Agosto 14th, 2021 Riccardo Fucile
LO RIBADIAMO: QUESTA STORIA FINIRA’ SOLO QUANDO QUALCUNO BUSSERA’ ALLA PORTA DI QUESTA FECCIA
Dietro una tastiera sono tutti leoni. E lo zoo social, anche oggi, ha offerto il peggior spettacolo possibile con gli insulti a Gino Strada.
Neanche la morte, infatti, riesce a placare l’odio che impera sulle varie piattaforme. Se da una parte arrivano messaggi di cordoglio e “call to action” come quella di Loredana Bertè, dall’altra c’è chi – con cuore (a mo’ di emoticon) impavido – si prodiga nel rilasciare i suoi commenti non richiesti su un fatto che, al massimo, dovrebbe essere accompagnato solamente da un silenzio.
Che non tutti apprezzassero il lavoro di Gino Strada è cosa nota a tutti. Si può essere in accordo o in disaccordo con loro, ma in un mondo democratico è anche legittimo ascoltare le mozioni di tutti (anche se le riteniamo sbagliate).
Ma, spesso e volentieri, gli insulti a Gino Strada sono stati privi di correlazione con la realtà. E questo fenomeno non si è spento neanche nel giorno della notizia della sua morte. Questa una rapida (neanche troppo) carrellata della vergogna presente in rete.
Un misto tra i razzisti della prima ora, i sovranisti della seconda generazione e chi non perde l’occasione per paventare la correlazione tra la vaccinazione anti-Covid e la morte del fondatore di Emergency.
Questi insulti a Gino Strada, nel giorno della sua morte, sono la cartina di tornasole di come gli italiani siano stati fomentati da una certa parte della politica (la stessa che, a tre ore dalla notizia del suo decesso, non ha ancora scritto una riga per ricordare il medico attivista) e che non riescano a fermare il proprio odio anche quando la controparte non è più in grado di rispondere. Un male atavico che Gino Strada ha provato a combattere durante tutta la sua vita.
(da agenzie)
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Agosto 14th, 2021 Riccardo Fucile
“VACCINI E APERTURA SUI PIU’ GIOVANI SONO LE PRIORITA'”
Matteo Bassetti non è pronto a barattare scienza con popolarità. 
E’ quanto emerge dall’intervista rilasciata questa mattina sulle colonne de Il Corriere della Sera, in cui il virologo si è detto “scaricato” dagli ambienti di centrodestra da quando ha cominciato la sua battaglia in favore del vaccino.
In questi due anni di pandemia il primario del reparto di malattie infettive all’ospedale San Martino di Genova è stato uno dei punti di riferimento scientifici per quella parte dell’emiciclo.
A Lega e Fratelli d’Italia sono piaciute molto quelle uscite di Bassetti che tendevano a smorzare molte delle paure legate al covid. Sebbene alle volte più che rassicurazioni sono sembrate incoscienti ridimensionamenti dei fatti.
“Se Bassetti non piace più non è un mio problema. Io porto avanti le ragioni della scienza – ha raccontato il virologo -. La scienza ci dice che la soluzione, per arginare la pandemia, sta nei vaccini. Ancora oggi, nel mio ospedale, sono stati ricoverate persone fra i 40 e i 60 anni con forme di Covid che potevano essere prevenute con la vaccinazione”.
Effettivamente nella comunicazione del professore è cambiato qualcosa. “In qualche modo sono diventato una specie di idolo della destra perché ho sempre ritenuto sbagliato il terrorismo mediatico sul Covid – spiega Bassetti – e i bollettini che, almeno in certi momenti della pandemia l’anno scorso, ci informavano, ossessivamente, ogni giorno, della situazione di morti e ricoverati. Questo mio modo di fare comunicazione è piaciuto a una certa area politica”.
