Destra di Popolo.net

DRAGHI METTE IN RIGA SALVINI E DOPO QUALCHE ORA PARLA CON GIORGETTI

Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile

SALVINI HA BISOGNO DI UN NEMICO PER SOPRAVVIVERE E SPARA A SALVE SULLA LAMORGESE PER FAR DIMENTICARE DURIGON… CUOR DI LEONE SEMPRE CON LE DONNE SE LA PRENDE, NON SIA MAI CHE INCONTRA UNO CHE LO APPENDE AL MURO

La versione ufficiale, diramata in una scarna nota da Palazzo Chigi, è che il leader della Lega sia stato convocato ieri dal premier Mario Draghi “per affrontare i temi legati alla ripresa dell’attività di governo”.
Matteo Salvini è stato chiamato mentre stava partecipando ad una iniziativa elettorale a Roma a sostegno del candidato di centrodestra Enrico Michetti e al temine ha tenuto a precisare che l’incontro è andato bene (e come altrimenti?), sottolineando che le sue preoccupazioni sono tutte “sull’Afghanistan, sul blocco di 60 milioni di cartelle di Equitalia, sulla riforma delle pensioni, quella della giustizia, della pubblica amministrazione, del codice degli appalti e sulla riapertura delle scuole da garantire in presenza”.
Dunque nel corso del colloquio, non si sarebbe affrontato il “tema Lamorgese”, sebbene la ministra dell’Interno sia nelle ultime settimane al centro di ripetuti e veementi attacchi da parte del leader leghista.
Con un innalzamento dei toni che non è certo passato inosservato a Palazzo Chigi. “Rave party con morti e feriti che durano giorni, orde di baby gang che terrorizzano la riviera romagnola. Dopo navi francesi e tedesche, oggi una nave con bandiera norvegese lascerà 322 immigrati in Italia. Lamorgese, dove sei?”, l’ultima intemerata del Capitano che poi nel pomeriggio, dopo l’incontro col premier, da Città di Castello per presentare il candidato sindaco del partito, fa sapere che “chiederà ufficialmente che la ministra venga a riferire su quanto non sta facendo”, puntualizzando che “ci sono ministri che si sono dimessi per molto meno di un rave”.
Nessun accenno ad una richiesta di rimpasto dell’esecutivo. O anche se fosse stata avanzata, evidentemente è stata rispedita al mittente.
In ogni caso Salvini non accenna a mettere un freno alle polemiche
Non una parola nel faccia a faccia con Draghi, pare, nemmeno sul sottosegretario al Mef Claudio Durigon, che in questo agosto di mozioni di sfiducia annunciate) è nel mirino di tutto il centrosinistra e del M5S che, come hanno ribadito anche ieri, lo vorrebbero fuori dal Governo per la manifestata intenzione di intitolare il parco di Latina Falcone e Borsellino al fratello di Mussolini.
“Mai parlato con Draghi di questo. Non penso che tra le sue priorità abbia i parchi di Latina. Per lui, sono preoccupato zero”, taglia corto Salvini
Intanto Draghi, dopo il colloquio mattutino con Salvini, nel pomeriggio ha incontrato a Palazzo Chigi il ministro e vice segretario leghista Giancarlo Giorgetti. Chissà che delle “pratiche” Lamorgese-Durigon non ne abbia parlato con lui, notoriamente più affine al “Draghi pensiero” rispetto al suo segretario federale.
(da agenzie)

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COMUNALI MILANO, PATTO SALA-CONTE: IL M5S AL SECONDO TURNO APPOGGERA’ IL SINDACO USCENTE

Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile

LA PAVONE DIVENTEREBBE ASSESSORE ALL’INNOVAZIONE

La scelta della candidata sindaco grillina a Milano, Layla Pavone, è stata presentata agli elettori come molto lineare. In realtà è stata piuttosto tortuosa: a puntare fortemente su Pavone è stato l’ex premier, ora leader dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte, che ha deciso di destituire di fatto la candidata scelta dagli attivisti milanesi, Elena Sironi, consigliera uscente del Municipio 4, mettendo al suo posto appunto la consigliera d’amministrazione del Fatto quotidiano.
Il punto non è, però, il legame diretto tra Pavone (che ha già annunciato le sue dimissioni dal Cda del giornale) e Marco Travaglio, grande sostenitore e a detta di molti influentissimo consigliere di Conte.
Il punto è la decisione del neo-presidente del M5S di intervenire a “gamba tesa”.
Lo scopo è quello di non fare la guerra a Beppe Sala e di trovare un accordo per il secondo turno.
A Milano il dialogo tra Pd e Cinque Stelle è stato sempre molto difficile e Sironi era considerata candidata fin troppo combattiva. E a Conte serviva una tregua con i dem perché a livello nazionale l’ex premier ha ancora tutto l’interesse a costruire una strada comune con Enrico Letta e il suo partito.
“Dopo l’intervento di Conte e le sue risposte alle domande, vi è stata la presentazione di Layla Pavone con un lungo momento di confronto, al quale si è deciso di far seguire una votazione che ha dato un esito largamente favorevole al passaggio di testimone” ha spiegato la stessa Sironi.
“Nella consapevolezza che il gruppo M5S di Milano mi avrebbe comunque sostenuta se avessi deciso di imporre la mia candidatura, prima della votazione ho espresso il mio parere riconoscendo il valore aggiunto che Layla Pavone potrebbe portare in questa sfida elettorale e ho lanciato l’invito ad esprimersi liberamente”.
A Sironi, dunque, non è rimasto che far buon viso a cattivo gioco. Ma ovviamente la partita che interessa a Conte non è certamente quella di vincere le elezioni: sa benissimo che Pavone non avrà mai i numeri per diventare sindaca di Milano.
Dunque, ci si siede, come mai questo colpo di scena? Qui entra in scena il primo cittadino uscente, Beppe Sala.
Come spiegano “sherpa” da entrambe le parti, Sala ha già dato luce verde alla possibilità che Pavone, in cambio del suo sostegno al secondo turno, diventi assessore nella futura Giunta di Milano. Per lei si starebbe già pensando a un assessorato ad hoc, quello dell’Innovazione. Un modo per guardare sia all’Europa, con i fondi in arrivo del Pnrr, ma anche per supportare Conte e il M5S sulle grandi scelte di politica nazionale, spostando il baricentro del Movimento da Roma a Milano.
La realpolitik di cui Conte ha dato prova di essere maestro nei due anni passati a Palazzo Chigi cela dunque un preciso accordo pre e post elettorale. Che, nelle intenzioni del neo-leader Cinque Stelle, dovrebbe andare ben oltre Milano.
(da TPI)

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AIRBNB OFFRE 20.000 ALLOGGI GRATIS IN TUTTO IL MONDO AI RIFUGIATI AFGHANI

Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile

L’ANNUNCIO SU TWITTER: “SPERO CHE ALTRI SEGUANO IL NOSTRO ESEMPIO”

