Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
NEL 2013 LA NOMINA SFUMO’, MA TRE ANNI DOPO CI FU UN SECONDO TENTATIVO
La ‘ndrangheta della Locride voleva far fuori uno dei figli del procuratore di
Catanzaro Nicola Gratteri. Lo avevano deciso in carcere. Dovevano farlo sembrare un incidente stradale. Era il 2013.
A riferirlo, adesso, è un nuovo collaboratore di giustizia, Antonio Cataldo, 57 anni, esponente dell’omonimo clan di Locri, come racconta il Corriere della Sera. Cataldo sta fornendo particolari interessanti ai pm, riempendo pagine di verbali. Mercoledì, tra l’altro, potrebbe essere sentito dai magistrati nell’udienza del maxiprocesso “Riscatto – Mille e una notte”. Nel gennaio 2016 anche un altro pentito, Maurizio Maviglia, aveva parlato di un tentativo di uccidere uno dei figli di Gratteri o comunque di sequestrarlo.
Le prime minacce
All’epoca dei fatti – era il 2016 – alcuni individui erano riusciti a intrufolarsi nello stabile dove abitava il figlio del procuratore, a Messina. Si erano qualificati come poliziotti. Il ragazzo, che era un giovane universitario, vedendoli arrivare in ascensore mascherati con il passamontagna, chiuse subito la porta, si barricò a casa e chiamò il padre. Così riuscì a mettersi al sicuro. L’idea di uccidere il figlio di Gratteri sarebbe nata – racconta Cataldo – all’interno del carcere, nel 2013, e se ne parlava moltissimo nelle ore d’aria. A lui glielo confidò Guido Brusaferri, esponente di spicco della cosca Cordì. «I clan si erano allarmato quando il nome di Gratteri era stato indicato come possibile ministro della Giustizia (nel governo Renzi, ndr). Per loro sarebbe stato un problema. I clan, tutti, temevano dei processi e delle leggi più ferree. C’era un allarme generale», ha raccontato. La nomina, però, sfumò.
(da Open)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
LA PERIZIA SUL CASO LUANA D’ORAZIO: COSI’ E’ MORTA IN 7 SECONDI
Le prime conferme sulla morte della giovane operaia arrivano dalla lunga relazione del perito incaricato dalla procura di Prato
Emergono nuovi particolari per chiarire le dinamiche che hanno portato alla morte di Luana D’Orazio, la giovane 22enne morta lo scorso 3 maggio mentre lavorava a un orditoio in un’azienda tessile di Montemurlo, in provincia di Prato.
Secondo quanto raccolto dall’ingegner Carlo Gino, incaricato dalla Procura di esaminare il macchinario, l’apparecchio sarebbe stato montato in modo non conforme alla sicurezza sul lavoro, così da velocizzare i tempi di produzioni. L’analisi del perito confermerebbe le ipotesi degli inquirenti sulla manomissione dell’orditoio sul quale la giovane lavorava ignara dei rischi che correva.
La perizia di 69 pagine contiene informazioni secondo le quali la presenza di una staffa sporgente e non protetta avrebbe trascinato la ragazza in una morsa. «La macchina presentava una evidente manomissione con un altrettanto evidente nesso causale con l’infortunio», sostiene l’ingegnere Gini.
«La funzione di sicurezza della saracinesca era stata completamente disabilitata per cui l’operatore poteva accedere alla zona pericolosa, anche in modalità automatica, senza alcuna protezione». Nella relazione Gini sottolinea come la manomissione dei macchinari fosse «consuetudine di lavoro», al punto che «la saracinesca non veniva abbassata da tempo». A provarlo, le «varie ragnatele che si erano andate a formare tra le parti fisse e quelle mobili».
L’esame ha approfondito anche le modalità con cui è avvenuta la tragedia. Le parti del macchinario che hanno afferrato i vestiti di Luana non avrebbero potuto lasciare scampo alla ragazza perché «cattura il corpo in una sorta di abbraccio mortale». Secondo Gini solo dopo sette secondi dall’incidente qualcuno spegne l’orditoio. «Una persona che si trovava nella stessa porzione del capannone dove sono presenti le macchine oggetto di accertamenti, ma che non si trovava in prossimità della macchina oggetto di infortunio». La distanza percorsa dal primo soccorritore, infatti, viene stimata tra i 17 e i 30 metri da dove si trovava Luana.