La linea pro vax ha costretto l’immunologo genovese a rinunciare ad una fetta di popolarità, in favore di un doveroso rispetto per la scienza. Poi il richiamo ai più giovani e l’importanza degli studenti “Non possiamo mantenere ancora i ragazzi in Dad. Hanno bisogno di stare insieme e di socializzare. Devono vaccinarsi. E per gli insegnanti si dovrebbe pensare all’obbligo”.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 14th, 2021 Riccardo Fucile
PARLA IL DIRETTORE DI TERAPIA INTENSIVA DEL POLICLINICO DI MODENA
Massimo Girardis è il direttore della terapia intensiva del Policlinico di Modena oltre che professore all’Università di Modena e Reggio Emilia. Lavora quindi in una delle capitali dei No vax italiani, dove ogni giorno si scende in piazza a manifestare. In un’intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera spiega chi sono i suoi pazienti oggi ricoverati per Covid-19: «Li dividerei in tre categorie. Chi non si è vaccinato per paura, No vax e negazionisti». I primi sono quelli che «chiedono aiuto, conforto. Riconoscono l’errore, sono riconoscenti verso medici e personale». Ma gli “ospiti” più difficili sono i cosiddetti negazionisti: «Sono convinti che il Covid sia un’invenzione del sistema e ne rifiutano l’esistenza fino a quando non riescono più a respirare e hanno bisogno di ossigeno per sopravvivere».
Girardis racconta un caso tipico: «Abbiamo qui un’intera famiglia, padre, madre e figlio. Il problema è che sono persone difficilmente gestibili. L’uomo non voleva salire in ambulanza, quando è arrivato al Pronto soccorso gridava che sarebbe andato via dopo pochi minuti. Solo quando si è risvegliato in rianimazione, dopo giorni di intubazione, si è convertito e ha ammesso l’esistenza del Covid». Il professore spiega che con loro all’inizio il dialogo è difficile: «Hanno un atteggiamento ostile nei confronti dei sanitari con i quali manca armonia. Temono di non essere assistiti come gli altri per la nomea di negazionisti e rivendicano gli stessi diritti, però allo stesso tempo rifiutano le cure. Ci sono momenti di tensione in reparto».
E questo perché «gli infermieri sono segnati da fatica e sofferenza interiore. Hanno visto tanti malati morire e il confronto con gente che nega una realtà così dolorosa rischia di generare scintille. Temo si possano verificare episodi sgradevoli».
Il problema è anche e soprattutto caratteriale: «Noi soffochiamo sotto tute e maschere, oppressi dal caldo di questo agosto. Fatichiamo, fisicamente ed emotivamente, perché ci sembra di essere tornati ai tempi bui. E poi arrivano questi soggetti che ci trattano da nemici, ci accusano di volerli uccidere intubandoli a forza».
Infine ci sono i No vax veri e propri: «Riconoscono l’esistenza del Covid ma sono contro i vaccini, barricati dietro le solite motivazioni. Non ci sono prove che funzionino, i danni si vedranno negli anni perché modificano il genoma umano, non voglio diventare suddito delle lobby industriali, eccetera. Una volta guariti si scusano per aver fatto tanta propaganda negativa sui social».
(da agenzie)
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Agosto 14th, 2021 Riccardo Fucile
I SINDACATI ESULTANO IN PIEMONTE PERCHE’ ANCHE UN NO VAX PUO’ ACCEDERE ALLA MENSA AZIENDALE: E QUESTI SAREBBERO QUELLI CHE TUTELANO I LAVORATORI?
Il governo Draghi ha imposto un dietrofront sul Green pass nelle mense di militari e
polizia. Ieri abbiamo raccontato che una circolare della Polizia di Stato datata 5 agosto – il giorno prima dell’entrata in vigore della Certificazione Verde Covid-19 obbligatoria in ristoranti e bar – esentava dalla presentazione del salvacondotto per l’accesso alle mense di servizio di Questure e Prefetture.
Ma l’esecutivo, anche a seguito delle indicazioni del ministero della Salute, fa sapere che l’obbligo tornerà in vigore superando le circolari interne della polizia. Che potevano anche rappresentare un precedente pericoloso e scatenare un effetto domino su quelle aziendali, in fermento per l’obbligo sugli operai di esibire il Green pass per la pausa pranzo sul posto di lavoro.
Una decisione che però non è piaciuta ai sindacati. «Quanto sta avvenendo nelle ultime ore con la questione Green Pass, rasenta davvero il ridicolo e l’incredibile. La certificazione verde sarà ora obbligatoria anche nelle mense delle forze di polizia. Non si può introdurre una disposizione del genere a fronte di un vaccino non obbligatorio. Si calpestano i diritti dei lavoratori in divisa e si perpetra un abuso nei loro confronti», dice Fabio Conestà, Segretario Generale del Movimento Sindacale Autonomo di polizia (Mosap).
Ieri era emerso che una circolare della polizia firmata dal caposegreteria e prefetto Sergio Bracco esentava dal Green Pass obbligatorio le mense di polizia e militari. Nel primo paragrafo dedicato alle mense di servizio si chiariva che «le attività connesse con la fruizione del vitto sono consentite a tutto il personale, fermo restando il rispetto dei protocolli o delle linee guida dirette a prevenire o contenere il contagio».