Anche Airbnb si impegna nell’accoglienza dei rifugiati dell’Afghanistan. L’azienda ha infatti annunciato che offrirà, a partire già da oggi, 20mila degli alloggi associati gratis in tutto il mondo temporaneamente a rifugiati fuggiti dall’Afghanistan, per aiutarli a risistemarsi.
Lo ha annunciato su Twitter il Ceo della piattaforma online di affitti e case vacanza, Brian Chesky, citato dalla Bbc. Chesky ha spiegato che la decisione è stata una risposta a “una delle più grandi crisi umanitarie del nostro tempo” e ha detto che l’azienda ha “sentito la responsabilità di farsi avanti”.
“Mentre decine di migliaia di rifugiati afghani si trasferiscono in tutto il mondo, il loro soggiorno sarà il primo capitolo della loro nuova vita. Per questi 20mila rifugiati, la mia speranza è che la comunità di Airbnb fornisca non solo un posto sicuro dove riposare e ricominciare da capo, ma anche un caloroso benvenuto a casa” ha dichiarato il Ceo alla Bbc. Chesky ha fatto sapere anche che spera che la sua scelta “ispiri altri leader aziendali a fare lo stesso”. “Non c’è tempo da perdere” ha aggiunto.
La società ha affermato che il costo dei soggiorni sarà finanziato attraverso i contributi di Airbnb e Chesky, nonché dei donatori del Fondo per i rifugiati di Airbnb.org, un’organizzazione no-profit indipendente creata dalla società. Chesky ha raccontato di aver chiesto agli host volontari della piattaforma di contattarlo ed aiutarlo in questo progetto.
Non è la prima volta che la società Airbnb si impegna nell’aiutare persone in difficoltà. Nel 2012, dopo che la città di New York è stata colpita dall’uragano Sandy, più di 1000 persone erano sfollate e avevano bisogno di alloggi d’emergenza. Anche in quel caso i proprietari di alloggi presenti su Airbnb erano stati incoraggiati a offrire soggiorni gratis alle persone in difficoltà. Da allora la società sostiene di aver aiutato più di 75mila persone.
La società, inoltre, nel 2017, ha lanciato l’iniziativa Open Homes per consentire alla comunità ospitanti di offrire gratuitamente le proprie case alle persone colpite da disastri o in fuga da conflitti. Da allora l’iniziativa ha offerto soggiorni gratuiti alle persone colpite dal terremoto di Città del Messico, dagli incendi boschivi in ​​California, dagli incendi boschivi australiani e da altri disastri.
(da agenzie)

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AFGHANISTAN, CHI FINANZIA LE CASSE DEI TALEBANI?

Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile

L’EX GOVERNATORE DELLA BANCA CENTRALE AFGHANA: “SENZA ACCESSO AI FINANZIAMENTI STRANIERI C’E’ DA ASPETTARSI UNA CATASTROFE UMANITARIA”

