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QUANDO GINO STRADA OPERO’ UNA PERSONA A CUORE APERTO SOTTO LE BOMBE SOVIETICHE A KABUL

Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile

IL RICORDO DELL’AMICO ERMETE REALACCI: “AVEVA UN CORAGGIO DA LEONE”

“Qual è stato il giorno più intenso della tua vita?”. È notte, nella casa romana di Ermete Realacci, fondatore di Legambiente e Fondazione Symbola, e poi deputato della Margherita e del Partito Democratico, quando Gino Strada – fondatore di Emergency, deceduto oggi, 13 agosto 2021, all’età di 73 anni – pone al suo ospite questa domanda: “Gino Strada era un personaggio che fa onore all’Italia non meno degli atleti che vincono medaglie alle olimpiadi, lo ricorda Realacci.
Sul tavolino, ricorda, una bottiglia di whisky che i due amavano degustare prima di andare a dormire, mentre parlavano per ore delle loro vite e si interrogavano reciprocamente sul loro impegno civile e sulle loro scelte di vita: “Gino Strada si fermava spesso da me a dormire su un soppalco della mia abitazione, su un materasso a terra, quando passava da Roma – ricorda Realacci a Fanpage.it -. Era spesso ospite da Maurizio Costanzo, dove lavorava come autrice la nostra comune amica Luisella Testa, anch’essa oggi scomparsa, e ricordo con nostalgia e affetto quelle lunghe conversazioni notturne”.
E proprio in una di quelle conversazioni, Strada racconta a Realacci un’episodio che aveva particolarmente segnato la sua vita: “Lui in particolare mi raccontò di un’episodio che tesitimoniava il suo forte legame con l’Afghanistan. Mi parlò di un giorno a Kabul durante l’invasione sovietica – spiega Realacci -. Quel giorno, come ogni giorno, doveva fare il suo mestiere di chirurgo e operare un uomo”.
Quel giorno, però, poco dopo aver iniziato l’operazione e avergli già aperto il petto, le bombe cominciarono a piovere su Kabul: “Lui, come da manuale, trovò riparo sotto il tavolo operatorio al centro della stanza – continua Realacci -, ma nonostante la sua vita fosse in pericolo, ebbe la lucidità, il coraggio e l’altruismo di alzare il braccio e di appoggiare la mano sul cuore del paziente, per controllare che battesse ancora”.
Quando il bombardamento cessò, Gino Strada riprese l’operazione da dove si era interrotta:
“Viveva la vita intensamente, con un coraggio da leone”, chiosa Realacci. E forse non c’è episodio che definisce meglio Gino Strada, chirurgo e uomo di pace.
(da agenzie)