Secondo la circolare si applicava il decreto 105 che istituisce il Green Pass obbligatorio soltanto «per quanto concerne l’accesso di persone esterne/ospiti». Liberando di fatto tutte le mense di polizia e militari dall’obbligo per gli astanti di presentazione del Green Pass.
Intanto è rientrato lo sciopero alla Hanon Systems di Campiglione Fenile, nel Torinese. L’azienda ha comunicato il ritiro immediato dell’obbligo di Green pass per la mensa aziendale.
I sindacati hanno salutato la decisione come una grande vittoria. «Ci abbiamo creduto sin dall’inizio e anche la Regione Piemonte ci ha dato ragione, per cui i lavoratori mangiano tutti insieme», ha detto Davide Provenzano, leader della Fim Cisl. La Regione Piemonte infatti aveva sottolineato l’assenza di obbligo di Green pass nelle mense aziendali «fermo restando il rispetto dei protocolli o delle linee guida dirette a prevenire o contenere il contagio».
E nel frattempo dal 17 agosto, per accedere al servizio mensa dei dipendenti dentro la Città del Vaticano. La certificazione emessa dal Vaticano, che ha avuto il riconoscimento europeo, è stata resa disponibile nelle scorse settimane a tutte le persone che si sono vaccinate in Vaticano. Se non si ha il Green pass, in alternativa bisognerà esibire una certificazione medica comprovante l’impossibilità a sottoporsi a vaccinazione, secondo quanto deciso dal Governatorato. La verifica del Green pass sarà affidata al personale incaricato dalla Direzione dell’Economia dello stesso Governatorato. Si tratta della prima applicazione del Green pass all’interno del Vaticano. L’udienza generale, con la partecipazione di centinaia di persone, mercoledì 11 agosto, si è svolta senza chiedere il pass ai fedeli. E al momento non ci sono comunicazioni diverse per la prossima udienza, quella del 18 agosto, che si svolgerà sempre nell’Aula Paolo VI.
(da Open)
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Agosto 14th, 2021 Riccardo Fucile
L’EX CALCIATORE RACCONTA LA SUA ESPERIENZA
L’ex giocatore della Roma Daniele De Rossi in un’intervista a Sportweek annuncia che lascerà la Nazionale per provare a fare l’allenatore ma, soprattutto, racconta la sua lotta contro Covid-19.
La sua storia insegna che è molto pericoloso sottovalutare il Coronavirus, anche se si è giovani e forti: «L’ho preso in Bulgaria. Sono stato subito male con febbre alta, ma l’ho sottovalutato. Avevo letto che alla mia età, 37 anni, al massimo avevi tre giorni di febbre. Invece è stato un crescendo. Ho vissuto tre fasi. La prima, di malessere vero: tosse tutto il giorno e nausea. Spossante. La seconda, della paura: in ospedale allo Spallanzani, dopo aver preso la saturazione che misurava 87 i dottori, che non smetterò mai di ringraziare, hanno cambiato faccia… Sono stato quattro giorni sotto ossigeno. La terza fase è stata quella dell’attesa: finiti i sintomi, sono rimasto 18 giorni positivo, senza poter uscire».
De Rossi parla anche del video con la maschera di ossigeno e l’audio in cui racconta i sintomi di cui ha sofferto: «L’avevo mandato agli amici più stretti per rassicurarli, uno di loro l’ha girato in una chat di famiglia e da lì è uscito. L’inoltro è l’opzione peggiore di WhatsApp, andrebbe eliminato. Però anche i giornali e i siti dovrebbero fermarsi prima di pubblicare un materiale riservato senza la volontà del diretto interessato. Il dolore spettacolarizzato e questa morbosità per incidenti, infortuni, malattie, non la condividerò mai. Disumanizza la società».
Infine, due parole sui No vax: «Sono vaccinato, mai stato contro. Posso capire l’anziano che ha paura delle reazioni, ma le manifestazioni in piazza di chi parla di complotti e nega il Covid, le ritengo pura follia. Avere intorno gente che ragiona così mi spaventa. Il vaccino è l’unica strada per tornare ad avere una vita normale. Gli obblighi e le imposizioni mi fanno schifo sempre, la democrazia non si tocca, ma la tua libertà di scegliere non può intaccare la mia salute».