Le indagini
I primi risultati della perizia hanno sconvolto i genitori della lavoratrice. «Non ci sono parole», dice in lacrime Emma Marrazzo, madre di Luana, che si chiede: «Come si può morire così nel 2021? Se l’azienda avesse preso tutte le precauzioni mia figlia sarebbe ancora qui, devono prendere coscienza». Nel frattempo continuano le indagini della procura di Prato, che lavora per chiarire anche quali mansioni doveva compiere Luana al netto del suo contratto da apprendista, che prevederebbe l’assistenza di un tutor. Rimangono tre le persone indagate: il titolare dell’azienda, Luana Coppini; suo marito Daniele Faggi, secondo gli inquirenti «amministratore di fatto» della ditta»; e l’addetto alla manutenzione Mario Cusimano. Sono accusati di omicidio colposo e rimozione delle tutele antinfortunistiche.
(da Open)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
E’ BASTATO ESTENDERLO PER FAR RIMETTERE IN MOTO IL CERVELLO A MOLTI
Chiamatelo pure “effetto Green Pass”: con il nuovo decreto che ne stabilisce
l’obbligatorietà anche a tutti i lavoratori, oltre alle solite sfilate di complottisti e uscite pubbliche di personaggi che fomentano le anime più radicali dei no-vax, c’è stata anche un’importante risposta positiva della popolazione.
“A livello nazionale, si è verificato un incremento generalizzato delle prenotazioni di prime dosi tra il 20% e il 40% rispetto alla scorsa settimana”, fa sapere la struttura commissariale Covid-19 guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo. “Inoltre, nella giornata odierna – si sottolinea – si è riscontrato un aumento del 35% di prime dosi rispetto alla stessa ora di sabato scorso. Considerando che la maggior parte dei centri vaccinali sono ad accesso libero, occorre monitorare nei prossimi giorni l’andamento delle adesioni per valutare se la tendenza attuale si consoliderà in maniera strutturale”.
Un trend positivo, ora che sono 40.850.892 i cittadini che hanno completato il ciclo vaccinale, pari al 75,64% della platea di “over 12”. Il totale delle somministrazioni è invece pari a 82.278.770. L’impulso alle vaccinazioni era il principale risultato atteso dal nuovo Green pass: il certificato verde, che a partire dal 15 ottobre verrà esteso a tutti i lavoratori, sarà rilasciato subito dopo la prima dose, e non più “dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione”.
Il Governo fornirà alcune linee guida sull’applicazione del nuovo obbligo dopo che il decreto verrà pubblicato in Gazzetta ufficiale: come controllare il certificato digitale e come comportarsi se il dipendente non lo ha sono i principali dubbi da risolvere. Per il segretario generale della Cgil Maurizio Landini i lavoratori che non si vaccinano devono essere “messi nella condizione di non dover pagare il tampone”.
La linea di Palazzo Chigi è però diversa: avrà un costo più basso e forse una validità più lunga ma non sarà gratis, “altrimenti – ha chiarito il ministro del Lavoro, Andrea Orlando – passerebbe il messaggio politico per cui vaccinarsi o non vaccinarsi sarebbe la stessa cosa”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
ELIMINA LA FAVORITA SERBIA E STASERA SI GIOCA IL TITOLO CON LA SLOVENIA
Dopo 8 anni, l’Italia del volley maschile torna a giocare una finale degli Europei.
Gli azzurri di coach De Giorgi hanno infatti sconfitto in semifinale i campioni uscenti della Serbia, dopo un match particolarmente equilibrato soprattutto nei primi tre parziali.
Per il 3-1 finale è stato decisivo soprattutto il primo set, vinto ad oltranza 29-27. Gli altri parziali sono stati 25-22, 23-25 e 25-18, con i serbi che hanno avuto un crollo nell’ultima fase di gara.