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ALL’ITALIA MANCHERA’ LA VOCE RIBELLE DI GINO STRADA

Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile

COMBATTENTE E SEMPRE DALLA PARTE DEI PIU’ DEBOLI… SENZA GUARDARE IN FACCIA NESSUNO, DA FASSINO A SALVINI

Adesso, nel momento in cui i talebani conquistano l’Afghanistan e realizzano la sua ennesima profezia, chiedetegli scusa.
Non scrivete in suo nome bei pensierini, per Gino, non santificatelo in morte, e soprattutto se siete fra quelli che fino a ieri lo bollavate come “estremista”, o, peggio ancora “amico dei terroristi”, regalatevi un minuti di decoroso silenzio.
Perché Gino Strada non fu un personaggio ecumenico, non fu un santone buonista, non fu un pacifista da vetrina. Fu un leader, un savonarola, un polemista, un combattente. E basterebbe leggere le righe sul triage di guerra nel suo bellissimo “Pappagalli Verdi” (un best seller senza recensioni benevole) per capire che per Gino, tutta la sua storia personale – dai movimenti ad Emergency – era scandita da una sola costante: stare da una parte.
Non voler piacere a tutti. E soprattutto: “Stare dalla parte – come diceva lui – di chi paga il prezzo delle guerre, sotto le bombe, e di chi non ha voce”.
Gino Strada iniziò a diventare un personaggio mainstream in Italia, in corrispondenza con l’era di quelle che sarcasticamente definì “le guerre dei buoni”.
Ed a partire da allora Gino Strada divenne il più fiero oppositore delle guerre condotte in nome delle bombe e delle sante alleanze. E la sua organizzazione umanitaria – “Emergency” – la bandiera di chi si rifiutava di prendere parte nei conflitti.
Fu in quelle polemiche che Gino divenne un riferimento culturale per tutto il mondo pacifista, “Gino”. A partire dalla prima guerra in Iraq cominciò a schierarsi contro la propaganda delle “Bombe intelligenti”, a denunciare i crimini di guerra, a organizzare mobilitazioni.
Fu contestato perché spiegava: “Quando si cura qualcuno, negli ospedali di Emergency, non si guarda la divisa che ha addosso. Chiunque entri in un nostro ospedale la depone, insieme alla armi”. Apriti cielo. Lo accusarono di fiancheggiare gli estremisti, di schierarsi contro l’Occidente.
Ed invece lui teneva il punto, e raccoglieva ovunque i fondi per sostenere una associazione umanitaria internazionale basata in Italia, con una forza e un prestigio senza precedenti, che era presente in tutti i teatri di guerra.
Strada si batteva per la riabilitazione delle vittime dei bombardamenti delle mine antiuomo e, dalla fondazione di Emergency in poi – si vantava con legittimo orgoglio – “dalla sua nascita nel 1994 sino alla fine del 2013, noi abbiamo fornito assistenza gratuita a oltre sei milioni di pazienti in sedici paesi nel mondo”.
I “pappagalli verdi” erano un altro simbolo della sua controinformazione: ovvero gli ordigni camuffati da giocattoli per diventare oggetto della curiosità dei bambini.
Nel 2003, con la seconda guerra dell’Iraq, Strada divenne un vero e proprio leader nazionale dei movimenti per la pace insieme a tre preti anticonformisti come Don Andrea Gallo, padre Alex Zanotelli e Don Luigi Ciotti.
Si schierò contro la guerra nel Kossovo, incorrendo negli strali della sinistra ufficiale, contestò il segretario del Pds Piero Fassino, che pretendeva di partecipare alle manifestazioni per la pace contro quella seconda guerra dell’Iraq, pur avendo preso posizione contro l’Intervento: “Farebbe bene a restarsene a casa”, dichiarò Strada, e Fassino (malgrado una sciarpetta arcobaleno al collo) fu letteralmente cacciato, a via Amendola, a Roma, dai manifestanti che lo scorrevano gridando: “Vergognati! buffone!”.
Il leader di Emergency dopo quel giorno finì nel mirino, accusato di essere un ispiratore della cacciata. Gli fu chiesto di dissociarsi. Rispose con un sorriso: “Non ritratto nemmeno una parola. Sono Fassino, e il suo gruppo dirigente che si dissociano dalla maggioranza del paese, con i loro distinguo e inaccettabili”.
Erano i giorni in cui quasi in ogni balcone d’Italia era esposta una bandiera arcobaleno, in segno di protesta contro la guerra. Strada rincarò la dose e disse: “Quando gli eserciti che adesso si impiegano in una guerra Santa in nome dei supremi valori di libertà dell’Occidente se ne andranno, i loro alleati si squaglieranno come neve al sole e in Afghanistan tornerà al potere chi c’era prima”. Ovvero i talebani.
A chi gli rimproverava di essere un “pacifista utopista” senza contatti con la realtà rispondeva con un’altra battuta destinata a far discutere: “Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra”. Poi inventò un altro slogan destinato a diventare celebre: “Noi siamo contro tutte le guerre, senza Se e senza Ma”.
Oggi quel cerchio afghano si è chiuso, proprio mentre Strada ci lascia. Ma Gino scese in campo anche ai tempi del governo gialloverde, nell’estate degli sbarchi e di Matteo Salvini ministro: “Non è un leader politico. È uno che sequestra bambini”.
Mobilitò Emergency nel Mediterraneo, venne in Televisione a dire: “Salvini spero che si tolga dai coglioni!”. Poi un lungo silenzio. Poi la notizia della sua morte improvvisa, che arriva come un fulmine a ciel sereno.
Si poteva condividere tutto i nulla delle sue idee, ma non negare che Gino rischiava sempre la pelle per difendere quelli che lui considerava i più deboli. A questa Italia semi-anestetizzata del tempo dei governissini unanimi, la sua voce ribelle mancherà.
(da TPI)

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IL MEDICO CHE ARRIVAVA QUANDO TUTTI SCAPPAVANO

Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile

“IL PROFITTO DI POCHI NON PUO’ PREVALERE SULLA SALUTE DI TUTTI: CHIEDIAMO UN VACCINO PER LE PERSONE, NON PER IL PROFITTO”