(da agenzie)
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Agosto 14th, 2021 Riccardo Fucile
I DATI DEL RAPPORTO DI SORVEGLIANZA INTEGRATA
Nell’ultima settimana è aumentata l’incidenza dei contagi da Covid fra i bambini nella
fascia 0-9 con un’incidenza leggermente superiore a 50 casi per 100.000 abitanti per la prima volta da inizio maggio.
In linea con quanto osservato nella settimana precedente, l’incidenza nella fascia di età 10-19 è pari a 156 per 100.000 abitanti, nella fascia 20-29 è pari a 146 per 100.000 abitanti e nelle fasce 30-39 e 40-49 è pari rispettivamente a 79 e 56 per 100.000 abitanti. Lo rivela il rapporto di sorveglianza integrata settimanale dell’Iss.
Il tasso di ospedalizzazione negli ultimi 30 giorni per i non vaccinati è stato oltre sette volte più alto rispetto ai vaccinati con ciclo completo (52 contro 7 ricoveri per 100.000 abitanti). Lo indica il rapporto di sorveglianza integrata Iss sul monitoraggio Covid sul sito Epicentro dell’Istituto.
Ecco invece il dettaglio dei dati aggiornati sull’efficacia vaccinale. I vaccini in Italia nel periodo 4 aprile-8 agosto hanno dimostrato l′82,33% di efficacia nel prevenire il contagio, il 94,7% nel prevenire l’ospedalizzazione, il 97,16% il ricovero in terapia intensiva e il 96,82% il decesso.
E’ quanto segnala l’Istituto Superiore di Sanità nei . Il livello di protezione dalla diagnosi positiva di Covi varia tra le fasce di età, andando dal 68,32% per i 12-39 enni all′88,91 degli over 80, mentre nel prevenire i ricoveri ordinari va dall′88,4% dei più giovani al 94,07 dei più anziani. Meno oscillazioni per l’efficacia sui ricoveri in rianimazione (97,15% per la fascia 40-59, 97,79% per i 60-79enni e 95,79% per gli over 80) e sui decessi (rispettivamente 95,13%, 96,89% e 96,69%).
Nel momento in cui le vaccinazioni nella popolazione raggiungono alti livelli di copertura, si verifica il cosiddetto effetto paradosso che non rappresenta più la copertura effettiva vaccinale: il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile tra vaccinati e non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi.
La spiegazione di questo fenomeno, utile per la lettura dei numeri della pandemia, è contenuta nel rapporto di sorveglianza integrata dell’Iss pubblicato sul sito Epicentro. Fra gli over 80, con copertura vaccinale al 90%, il numero di ospedalizzazioni fra vaccinati con ciclo completo è pari a 294 e mentre nei non vaccinati è leggermente più basso, pari a 220, ma il gruppo dei non vaccinati in questa fascia di età è ovviamente molto più esiguo (il 10% del totale).
(da agenzie)
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Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile
COGNATI, SORELLE, GABBIANI, EX CUBISTE RAMPANTI, EX DI ALEMANNO, AMICI DI DURIGON: COME FRATELLI D’ITALIA E LEGA SI PREPARANO A SPARTIRSI LE POLTRONE CHE CONTANO
Su Enrico Michetti, il semisconosciuto candidato della destra per la scalata a Palazzo
Marino, ci sono ad oggi tre certezze.
La prima, figlia di gaffe e surreali digressioni sulla Roma dei Cesari, è che il tribuno lanciato dalle trasmissioni su Radio Radio sembra del tutto inadeguato al ruolo di sindaco della capitale.
La seconda è che Michetti, sondaggi alla mano, è avanti rispetto ai rivali, e salvo sorprese arriverà al ballottaggio. La terza evidenza è che, dovesse vincere il duello finale contro Virginia Raggi, Carlo Calenda o Roberto Gualtieri, il docente a contratto dell’Università di Cassino, conterà poco o nulla.
Non solo perché privo di qualsiasi esperienza politica, ma perché scevro di consenso personale (che appare inferiore a quello delle liste che lo appoggiano) e forza politica reale. La macchina elettorale che sostiene lui e la sua vice Simonetta Matone, al contrario, è ben oliata.
Ed è guidata da uomini di Fratelli d’Italia e della Lega: in caso di successo della coppia saranno i loro dante causa, dunque, ad appaltare e smistare le poltrone di assessorati e partecipate. Con il rischio (altissimo) di rivedere Roma in mano a raccomandati assortiti e volti già protagonisti dei fallimenti delle giunte di Gianni Alemanno e Renata Polverini.
