Destra di Popolo.net

IL LEGHISTA DI TORINO CONDANNATO PER I RIMBORSI GONFIATI CHE CANDIDA LA MOGLIE CONDANNATA, IL FIGLIO CONDANNATO ED AMICI CONDANNATI PURE LORO

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

TUTTI CANDIDATI CON LA LEGA A SOSTEGNO DI DAMILANO CHE NON HA NULLA DA OBIETTARE, MA CHE BELLA FAMIGLIA SOVRANISTA

Prima i familiari e gli amici. Da Torino, uno dei 1.342 comuni che dovranno rinnovare la propria amministrazione con il voto previsto tra domenica 3 e lunedì 4 ottobre, arriva la classica storia di “politica all’italiana”.
Tra i nomi presenti nelle liste elettorali (tra consiglieri comunali e circoscrizioni) troviamo alcune personalità dal cognome e dai parenti pesanti.
Tutti amici e parenti stretti di Renzo Rabellino, il “mago delle liste civetta” condannato per “rimborsi gonfiati” e firme false. Moglie e figlio, infatti, sono stati candidati con la Lega.
A raccontare questo spaccato di storia politica italiana è Lodovico Poletto su La Stampa. Si parte con un breve, ma esaustivo, identikit del “mago”:
Rabellino torna a Torino per le amministrative. Ora, lui non c’è – perché ha avuto una condanna pesante per le firme false e i rimborsi gonfiati, e c’era in ballo pure l’interdizione dai pubblici uffici – ma dicono che guardi da vicino la calata in massa in città dei suoi fedelissimi, i «Rabellino boys»: ovvero la moglie, il figlio, e un bel po’ di amici storici.
Tutti inseriti nelle liste elettorali della Lega, lo stesso a cui Rabellino provocò diversi mal di pancia quando scese in campo – con le sue liste civetta – in sostegno dell’ex governatore piemontese Roberto Cota.
Costipazioni passate e messe nel cassetto dei ricordi, neanche troppo lontani. Ed ecco che tra Comune e circoscrizione, familiari e amici trovano posto proprio con il Carroccio.
Nell’elenco dei candidati alla Circoscrizione 5 di Torino troviamo il nome di Maria Luciana Pronzato, moglie di Renzo Rabellino. La donna è stata condannata, in passato, a tre anni sempre per la vicenda dei “rimborsi gonfiati”.
Ma cerca un posto nel paradiso dell’amministrazione “sabauda” anche Marco Rabellino: il suo nome è stato inserito nelle liste della Lega per la Circoscrizione 3. Anche il giovane rampollo di casa Rabellino è stato condannato nel 2019, per lo stesso reato contestato a suo padre e a sua madre.
Ma non finisce qui. Nell’elenco dei “Rabellino Boys” ci sono anche altre due persone coinvolte in quell’inchiesta per i rimborsi elettorali gonfiati e firme false: Gianluca Nocetti e Stefania Franchi (a lei venne contestato solo “l’abuso”). Insomma, un giro di amici e familiari.
Tutti candidati con la Lega. Tutti legati – per motivi sentimentali, parentali o di amicizia – all’uomo delle liste civetta. Quello che creò, tra le tante, una lista con capolista “Giuseppe Beppe Grillo”, un quasi omonimo del fondatore del MoVimento 5 Stelle. Il suo obiettivo? Creare confusione sulla scheda elettorale. Prima della condanna, prima del ritorno della carica di amici e parenti.
(da NextQuotidiano)

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LA CHAT DELLA SINDACA LEGHISTA DI VOGHERA CON I SUOI ASSESSORI PER DERIDERE GLI IMMIGRATI: “QUELLO CHE CHIEDEVA L’ELEMOSINA E’ ANNEGATO?”