“Cosa vorresti fare da grande? Quando ero un ragazzino, rispondevo ‘il musicista’ o ‘lo scrittore’. Ho finito col fare il chirurgo, il chirurgo di guerra per la precisione. Le guerre, tutte le guerre sono un orrore. Non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio”. Per te che arrivavi quando tutti scappavano. Per te, Gino Strada, che sei andato via in punta di piedi, nel silenzio della calura di un’estate da dimenticare.
Moni Ovadia, nella prefazione del tuo libro “Pappagalli Verdi”, scriveva di te: “Mette in piedi ospedali di fortuna, spesso senza l’attrezzatura e le medicine necessarie, quando la guerra esplode nella sua lucida follia. Guerre che per lo più hanno un lungo strascico di sangue dopo la fine ufficiale dei conflitti: quando pastori, bambini e donne vengono dilaniati dalle tante mine antiuomo disseminate per le rotte della transumanza, o quando raccolgono strani oggetti lanciati dagli elicotteri sui loro villaggi. I vecchi afghani li chiamano pappagalli verdi”.
Quel tuo sguardo sempre fermo, quel fare combattivo e la determinazione di chi non ha tempo per parlare, “c’è da fare” dicevi.
C’eri sempre, c’eri da quando hai deciso che nessuna speranza fosse disperata.
C’eri in Afghanistan quando curavi i bimbi feriti dalle mine giocattolo. C’eri in Ruanda, in Eritrea, in Palestina, in Algeria, in Kosovo, in Angola, in Libia, in Nicaragua, in Sri Lanka, in Cambogia e in moltissimi altri Paesi del mondo da quando avevi fondato Emergency.
E ci sei stato qui, in Italia, a dare pasti e beni ai bisognosi, ad affrontare questo o quel ministro a muso duro per riconsegnare un po’ di giustizia a un Paese ricurvo su sé stesso. Sempre più affamato e stanco.
Sei stato un pioniere, un uomo coraggioso e ostinato. Un uomo per bene. Un gran lavoratore. Ci sei stato in Calabria dove, in piena pandemia, hai offerto il tuo aiuto mettendo a disposizione della Regione le forze di Emergency per risollevare le sorti di una terra che a inizio anno mostrava tutta la debolezza di un pessimo sistema sanitario.
Senza presunzione o superbia, ti sei sempre rimboccato le maniche anche quando il mondo intorno imperversava col suo inutile chiacchiericcio. Non hai ceduto alle provocazioni e hai dato l’esempio. Questo sopra ogni cosa. Hai mostrato cosa può la volontà. E noi ti siamo debitori.
Voglio ricordarti, e perdonami se ti “uso”in questo senso, quando qualche settimana fa hai parlato dei vaccini e dei popoli che non possono accedervi.
“Il profitto di pochi non può prevalere sulla salute di tutti: chiediamo un vaccino per le persone, non per il profitto”. L’hai detto prima di tutti, se la parte fortunata del mondo non aiuterà con i vaccini i Paesi poveri non usciremo da questa pandemia.
Per dimostrarlo avevi portato l’esempio dell’Hiv: “Ha provocato una quantità di morti impressionante. Solo con la liberalizzazione dei farmaci i prezzi si sono abbassati e si è riusciti a controllare l’infezione. Lo stesso vale per il Covid. Se i vaccini non verranno liberalizzati temo che ci saranno ancora tantissimi morti”.
(da TPI)

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85 VITE SALVATE IN MEMORIA DI GINO STRADA: LA DEDICA DI RESQ

Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile

A BORDO DELLA ONG C’E’ LA FIGLIA CECILIA: “STAVO SALVANDO VITE, COME MI HANNO INSEGNATO MIO PADRE E MIA MADRE”