Questa sera a Katowice contro la Slovenia del ct Alberto Giuliani (inizio alle 20.30) l’Italia proverà a rifarsi della sconfitta che arrivò nella finalissima del 2013 contro la Russia.
Quella contro la Slovenia sarà l’undicesima finale agli Europei per l’Italvolley maschile, che proverà a vincere il torneo per la settima volta nella sua storia dopo i trionfi nel 1989, 1993, 1995, 1999, 2003 e l’ultimo del 2005. C’è da riscattare anche una spedizione olimpica a Tokyo terminata troppo presto, oltre al tentare una doppietta storica visto che a inizio mese le ragazze del volley allenate da Davide Mazzanti sono salite sul tetto d’Europa.
L’Italia ha già battuto la Slovenia durante il torneo: era ancora la fase a gironi, ma da quel momento il team di Giuliani ha acquistato consapevolezza e solidità, arrivando a battere i temibili padroni di casa della Polonia nell’altra semifinale. Gli azzurri hanno il favore del pronostico per riportare a casa un titolo che manca ormai da 16 anni, ma non dovranno farsi prendere dall’euforia e rischiare di dare per scontata la vittoria.
La sfida è cominciata in salita per gli azzurri, che hanno ritrovato compattezza dopo un time out chiamato sul parziale di 7-4. La strigliata a bordo campo funziona e l’Italvolley passa anche avanti per la prima volta sul 9-8 con il muro di Anzani. Gli attacchi di Lavia, Michieletto e Pinali sono efficaci e riducono il gap con i serbi. Cruciale il finale del primo set, deciso ai vantaggi dopo che un muro di Ivovic viene confermato fuori dopo un challenge. Salvato un set point, l’Italia non ne concede più e chiude 29-27 con l’attacco fuori di Ivovic.
Nel secondo parziale gli azzurri riescono a limitare anche i propri errori in battuta. I serbi vanno avanti 9-7, ma si gioca punto a punto fino al 22-21 Italia, quando due primi tempi di Galassi e l’ace di Pinali portano il 25-22. Il terzo set va alla Serbia e nel quarto l’Italia è determinata a chiudere la partita prima del tie break: un grande Giannelli in battuta, il solito Anzani a muro e due attacchi di Michieletto regalano subito cinque punti consecutivi in avvio. L’ultimo punto è un servizio di Luburic che termina fuori e spedisce gli azzurri a Katowice per giocarsi la finalissima.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
GUERRA PER BANDE NEL PARTITO
Il senatore Alberto Bagnai promuove via social la raccolta firme per indire il
referendum abrogativo sul Green pass (“È un segnale utile per chi la politica la fa, per chi crede di farla, e per chi subisce i primi e soprattutto i secondi”), il collega di battaglie no euro Claudio Borghi è in down (“Le battaglie di minoranza sono da fare, ma il giorno dopo, anche se l’esito era inevitabile, ti senti vuoto”), l’eurodeputata Francesca Donato annuncia di voler stare “con la minoranza, con chi oggi viene cacciato e punito perché pensa e agisce da uomo libero”.
La vittoria dell’ala pragmatica e nordista della Lega capeggiata dal ministro Giancarlo Giorgetti e dai tre presidenti di Regione di Lombardia, Veneto e Friuli Venezia-Giulia sul caso Green pass, con Matteo Salvini nel ruolo di mediatore interno che finisce per sentirsene dire – privatamente – di qua e di là, lascia giocoforza degli strascichi interni nel Carroccio.
L’aria è quella della guerra per bande, l’aria in vista delle amministrative è pessima e nel 2023, o quando si tornerà a votare, la Lega andando avanti così rischia di prendere la stessa percentuali di voti del 2018, il 18 per cento: solo che i seggi in Parlamento saranno di meno e in parecchi rischiano di restare fuori.
“Fratelli d’Italia ci ha superato, al sud non ci stiamo consolidando e il caso di Napoli ne è la più chiara dimostrazione”, spiega un eletto di tendenza sovranista, quindi per nulla convinto dalla pax draghiana.
E in effetti nel capoluogo campano la figuraccia è bella grossa: la Lega si presentava con la lista “Prima Napoli” ma la documentazione presentata agli uffici non era a norma.