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

BATTUTE ED EMOTICON A SFONDO RAZZISTA

Un nuovo scambio nella chat della giunta di Voghera, di cui LaPresse è venuta a conoscenza, rischia di scatenare una nuova bufera sull’amministrazione comunale di cui faceva parte Massimo Adriatici.
Il 20 luglio scorso l’assessore alla Sicurezza aprì il fuoco in una piazza uccidendo il 39enne Youns El Boussettaoui.
In una conversazione su Whatsapp, che risale al marzo 2021, la sindaca Paola Garlaschelli scriveva: “Ma in tutto ciò il marocchino che chiedeva elemosina è annegato??”.
La frase scatena le risate del vicesindaco Simona Virgilio e dell’assessore alla scuola William Tura.
Come già succedeva in una precedente conversazione rivelata da LaPresse, il tema della discussione è sempre quello dell’ordine pubblico e in particolare di una panchina usata da alcuni senzatetto: “Purtroppo non bastano più i nostri vigili, ci vuole ben altro”, scriveva l’assessore Giancarlo Gabba aggiungendo al commento un’immagine di una bomba.
Anche Massimo Adriatici, l’assessore oggi agli arresti domiciliari, interviene suggerendo di “togliere la panchina”, seguita da una faccina che piange dal ridere.
(da agenzie)

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TELEGRAM FINALMENTE CHIUDE IL CANALE BASTA DITTATURA

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

SMANTELLATO IL FORUM PRINCIPALE DEI NO GREEN PASS

«Questo canale non può essere visualizzato perché ha violato i Termini di Servizio di Telegram». Ecco come la piattaforma di messaggistica ha chiuso la bacheca in cui negli ultimi mesi si sono organizzate shitstorm e proteste
Bloccati. I primi messaggi di conferma arrivano nella notte tra il 27 e il 28 settembre. Il canale Basta Dittatura e il gruppo Basta Dittatura Chat sono stati chiusi da Telegram, la piattaforma su cui negli ultimi mesi si erano coordinanti gli attivisti del movimento nato contro il Green pass. Il messaggio ufficiale della piattaforma fondata da Pavel Durov è chiaro: «Questo canale non può essere visualizzato perché ha violato i Termini di Servizio di Telegram».
Prima di essere chiuso, il canale aveva superato i 43 mila iscritti. Qui gli amministratori pubblicavano fake news, commenti, meme e video di proteste in giro per il mondo.
Ad ogni ora. Il numero dei contenuti si aggirava attorno ai 30 al giorno. Ognuno commentato da decine di persone. Basta Dittatura era il primo passo per accedere a tutta la rete che ha sostenuto negli ultimi mesi le proteste contro il Green pass, anche quelle più violente. Il tono dei messaggi era quello a cui siamo stati abituati: continui paralleli tra la Shoah e le restrizioni per il Coronavirus, rilancio a sedicenti canali di contro informazione e soprattutto organizzazione di manifestazioni. Rigorosamente non autorizzate.
Gli ultimi post avevano alzato ancora di più il livello della tensione. Uno degli inviti fatto sempre più spesso dagli amministratori era quello di mettere in atto campagne di shitstorm.
Tra le vittime c’è stato il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri, il virologo Fabrizio Pregliasco e il pubblico ministero del tribunale di Torino Valentina Sellaroli.
La procedura era la stessa. Venivano pubblicati tutti i dati personali che si riuscivano a trovare in rete, compreso il numero di telefono, e si invitavano gli utenti a «inondare» i bersagli con telefonate e messaggi.
Come tutti gli atti di vandalismo digitale, nulla doveva restare senza memoria. Gli amministratori del canale invitavano gli utenti a registrare le chiamate, così da poter condividere tutto anche in altri gruppi.
Basta Dittatura era un canale gestito da un gruppo di moderatori. Gli admin postavano e gli utenti commentano. Il forum collegato a questa struttura era Basta Dittatura Chat, anche questo chiuso da Telegram. Qui gli utenti erano quasi 7 mila utenti e tutti potevano scrivere e condividere materiale.
