Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
IN DUE SETTIMANE – 41% , APPENA 486.000 PRIME DOSI DAL 15 AL 21 SETTEMBRE
A fronte di scorte che superano le 10 milioni di dosi, crollano i nuovi vaccinati,
che in sole due settimane vedono una riduzione del 41% con solo poco più di 486.000 prime dosi effettuate dal 15 al 21 settembre.
L’esitazione vaccinale persiste negli over 50 e frena la vaccinazione nella fascia 12-19 anni. Lo evidenzia il nuovo monitoraggio della Fondazione Gimbe.
Il decreto recentemente approvato, impone l’obbligo del Green Pass sul posto di lavoro a partire dal 15 ottobre: la speranza è che possa aiutare a sbloccare questa situazione di stallo, spingendo le persone non ancora vaccinate a sottoporsi all’iniezione anti covid.
Al 22 settembre (ore 6.16) risultano consegnate 93,5 milioni di dosi di vaccini, il 75% della popolazione (44,4 milioni) ha ricevuto almeno una dose e il 69,8% (41,3 milioni) ha completato il ciclo.
Continua però a scendere il numero di somministrazioni settimanali: sono state 1,48 milioni, ma di queste solo 486.000 erano prime dosi, “un crollo rispetto alla risalita di fine agosto (831mila)”.
Rispetto alla copertura vaccinale, 3,7 milioni di over 50 (13,5%) non hanno ancora completato il ciclo vaccinale, con rilevanti differenze regionali (dal 16,3% della Calabria al 6,3% della Puglia): di questi, 2,88 milioni non hanno ancora ricevuto nemmeno una dose. A fronte di un appiattimento dei trend di vaccinazione in questa fascia di età, le fasce 20-29 e 30-39 anni continuano a salire, seppure ad un ritmo meno sostenuto.
Mentre la fascia 12-19 mostra segni di frenata: quasi 1,5 milioni di ragazzi non ha ricevuto una dose di vaccino. “Stante l’attuale e ingiustificata indisponibilità pubblica di dati sulle prenotazioni non è possibile sapere in che misura questi numeri saliranno nelle prossime settimane per effetto dell’estensione dell’obbligo di green pass sui luoghi di lavoro”, evidenzia il presidente Gimbe Nino Cartabellotta.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI UN OPERAIO VENETO CHE FA ANCHE IL SINDACALISTA: CACCIATO ANCHE DALLO JUVENTUS CLUB
Vive e lavora a Rovigo. È (anzi, era) iscritto allo Juventus Club “Gaetano Scirea” di Castagnaro (in provincia di Verona). Fa l’operaio in una fabbrica in Veneto e, tra le altre cose, ricopre anche il ruolo di rappresentante sindacale.
Insomma, si tratta di una persona che combatte (o almeno dovrebbe, per il suo ruolo) difendere gli altri dai soprusi chiedendo e lottando per le loro tutele.
Questo è il ritratto di un “tifoso” bianconero. Di quel tifoso che si è reso protagonista degli insulti razzisti nei confronti di Mike Maignan, il portiere del Milan.
Il video dei suoi insulti razzisti e delle continue bestemmie è diventato virale sui social e ha sollevato, ancora una volta, il problema razzismo all’interno degli stadi italiani
Ma proprio da quel filmato si è riusciti a risalire alla sua identità, con tutte le conseguenze annesse a livello “sportivo” e “penale”.
Per lui, dopo l’identificazione da parte degli uomini della Digos, è scattata la denuncia per istigazione all’odio razziale.
Inoltre, nei suoi confronti, è già scattata la prima sanzione per violazione del regolamento interno all’Allianz Stadium (l’impianto di proprietà della Juventus). Oltre al Daspo (che prevede la non possibilità di accedere agli impianti sportivi, anche se ancora non se ne conosce la quantificazione, in termini temporali), l’operaio di Rovigo rischia di avere anche ulteriori problemi con la giustizia.
A tutto ciò si lega anche un’altra questione (di secondo piano, ma quantomeno simbolicamente giusta): l’uomo è stato anche cacciato dallo Juventus Club “Gaetano Scirea” di Castagnaro.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LA GIUSTA ACCOGLIENZA A DUE SOGGETTI CHE CON BATTIATO NON C’ENTRANO UNA MAZZA… POSSONO SEMPRE ANDARE A FARE I SOVRANISTI ALLA FESTA DELLA LEGA
Vittorio Sgarbi sale sul palco della serata-omaggio a Franco Battiato e il
pubblico dell’Arena fischia a tal punto che il critico d’arte deve abbandonare la scena.