Un universo che dopo i disastri dei primi anni dieci si è inabissato dividendosi in fazioni diverse e litigiose, e che oggi è tornato a rioccupare posizione di vertice non solo del partito lepenista della Meloni, ma anche della Lega di Matteo Salvini, guidata a Roma dal nostalgico Claudio Durigon.
Andiamo con ordine. Se ad ottobre il Cavalier Michetti (uno che paragona i vaccini anti Covid al doping della Germania dell’Est) riuscirà nell’ardua impresa, in tanti scommettono che il Campidoglio sarà militarizzato, in primis, dai colonnelli della Meloni.
Il più influente, ad oggi, è Francesco Lollobrigida. Cognato della “capa” (ha sposato la di lei sorella Arianna, la prima ad aver segnalato a Giorgia il tribuno radiofonico come possibile candidato civico) oggi è capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera.
Già assessore ai Trasporti con la Polverini, “Lollo”, come lo chiamano gli amici, è diventato il suggeritore più ascoltato dalla Meloni. Non solo per via della parentela stretta, ma anche per la decisione di rivoluzionare insieme la strategia politica del partito.
I due, di fatto, hanno ucciso freudianamente il “padre” e mentore Fabio Rampelli, rinnegando la visione dell’ex capo della sezione di Colle Oppio e della corrente dei “gabbiani” e aprendo il partito ad alleanze e pezzi della società civile dentro e fuori di Grande raccordo anulare.
Chi scambia Lollobrigida per un moderato, però, si sbaglia di grosso
Michetti sa che dovrà ascoltare – direttamente o indirettamente – i consigli non solo del cognato, ma anche la sorella della Meloni.
La moglie di Lollobrigida, Arianna, formalmente è una dipendente precaria della Regione Lazio, assunta e riassunta da lustri dai vari gruppi consiliari della destra: l’attuale incarico è quello di responsabile della segreteria della presidente della commissione Trasparenza, la meloniana Chiara Colosimo.
Tutti sanno, però, che la sorella minore del leader è una dei consiglieri esterni più ascoltati nel partito. «Faccio politica del 1993 a prescindere dalle parentele, non ho mai avuto bisogno di essere raccomandata da alcuno», ha detto lo scorso settembre a chi la accusa di nepotismo.
Lei, in effetti, sembra preferisca raccomandare: nel 2007, quando a Viterbo fu arrestato l’assessore di An Mauro Rotelli perché accusato di aver assegnato la gestione delle mense scolastiche a una società (la Euroservice catering) in cambio dell’assunzione di alcune persone, i magistrati esibirono documenti e fax inviati da Arianna in persona alla stessa società in cui si segnalavano nomi di persone da assumere nei servizi di fornitura pasti di alcune carceri.
Al tempo dei fatti la Meloni senior era impiegata del gruppo An alla Regione Lazio, per poi approdare alla segreteria di Rampelli
“Ritengo che tutti coloro che fanno politica segnalino tramite i partiti persone che hanno bisogno di lavoro. Non credo che possa essere considerato un crimine», disse candidamente, aggiungendo che l’amico Rotelli «uscirà alla grande dalla vicenda in cui si trova coinvolto».
In effetti Rotelli, ex consigliere giuridico della Meloni quando era ministro della Gioventù e oggi fedelissimo deputato di Fratelli d’Italia, fu scarcerato dopo due mesi, mentre le accuse di abuso d’ufficio e turbativa d’asta finirono in prescrizione nel 2014. La Corte dei Conti nel 2018 lo ha però condannato a pagare 70 mila euro di risarcimento d’anni al Comune di Viterbo, che un anno fa ha notificato all’onorevole l’ingiunzione a pagare.
Al netto degli imbarazzi sui fax, un’altra vicenda giudiziaria ha creato ad Arianna qualche grattacapo: lei e il marito Lollobrigida furono infatti accusati dai magistrati di Piazzale Clodio di corruzione, nientemeno per aver favorito il costruttore Paolo Marziali nel 2009 in cambio di utilità. Per fortuna della coppia in ascesa nel 2016 la stessa accusa chiese l’archiviazione dell’inchiesta, perché gli episodi contestati ai due coniugi erano ormai troppo distanti nel tempo per l’esercizio dell’azione penale.
Assai voce in capitolo, vincesse Michetti la corsa al Campidoglio, l’avrà anche la Colosimo, la donna forte di Fratelli d’Italia nella Capitale.