I gruppi sopravvissuti (per ora)
Se i canali principali sono stati chiusi, su Telegram restano ancora una serie di gruppi satellite. Uno di questi è Basta Dittatura – Proteste, su cui è stato pubblicato un commento sulla chiusura del gruppo principale: «Questo è l’inizio della fine di Telegram. Durov ha confermato che Telegram non è il posto dove essere liberi».
Al momento qui sono iscritti circa 4 mila utenti. Oltre a questo sono sopravvissuti anche alcuni gruppi dedicati a categorie professionali specifiche. Sono rimasti attivi Camionisti No Green pass (oltre 21 mila utenti), ultimamente particolarmente attivo nel proporre blocchi autostradali, ed Esercenti No Green pass (quasi 13 mila).
I censimenti dei locali
Un genere a parte sono i gruppi che si occupano di censire i locali che non chiedono il Green pass. Anche questi al momento non sono ancora stati oscurati. Come abbiamo già documentato, esistono gruppi che da questa estate hanno cominciato a costruire una mappa con tutti i posti in cui non viene chiesto il Green pass.
Una mappa amatoriale, poco precisa, in cui sono inclusi anche locali che invece chiedono il Green pass.
Uno dei gruppi principali è Aperti e Liberi – Milano, che conta più di 5 mila membri. Oltre alle chat per segnalare dove non viene chiesto il Green pass ci sono anche quelle per far sapere dove invece viene richiesto, e magari pubblicare anche una recensione negativa su Google o Tripadvisor. È il caso di Boicottiamo chi chiede il marchio verde, quasi 7 mila iscritti. Dentro ci sono solo 20 post, uno per ogni regione. Sotto ogni post gli utenti commentano segnalando quali locali chiedono il Green pass. Il gruppo è stato aperto il 27 luglio e già conta migliaia di commenti.
Il mercato dei Green pass
Immancabili i gruppi di compravendita di Green pass veri o supposti tali. Questi canali spesso rischiano di rivelarsi una doppia truffa. Non solo gli utenti spendono per avere un Green pass non funzionante ma a volte vengono anche ricattati dopo aver fornito le loro informazioni personali. Negli ultimi giorni abbiamo trovato diversi canali che proponevano Green Pass validi. A volte raggiungevano i 120 mila utenti. Anche questi al momento risultano oscurati. Abbiamo scelto però di non diffondere comunque il loro nome, nel caso dovessero comparire di nuovo. Tutti questi canali rimandavano comunque a un canale più piccolo in cui regolarmente venivano pubblicati dei certificati reali. Li abbiamo verificati. Molti funzionavano e sono ancora validi.
Il precedente: le chat degli estremisti islamici
Non è la prima volta che Telegram oscura una rete di canali. Uno dei primi casi risale a cinque anni fa. In quel periodo la piattaforma era sommersa dalle critiche perché veniva utilizzata anche dai militanti dell’Isis.
Il 2 settembre 2015 a San Francisco, un giornalista del magazine TechCrunch aveva chiesto a Durov: «Ma tu dormi sereno sapendo che la tua piattaforma viene usata dai terroristi?».
In risposta a queste critiche Telegram aveva cominciato una campagna per spegnere le chat che divulgavano contenuti legati all’estremismo islamico. Dal 2016 esiste un bot che ogni giorno aggiorna il numero di canali e utenti bloccati perché hanno pubblicato contenuti legati all’estremismo islamico. Solo questo mese siamo a 29.282. Intanto dal 2015 a oggi la piattaforma è passata da 60 milioni al mese a oltre 500 milioni al mese. Un flusso immenso.
Al momento Telegram è un servizio gratuito e l’azienda è senza scopo di lucro. A fine del 2020 Durov ha chiarito che visto l’aumento degli utenti sarà necessario introdurre dei profili premium e delle pubblicità per poter sostenere i costi dell’infrastruttura.
(da agenzie)