«Se pensate che il peggio sia passato, se pensate che la situazione all’aeroporto sia tragica, vi sbagliate di grosso. Finita la crisi militare comincerà quella economica. Con le banche chiuse, senza accesso ai finanziamenti stranieri, c’è da aspettarsi una catastrofe umanitaria e un’ondata di migranti».
Le parole di Ajmal Ahmadi, il governatore della Banca Centrale Afghana in fuga, suonano peggio di una condanna. Eppure sono allo stesso tempo una delle poche speranza rimaste all’Occidente per non vedere vent’anni di investimenti e sacrifici finire nelle fogne della storia.
Il ragionamento, espresso anche dal presidente Joe Biden a più riprese, è lineare: l’Afganistan si reggeva sugli aiuti internazionali, se i talebani vogliono evitare il collasso economico e la conseguente esplosione sociale, devono rispettare l’impegno ad un «governo inclusivo» e moderare certi loro atteggiamenti verso donne e diritti umani.
Cioè, dato il ritiro, l’influenza americana da «bastone e carota», diventa solo «carota». Il problema per gli afghani che hanno creduto nei valori occidentali è che probabilmente non basterà. I conti sono solo in apparenza a favore dell’Occidente.
I conti
Vediamoli. L’ex Stato filoamericano e i talebani assieme incassavano rispettivamente 2,5 e 1,5 miliardi: mezzo miliardo dalla droga, un miliardo dalle miniere il resto dalle dogane.
Sul lato uscite, però, l’Afghanistan del presidente in fuga Ashraf Ghani contava su un budget di circa 8 miliardi l’anno di cui 6 erano donazioni.
Il grosso delle spese (e degli aiuti) andava all’apparato militare: circa 5 miliardi. I talebani, invece, finanziavano la loro guerriglia con 1,5 miliardi.
Le due parti in conflitto spendevano quindi un totale di quasi dieci miliardi di cui la guerra assorbiva il 60%.
Se il miraggio del «governo inclusivo» (formula magica quanto vaga suggerita a Doha dagli americani) dovesse realizzarsi è facile che le spese militari precipitino.
Vero è che i poliziotti dovranno rimanere o essere sostituiti; non tutti i soldati (e tanto meno i combattenti talebani) potranno essere smobilitati per non alimentare rivolte; in compenso non ci sarà bisogno di acquistare armi per parecchi anni a venire. Il risparmio può arrivare a circa 3 miliardi così che al nuovo Emirato talebano servirebbero più o meno 7 miliardi per sostituire (con meno spese belliche) l’attuale macchina statale.
Il ruolo delle Ong
Un peso importante nell’economia veniva delle agenzie umanitarie e da centinaia di Ong che non passavano dalle casse pubbliche, ma che comunque contribuivano a far funzionare tutto. Ad esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pronte 500 tonnellate di farmaci e strumentazione sanitarie, ma non riesce a portarle in Afghanistan perché non trova un velivolo disponibile ad atterrare nel Paese.
Ammesso e non concesso che gli aiuti umanitari continuino a fluire anche verso un Emirato talebano, mancherebbero comunque tre miliardi l’anno di aiuti soprattutto Usa perché l’Afghanistan talebano resti povero com’era quello filoamericano.
Sono questi tre miliardi (più gli aiuti umanitari) la «carota» su cui conta l’Occidente per avere ancora influenza sul futuro del Paese: troppi burqa vorrà dire meno pozzi. Ai talebani non converrà, è la speranza dell’Occidente.
L’economia informale
Tutti questi dati sono in parte nei bilanci governativi verificati dai consiglieri americani, in parte stimati delle Nazioni Unite. Il limite tanto dell’allarme dell’ex governatore della Banca Centrale di Kabul quanto delle speranze di Biden e dell’Occidente tutto è che solo il 10 per cento degli afghani ha un conto in banca e oltre l’80 per cento dell’economia è informale, sfugge ai calcoli del Pil.
Un esempio: l’export afghano è ufficialmente inferiore a un miliardo, meno del confinante e poverissimo Tajikistan che però ha un quarto degli abitanti. Difficile da credere a meno che si considerino il contrabbando come un effetto inevitabile di 40anni di guerra. Il discredito del governo filoamericano viene anche dal non aver fatto nulla per cambiare la situazione.
Le donazioni
I talebani, con i loro mezzi brutali, potrebbero invece riuscire a ridurre la vasta area di corruzione e recuperare risorse. Altri miliardi possono venire dai donatori del Golfo, i cui giornali scrivono che soffocare l’Afghanistan togliendo gli aiuti sarebbe un errore. Altri ancora dalla Cina interessata a sfruttare finalmente i diritti che vanta sulle miniere di rame, ma anche contrattarne di nuove per zinco e terre rare.
Mentre guardiamo alle tragedie dell’aeroporto, i talebani costruiscono già il loro apparato amministrativo. L’ex capo della loro «commissione economica» a Doha è diventato governatore della Banca Centrale, Haji Mohammad Idris. I dipendenti del ministero delle Finanze hanno fatto sapere di essere al lavoro.
Il primo Emirato tra il 1996 e il 2001 riuscì a ridurre la violenza interna e a garantire stabilità economica. Avevano un perfetto controllo del territorio tanto che fermarono (in cambio di aiuti) anche la coltivazione dell’oppio. Chi crede di cambiarli con una sola «carota» da tre miliardi, li sta sottovalutando.
(da TPI)

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DA BARI A MILANO, I COMUNI ITALIANI SI MOBILITANO PER L’ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI AFGHANI

Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile

SCHIERATO ANCHE IL SINDACO LEGHISTA DI FERRARA

“Saremo i primi ad accogliere chi fugge dall’Afghanistan”, lo ha dichiarato il sindaco di Ferrara Alan Fabbri all’indomani dell’arrivo dei talebani a Kabul.
Il primo cittadino leghista ha sottolineato come quella che sta attraversando il Paese, tornato nelle mani del gruppo islamista, sia una situazione che non ha a che fare con i partiti ma “con l’umanità che dovrebbe contraddistinguere ognuno di noi”, in controtendenza con quanto affermato dal segretario del suo partito, Matteo Salvini, il quale vorrebbe offrire ospitalità “a donne e bambini in pericolo”, ma non ai migliaia di afghani che faranno domanda di asilo in Italia.
L’orientamento di Fabbri è quello espresso dalla maggior parte dei sindaci italiani sull’accoglienza dei collaboratori afghani del governo italiano.
Da quando Kabul è ricaduta sotto il controllo dei cosiddetti studenti coranici centinaia di comuni, da Bari a Bolzano, si sono detti pronti a mettere a disposizione le proprie strutture di accoglienza, a prescindere dal colore del governo locale.
Lo conferma a TPI il sindaco di Bari e presidente dell’Associazione Nazionale dei comuni italiani (Anci) Antonio Decaro, il quale ha proposto di ampliare il sistema di accoglienza e integrazione (la rete Sai) che già ospita 500 famiglie afghane su tutto il territorio nazionale per distribuire i nuovi arrivi.
“Abbiamo dato disponibilità al governo per due motivi: il primo è che abbiamo già una rete attiva proprio per le famiglie dei collaboratori afghani, come previsto da una legge del 2014: ci sono oltre 500 persone originarie dell’Afghanistan che in questi anni accogliamo nella rete degli ex Sprar”, spiega Decaro.
“Contemporaneamente abbiamo paura che attraverso le prefetture ci siano delle concentrazioni: i collaboratori sono circa 2mila, se li portano tutti in un piccolo comune perché c’è una caserma che trasformano in un Cas è chiaro che si possano avere delle tensioni e sicuramente non parliamo d’integrazione in quel caso”, continua.
Di qui la proposta di espandere il sistema già attivo. “Un terzo dell’accoglienza la fanno già i comuni: sono oltre 25mila le famiglie, non solo di rifugiati afghani, accolti nella rete Sai, per un totale di 690 comuni coinvolti. E in questa emergenza specifica in tanti, indipendentemente dall’orientamento, hanno dato disponibilità”, aggiunge il primo cittadino.
Milano ha già accolto i primi arrivi: 34 persone in tutto, di cui 16 bambini, giunte giovedì a Ciampino con un ponte aereo dell’esercito. Sono le dottoresse del centro ginecologico di Herat della Fondazione Veronesi e i loro familiari più stretti. Ora si trovano in un Covid hotel sotto la responsabilità sanitaria di Ats Milano.
Intanto la prefettura, insieme al Comune di Milano e ad altri centri lombardi, sta smistando i primi 160 profughi afgani che per la ripartizione nazionale spettano alla regione. Altre decine sono già state destinate alle relative strutture di accoglienza in Veneto e in Trentino Alto Adige, altri attendono indicazioni. Come i comuni del modenese, che hanno dichiarato “piena disponibilità a collaborare”. “Modena ha tutto per accoglierli”, commentano dallo staff del sindaco Gian Carlo Muzzarelli. E se a Bari i posti per il momento sono limitati – motivo per cui è stato chiesto l’ampliamento della rete Sai – famiglie, parrocchie e associazioni hanno espresso la volontà di prendere in casa i profughi, o di fare domanda di adozione “non solo di minori, ma di intere famiglie”, racconta Decaro.
Sono circa 2.500 i civili afghani, collaboratori del governo italiano e loro familiari, che dovrebbero essere trasferiti in Italia, di cui 1.600 sono già stati evacuati. Ma la questione principale emergerà nei prossimi mesi, quando la domanda aumenterà ben oltre queste cifre e il vero nodo riguarderà tutti i civili afghani in fuga dal Paese, non solo gli ex collaboratori della Nato, che già prima della presa definitiva di Kabul – secondo le stime dell’Oim – erano circa 30mila a settimana. È qui che il colore politico potrebbe tornare ad avere un peso.
Ieri il premier sloveno Janez Jansa, che detiene la presidenza semestrale del consiglio dell’Ue, ha detto che “l’Unione Europea non aprirà corridoi umanitari per i migranti”. A poco sono servite le rassicurazioni del Presidente del Parlameno Ue, David Sassoli, il quale ha replicato che “certamente uno sforzo di solidarietà deve essere compiuto”, perché sui leader europei incombe lo spauracchio del 2015, quando un milione di rifugiati siriani raggiunsero l’Europa attraverso i Balcani e la Grecia, spingendo la Commissione a dare vita a un nuovo modello di accoglienza, quello dell’istituzione di hotspot al confine.
La Grecia è già corsa ai ripari, avviando la costruzione di un muro di 40 chilometri lungo la frontiera con la Turchia, per fermare l’eventuale ondata di migranti in arrivo. “Dobbiamo proteggerci dai grandi flussi di migranti irregolari”, ha dichiarato il premier francese Emmanuel Macron.
Se questa è la rotta indicata dai leader dell’Ue, anche la solidarietà dei sindaci più volenterosi potrà servire a poco. “Come presidente dell’Anci che rappresenta 8mila comuni posso dire che sono scelte che spetteranno al governo. Se i numeri aumenteranno credo che il problema dovrà essere affrontato a livello internazionale, e tutti i Paesi dovranno farsi carico di chi sta scappando da un regime – dice Decaro – Bari ha già dimostrato 30 anni fa di essere accogliente. Personalmente credo che non possiamo girarci dall’altra parte”.
(da agenzie)