Si tratta solo dell’ultimo atto di un’estate terribile per Salvini. Non solo l’auto-sconfessione su tutto il capitolo Green pass, ma così pure l’esser stato costretto – dopo averlo difeso a spada tratta – a far dimettere il sottosegretario all’Economia Claudio Durigon dopo le sue frasi ad un comizio sul parco Falcone-Borsellino di Latina da trasformare in “parco Mussolini”.
Né l’obiettivo messo nel mirino nella speranza di deviare un po’ l’attenzione, cioè la ministra degli Interni Luciana Lamorgese, sembra anche solo lontanamente alla portata di tiro.
Da tempo infatti il leader della Lega ha sollecitato un vertice a tre con anche Mario Draghi. La convocazione spetta ovviamente a quest’ultimo. Solo il premier, ammettono tutti i protagonisti di questa storia, può decidere se e quando far sedere attorno allo stesso tavolo la ministra e il segretario della Lega.
Il fatto è che il presidente del Consiglio sembra orientato a non fissare – almeno per ora – l’incontro. Troppo fitta l’agenda interna e internazionale. Troppo delicato il momento, perché sui migranti bisogna lottare in sede europea e a livello di G20. L’incontro è dunque di fatto congelato. E chissà se mai si farà.
Sia chiaro, lo schema può cambiare in qualunque momento. Al premier bastano due telefonate mezz’ora prima per organizzare il mini vertice. In conferenza stampa non l’aveva nemmeno escluso. In passato, Draghi ha dimostrato di imporre brusche accelerazioni. Ma nulla, in queste ore, lascia preludere che sia questo il suo orientamento.
Anzi, se finora non ha fissato l’appuntamento – che pure per diverse settimane è stato annunciato come imminente – è perché il numero uno dell’esecutivo inizia a ritenere sconveniente sottoporre la sua ministra dell’Interno a un passaggio del genere.
Non è il momento, quantomeno. Non ha voglia di farla finire su un illegittimo banco degli imputati, né di esporla a qualche pubblica denuncia di Salvini. Anzi, più crescono gli attacchi contro la titolare del Viminale, meno sembra disposto a farlo.
La macchina della propaganda e del consenso del Capitano sembra insomma aver ingranato la retromarcia.
(da La Repubblica)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
RESTANO GRAVI LE CONDIZIONI DI SALUTE DELLA MAESTRA VENETA NO VAX
Sono gravi le condizioni di salute di Sabrina Pattarello, la maestra veneta salita alla ribalta delle cronache nei mesi scorsi per le sue convinzioni no mask e no vax.
La maestra la settimana scorsa è stata ricoverata in terapia intensiva, in gravi condizioni, aveva sollevato proteste ed era stata licenziata da una scuola di Treviso per essersi detta contraria all’uso della mascherina in aula, e aver preso parte a manifestazioni negazioniste.
Oggi al Gazzettino parla il padre.
“Mia figlia è stata mal consigliata e si è fidata di un gruppo di esaltati no vax che l’ha convinta ad assumere queste posizioni. Se fosse stata una bambina, avrei fatto di tutto per farle capire che stava sbagliando e l’avrei accompagnata per mano per farla riflettere. Ma è una donna fatta e non ho potuto far altro che vederla percorrere la sua strada e sbagliare fino al punto di mettere al rischio la vita. Chissà se si sarà resa conto che, nel momento in cui si è sentita male, non ha potuto rivolgersi ai no vax, ma ha dovuto chiamare il pronto soccorso e chiedere aiuto alla medicina e alla scienza”.
La donna era salita agli onori delle cronache anche per aver partecipato nel settembre 2020 a una manifestazione negazionista in Prato della Valle a Padova, e aver minacciato i giornalisti, a suo dire “corrotti e falsi”, sostenendo che fossero falsi i numeri dei contagi. Le esternazioni, oltre alle sue prese di posizione a scuola, erano state riferite dai genitori all’istituto scolastico, che non le aveva rinnovato il contratto di assunzione a termine.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO SINDACO MANDATO ALLO SBARAGLIO NON AVEVA ALCUNA INTENZIONE DI RIMETTERCI PURE I QUATTRINI
Le forze di centrodestra salderanno in mattinata l’anticipo di quanto pattuito per il
sostegno economico alla campagna elettorale del candidato sindaco di Milano, Luca Bernardo.