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LA BARUFFA LOMBARDA RONZULLI-GELMINI CERTIFICA IL TRAMONTO AZZURRO

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

BATTAGLIA IN FORZA ITALIA SULLE PREFERENZE, ULTIMA BOTTA DI VITA DELLA FU INVINCIBILE ARMATA DEL NORD

A Milano si consuma un ballottaggio, che non è quello -peraltro non certo- tra il favorito Sala e lo sbiadito Bernardo. C’è un’altra lotta che appassiona gli addetti ai lavori, o ai livori, come scriverebbe dagospia: la guerra delle preferenze in Forza Italia, partito declinante ma pur sempre evocativo di grandezza nella Milano dove tutto iniziò.
Stavolta i posti in consiglio saranno pochini, e la lotta è durissima.
Alle spalle di fantini e galoppìni elettorali, si stagliano le figure di due donne, e che donne: una è la potente ministra Maria Stella Gelmini, recordwoman di preferenze alle ultime elezioni comunali (doppiò Salvini, per dire); l’altra è l’astro nascente della dirigenza forzista, Licia Ronzulli, assistente di Berlusconi e senatrice di peso.
Della loro rivalità parla la guerra di preferenze dei rispettivi candidati milanesi, e questa gara è la sola botta di vita in quella che fu l’invincibile armata forzista del Nord, oggi depressa e impegnata nella conta delle defezioni a favore di Salvini e Meloni.
Maria Stella e Licia non saranno De Mita e Sullo, e nemmeno Rumor e Bisaglia, ma la gara delle due donne emoziona i cuori democristiani, e fa sperare nella crescita di qualcosa di simile a una leadership, che si forma solo nella lotta politica, come diceva Donat Cattin a chi gli domandava quale fosse la scuola quadri della Dc.
Della Gelmini si sa tutto, è una stella fissa del centrodestra italiano: nasce e resta donna del territorio, dove spopola in preferenze, relazioni, influenze. A Roma è cresciuta a dismisura, posizionata com’è tra l’ortodossia berlusconiana e la stima del premier Draghi, che le affida i dossier più delicati.
È abile e felpata come i grandi dorotei, pronta a colpire e affondare come solo loro sapevano fare.
Non sottovaluterei però nemmeno la Ronzulli, meno nota al grande pubblico, eppure ancor più influente nelle dinamiche di partito.
La Ronzulli è brava come i grandi organizzatori democristiani, quelli che muovevano la macchina alle spalle dei Fanfani e dei Forlani, ed erano spesso anche loro lombardi, due a caso, Baruffi e Prandini. Non campeggiavano nei telegiornali, ma erano eternamente ministri ed elettoralmente immortali.
Licia -tradotto nei tempi d’oggi- è così: fa liste, gira l’Italia, sbatte centinaia di gomiti e nocche, concede selfie e posta di tutto sui social. Ha capito prima di tutti che Forza Italia è stata la lista del premier quando Berlusconi era premier, ma ora è diventata un cespuglio, come quelli che Silvio arruolava quando aveva bisogno di arrotondare i voti di Forza Italia.
E nel cespuglio, Licia si muove con più decisione di Buttiglione, più pragmatismo di Mastella, più velocità di Casini. Le si rimprovera l’amicizia con Salvini, ma sulla campagna vaccinale ha sfoderato una grinta che sicuramente non è piaciuta all’ortodossia salviniana ammiccante ai no vax.
Insomma, teniamo d’occhio la baruffa lombarda, che segnala una scia di luce nel malinconico tramonto azzurro. Dalle beghe nascono i carismi, e a queste latitudini c’è ne è un disperato bisogno.
(da Huffingtonpost)

