro l’India. Secondo gli esperti, potrebbe essere necessaria una strategia per garantire che la regione contesa del Kashmir non diventi il prossimo punto di raccolta dei mujaheddin.
La posizione di Nuova Delhi è complessa anche perché – spiega ancora Tramballi – l’India si percepisce come una potenza regionale sempre più assertiva da poco, sostanzialmente da Modi; prima gli indiani erano sempre stati molto cauti sull’avere profili internazionali. L’Afghanistan, in ogni caso, non è mai stato al centro dell’interesse strategico indiano, se non in chiave anti-pakistana.
La minaccia terroristica nel Kashmir
Ed è proprio il rafforzamento del Pakistan a spingere oggi l’India ad alzare il livello di guardia. “Ora si teme che al Qaeda o l’Isis possano ritrovare rifugio in Afghanistan per colpire l’Occidente, ma credo che i talebani saranno più accorti rispetto al passato perché hanno bisogno di relazioni internazionali”, argomenta l’analista Ispi. Per l’India, invece, la minaccia terroristica derivante dalla vittoria del talebani è molto più concreta e imminente, per il sostegno che i talebani possono dare ai terroristi islamici del Kashmir.
“L’India si deve principalmente guardare sul piano della sicurezza da quali influenze un Afghanistan talebano può avere nelle sue regioni più deboli, come la Dhaka e il Kashmir”, prosegue Tramballi. Washington farà in modo di rassicurare, ad esempio offrendo a Delhi i suoi strumenti di intelligence e logistica per contrastare i tentativi di terrorismo, ma la débâcle della fuga occidentale da Kabul è destinata a minare comunque la credibilità degli Usa e di tutta la Nato.
Il bastione imperfetto della democrazia
Per quanto imperfetta, la democrazia indiana resta per l’Occidente il baluardo dei suoi valori in un continente dove l’autocrazia cinese è protagonista assoluta. Nel grande confronto del nostro tempo tra Washington e Pechino, e tra democrazie e autocrazie, Delhi è stata definitivamente arruolata, in un quadro molto più largo e più politico-militare, in questa sfida. Gli sviluppi in Afghanistan ovviamente non cambiano questa realtà, soprattutto perché per l’India la frontiera più delicata resta quella con la Cina. Sarebbe però sbagliato sottovalutare l’impatto che un Pakistan rinvigorito potrebbe avere sulla stabilità del subcontinente, anche alla luce dell’amicizia tra Islamabad e Pechino: i pakistani, grazie ai loro buoni rapporti con i talebani, aiuteranno i cinesi a penetrare a livello economico e commerciale in un paese come l’Afghanistan, ricco di risorse minerarie ma estremamente ostico da gestire.
“Se avessero potuto scegliere, certamente gli indiani avrebbero provato a convincere gli americani a restare ancora in Afghanistan, o quanto meno a evitare un’uscita così disastrosa, da cui esce danneggiata la credibilità della Nato”, osserva l’esperto Ispi. Per l’India il futuro si presenta come una montagna particolarmente difficile da scalare: piegato dalla pandemia (secondo uno studio di Harvard, i morti sarebbero quasi 5 milioni) e affamato dalla crisi economica, il Paese fa i conti con spinte autoritarie in una tensione crescente tra modernizzazione e conflitto sociale. Dall’efficacia con cui Stati Uniti e Ue sapranno porsi al fianco dell’India – anche nel contrastare la minaccia terroristica derivante dagli sviluppi in Afghanistan e Pakistan – dipenderà molto del futuro di questo enorme e complesso paese.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 19th, 2021 Riccardo Fucile
“COMBATTO DA ANNI CONTRO IL REVENGE PORN, LA VIOLENZA DOMESTICA E LA PEDOFILIA INFANTILE, COLLABORO CON MAGISTRATI E AVVOCATI, CHE PROBLEMA HANNO? NON HO FORSE GLI STESSI DIRITTI DI TUTTI?”… VALLO A FAR CAPIRE AI TEORICI DELLA NIPOTINA DI MUBARAK
Aveva deciso di scegliere il centrodestra moderato per le sue «battaglie», ma pochi
giorni dopo l’annuncio della sua discesa in campo alle amministrative di Salerno, è già polemica.
«C’è stato un veto fortissimo che non mi aspettavo. Si fosse candidata Tina Ciaco non ci sarebbero stati problemi, ma si è candidata Priscilla Salerno, quindi un’attrice hard che si candida alle elezioni».
Lei si chiama Tina Ciaco, in arte Priscilla Salerno, attrice hard e imprenditrice di origini salernitane che in un’intervista concessa all’emittente Ottochannel 696, ha commentato le polemiche relative alla sua scelta di partecipare alle prossime elezioni amministrative di Salerno.
L’annuncio della sua discesa in campo era stato fatto il 16 agosto dai rappresentanti del Nuovo Psi, partito che sosterrà la candidatura a sindaco di Michele Sarno in una lista con Forza Italia ed Udc. Ma l’annuncio ha provocato dissapori all’interno della coalizione.
«I diritti delle donne non si tutelano certo candidando al Consiglio Comunale di Salerno la pornostar Priscilla», ha scritto sul suo profilo Facebook il deputato di Forza Italia, Gigi Casciello. «Ognuno nella propria vita fa le scelte che ritiene e da parte mia non c’è alcun giudizio moralistico ma ritengo che ci siano modi sicuramente più autorevoli e credibili per tutelare i diritti delle donne».
La candidata 41enne, dal canto suo, ha replicato in merito alla scelta di candidarsi sostenendo di essere giudicata senza conoscere il suo background. «Questa è la cosa più grave, che si fermano alle apparenze. Sono sconcertata, ma comunque continuo con tenacia a combattere per i miei diritti e per quelli di tutte le donne e per la libertà». Salerno, inoltre, ha spiegato: «Combatto da tre anni contro il revenge porn e la violenza domestica, la pedofilia infantile. Collaboro con magistrati, do credito a giovani avvocati affinché capiscano bene il significato di questa parola che è ancora sconosciuta. Lo sto subendo di nuovo sulla mia pelle, però ho le spalle larghe perché è da sempre che subisco queste oscenità. Il mio è un grido di libertà per me e per tutte le donne che non hanno possibilità di combattere contro gli uomini».
(da agenzie)
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