È quanto emerge da fonti della coalizione di centrodestra a Milano.
La questione era stata sollevata dallo stesso Bernardo venerdì scorso attraverso un audio messaggio inviato ai vertici della coalizione in cui lamentava la mancanza di fondi per le due ultime settimane di campagna elettorale per il primo turno, minacciando anche le dimissioni.
“Fare i conti in tasca agli altri è sempre un problema ed è anche sgradevole. Io non voglio commentare la questione soldi in sé, ma quello che posso dire è che io dai partiti ricevo la somma di euro zero”.
Lo ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala commentando l’audio del suo sfidante.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
E LETTA ATTACCA: “SALVINI DI FATTO ALL’OPPOSIZIONE, LA LEGA NON LO SEGUE”
“Le decisioni difficili assunte dal governo, come l’obbligo del green pass sui luoghi di lavoro, sono volte non a limitare la libertà, ma ad aumentare la libertà e l’incontro. Abbiamo fatto queste misure per riaprire” le parole del ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti alla Fiera di Milano non sono solo una rivendicazione dell’ultimo provvedimento varato dal governo, ma un voler chiarire una posizione diversa da quella, almeno inizialmente, tenuta da Matteo Salvini.
Il segretario della Lega, infatti si era espresso più volte contro l’estensione dell’utilizzo della certificazione verde, ma poi ha avuto la meglio la linea di Giorgetti. Della Lega di governo.
″È fondamentale tornare a essere liberi, naturalmente con qualche regola da osservare – ha aggiunto il ministro – Questo è il motivo per cui il governo ha deciso che dobbiamo aprire tutto, ma rispettando ulteriori regole. L’alternativa era rischiare di tornare indietro a situazioni che non vorremmo più rivedere”.
Giorgetti tende a tranquillizzare sul rapporto con Salvini: “Andiamo d’amore e d’accordo”. Ma oltre alle dichiarazioni pubbliche, i fatti fanno pensare che i due non vadano sempre sulla stessa strada.
Nel clima già teso si insinua Enrico Letta: “La destra sta sbagliando tutto a livello nazionale con Salvini e Meloni. Salvini insegue la Meloni, si mette all’opposizione di fatto, il governo non lo segue e fa bene a non seguirlo con le scelte giuste che sta facendo sul green pass, che noi sosteniamo con determinazione. La Lega stessa non segue Salvini e credo che questo sia utile e importante per tutti noi. Il nostro lavoro di costruzione alternativa alle destre è l’unico che può dare un risultato vero”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
E’ BASTATO VENTILARE LA REVISIONE DEGLI ESTIMI CATASTALI PER FAR ANDARE IN PARANOIA LA POLITICA
Chi tocca la casa muore! Ogni volta che, negli ultimi trent’anni, si è parlato di
revisione degli estimi catastali, ovvero dei valori che il fisco attribuisce agli immobili, da ogni parte si è alzato un incredibile polverone con urla, grida e lamenti sul possibile aumento del carico fiscale sulla casa, e per questo alla fine si è sempre rinunciato alla riforma.
Anche il governo Draghi sta cominciando a subire – preventivamente – lo stesso trattamento: è bastato che qualcuno ventilasse la possibilità di inserire nella delega fiscale anche la riforma del Catasto – peraltro chiesta più volte dalla Ue che vorrebbe anche un ripristino dell’imposizione sulla prima casa – per vedere di nuovo alzarsi un fuoco di sbarramento, sostenuto soprattutto dalla destra (Lega e Fi) ma probabilmente più ampio di quel che si vede.
Del resto, nel 2014 il governo Renzi aveva avuto dal Parlamento una delega da attuare nei successivi cinque anni per la riforma degli estimi che fu poi miseramente abbandonata. E non era stata (solo) la destra a volerla affossare. Renzi aveva paura delle conseguenze: poiché l’80 per cento degli italiani ha almeno una casa, rivedendo i valori fiscali e portandoli a un livello più corretto il timore di tutti, a cominciare proprio dai politici, era che si potesse avere un aumento delle tasse sulla casa (Imu, Tasi e Registro). Con prevedibili conseguenze sul consenso.