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LEGA SPACCATA. ORA GIORGETTI SCARICA MATTEO

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

LA PARTITA INIZIERA’ LUNEDI SERA, QUANDO LE URNE SANCIRANNO LA DISFATTA DELLA LEGA

Che tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti le incomprensioni fossero tante – e in alcuni casi inconciliabili – non è certo un mistero.
Ne sanno qualcosa al ministero dello Sviluppo economico, dove qualche mese fa una lite piuttosto accesa è rimbombata fino nei corridoi degli uffici di diretta collaborazione del ministro.
Ieri, però, lo scontro ha fatto un deciso passo in avanti, con Giorgetti che ha messo nero su bianco i suoi molti dubbi sulla linea del leader in una lunga intervista a La Stampa.
Buona parte di quei ragionamenti il numero due della Lega li aveva già fatti decine di volte in privato, tanto che nelle stanze che contano di Palazzo Chigi a molti non sono suonati nuovi.
Ma siccome la forma è sostanza e la tempistica delle cose in politica è spesso decisiva, che uno prudente come Giorgetti abbia deciso di sganciare adesso una simile bomba su Salvini difficilmente è frutto del caso.
Il j’accuse, infatti, arriva in uno dei momenti di maggior difficoltà del leader, alle prese con l’affare Morisi da una parte e con una tornata amministrativa che certificherà un deciso arretramento del Carroccio, con annesso rischio di sorpasso da parte di Giorgia Meloni.
Così, proprio nel giorno in cui Salvini è atteso al Niguarda di Milano per la chiusura della campagna elettorale, Giorgetti formalizza la distanza siderale che lo separa dal leader: sbagliata la candidatura di Michetti a Roma, mentre Bernardo a Milano rischia di non arrivare al ballottaggio.
E, ci tiene a precisare, «i candidati non li ho scelti io che faccio il ministro e mi occupo d’altro».
Una netta presa di distanza, insomma, da quella che è una sconfitta annunciata. Ma il vero affondo a Salvini arriva sul Quirinale.
Una partita che «a dire il vero farei ancora gestire» ad Umberto Bossi visto che «il 99% di quello che so l’ho imparato da lui».
Per chi conosce un po’ gli equilibri interni al Carroccio e quanto sia stato complicato il rapporto tra il Senatùr e Salvini in questi anni – basti pensare che uno dei diktat della comunicazione di Morisi era quello di «non nominare Bossi» – un vero e proprio affronto.
Ed è sulla partita del Colle che Giorgetti insiste. Dice che a suo avviso Silvio Berlusconi ha «poche» possibilità e che Salvini rilancia la sua candidatura solo per «evitare di parlare di altre cose serie».
Al Quirinale auspica Draghi, ma solo perché i partiti non lo lasceranno a Palazzo Chigi fino al 2023 («io – spiega – vorrei rimanesse lì tutta la vita»).
E scopre le carte di Salvini, aggiungendo che né lui né Meloni voterebbero un Mattarella bis. In questo scenario, dunque, meglio puntare su Draghi.
Anche se senza di lui a Palazzo Chigi i soldi in arrivo dall’Europa sono destinati a fare una brutta fine. «Li butteranno via. Oppure non li sapranno spendere», dice Giorgetti stando ben attento ad usare il «loro», come a lasciare intendere che la sua permanenza al governo è legata a doppio filo a Draghi.
D’altra parte, che il capo delegazione leghista sia uno dei pochissimi ministri che il premier ascolta non è un mistero.
Tanto che a Palazzo Chigi c’è chi è convinto che l’uscita di Giorgetti sia in qualche modo stata concordata con l’ex Bce, una sorta di sondaggio su un’eventuale candidatura di Draghi al Colle se la via del Mattarella bis si rivelasse impraticabile.
La lenta strategia per logorare Salvini, dunque, da ieri ha cambiato passo.
D’altra parte, quello che ha detto Giorgetti è ampiamente condiviso da tutta la filiera dei governatori leghisti, da Luca Zaia ad Attilio Fontana fino a Massimiliano Fedriga. Che, anzi, nelle sue interazioni con Palazzo Chigi in qualità di presidente della Conferenza delle Regioni è forse uno dei più critici.
Tutti malumori che troveranno sfogo da lunedì sera, quando il crollo di consensi della Lega – soprattutto al Sud – metterà ancora più all’angolo Salvini.
Al quale verrà chiesto un maggior coinvolgimento del partito sia nelle decisioni sulla linea politica che nella partita per il Colle.
Il leader sa bene che l’accerchiamento è iniziato ed è anche per questo che si è guarda bene dal replicare a un Giorgetti che ormai considera come un elemento «ostile».
(da “Il Giornale)

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GIULIA VIOLA PACILLI, VITTIMA DELLA BESTIA DI SALVINI: “NON MI DISPIACE PER MORISI, E’ IL KARMA”