Con lui anche Al Bano, evidentemente imbarazzato di fronte all’inaspettata reazione dei fan del Maestro.
È quanto avvenuto martedì sera a “Invito al viaggio”, il concerto dedicato a Franco Battiato, recentemente scomparso, in Arena di Verona.
Alice, Fiorella Mannoia, Colapesce e Dimartino, Eugenio Finardi e Jovanotti: sono solo alcuni dei numerosi artisti arrivati per ricordare il Maestro.
Fuori programma, a dare il loro saluto si sono presentati anche Vittorio Sgarbi e Al Bano.
Ad annunciarli è stato Umberto Broccoli, di fatto il narratore della serata. I due sono stati accolti tra i fischi di mezza Arena.
“Fascista”, grida qualcuno all’indirizzo del critico d’arte. E ancora: “Sei inopportuno, vai via”.
A fatica Sgarbi riesce a parlare tanti sono i fischi e prima di andarsene fa un cenno alla sorella tra il pubblico: “Saluto mia sorella e tanto mi basta, e a quelli che mi insultano dico “siate felici””.
Detto questo, il ferrarese ha quindi abbandonato il palco. Stessa sorte è toccata ad Al Bano, forse colpevole solamente di essere entrato in scena con Sgarbi.
Imbarazzato, il cantante pugliese ha cercato di sdrammatizzare: “Se sono qua è colpa di Sgarbi. Ma la miglior cosa è che come sono arrivato, me ne vada”.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
FINO A IERI ERA PER “L’ABOLIZIONE TOTALE”… E LA RACCOLTA DI FIRME DI RENZI? NON E’ MAI PARTITA
Tra fine agosto e inizio settembre i due Matteo erano allineati: “Dobbiamo
assolutamente cancellare il reddito di cittadinanza”.
Il leader della Lega poi ha cambiato versione – e ha prevalso la linea Giorgetti, più filogovernativa – arrivando a sostenere che “il reddito per chi non può lavorare è sacrosanto”.
Martedì sera a Porta a Porta ha completato l’inversione a U, aggiungendo alla lista dei beneficiari anche i caregiver. Intanto l’ex premier ha fatto sparire dai radar la questione referendum: ora dice che Draghi cambierà la misura per merito suo, ma il lavoro sui correttivi era cominciato già lo scorso marzo
A fine agosto Matteo Salvini è sicuro, così sicuro da volerci mettere anche la firma: il reddito di cittadinanza va abolito.
Lo ripete per tutta l’estate e il 28 agosto da Pinzolo annuncia: “In manovra economica l’emendamento per farlo lo metto io, avrà la mia prima firma. Dobbiamo assolutamente cancellare il reddito di cittadinanza”.
Una posizione intransigente, che si affianca a quella dell’altro Matteo, Renzi, che nel frattempo il 2 settembre al Tg4 annuncia definitivamente il quesito del suo referendum abrogativo.
La raccolta firme del leader di Italia Viva poi non è mai partita, nonostante la possibilità di raccoglierle online.
Mentre Salvini? La sua posizione è magicamente sfumata, giorno dopo giorno, fino alla giravolta completa compiuta ieri sera, martedì 21 settembre, ospite a Porta a Porta su Rai1: “Firmerò io l’emendamento in legge di bilancio”, ribadisce il leader della Lega. Ma le parole abolire e cancellare sono scomparse.
La posizione del Carroccio oggi è per “confermare questo sostegno a chi non può lavorare: disabili, invalidi, chi ha la moglie, il marito o il figlio a casa da curare 24 ore su 24. Non puoi lavorare? Non ti abbandono, ti aiuto, ti proteggo”. Un’inversione a U compiuta nel giro di tre settimane.
I ripensamenti di Salvini cominciano a inizio settembre. Ancora domenica 5 il leader della Lega da Cernobbio spara contro il sussidio, affiancato da Giorgia Meloni: “Il reddito di cittadinanza si è rivelato sbagliato – dice – proporrò un emendamento alla manovra per destinare alle imprese questi soldi”.