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IL DRAMMA DI SHUKRIA BARAKZAI: “PAGHERO’ CON LA VITA IL DESIDERIO DI ESSERE LIBERA”

Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile

LA GIORNALISTA AFGHANA, ATTIVISTA DEI DIRITTI UMANI ORA VIVE NASCONDENDOSI, I TALEBANI LE HANNO IMPEDITO DI ESPATRIARE..E IN ITALIA CI SONO DEI CRIMINALI, COMPLICI DI DELINQUENTI, CHE PENSANO A CHIUDERE I CONFINI

Shukria Barakzai è stata candidata in Afghanistan alle elezioni presidenziali. Giornalista, politica e attivista per i diritti delle donne vive ora nascondendosi da un posto all’altro.
“Non ho paura di morire – ha dichiarato in un’intervista a La Repubblica -, mi hanno lanciato un kamikaze contro nel 2014, so che mi uccideranno”.
Domenica 15 agosto era in aeroporto col marito a Kabul per prendere un aereo commerciale
“I talebani mi hanno riconosciuta, ci hanno presi e picchiati e stavano per spararci quando la folla e’ intervenuta e ci ha permesso di fuggire – ha raccontato -. A 20 metri i soldati americani ci guardavano. Ora mi nascondo. Sono sotto shock”. Barakzai ne e’ certa: “Pagheremo con le nostre vite il desiderio di essere libere, c’e’ qualcuno che sente il nostro grido?”.
E lancia un appello: “Vi prego, sosteneteci, parlate per tutte quelle a cui stanno togliendo la voce, impedite a un gruppo terroristico di decidere per le nostre vite”.
(da agenzie)

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CRISANTI: “CHI NON SI VACCINA SI INFETTERA’ ENTRO 18 MESI”

Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile

“I VACCINI DOVRANNO ESSERE AGGIORNATI”