Oggi si sa soltanto che un gruppo di esperti presso il ministero dell’Economia ha a lungo lavorato per presentare una serie di proposte di revisione, e – data la delicatezza dell’argomento – ha anche avanzato suggerimenti di aumento delle imposte molto graduali (per chi ricade in questa casistica, ma ci sono anche quelli che dovrebbero avere una riduzione), applicando i nuovi estimi in un orizzonte temporale addirittura di decenni.
Lo stesso ministro dell’Economia, Daniele Franco, ha rassicurato i parlamentari nell’ultima audizione presso le Commissioni Finanze di Camera e Senato a fine luglio sulla “cautela” e sulla “gradualità” con cui dovrà avvenire l’intera riforma fiscale: non si riferiva in particolare al Catasto, di cui per la verità questo governo non ha mai specificamente parlato, ma potrebbe applicarsi teoricamente anche a questo caso.
Certo, il pasticcio degli estimi catastali è una storica spina nel fianco per l’Italia. Nati a partire dagli anni Trenta, questi valori sono stati attribuiti nel corso dei decenni senza un coerente filo conduttore, e gli stessi parametri sono cambiati nel corso del tempo.
Il risultato è un garbuglio inestricabile di valori, in generale tutti inferiori ai prezzi mercato ma in alcuni casi di molto o moltissimo, in altri di poco o nulla.
Ne consegue una tassazione disomogenea e frammentata a livello nazionale, e oggi parità di prezzo di mercato un immobile può esser tassato più in un luogo che in un altro.
Negli anni passati, nelle grandi città come Roma, Milano, Bologna, Venezia, Firenze e Napoli il fisco ha rivalutato alcune aree centrali per il fatto che proprio queste zone, a cui era stato attributo un valore più basso in tempi più lontani, erano rimaste indietro nella tassazione rispetto alle più recenti periferie.
Ora questo stesso Governo ha ripreso il tema della revisione, con un atto d’indirizzo inviato dal Mef alle amministrazioni fiscali in cui si parla di “puntuale aggiornamento degli archivi catastali” in collaborazione con gli enti locali “anche nell’ottica di una più equa imposizione fiscale”.
Ma l’aggiornamento è una cosa, la riforma un’altra. Pensare che basti aggiornare le rendite di qualche zona o sottozona per risolvere l’immenso problema di una sperequazione epocale è come pensare di portare l’acqua da un lago all’altro con il cucchiaino.
Perché è così difficile portare a termine una riforma complessiva? Per capirlo basta ripercorrere l’ultimo tentativo fatto e abbandonato, quello del governo Renzi.
Una commissione aveva ben cinque anni di tempo per ridefinire i valori e varie commissioni censuarie, dove sedevano insieme all’Agenzia del Territorio anche i rappresentanti degli enti locali e delle categorie produttive, avevano lavorato a lungo per definire minuziosamente tutti i parametri, dalla città alla zona, dalla zona al quartiere, dal quartiere alla strada, persino al singolo edificio. E, all’interno dell’edificio, le singole unità immobiliari. Tutto era pronto ma a un certo punto si capì che si era di fronte a uno scoglio insormontabile.
Confrontando i prezzi reali con i valori catastali di tutti gli immobili d’Italia, emergeva chiaramente che a uno stesso prezzo reale potevano corrispondere valori catastali diversi, mettendo in luce le disparità esistenti a livello territoriale.
In particolare, secondo un calcolo di qualche anno fa dell’Agenzia delle Entrate, ad avere valori relativamente alti rispetto al prezzo reale, erano Regioni come la Puglia, l’Abruzzo e il Friuli. Qui ci si poteva aspettare una diminuzione degli estimi.
Al contrario, in Toscana, Trentino e Campania, gli estimi erano troppo elevati, sempre in relazione al prezzo reale, e dunque si poteva prevedere una loro diminuzione.
Alti anche in Liguria e Valle d’Aosta. In una zona intermedia Lazio, Sardegna ed Emilia Romagna.