Nel frattempo però qualcosa sta cambiando. Da qualche giorno la stampa nazionale non attacca più la misura voluta dal M5s e approvata dal governo Conte 1.
Anche in questo caso, per tutta l’estata i media hanno martellato il reddito di cittadinanza, spesso “torturando” numeri e statistiche.
Poi a settembre su quegli stessi giornali, dal Corriere della Sera a La Stampa, trovano improvvisamente spazio gli interventi di esperti che suggeriscono cambiamenti piuttosto che la cancellazione.
Il 6 settembre Salvini incontra Giancarlo Giorgetti al consiglio federale della Lega. Il ministro dello Sviluppo economico non parla di abolizione, ma dice che “andrebbe trasformato in lavoro di cittadinanza“.
E il leader capisce l’antifona, cominciando a cambiare la sua posizione: “L’ impegno è presentare, in sede di Bilancio, un emendamento a mia firma, in cui chiederemo di rivedere o cancellare il reddito di cittadinanza”. “Penso ad ammettere questa misura solo per quelli che non possono lavorare, ma per il resto dobbiamo cancellarlo”, specifica Salvini.
Il leader è in minoranza, un po’ come sulla questione green pass e vaccini: deve correggere il tiro e adattarsi alla linea filo-governativa, quella guidata da Giorgetti, che prende sempre più piede anche tra i governatori.
D’altronde, già il 6 agosto il presidente del Consiglio Mario Draghi era stato chiaro: “Il concetto alla base del reddito di cittadinanza io lo condivido in pieno”.
Un mese dopo la posizione non è affatto cambiato, come chiarisce il 7 settembre il Corriere della Sera, che titola: “Draghi non tocca il reddito“.
Si parla solo di eventuali cambiamenti, definiti correttivi o miglioramenti a seconda delle posizioni.
Anche Renzi, dopo aver gettato il sasso, comincia a tirare indietro la mano: promuovendo il suo libro, ormai da luglio annunciava un referendum per abrogare il reddito di cittadinanza. Il 2 settembre presenta il quesito, l’8 settembre a L’Aria che tira su La7 già cambia versione: “Aver permesso di aprire la discussione sul reddito di cittadinanza ha portato al fatto che Draghi lo cambierà“.
Falso, visto che il comitato per la valutazione del reddito di cittadinanza è attivo già dallo scorso marzo, mentre il libro di Renzi è uscito a luglio e il quesito del referendum è stato annunciato a settembre, quando Draghi aveva già chiarito che la misura sarebbe stata rivista, non cancellata.
Renzi racconta di aver già ottenuto il suo obiettivo per non dire che ha rinunciato a raccogliere le firme. Tra l’altro, per votare tra il 15 aprile e il 15 giugno 2022, dovrebbe arrivare a quota 500mila entro il 30 settembre: se avesse voluto davvero raggiungere questo obiettivo – sfruttando anche la possibilità della firma digitale – la raccolta sarebbe già iniziata.
Se invece dovesse partire nelle prossime settimane o mesi, sarebbe comunque impossibile votare prima del 2025, perché la legislatura scade a marzo 2023 e nell’anno precedente e nei sei mesi successivi non è possibile per legge depositare una richiesta di referendum.
Passa un’altra settimana e pure Salvini comincia a cambiare registro: “Rivediamo il reddito di cittadinanza e togliamolo ai furbetti che non hanno voglia di fare niente”, dice dal palco a Rosarno. La giravolta parte dalla Calabria, una regione del Sud, l’area dove si concentrano oltre 2 milioni di beneficiari.
“Qual è la posizione della Lega? E’ fondamentale – sostiene il leader del partito – garantire e aiutare, come deve fare uno stato serio, chi non può lavorare e non ce la fa perché disabile, fragile o è arrivato ad una certa età e non può rientrare nel mondo del lavoro. Aiutare gli ultimi. Però regalare redditi a caso soprattutto a immigrati che non fanno un accidente dalla mattina alla sera non è possibile, non è giusto, non è morale”. Eccolo il nuovo mantra di Salvini: togliere il sussidio agli stranieri.
Anche se di fatto è la categoria che ad oggi meno beneficia della misura, visto che uno dei paletti per accedere al reddito di cittadinanza prevede la residenza in Italia da almeno 10 anni. Non a caso è uno dei correttivi suggeriti dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico: “Aumentare la cifra che va alle famiglie numerose e ridurre i paletti per gli immigrati”.