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

FINITA NELLA GOGNA MEDIATICA ORCHESTRATA DA MORISI, HA RICEVUTO PER MESI INSULTI E MINACCE

Due volte nella gogna mediatica di Salvini. Quella creata dalla “Bestia”, quella macchina infernale sui social creata dal Luca Morisi.
Ora, dopo le ultime notizie sulle indagini che coinvolgono l’ormai ex spin doctor della Lega, c’è chi non se la sente di intraprendere la via della carità e della pietas cristiana. È il caso di Giulia Viola Pacilli, la giovane finita nel tritacarne degli insulti social provocati proprio da quel meccanismo di crudeltà social.
Una delle tante vittime del meccanismo della “Bestia” di Matteo Salvini: quel circolo comunicativo sui social che puntava tutto sull’aggressione dialettica e la gogna mediatica.
Lei, Giulia Viola Pacilli, è comparsa per ben due volte sui profili del leader della Lega, all’epoca controllati proprio da Luca Morisi. E, anche a distanza di tempo, ha continuato a ricevere insulti e minacce. Insomma, la macchina del fango non si è mai spenta. E lei lo racconta in una lettera pubblicata su Domani:
“Per ben due volte ha pubblicato il mio viso perfettamente riconoscibile su uno dei profili social più seguiti in Italia. Sul profilo social di chi, al tempo, era ministro dell’Interno e quindi, in teoria, garante della sicurezza dei propri cittadini”.
Una foto, pubblicata e ribadita, che ha dato il via libera ai una serie infinita di commenti. Ne avevamo già parlato nel lontano marzo del 2019, quando Matteo Salvini era ancora capo del Viminale. Insomma, doveva tutelare l’ordine pubblico, ma sui social aizzava la gogna mediatica contro tutte le persone che lo contestavano.
Commenti e insulti irripetibili che hanno condizionato la sua vita. Il tutto dopo esser comparsa, per ben due volti, con nome e volto sui profili social del segretario della Lega. E alla notizia dell’indagine nei confronti di Luca Morisi – deus ex machina di quel tipo di comunicazione – Giulia Viola Pacilli non può fingere di provare empatia o pietà: “Avevo ventidue anni all’epoca, ora ne ho venticinque. Quegli stessi amici mi hanno chiamata per chiedermi cosa ne penso di tutta questa faccenda su Morisi. E io vorrei essere più matura, vorrei dire loro di aspettare, di non fare il suo stesso gioco, di non mettere in giro ipotetiche fake news, di stare attenti quando si parla della vita privata di un individuo. Vorrei essere così matura. Ma se penso alla faccia di Morisi oggi, costretto a leggere ovunque di sé informazioni sensibili, frasi false, vicende personali, mi viene in mente un’unica parola: karma”.
Perché, alla fine: ” Non dirò che mi dispiace per lui. Dirò che chi di social ferisce, di social perisce”.
(da agenzie)

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“IN QUEI GIORNI ERA TUTTO UN VIAVAI”: I RAGAZZI CON ZAINO E BERRETTINO NELLA CASCINA DI MORISI

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

LA CASCINA DI MORISI RISTRUTTURATA DA UN IMPRENDITORE CHE LAVORA CON UOMINI D’AFFARI RUSSI

Una strada alberata, una villa veneta cinquecentesca abbandonata (palazzo Moneta) e, accanto, la grande «barchessa» (l’edificio contiguo) ristrutturata, divisa in 48 appartamenti.
Siamo nelle campagne veronesi di Belfiore, fra piantagioni di mele e vigneti, ed è questo il luogo del misfatto: Corte Palazzo.
Qui hanno trovato la droga e qui hanno perquisito la mansarda di Luca Morisi, il guru della Lega inventore della «Bestia», la potente macchina da propaganda di Salvini. «Io, giuro, non l’ho mai visto — garantisce Cristina che gli abita sotto con la famiglia —. Ma in quei giorni c’è stato un bel trambusto e la mia cagnetta faceva il finimondo».
La vicina di casa se li ricorda bene il 13 e il 14 agosto, perché non succede spesso che in questo posto così isolato capitino volti nuovi. «Ma soprattutto che vadano avanti e indietro come facevano loro. Erano ragazzi, prima è arrivato quello con la zainetto, poi quello con il berrettino rosso, e poi sono arrivati i carabinieri…».
Un controllo pare mirato. Nella macchina c’era lo stupefacente e i ragazzi non hanno avuto problemi a dire da dove arrivava: Morisi. Lui, che abitualmente vive a Mantova, li ha ospitati nel suo appartamento di campagna a Corte Palazzo.
Una casa confinante con quella del russo Sergey Martyanov, balzato tempo fa all’onore delle cronache per via della sua amicizia con Andrea Lieto, imprenditore in passato al centro di un’inchiesta di Report su paradisi fiscali e rapporti con uomini d’affari russi.
«È stato Lieto a ristrutturare l’intera barchessa, poi ha venduto gli appartamenti», ricorda il sindaco del paesino veronese, Alessio Albertini, che parla con prudenza perché ha le elezioni.
Lieto, molto attivo nel commercio di automobili e nelle compravendite di case, ha voluto la sede di una delle sue società proprio a Corte Palazzo: la Andrea Lieto srl, costituita nel 2007, l’anno in cui Morisi ha preso la mansarda. Una società interamente controllata dalla Lieto & partners ltd, questa con sede in Gran Bretagna.
Per il resto la «barchessa», nata con l’idea di farne un complesso esclusivo immerso nella ricca campagna di Belfiore, è finita per essere abitata un po’ da tutti: ci sono professionista, impiegati, operai, famiglie di migranti africani, profughi.
E poi ci sono i fantasmi: «Morisi non l’ho mai visto, il russo un paio di volte ».
(da Il Corriere della Sera”)