Per anni organizzatrice della kermesse politico-tolkeniana di Atreju, originaria della Garbatella come l’amica Giorgia, qualche incontro di pugilato alle spalle e una breve carriera da “fascio-cubista” alla discoteca Gilda, è oggi potente consigliere alla Pisana
Intelligente e scaltra, collanina con la croce celtica portata per anni accanto al crocifisso, qualche giornale a maggio aveva addirittura ipotizzato una sua candidatura a sindaca.
Congettura accantonata subito dalla Meloni. Così come quella di incoronare candidato il mentore di tutti i “gabbiani” (Colosimo compresa), cioè Rampelli in persona. Fondatore di Fdi e principale fautore con Guido Crosetto dello strappo con il Pdl nel 2012, il maestro sa bene che i rapporti con l’apprendista si sono raffreddati da tempo, ma sperava che l’allieva gli concedesse almeno il classico promoveatur ut amoveatur, candidandolo al Campidoglio.
La leader ha deciso altrimenti, non tanto perché considera Michetti più valido dell’ex precettore, ma soprattutto per evitare scontri di potere interni al partito e consentire a Lollobrigida di giocarsi le sue carte per la sfida, tra due anni, per la presidenza della Regione Lazio.
Rampelli nega screzi e autocandidature, e per ora dissimula il malcontento. Sa bene, però, che il pacchetto di voti che controlla a Roma è ancora rilevante, e sa che in caso di una vittoria di Michetti potrà piazzare i suoi fedelissimi in qualche posto di peso.
Come già accaduto nel 2019 con Marco Marsilio, gabbiano doc e suo braccio destro storico diventato governatore dell’Abruzzo, nonostante vecchie polemiche sulla moglie Stefania Fois, che fu lambita dagli scandali sulle parentopoli di Alemanno perché contrattualizzata in Atac.
Trionfasse Michetti, alla costituzione della sua squadra metteranno bocca certamente anche Andrea “Peo” De Priamo, ex rampelliano di ferro e oggi amico personale della Meloni, senza dimenticare l’ex assessore di Alemanno Fabrizio Ghera e Federico Mollicone, il deputato di Fdi che due settimane fa ha seminato il panico tra i commessi della Camera che tentavano invano di strappargli di mano i cartelli contro il Green pass. «Visto? Ho ancora i riflessi da cestista», ha detto.
Ma anche Federico Rocca potrebbe dire la sua: candidato nelle liste meloniane insieme a Rachele Mussolini (nipote di, ovviamente), in molti credono possa fare un’exploit di preferenze e prendersi un assessorato di peso.
Dietro il moderatismo sornione di Michetti e Matone, però, non c’è solo l’estremismo dei “gabbiani”, che hanno riaccolto tra le loro fila lo stesso ex nemico Alemanno, assolto di recente dalla Cassazione per le accuse di corruzione ma non per quelle di traffico di influenze e finanziamento illecito da parte di Salvatore Buzzi della sua fondazione Nuova Italia, condanna confermata dai giudici della corte suprema.
Ma pure il blocco ex missino finito nelle file della Lega di Salvini.
Gran cerimoniere dei sovranisti laziali è, ca va san dire, Claudio Durigon. Quanto conterà il sottosegretario all’Economia finito nella bufera prima per i rapporti personali con personaggi legati alla criminalità organizzata dell’area pontina e poi per la proposta di intitolare il Parco “Falcone e Borsellino” ad Arnaldo Mussolini (fratello del Duce e principe del regime, di cui curò la propaganda fascista su giornali e radio) dipenderà anche chi, alle amministrative romane del 3 ottobre, vincerà il derby tra nostalgici e sovranisti.
La Lega alle ultime comunali del 2016 aveva raggiunto appena il 2 per cento dei voti, contro il 12 della meloni. Nelle ultime europee del 2019, però, a Roma Salvini è arrivato al 25 per cento delle preferenze, mentre Fratelli d’Italia è rimasta ferma all’8 per cento. Percentuali, dicono gli analisti, destinate tra due mesi ad invertirsi di nuovo.
Si vedrà. Di sicuro Durigon – vincesse Michetti anche grazie a un’affermazione delle liste leghiste – chiederà per i suoi almeno due-tre assessorati di rilievo, senza parlare dell’assalto alle partecipate capitoline come Ama, Atac e Acea.