Dalla Calabria Salvini si sposta in Veneto: il 19 settembre è a Bovolone, ma il (nuovo) ritornello non cambia. “Garantire un’integrazione al reddito per chi non può lavorare, per gli anziani, per i disabili, per quelli che hanno la schiena rotta è sacrosanto“, dice il leader della Lega.
Tra l’altro, “chi non può lavorare” rappresenta praticamente i due terzi dei beneficiari del reddito. Circa 900mila beneficiari sono infatti minorenni, mentre altri 135mila nuclei familiari percepiscono la pensione di cittadinanza. I soggetti al patto per il Lavoro, stando all’ultimo report Anpal di luglio, sono circa un milione di persone su oltre tre milioni di beneficiari.
Salvini nel Veronese non vuole colpire solo gli stranieri ma anche “le centinaia di migliaia di persone che lo prendono senza meritarlo“. Quindi bisogna togliere il reddito “a tutti quelli che non hanno voglia di lavorare“. Una categoria quanto meno indefinita, ammesso che esista: è la “teoria del divano”, che a sua volta non ha mai trovato riscontro nei dati Istat.
Inoltre, man mano che passano i giorni Salvini allunga invece la lista delle persone che devono beneficiare del reddito di cittadinanza: nella puntata di Porta a Porta di martedì sera, a “chi non può lavorare”, ai pensionati e ai disabili si sono aggiunti anche i caregiver.
Alla fine, la certezza è che il referendum di Renzi è sparito dai radar e pure Salvini non vuole più abolire il reddito.
Ancora promette un emendamento alla legge di bilancio a sua firma, ma il ministero del Lavoro è già da tempo impegnato a definire i miglioramenti al reddito: la proposta potrebbe finire presto sul tavolo del governo e viaggiare separata rispetto alla manovra. I correttivi, peraltro, riguardano principalmente la modifica della scala di equivalenza per evitare di penalizzare le famiglie numerose e la revisione del peso dell’affitto sul sussidio a seconda del territorio di residenza.
Ma Draghi proprio martedì ha ribadito, questa volta mettendolo anche nero su bianco nella sua risposta a uno studente, che il reddito di cittadinanza non si tocca, “è ispirato a valori costituzionali, come l’eguaglianza e la solidarietà politica, economica e sociale”. I limiti ci sono, “soprattutto per quanto riguarda le politiche attive del lavoro”. Su questo sì, il governo vuole intervenire.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
L’ASSESSORA IN REGIONE ACCUSA LA SINDACA IN UNA CHAT CON 142 ELETTI E NESSUNO CONTROBATTE
Roberta Lombardi, assessora Movimento 5 stelle alla Transizione ecologica e
alla Trasformazione digitale del Lazio, torna ad attaccare Virginia Raggi sulla gestione dei rifiuti a Roma.
In una chat con 142 eletti del M5s, riportata da la Repubblica, Lombardi ha condiviso la foto di una strada della Capitale sommersa dall’immondizia: la stradina è appena dietro all’Ama, la società che si occupa della raccolta dei rifiuti nella città.
«Questa piccola discarica a cielo aperto è nel terzo municipio di fronte a un giardino dei cani», si legge nel messaggio. «Il cancello aperto dietro la piccola discarica è la sede Ama municipale. La stradina che si intravede sulla destra porta all’isola ecologica». E il testo continua:
Nessuno di Ama, nessuno, che passa lì tutti i giorni, pensa di organizzare la raccolta. E la discarica si è formata quando a luglio e agosto l’isola ecologica aveva un orario ridotto quindi le persone arrivavano, trovavano chiuso e anziché riportare i rifiuti a casa li lasciavano lì. Costume esecrabile, per carità, ma i nostri concittadini il piccolo sforzo di conferire correttamente l’avevano fatto, noi non abbiamo garantito un servizio. Ora aspetto il solito tweet quotidiano della sindaca che chiede a Gualtieri dove metterà la discarica. Ma a volte un bel tacere è molto più dignitoso.”
Nessuno nella chat, scrive sempre la Repubblica, prende le difese della sindaca.
Lo scontro si inserisce in quello Comune-Regione sulla gestione dei rifiuti che va avanti ormai da mesi.