Attenzione al punto: se si abbassano gli estimi in una certa Regione, occorrerebbe aumentare le aliquote per avere lo stesso gettito in quella stessa Regione, ma questo sarebbe probabilmente socialmente intollerabile.
Facciamo un esempio: se un contribuente paga oggi il 10 per mille su una certa rendita catastale, se questa si abbassasse l’ente locale dovrebbe portare l’aliquota al 15 o al 18 per mille per mantenere lo stesso gettito. Nessun ente territoriale accetterebbe mai di farlo.
Così la vecchia legge di delega prevedeva un meccanismo perequativo fra le Regioni che avrebbe dovuto travasare fondi dalle Regioni che acquisivano entrate verso quelle che le perdevano. Non c’è bisogno di aggiungere altro per capire che questa riforma non sarebbe mai decollata: ve l’immaginate se il Veneto, ad esempio, avesse contribuito alla perdita di gettito della Puglia?
Ecco così che qualunque tentativo di riformare un Catasto squinternato cozza contro un gioco di veti incrociati.
Ma esiste una soluzione? «Le soluzioni possibili sono infinite – spiega Alessandro Santoro, docente di Scienza delle Finanze all’Università Bicocca di Milano – sarà però la politica a decidere quale portare avanti. Si potrebbe ad esempio scaglionare in tot anni, anche decenni se si vuole, l’eventuale aumento che dovesse emergere. L’importante è che le differenze di prelievo vengano gestite un po’ per volta. Non credo tuttavia che il Paese sia pronto per una discussione di questo tipo. Parlare della tassazione della casa è tabù, e quando vi si fa cenno scatta subito una reazione emotiva, e forse ciò dipende dal fatto che all’80 per cento gli italiani sono proprietari».
Bisogna dunque rassegnarsi al fatto che anche stavolta non se ne farà niente? «Sì, non succederà nulla», dice Giorgio Spaziani Testa, presidente della coriacea Confedilizia, la Confederazione della proprietà edilizia, da sempre fiera avversaria di ogni aumento della tassazione sugli immobili. «Del resto le Commissioni Finanze di Camera e Senato, nella loro indagine conoscitiva sulla riforma fiscale in gestazione al governo, non hanno mai avuto conto di una riforma del Catasto».
Non far nulla, non svegliare il can che dorme sembra dunque, ancora una volta, la soluzione più facile per non creare una conflittualità sociale e politica su un tema scottante come quello della casa. «Però non far nulla è fare qualcosa lo stesso», spiega chiaramente Luca Dondi, amministratore delegato di Nomisma, uno dei principali istituti di ricerca sugli immobili.
«Non intervenire significa semplicemente mantenere in vita le sperequazioni esistenti». In parole povere, a pagare di più, in relazione al valore di mercato del proprio bene, continuano a essere proprio gli abitanti delle aree più svantaggiate nel Paese o alcuni all’interno di ciascuna città o zona. Sono loro che pagano per chi invece, in un Catasto equo, dovrebbe pagare di più per la casa.
«Nel rifare da capo gli estimi catastali occorrerebbe certo garantire gli attuali livelli di gettito», continua Dondi. «Ma per far questo bisognerebbe creare un fondo nazionale: ci vuole un meccanismo redistributivo per andare incontro alla necessaria riduzione di gettito in alcuni territori».
Tuttavia va detto che gli italiani considerano gli attuali livelli di tassazione della casa già troppo elevati. Figuriamoci se le rendite catastali dovessero salire. «Ci si può ragionevolmente interrogare sul livello d’imposizione – dice Dondi – ma questa non può essere una scusa per impedire un adeguamento dei valori che è invece nell’interesse di tutti». Morale della favola: prima rimettiamo in ordine la scala dei valori immobiliari italiani, poi vediamo se l’attuale livello o un livello ancora più alto di tassazione siano effettivamente sostenibili, per tutti o per alcune fasce della popolazione, o se invece servono dei correttivi.
Ma molto probabilmente tutto questo resterà ancora una volta nel libro dei sogni. Perché chi tocca la tassazione della casa, in questo Paese, teme di finir male.
(da Huffingtonpost)
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