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IL LEGHISTA PILLON SPARA SU MORISI: “LA GIUSTIZIA DIVINA HA FATTO IL SUO CORSO”

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

“LA DROGA DELLO STUPRO E IL FESTINO GAY? NON MI STUPISCE, LE SUE ABITUDINI ERANO NOTE DA TEMPO NELLA LEGA”

Matteo Salvini, anche oggi, ha attaccato tutti coloro i quali stanno parlando del caso Luca Morisi. Forse, però, dovrebbe dare un’occhiata anche in casa sua. La notizia dell’indagine per “cessione di sostanze stupefacenti” aperta nei confronti dell’ex spin doctor della Lega, infatti, ha stracciato un velo anche all’interno del partito, con il senatore Simone Pillon che ha sparato a zero sull’ex capo della comunicazione. E non solo per la vicenda della droga.
Intervistato da Simone Canettieri su Il Foglio, il senatore della Lega si sfoga senza lasciare molto spazio all’immaginazione:
“Questa brutta storia di Morisi non mi sorprende, soprattutto se gli avessero trovato la droga dello stupro. C’erano cose note da tempo a tutti”.
A cosa fa riferimento? Probabilmente, anzi sicuramente, non all’utilizzo della droga. Nella casa di Belfiore (in provincia di Verona) dell’ex capo della comunicazione leghista, sono stati ritrovati “solamente” due grammi di cocaina.
L’accusa principale nei suoi confronti, infatti, riguarda la “cessione di sostanze stupefacenti”. Un fatto emerso nel corso di un posto di blocco dei carabinieri che hanno trovato della droga liquida (ancora devono essere effettuate le analisi, ma i due giovani hanno parlato di GHB) nell’automobile dei ragazzi che hanno accusato proprio Morisi.
E allora perché Pillon ce l’ha tanto con Morisi? Lo stesso senatore spiega che il suo “sentimento” avverso nei confronti dell’amico di Matteo Salvini ha origini molto profonde. Fin da quanto lo spin doctor sconsigliò al leader della Lega di partecipare al tanto contestato Congresso Mondiale della famiglia andato in scena, nel 2019, a Verona. Ed è lì che, secondo il parlamentare del Carroccio, i suoi nodi sono venuti al pettine.
Neanche troppo tra le righe, infatti, Pillon parla di quel festino con soli uomini e della droga dello stupro. Secondo lui, dunque, l’orientamento sessuale di Morisi era ben noto, anche all’interno del mondo della Lega:
“Non mi stupisce, viste le note attitudini del personaggio. La giustizia divina ha fatto il suo corso. A me questo Morisi non è mai piaciuto. Mai. Poi mi ha sempre fatto la guerra, ora capisco tante cose”.
Infine la chiosa sugli esponenti omosessuali eletti con la Lega. Che non sono pochi, anzi.
“I gay del mio partito. Sono tantissimi. Li conosco tutti. Tra Camera e Senato non bastano due mani per contarli”.
Il senatore Leghista poi punta il dito sullo strapotere di Morisi:
“Luca decideva tutto: diceva chi andava in televisione e chi no. Sceglieva i contenuti. Non mi mandava mai in tv, ma io ho i miei canali (…) Per me è una brutta notizia per l’uomo e pregherò per lui nonostante la guerra che mi ha sempre fatto, ma magari è una bella notizia per la Lega”.
Al giornalista del Foglio che gli fa notare se per caso ci sia un po’ di ipocrisia nella Lega tra chi si fa portatore di certi valori così radicali per poi magari nella vita privata fare l’opposto, il senatore spiega:
“Sta parlando della corrente Mykonos? Sono i gay del mio partito. Li conosco tutti. Tra Camera e Senato non bastano due mani per contarli. Niente di personale, ci mancherebbe. Ognuno vive come vuole. Basta saperlo. Questo sì”.
(da agenzie)