«Tanto per rimettere la chiesa al centro del villaggio», aggiunge Lombardi. «Siete voi che avete governato per 5 anni. E siete sempre voi che vi siete candidati per i prossimi 5. Quindi che voi facciate le domande sulle cose che uno farebbe perché voi non le avete fatte è grottesco. Smettetela di renderci tutti ridicoli».
L’assessora, da tempo nemica interna della sindaca, aveva già contestato a Raggi la gestione dei rifiuti nella Capitale. Nel 2019 aveva detto: «Dopo tre anni di giunta Raggi io vivo in uno stato di costernazione per la mia città».
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
UNA DICHIARAZIONE AUTOLESIONISTA PER STRIZZARE L’OCCHIO A UNA MINORANZA DI SCAPPATI DI CASA
Il candidato sindaco al Comune di Milano per il centrodestra, Luca Bernardo, non esclude l’eventualità di poter aver nella sua Giunta un No Vax ma gli consiglierebbe “sicuramente di vaccinarsi, come medico”.
“Non escludo ma sicuramente gli consiglierei di vaccinarsi, come medico” spiega. Bernardo è, però, “assolutamente contrario” e non accetta “neanche di discutere con quei No vax che sono violenti”.
Parole pronunciate a margine di un appuntamento elettorare che si attirano una coda di polemiche da parte degli avversari.
“Bernardo gioca, ancora, sul pericolosissimo filo dell’ambiguità, in un momento in cui l’Italia e Milano stanno, gradualmente e faticosamente, uscendo dalla pandemia. Oggi, infatti, si spinge a dire che non esclude la presenza in giunta di No Vax”, afferma Silvia Roggiani (Pd).
“Affermazioni pericolose e gravissime, ancora di più perché pronunciate da un medico. Un medico che, non solo porta la pistola in ospedale, ma ripudia il suo stesso ruolo pur di raccattare qualche voto” si legge in un comunicato della lista a sostegno di Beppe Sala Milano in Salute.
“Siamo tutti sbalorditi davanti all’ennesimo paradosso di un medico che pur di raccattare voti ripudia il suo ruolo”, afferma la capolista Francesca Ulivi. E Filippo Barberis, capogruppo Pd a Palazzo Marino: “Un candidato sindaco perdipiù medico che non esclude di avere propri membri di giunta no Vax è doppiamente pericoloso. Come medico e come candidato a ricoprire una carica pubblica. Un’ennesima uscita più che infelice”.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2021 Riccardo Fucile
“PIU’ POESIE TEDESCHE”, MA QUANDO L’INTERVISTATORE GLI CHIEDE QUAL’E’ LA SUA PREFERITA IL LEADER DI AFD NON SA COSA RISPONDERE E FA SCENA MUTA: PAESE CHE VAI, CAZZARO SOVRANISTA CHE TROVI
C’è stato persino un momento di involontaria comicità nella campagna
elettorale dell’ultradestra di Afd. L’emittente pubblica Zdf ha organizzato interviste di “reporter bambini” ai leader politici.
Quando è toccato a Tino Chrupalla, il leader dell’Afd ha chiesto che “a scuola si imparino più poesie tedesche”. Il giovane cronista Alexander ha avuto la prontezza di ribattere: “E qual è la sua poesia preferita?”.
Tra i due è piombato un imbarazzato silenzio. Non che ci si aspettasse che Chrupalla recitasse a memoria lo sterminato Apprendista stregone di Goethe o La Pantera di Rilke – repertorio obbligato di molte scuole tedesche.
Ma al povero leader dell’estrema destra non è venuto in mente neanche un titolo.
La gaffe di Chrupalla è stato un raro momento di leggerezza in una campagna elettorale inquietante.
Ieri le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che Mario N., il fanatico No Vax che ha sparato in Renania-Palatinato a un benzinaio soltanto perché gli aveva chiesto di indossare la mascherina, era un sostenitore dell’Afd.
La forza politica guidata da Chrupalla e Alice Weidel cavalca da tempo lo scetticismo dei No Mask per arare voti a destra, continua a chiedere che la Germania esca dalla Ue e i migranti vengano respinti alle frontiere – se necessario con le armi.