«Con una variante di Covid-19 che ha un R0 di 6, chi non si vaccina prima o poi si infetta nel giro di un anno/un anno e mezzo. Quindi è urgente che la maggior parte delle persone si vaccinino».
Parola di Andrea Crisanti, docente di microbiologia all’Università di Padova, ospite di Timeline su Sky Tg24.
Secondo il professore «il fatto che i vaccinati possano contagiarsi è un elemento di riflessione, probabilmente questi vaccini dovranno essere aggiornati perché non è una buona cosa permettere al virus di trasmettersi in presenza di persone vaccinate: queste ultime rappresentano una pressione selettiva per sviluppare varianti resistenti, quindi è un argomento su cui il mondo scientifico dovrà interrogarsi e probabilmente anche aggiornare tutte le misure di prevenzione. Queste nuove varianti che infettano anche i vaccinati sono un elemento di preoccupazione».
Nei prossimi mesi, ha spiegato Crisanti, da Israele arriveranno i dati per capire se sarà invece sufficiente la terza dose.
«L’esigenza della terza dose deriva dall’osservazione che molte persone fragili e anziane si ammalano, nonostante siano state vaccinate pienamente con due dosi, e a volte si ammalano anche in misura grave, sembrerebbe che in qualche modo la vaccinazione stia perdendo effetto. Ora, il problema è che non si sa bene se la vaccinazione sta perdendo effetto perché magari il livello di anticorpi diminuisce oppure perché le nuove varianti, di fatto, sono parzialmente resistenti al vaccino. Questo è un aspetto che dovrà essere prima o poi chiarito, e penso che l’esperienza di Israele ce lo dirà, perché se in Israele, nonostante la terza dose, le persone fragili ed anziane continuano ad ammalarsi, è chiaro che questo vaccino non è in grado proteggerle bene, e allora non le proteggerà neanche la quarta e quinta dose: questo significa che diventa più urgente probabilmente aggiornare i vaccini, piuttosto che fare terze, quarte e quinte dosi».
(da agenzie)

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LA CASA EDITRICE NO-VAX SI RITIRA DAL SALONE DEL LIBRO PER PROTESTA CONTRO IL GREEN PASS: BENE, COSI’ C’E’ PIU SPAZIO PER CAMMINARE

Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile

E I LETTORI NON ENTRANO IN CONTATTO CON CERVELLI CONTAMINATI

Sul profilo Facebook di Prabhat Eusebio la parola “vaccino” (in tutte le sue declinazioni) vengono sempre seguite dall’emoticon del teschio, simbolo della morte.
E tra un proclama no vax e l’altro, emerge anche un pensiero – strettamente correlato all’anti-vaccinismo – contro il Green Pass.
Lui è il fondatore della Uno Editori, la casa editrice di Torino che ieri ha comunicato il proprio ritiro dal Salone del Libro che si terrà nella città della Mole dal 14 al 18 ottobre.
“La vita inizia dove finisce la paura! Questo è il tempo del coraggio, delle scelte difficili, scomode, non comprese, osteggiate dalle masse, ma necessarie. La vita non si fonda sulla parola, spesso effimera e danneggiata da sistemi di pensiero appesantiti da secoli di condizionamenti sociali, ma sull’azione consapevole che nasce da una visione utopistica del mondo e della collettività. Ho così deciso, in accordo con altri editori, di rinunciare alla nostra partecipazione al Salone internazionale del libro di Torino. Rinuncio all’acconto dato per l’acquisto dello spazio e agli incassi dei 5 giorni di fiera, e a dare lavoro a tutte le persone coinvolte in questi anni per la gestione dello stand”.
Queste sono le parole scelte per accompagnare quella foto in cui la Uno Editori annuncia il proprio disimpegno dall’evento che ogni anno attira migliaia di appassionati di lettura, con ospiti e conferenza di livello mondiale.
Prabhat spiega i perché che lo hanno spinto in questa decisione: “Per rispettare uno dei valori più elevati e sacri dell’universo, la libertà, non quella decantata dai politici o dai filosofi, ma la libertà di coscienza, da cui derivano tutte le altre. Per dire NO, a un sistema repressivo e coercitivo. Per essere d’esempio, per le prossime generazioni, e attenuare gli effetti della sociopatia dilagante di questa era, la falsa pandemia”.
Amen
(da agenzie)