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FESTINO IN CASA CON DUE GIOVANI ROMENI E UN ALTRO CINQUANTENNE, LA DROGA DELLO STUPRO E L’ARRIVO DEI CARABINIERI: COSA NASCONDE IL CASO MORISI, IL “MORALIZZATORE”

Settembre 28th, 2021 Riccardo Fucile

IL VERO VOLTO DEL GURU SALVINIANO

Emergono ulteriori dettagli sull’indagine che vede coinvolto Luca Morisi, l’ex capo della comunicazione di Matteo Salvini. La notizia è trapelata ieri, figlia di un’esclusiva del quotidiano La Repubblica.
E oggi, proprio da quel cascinale di Belfiore (in provincia di Verona) arrivano testimonianze e ricostruzioni che danno un quadro più completo di questa vicenda. Tutto è iniziato nella notte tra venerdì 13 e sabato 14.
Lì, in provincia di Verona, vive Luca Morisi. E proprio nella sua abitazione – un cascinale che ospita, perlopiù, lavoratori fuori sede – ci sarebbe stato un festino con la partecipazione di almeno altri tre-quattro uomini.
Era la notte della vigilia di Ferragosto e in compagnia dell’ex capo della comunicazione della Lega e di Salvini (si è dimesso dal suo incarico lo scorso 1° settembre) c’erano altre tre persone.
La prima era un uomo, di circa 50 anni (come racconta la vicina di casa a La Repubblica) che frequentava da qualche tempo l’abitazione di Morisi.
Gli altri due erano due ragazzi romeni che vivono nella zona di Verona e che l’esperto di comunicazione politica avrebbe conosciuto sul web (ignota l’identità del terzo fermato). Un festino che, secondo il racconto fatto dalla vicina di casa a La Stampa, sarebbe durato due giorni.
“Sono arrivati tre ragazzi, ne ricordo uno con un berretto da baseball rosso. Non sapendo dove citofonare, hanno telefonato proprio qui davanti, sul prato. Si sono fatti aprire e sono saliti. Per tutta la notte abbiamo sentito rumori dal piano di sopra. Per due giorni quei ragazzi hanno abitato al piano di sopra”.
Movimenti sospetti. Morisi, infatti, non era solito frequentare quella sua abitazione nel cascinale di Belfiore. Impegnato a Roma – dove ha sede il nuovo ufficio della comunicazione della Lega – e sempre in compagnia di Matteo Salvini nei suoi tour elettorali, la presenza dell’ex spin doctor non poteva passare inosservata (anche per quell’automobile, una Maserati Levante, che non poteva, di certo, non dare nell’occhio).
Il giorno successivo, intorno all’ora del tramonto di sabato 14 agosto, i due ragazzi vengono fermati dai carabinieri in un posto di blocco. Nella loro automobile viene trovata una fiala, incastrata nel cruscotto, contenente della sostanza stupefacente in forma liquida. Si tratta di droga dello stupro? A fornire questa indicazione sono gli stessi fermati agli uomini dell’Arma: “In quella fiala c’è Ghb, è stato Morisi a darcela gratis”.
Questa parole hanno fatto scattare le indagini. I carabinieri, in compagnia dei due ragazzi romeni, si sono recati a casa di Luca Morisi per effettuare i controlli di rito. Un cittadino al di sopra di ogni sospetto: prima di questa vicenda, infatti, nessuno aveva mai collegato il nome dell’ormai ex spin doctor di Salvini al mondo della droga.
Ma la perquisizione dei militari ha fatto emergere anche la presenza in casa di due grammi di cocaina. Un quantitativo che viene considerato “per uso personale”. L’attenzione, di fatti, non è sulla polvere bianca ma su quella droga liquida. La certezza sulla sua composizione arriverà solamente tra qualche settimana (forse un mese e mezzo), dopo che saranno resi noti i risultati delle analisi. Nel frattempo le indagini si allargano per cercare chi ha fornito quella droga.
(da NextQuotidiano)

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