Ex segretario dell’assessore della Polverini Mariella Zezza, il latinense è un ex dell’Ugl, il sindacato di destra di cui divenne vicesegretario, e da commissario romano del Carroccio ha usato le relazioni con l’organizzazione dei lavoratori per creare una rete di potere di tutto rispetto.
Il sottosegretario in bilico non si candiderà direttamente al Campidoglio, ma la compilazione delle liste saranno cosa sua e dei suoi sodali nel partito di Via Bellerio. Tra questi ci sono Alfredo Maria Becchetti, un notaio e semisconosciuto giudice della Figc diventato a sorpresa nuovo responsabile della Lega a Roma dallo scorso fine dicembre, Fabrizio Iadicicco e l’altro ex meloniano Maurizio Politi, vicino ai movimenti di destra pro-life e al movimento “Generazione Popolare” guidato da Edoardo Arrigo, nipote di Alemanno.
Ma la Lega, a Roma, ha anche il viso più rassicurante di Barbara Saltamartini. La deputata leghista è a capo di una corrente diversa da quella di Durigon, e ha deciso di candidarsi al Campidoglio su richiesta di Salvini in persona. È l’emblema del vecchio che avanza saltando di palo in frasca: in politica da 25 anni, ha cominciato con Azione giovani e nel 2008 è stata eletta alla Camera – anche grazie al rapporto strettissimo con Alemanno – nelle file del Pdl. Si distingue negli anni per le battaglie contro l’aborto, il divorzio breve, l’eutanasia.
E per il sodalizio familiare e politico con il marito Pietro Di Paolantonio (ex alemanniano di ferro e celebre come ideatore della manifestazione di musica celtica “Fairylands”), che nel 2013 fu promosso assessore regionale dalla Polverini. I due passano nel Nuovo centro destra di Angelino Alfano, ma la Saltamartini chiede asilo alla Lega quando il progetto salta.
Anche lei, in realtà, sognava una candidatura a sindaca di Roma. Ma ora deve sdebitarsi con Salvini che l’ha accolta a braccia aperte, e deve appoggiare il Cavalier Michetti senza se e senza ma.
Sapendo che – vincesse davvero il tribuno delle gaffe – sarebbero lei e gli altri ex sparpagliati tra i partiti di destra (non va dimenticata l’area forzista che fa capo a Maurizio Gasparri) a dare le carte e a gestire il potere.
(da Domani)
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Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile
MOVIDA SENZA REGOLE MA CASANOVA E’ COPERTO DA TUTTI I PARTITI, COMPRESO IL PD
Sabbia rovente, mare petrolio. Gli ombrelloni e i lettini sono sold out, ma al Papeete
Beach non c’è aria di festa. Siamo nello stabilimento più famoso di Milano Marittima, pioniere degli happy hour e tempio del salvinismo balneare, dove si fanno e disfanno governi. Il padrone è Massimo Casanova, l’amico a cui Matteo ha donato un seggio a Bruxelles.
A inizio agosto, quasi in contemporanea con la festa della Lega, a Milano Marittima è arrivata anche la Guardia di finanza. I pm di Ravenna hanno sequestrato oltre mezzo milione di euro a due società dei Casanova (intestate alla sorella Rossella) per un giro di fatture false. Lui ovviamente accusa i magistrati, ma sul suo impero di sabbia inizia a soffiare un vento minaccioso.
Milano Marittima è diventata insofferente verso il modello economico e turistico inaugurato al Papeete ormai vent’anni fa. Le transumanze alcoliche dei ragazzi che sciamano lungo la III Traversa – quella dello stabilimento dei Casanova – sono quasi quotidiane nonostante la pandemia.
Le chat private e le pagine pubbliche sui social sono piene di video e foto inclementi. File di giovani ubriachi a fare la pipì sul marciapiede, un minorenne in svenimento etilico accasciato per strada, un giovane completamente nudo che corre dallo stabilimento verso la reception dell’Hotel Miami (sempre dei Casanova). Comitive assembrate e senza regole.
È l’“indotto” del Papeete, un modello che a Milano Marittima è diventato egemone. Il turismo giovanile e alcolico ha integrato e sostituito quello familiare, benestante e pacioso.
Il sindaco di Cervia (di cui Milano Marittima è frazione) si chiama Massimo Medri ed è stato eletto con il Pd grazie anche a un programma sul decoro urbano, che prometteva il rispetto delle regole da parte dei balneari. È rimasto sulla carta.
Chi non ama Casanova fa notare che la Polizia cittadina si dimentica sempre della III Traversa, specie negli orari critici e malgrado copiose segnalazioni.