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TONY BLAIR: “L’ERRORE DELL’OCCIDENTE? TRATTARE L’ISLAM RADICALE COME UNA SFIDA PER PARTI E NON COME INSIEME”

Agosto 24th, 2021 Riccardo Fucile

“IL RITIRO DALL’AFGHANISTAN INUTILE E PERICOLOSO”

“Tragico, pericoloso e non necessario”. Così l’ex primo ministro britannico, Tony Blair, ha descritto il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan nella sua prima dichiarazione dopo la caduta di Kabul nelle mani dei Talebani.
In un commento pubblicato sul suo sito e rilanciato oggi dal Foglio, Blair ha affermato che la decisione di ritirarsi dall’Afghanistan è stata presa dalla politica e ha fatto riferimento alla fine delle “guerre infinte”, uno degli slogan usati dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden durante la sua campagna elettorale. “Non avevamo bisogno di farlo. Abbiamo scelto di farlo”, ha scritto.
“Lo abbiamo fatto in obbedienza a uno stupido slogan politico sulla fine delle ‘guerre infinite’, come se il nostro impegno nel 2021 fosse lontanamente paragonabile al nostro impegno di 20 o addirittura 10 anni fa, e in circostanze in cui il numero delle truppe è diminuito al minimo e nessun soldato alleato ha perso la vita in combattimento da 18 mesi”, ha proseguito.
Blair ha quindi affermato che la Gran Bretagna ora ha l’“obbligo morale” di rimanere in Afghanistan fino a quando “tutti coloro che devono esserlo non saranno evacuati”. “Dobbiamo evacuare e dare rifugio a quegli afghani che ci hanno aiutato e ci sono stati accanto e che hanno il diritto di esigere il nostro sostegno”, ha aggiunto l’ex primo ministro, che ai tempi dell’intervento militare statunitense in Afghanistan, nel 2001, era alla guida del governo britannico.
Ma il cuore dell’intervento di Blair è sull’errore commesso dall’Occidente nel porsi di fronte all’islam radicale:
“Preferiamo identificarlo come un insieme di sfide sconnesse, ciascuna da affrontare separatamente. Se l’avessimo definita una sfida strategica e l’avessimo vista nel suo insieme e non come parti distinte, non avremmo mai preso la decisione di ritirarci dall’Afghanistan. Siamo nel ritmo di pensiero sbagliato in relazione all’Islam radicale. Con il comunismo rivoluzionario, abbiamo riconosciuto di essere di fronte a una minaccia di natura strategica, che ci ha richiesto di affrontarlo sia ideologicamente che con misure di sicurezza. Durò più di 70 anni. Per tutto quel tempo, non ci saremmo mai sognati di dire: “Beh, siamo qui da molto tempo, dovremmo lasciar perdere”
“Sapevamo – continua Blair – che dovevamo avere la forza di volontà, la capacità e la resistenza per andare fino in fondo. C’erano diverse aree di conflitto e confronto, diverse dimensioni, vari gradi di preoccupazione a seconda del crescere e dell’attenuarsi della minaccia. Ma eravamo consapevoli che si trattava di una minaccia reale e ci siamo uniti tra nazioni e partiti per affrontarla. Questo è ciò che dovremmo decidere ora con l’islam radicale”, prosegue l’ex premier britannico.
Ciò che è assurdo è credere che la scelta sia tra ciò che abbiamo fatto nel primo decennio dopo l′11 settembre e la ritirata a cui stiamo assistendo ora: trattare il nostro intervento militare su vasta scala del novembre 2001 come se fosse della stessa natura della missione di sicurezza e supporto in Afghanistan degli ultimi anni. L’intervento può assumere molte forme. Dobbiamo farlo imparando le lezioni degli ultimi 20 anni in base non alla nostra politica a breve termine, ma ai nostri interessi strategici a lungo termine.
(da agenzie)

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