La nave ResQ People, della ong ‘ResQ- People saving people’, il cui presidente onorario è l’ex pm del pool di Mani Pulite Gherardo Colombo, ha appena soccorso circa 85 persone in zona Sar libica che si trovavano su una piccola barca di legno e ha deciso di dedicare a Gino Strada, la cui figlia Cecilia era a bordo della nave, le vittime soccorse.
Luciano Scalettari, presidente di ResQ dichiara: “La scomparsa di Gino Strada coincide con il primo salvataggio di 85 persone avvenuto oggi. Come ResQ dedichiamo a lui queste 85 vite umane, che porteremo in un luogo sicuro”
“Gino – prosegue – è stato una grande figura nell’ambito dell’aiuto umanitario e ha fatto cambiare molte cose grazie ad Emergency e tutto quello che ha fatto. Ha sempre sostenuto concretamente che non c’è essere umano preferito ad un altro, e l’ha dimostrato con i fatti. È stato un grande pacifista, ha sempre curato i feriti e condannato le guerre. Noi di ResQ abbiamo l’onore di avere tra di noi la figlia Cecilia Strada, che in questo momento non può essere lì affianco a lui perché si trova in mezzo al mare a salvare le persone come suo padre e sua madre hanno sempre fatto”.
La figlia Cecilia Strada ha scritto sui social dalla nave: “Amici come avrete visto il mio papà non c’è più. Non posso rispondere ai vostri tanti messaggi che vedo arrivare, perchè sono in mezzo al mare e abbiamo fatto un salvataggio. Non ero con lui, ma di tutti i posti dove avrei potuto essere… beh ero qui con la ResQ – People saving people a salvare vite. È quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre. Vi abbraccio tutti, forte, vi sono vicina, e ci sentiamo quando possiamo”.
(da agenzie)

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GOOD MORNING, AFGHANISTAN

Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile

GLI AMERICANI SE NE VANNO LASCIANDOSI DIETRO UNA SCIA DI DISASTRI COME IN VIETNAM

Chi ha più di 60 anni ricorda il disastro Vietnam: nel 1975, quando gli Usa se ne andarono, arrivò una dittatura comunista che dura tuttora e produsse milioni di profughi (fra cui i boat-people, con 250mila annegati) più una guerra contro la Cina.
In Cambogia, peggio: ecco Pol Pot e il più grosso genocidio della storia umana, in proporzione agli abitanti: tre milioni di cambogiani ‘borghesi’ sterminati su 7,5 milioni di abitanti in soli tre anni e mezzo.
Ora i talebani stanno per prendere Kabul. Non in sei mesi, come prevedevano gli americani, ma in pochi giorni. Sempre attendibile, la Cia.
L’Afghanistan diventerà un altro stato islamista da incubo come quello Isis in Siria e Iraq fino al 2017? O una nuova base mondiale per i terroristi, come ai tempi di Al Qaeda?
Non ci resta che auspicare un incubo minore: la solita teocrazia islamica già al potere negli anni 90 fino al 2001, donne schiavizzate in casa, monumenti non musulmani distrutti, un simpatico medioevo solo un po’ peggiore di Iran e Arabia Saudita.
Ma almeno senza ambizioni di esportare la loro ‘guerra santa’ nel mondo. E se proprio i talebani dovessero debordare (chi li arma?), speriamo che la prossimità geografica li indirizzi più contro Russia (remember Beslam?) e Cina (poveri uiguri) che verso l’Occidente.
Ah, grazie presidente Bush junior per questi vent’anni di guerra e occupazione inutili, cui ha contribuito anche l’Italia (con otto miliardi di euro e 55 morti, il doppio della strage irachena di Nassiriya).
Tutti lo avvertivano che l’Afghanistan è da sempre indomabile, come dimostrato dalle sconfitte inglese e sovietica.
Niente da fare: il complesso militare industriale Usa non poteva lasciarsi scappare un’occasione così ghiotta di spesa militare (mille miliardi di dollari) e profitti immensi, dopo la fine della guerra fredda.
Ci dispiace per le giovani afghane delle splendide foto di McCurry, che erano uscite felici di casa e avevano cominciato a studiare.
Ricorderemo con ammirazione almeno estetica, se non politica, il primo presidente dell’Afghanistan (per troppo poco) democratico, Karzai: elegantissimo, un vero signore.
Purtroppo naufragano le velleità degli ‘esportatori di democrazia’, in buona (con Emma Bonino ci avevo creduto anch’io) e cattiva fede (i neocon Usa). Hanno vinto i burka. E Massimo Fini, solitario fan italiano del mullah Omar.
Unici indifferenti, i coltivatori di papaveri. Quelli hanno continuato tranquilli a produrre oppio sotto qualsiasi regime: sovietici, talebani, americani.
(da Huffingtonpost)

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INTERVISTA AL GENERALE CAMPORINI: “IN AFGHANISTAN ORA NON CI RESTA CHE TRATTARE CON I TALEBANI”

Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile

“IL MANCATO CONTROLLO AL CONFINE CON IL PAKISTAN E POCHI UOMINI: QUESTI I PIU’ GRAVI ERRORI MILITARI”

Non aver “sigillato in modo determinante il confine tra l’Afghanistan e il Pakistan”. E aver “centellinato le risorse, mettendo troppi pochi uomini su terra”.
Il generale Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare e della Difesa spiega ad Huffpost quali sono stati, a suo parere, i più gravi errori militari compiuti dalle truppe occidentali in Afghanistan.
Errori che hanno contributo all’escalation di conquiste territoriali da parte dei talebani nel Paese. L’ultima notizia è che il gruppo di fondamentalisti islamici ha raggiunto Logar, capoluogo della provincia meridionale di Pul-e-Alam.
Gli insorti proseguono la loro marcia inarrestabile verso Kabul e sono a 50 chilometri dalla capitale. Dopo aver riconquistato vari capoluoghi del paese gli insorti provvedono da subito a riorganizzare le istituzioni, come è successo nella città di Kandahar, conquistata solo ieri. “Non ci metteranno molto ad arrivare anche a Kabul – afferma Camporini – e allora lì occorrerà prevedere giuste precauzioni per le missioni di sicurezza che sono presenti nella capitale. Tuttavia ora non resta che trattare con i talebani”.
Generale, a proposito della situazione in Afghanistan si è parlato tanto di errori politici, ma meno di militari. Quali sono stati?
Di errori ce ne sono stati tanti. Il primo errore è stato quello di non sigillare in modo determinato il confine tra l’Afghanistan e il Pakistan. Era lì che loro erano più presenti è lì infatti ci sono state le battaglie più intense. Aver trascurato questo confine ha permesso a loro di alimentarsi, di sopravvivere in attesa di tempi migliori. E i tempi migliori sono arrivati quando i Paesi occidentali si sono stancati di spendere quattrini e vite umane e hanno scelto di andarsene dal Paese. Il secondo grande errore è stato quello, invece, di centellinare le risorse e quindi avere pochi uomini su terra. L’Afghanistan ha un territorio molto vasto, le vie di comunicazione sono scarse e scadenti. Per andare da un punto A a un punto B spesso bisogna passare per un punto C, che si trova però a 90° rispetto ai primi due. Questo, dal punto di vista militare, crea oggettive difficoltà di comunicazione soprattutto per quanto riguarda lo spostamento delle truppe. Un territorio del genere, per essere controllato, ha bisogno di soldati su terra. Durante questo ventennio il massimo della presenza militare sul territorio è stato invece sulle 140, 145 mila unità. Se si fa il rapporto tra la superficie del Paese e il numero di uomini, ci si rende subito conto della situazione precaria (la superficie dell’Afghanistan è di 652.860 km2 , dunque la densità di uomini era di circa uno ogni 4,5 km2 ). Faccio sempre un paragone, con il Libano, dove c’è la missione della Nazioni Unite Unifil, un’area cuscinetto tra la Blue Line e il fiume Litani. Se noi avessimo ora in quella zona, dove attualmente stazionano 15 mila uomini, la stessa densità di uomini che c’era in Afghanistan, avremmo non 15 mila, ma 15 uomini.
Come mai si sono impiegate così poche risorse allora?
Purtroppo oggi come oggi le forze armate occidentali hanno serie difficoltà a mettere insieme i numeri necessari. Durante la prima guerra del Golfo, quando c’è stata l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, c’erano schierati 600 mila uomini. Questo significa che quando si vogliono fare le cose sul serio si impiegano anche risorse adeguate. In Afghanistan la situazione è andata meglio quando il generale David Petraeus, tra il 2009 e il 2012, è riuscito ad ottenere da Obama un surge, ovvero un incremento delle truppe. Ma fu una cosa temporanea.
Gli errori delle truppe italiane sono gli stessi?