L’ex assessore alle Attività produttive Michele Fiumi, nominato da Medri con l’obiettivo di “ripulire” Milano Marittima, si è dimesso lo scorso agosto dopo un solo anno di mandato. “Era come lottare contro i mulini a vento”, dice oggi. “Non c’è alcuna volontà politica di cambiare le cose. Ho provato a far rispettare le regole ai gestori delle spiagge, sistematicamente violate. Ho scritto un regolamento apposito ed è stato bloccato dallo stesso Pd. Né il sindaco né il suo partito mi hanno difeso dagli imprenditori delle spiagge”.
Malgrado la militanza leghista, Casanova coltiva rapporti trasversali, eccellenti, con tutta la politica e l’amministrazione romagnola.
L’elenco è corposo. Il proprietario del Papeete è tra i 100 imprenditori romagnoli che hanno sostenuto pubblicamente la candidatura di Michele De Pascale, sindaco dem di Ravenna, in corsa per la rielezione a ottobre.
L’avvocato del comune di Cervia – la stessa figura che dovrebbe risolvere eventuali controversie con i gestori dei lidi – è Silvia Medini, è tra le migliori amiche di Rossella Casanova ed è una collaboratrice occasionale del Papeete.
Il segretario della Lega a Cervia è il consigliere comunale Simone Donati, “beach manager” del Papeete fino al 2020. L’ex assessore alla Sicurezza era invece Gianni Grandu (Pd), che si è fatto fotografare sorridente in occhiali da sole alla consolle dello stabilimento di Casanova, dove ha lavorato da barista anche il figlio Roberto. Una grande famiglia.
Fiumi si sfoga: “Questa economia arricchisce pochi imprenditori e impoverisce la città. Però è coperta da destra a sinistra”. Ricorda un aneddoto clamoroso: “Una volta ho dovuto accompagnare personalmente i vigili alla III Traversa, perché nonostante mi fossi raccomandato di presidiare quella via, si erano messi da un’altra parte. Quando siamo arrivati è uscito Casanova, mi faceva un video con il cellulare e mi chiedeva cosa diavolo stessi facendo”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile
IL COMMENTO DI PADRE FORTUNATO: “HA AVUTO IL CORAGGIO DI SPORCARSI LE MANI PER AIUTARE GLI ULTIMI E DIFENDERNE LA DIGNITA’, COME INSEGNA IL VANGELO”
Il bene che Gino Strada ha vissuto, seminato e donato, ora lo incontra. Sono sicuro che oggi Gino abbia incontrato il Sommo Bene, così come lo chiamava Francesco.
Sono state molte le occasioni di incontro con i Francescani: dalla recentissima battaglia per la liberalizzazione dei brevetti per i vaccini Covid, agli incontri al Cortile di Francesco nella Basilica Superiore di Assisi, dove Gino ricordò a noi tutti il dovere dell’accoglienza e lo scandalo delle guerre.
Gino Strada ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani per aiutare gli ultimi, di dedicare la vita agli altri. Come disse Papa Francesco in visita ad Assisi: “un buon pastore non si vergogna della carne, toccare la carne ferita, come ha fatto Gesù”.
E tu Gino questa carne l’hai toccata ascoltata e difesa. Se dovessi dire la tua più grande lezione: la difesa della dignità della persona. Una difesa che si fa attraverso le opere, non attraverso i proclami: il mondo non ha bisogno di maestri, ma di testimoni e tu lo sei stato.
Quella di Gino Strada era un’intransigenza e un rigore morale che nascevano dall’esperienza delle sofferenze che aveva visto infliggere agli innocenti e agli inermi. Tutta la sua vita non è stata altro che una caparbia lotta contro guerre che sembrano una fatalità e invece sono uno scandalo, così come scandalosa è la vendita di armi, questa infame compravendita del dolore.
A volte ho sentito parlare di Gino Strada come di un Don Chisciotte, di un illuso, che credeva che davvero le guerre potessero essere cancellate dalla faccia della terra. Ma dire questo è ingiusto, Gino Strada non ha combattuto i mulini a vento, ma l’ingiustizia, i signori della guerra, l’ipocrisia e gli interessi economici che calpestano i diritti umani. Chi gli rimproverava di essere un illuso voleva solo offuscarne la luce. Caro Gino, ti saluto con Pierpaolo Pasolini che in Lettere Luterane diceva: «T’insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece».
(da agenzie)
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