L’Italia ha dato il suo contributo in modo più che soddisfacente e anche con buoni risultati. La zona di Herat, l’area di responsabilità italiana, un’ampia regione dell’Afghanistan occidentale, è stata la zona più pacificata, quella in cui c’erano meno episodi di violenza. Penso che noi abbiamo fatto il nostro dovere. In generale però ci sono stati tanti errori, anche veniali, ma con il senno di poi importanti. Spesso il comportamento delle truppe occidentali non è stato sufficientemente rispettoso delle usanze locali. Per ignoranza, per mancanza di formazione e preparazione delle truppe. I nostri soldati, prima di partire per l’Afghanistan, sono stati sottoposti ad un indottrinamento molto ampio su ciò che si poteva fare o non fare e su ciò che si poteva guardare o meno. Anche uno sguardo a una donna islamica, in Afghanistan, poteva essere considerato offensivo da parte del marito del clan. Se la cultura locale non è abbastanza conosciuta da parte dei militari, si possono verificare problemi che in effetti ci sono stati. L’insegnamento per il futuro è quello di inviare i nostri soldati a combattere solo dopo averli indottrinati adeguatamente sulla cultura del posto.
E invece, per quanto riguarda le truppe afghane, come mai non sono riuscite a resistere all’assalto dei Talebani? Non sono state addestrate in modo adeguato?
No, non è cosi. Le truppe afghane sono ben addestrate, solo che anche qui si devono tenere in considerazione le abitudini locali. All’epoca del raccolto aumentavano le diserzioni, perché la gente tornava a casa per coltivare i campi. Lo sforzo di addestramento è stato notevole e i risultati sicuramente non pari allo sforzo, ma dal punto di vista tecnico sono state ben addestrate. E gli esiti all’inizio si sono visti. Finché c’è stata la presenza occidentale nel Paese le sorti della guerra erano a nostro favore. Fino a un anno e mezzo fa le truppe occidentali partecipavano ai combattimenti. Da un po’ di tempo a questa parte invece le truppe occidentali facevano solo addestramento e lasciavano che le attività operative venissero compiute dagli afghani. Ad esempio il contingente a Herat nell’ultimo periodo faceva solo addestramento, ma il controllo del territorio era affidato solo a delle truppe afghane, che erano moralmente sostenute dal fatto che gli occidentali fossero presenti nella capitale. Dal momento in cui, invece, le truppe dell’Occidente se ne sono andate, i combattenti afghani si sono sentiti abbandonati e la maggior parte di loro è tornata a casa.
Le ultime notizie dicono che gli insorti hanno raggiunto anche Logar, capoluogo della provincia meridionale di Pul-e-Alam a 50 km dalla capitale. Quanto manca, secondo lei, alla caduta di Kabul?
Dipende esclusivamente dalla volontà di avanzare, ma non credo ci vorrà molto molto. Anzi, direi pochissimo. Occorrerà avere molta cura nel prevedere precauzioni per le missioni di sicurezza che sono presenti nella capitale, perché si tratta di fondamentalisti e bisogna stare molto attenti.
Lei si aspettava una caduta così veloce dei capoluoghi afghani in mano ai talebani?
No, pensavo che ci sarebbe stata una reazione più efficace da parte dell’esercito afghano e anche delle popolazioni, perché è gente che ha goduto di una liberalizzazione delle attività che prima non conosceva. Ha potuto toccare con mano il vantaggio del regime in vigore. Di fronte ai talebani, che vogliono sciogliere il governo, dovevano resistere. Chi non poteva resistere si è invece schierato dalla parte dei vincitori.
Siamo davanti ad un’avanzata dei talebani che sembra inarrestabile. Come muoversi ora?
Quando si ha a che fare con qualcuno che detiene il potere si cerca di parlare con lui cercando soluzioni. Sono convinto che Il passo successivo sarà trovare canali di comunicazione e di incontrare i vertici di questa ‘organizzazione’. Io la chiamo così, perché stiamo parlando di una costellazione di formazioni diverse che hanno un unico scopo comune che è quello di cacciare il governo. Per il resto sono popoli pronti a scannarsi uno contro l’altro. Sono l’espressione delle diverse etnie locali che si sono combattute nei secoli, con alcuni tra di loro che venivano schiacciati dagli altri. Ad esempio la popolazione autoctona è stata tenuta in condizioni di quasi schiavitù dalle altre etnie. Io immagino anche che, dal momento in cui il potere a Kabul sarà conquistato, inizierà quella che è sempre stata la storia dell’Afghanistan: una lotta senza quartiere tra i vincitori, che è una prospettiva molto triste per il popolo afghano. Con questi fanatici bisogna necessariamente parlare. Anche perché l’importanza strategica di quel paese è troppo grande per essere abbandonato. E in più abbiamo il dovere di trovare soluzioni per salvare le vite di coloro che sono stati coinvolti nelle missioni occidentali di questi 20 anni e saranno sicuramente presi di mira dai vincitori.
(da Huffingtonpost)

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DALL’AFGHANISTAN ALL’UGANDA, DALL’IRAQ ALLA SIERRA LEONE, L’IMPRESA DI UN MEDICO CHE ODIAVA LA GUERRA

Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile

SEMPRE DALLA PARTE DEI PIU’ DEBOLI E VULNERABILI, GINO STRADA ERA RISPETTATO DA TUTTE LE FAZIONI IN GUERRA PERCHE’ EMERGENCY CURAVA TUTTI

«Io non sono pacifista, sono contro la guerra». Era il suo mantra. Che ripeteva tra una Marlboro rossa e l’altra, con la voce roca.
Arrabbiato sempre per una giusta ragione il dottor Gino aveva nel cuore le guerre dimenticate di cui nessuno vuole sentire parlare. E non ha mai smesso di ripeterlo nemmeno quando l’hanno costretto a smettere di fumare.
L’Afghanistan sopra tutti, dove ha costruito l’ospedale di Kabul con le sue stesse mani, insieme a Kaka Hawar il suo braccio destro conosciuto nel Kurdistan iracheno.
In quella stessa Kabul che ora è minacciata dai talebani, Strada era arrivato nel 1998, dopo aver lavorato con il Comitato internazionale della Croce Rossa.
Raggiunge via terra il nord del Paese dove, l’anno dopo, apre il primo progetto nel Paese, un Centro chirurgico per vittime di guerra ad Anabah, nella Valle del Panshir,e oggi è diventata tra le altre cose uno dei centri maternità più rinomati del Paese dove le donne partoriscono in sicurezza.
Un’oasi di pace in un Paese tormentato da una guerra infinita. Poi Strada resta in Afghanistan per circa 7 anni, operando migliaia di vittime di guerra e di mine antiuomo e contribuendo all’apertura di altri progetti nel Paese.
Un’istituzione che ha reso Emergency rispettata da tutti, talebani compresi, anche a Lashkar Gah, nell’Helmand dove è tutt’ora in funzione un altro ospedale.
La sua filosofia era di creare dei centri chirurgici per le vittime di guerra all’avanguardia che poi potessero essere lasciati alla popolazione locale e ai medici. Odiava la guerra, odiava l’intervento Nato in Afghanistan che definiva un’invasione, un abuso e un sopruso.
Quando i talebani prendono Kabul nel 2001 per un certo periodo è costretto a sospendere le attività. Poi ritorna con un viaggio rocambolesco. Sempre dalla parte dei civili andando oltre gli schieramenti politici.
Ma non c’era solo l’Afghanistan nel suo cuore. Anche l’Iraq, dove nel Kurdistan iracheno ha fondato una clinica di riabilitazione per le vittime di mine a Sulaymaniyya intitolata alla prima moglie Teresa morta nel 2009 dopo una lunga malattia.
Un’altra eccellenza dove sono stata salvate migliaia di vite che ha reso Emergency nota a livello internazionale.
Nel corso della sua vita sono tanti i posti dove Emergency è arrivata e le battaglie che ha combattuto. Il Sudan con il centro di cardiochirurgia di eccellenza, ma anche Ebola in Sierra Leone, fino all’ultimo ospedale pediatrico costruito in Uganda con l’amico archistar Renzo Piano.
Noto per il suo pessimismo e per le sue sfuriate, Strada era rispettato e noto tra gli imprenditori milanesi, come il patron dell’Inter Massimo Moratti che insieme alla moglie Milly sono tra i maggiori sostenitori di Emergency, Strada era capace di stare seduto coi potenti e i più umili.
Sempre al fianco di chi combatte battaglie, come le ex operaie delle fabbriche bresciane che producevano mine anti uomo e sempre in prima fila alle manifestazioni contro la guerra. Con un unico obiettivo, sempre lo stesso: stare dalla parte dei meno forti. Che era quella la sua ragione di vita: curare i più vulnerabili.
Perché come scriveva in Pappagalli Verdi, uno dei suoi libri più belli, «Tutte le guerre sono un orrore. E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio.
(da Il Corriere della Sera)

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COSI’ HO VISTO MORIRE KABUL: L’ULTIMO ARTICOLO DI GINO STRADA PUBBLICATO OGGI SU “LA STAMPA”

Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile

UNA GUERRA VOLUTA DAGLI STATI UNITI DOPO L’11 SETTEMBRE E FINITA OGGI CON UNA DISFATTA

Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. È difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l’aeroporto.
Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria.
Mi sembra che manchino – meglio: che siano sempre mancate – entrambe.
La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali.
Il Consiglio di Sicurezza – unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza – era intervenuto il giorno dopo l’attentato con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato: gli Usa procedettero con una iniziativa militare autonoma (e quindi nella totale illegalità internazionale) perché la decisione di attaccare militarmente e di occupare l’Afghanistan era stata presa nell’autunno del 2000 già dall’Amministrazione Clinton, come si leggeva all’epoca sui giornali pakistani e come suggerisce la tempistica dell’intervento. Il 7 ottobre 2001 l’aviazione Usa diede il via ai bombardamenti aerei.
Ufficialmente l’Afghanistan veniva attaccato perché forniva ospitalità e supporto alla “guerra santa” anti-Usa di Osama bin Laden. Così la “guerra al terrorismo” diventò di fatto la guerra per l’eliminazione del regime talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano “trattato” per trovare un accordo con i talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali Usa del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan.
Ed era innanzitutto il Pakistan (insieme a molti Paesi del Golfo) che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994.
Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi. Invito qualche volonteroso a fare questa ricerca sui giornali di allora perché sarebbe educativo per tutti.
L’intervento della coalizione internazionale si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero vittime civili superiore agli attentati di New York.
Nei mesi e negli anni successivi le informazioni sulle vittime sono diventate più incerte: secondo Costs of War della Brown University, circa 241 mila persone sono state vittime dirette della guerra e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali.
Solo nell’ultimo decennio, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha registrato almeno 28.866 bambini morti o feriti. E sono numeri certamente sottostimati.
Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista.
Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001.
E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa.
E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme.
Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di Euro.
Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe.
Ci sono delle persone che in quel Paese distrutto cercano ancora di tutelare i diritti essenziali. Ad esempio, gli ospedali e lo staff di Emergency – pieni di feriti – continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri “eroi di guerra”.
(da La Stampa)

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LA FIGLIA DI GINO STRADA E’ A BORDO DELLA RESQ-PEOPLE: “ORGOGLIOSA DI AVER APPENA SALVATO UNA VITA UMANA IN MARE, E’ QUELLO CHE MI HANNO INSEGNATO I MIEI GENITORI”

Agosto 13th, 2021 Riccardo Fucile

LA PRESIDENTE DI EMERGENCY: “UNA PERDITA ENORME PER IL MONDO INTERO”

Nato a Sesto San Giovanni nel 1948, chirurgo di guerra per il Comitato internazionale della Croce Rossa in scenari come l’Afghanistan e la Somalia, aveva fondato Emergency nel 1994 con la moglie Teresa Sarti.
“Amici, come avrete visto il mio papà non c’è più. Non posso rispondere ai vostri tanti messaggi che vedo arrivare, perché sono in mezzo al mare e abbiamo appena fatto un salvataggio. Non ero con lui, ma di tutti i posti dove avrei potuto essere… Beh, ero qui con la ResQ – People saving people a salvare vite. È quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre”.
A scriverlo su Facebook Cecilia Strada, figlia del fondatore di Emergency, e a sua volta ex presidente dell’Ong. “Vi abbraccio tutti, forte, vi sono vicina, e ci sentiamo quando possiamo”, conclude.
“Nessuno se l’aspettava. Siamo frastornati e addolorati. È una perdita enorme per il mondo intero. Ha fatto di tutto per rendere migliore il mondo. Ci mancherà tantissimo”, ha detto con commozione all’Adnkronos la presidente di Emergency Rossella Miccio commentando la morte del fondatore della Ong.
“Mentre i talebani avanzano in Afghanistan arriva la triste notizia della morte di Gino Strada. Ha fondato Emergency per curare le ferite e le vittime di tutte le guerre, ha tenuto alto il nome dell’Italia nel mondo e non si è mai tirato indietro di fronte alle difficoltà nel nostro Paese e all’estero. Un abbraccio affettuoso e commosso a Cecilia e a tutti coloro che lavorano o fanno volontariato per Emergency”. Così sui social il senatore di Leu Pietro Grasso.
(da Huffingtonpost)

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