La notizia è che il partito è inchiodato all’11%. Anche il 12,7% dell’esordio al Bundestag nel 2017 sembra un miraggio. Ma, come ha detto Chrupalla di recente, “siamo qui per restare”.
Alle ultime elezioni l’Afd era volata dopo aver cavalcato la paura dei profughi. Stavolta le è mancato un argomento forte per la campagna elettorale. Ed è lacerata da lotte intestine tra la “faccia presentabile” del duo ai vertici Chrupalla-Weidel, e l’ala oltranzista del “Flügel“, capitanato dall’estremista Björn Höcke, che aspetta solo il momento propizio per il colpo di mano.
Un cattivo risultato nelle urne potrebbe essere l’appiglio giusto per la corrente estremista per chiedere la testa della “strana coppia” che si divide attualmente la presidenza, per cacciare il muratore smemorato dell’Est e la leader dichiaratamente lesbica che ha lasciato Goldman Sachs per buttarsi in politica.
Peraltro il “Flügel” è stato bollato ufficialmente come un pericolo per la democrazia dal Verfassungsschutz, i servizi segreti interni. Ufficialmente si è sciolto, ma segretamente i suoi leader continuano a fare adepti.
Ma la deriva a destra si nota anche in alcuni candidati discutibili come Hans-Georg Maassen, l’ex capo dei servizi che negò ci fossero state delle cacce allo straniero nei giorni delle scorribande neonazi a Chemnitz, nel 2018.
E per la leader della Spd Saskia Esken è chiaro che il silenzio di Armin Laschet su Maassen significa che “la sponda a destra della Cdu resta dolorosamente aperta”.
(da La Repubblica)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
TUTTI ZITTI E ALLINEATI QUANDO LA POLITICA BECERA DEL SEGRETARIO PORTAVA VOTI E POLTRONE
Due partiti sovranisti nello stesso paese, anche se è un paese strambo come l’Italia, sono troppi. Il classico doppione.
Senza improvvisarsi politologhi, basta questa banale constatazione per capire come mai il Salvini annaspi dentro e fuori la Lega, specie quel pezzo di Lega che si sente di governo e invece si ritrova a contendere alla Meloni il voto dei complottisti e dei No Vax. Che è come contendere a Walt Disney il copyright di Paperino: si perde di sicuro.
Detto questo, ci si chiede come mai i famosi moderati, i vari Giorgetti e Fedriga e Zaia, si siano muniti di un leader siffatto, che certamente ha portato voti (a breve termine) ma ha radicalizzato la Lega perfino oltre il livello di insofferenza per la democrazia e la buona educazione (parenti stretti) già ben presenti nel Dna di quel partito dai tempi di Umberto Bossi, dei gesti dell’ombrello, dei “trecentomila fucili bergamaschi”, dei soli delle Alpi istoriati nei banchi della scuola pubblica come se fossero cosa loro.
La parabola leghista ricorda quella dei repubblicani americani: se si sono fatti irretire da Trump, consegnandogli il partito, non si lamentino poi dell’assalto al Campidoglio, e facciano i conti, piuttosto che con la protervia di Trump, con la loro ignavia.
Alla stessa maniera non destano molta simpatia i bravi leghisti presentabili, qualcuno perfino con la cravatta giusta, che oggi biasimano il Salvini perché perde colpi, ma quando le folle social smaniavano per lui e lo chiamavano Capitano, non hanno detto una sillaba nemmeno nei momenti più bruti della sua ascesa.
Ora che lo hanno usato, lo schifano. Loro, i presentabili, possono contare sulla poca memoria dell’opinione pubblica.
(da La Repubblica)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
DALLE URLA DI SALVINI A QUELLE DELLA MELONI IL PRODOTTO NON CAMBIA
Ha ragione Massimiliano Fedriga quando dice che Francesca Donato non è certo “una colonna della Lega che ha abbandonato il partito” ma Fedriga (come il suo gran capo Salvini) omette di dire che sono proprio i Donato, Bagnai, Borghi, Siri e Pillon che tengono il partito con un piede fuori dal governo che sta svuotando il partito di voti.
È vero, l’europarlamentare Donato probabilmente finirà in qualche partito laterale (si parla di Italexit di Gianluigi Paragone) oppure sparirà nella schiera di Fratelli d’Italia ma che la Lega di Salvini si stia spaccando e esaurendo è un fatto politico che ormai più nessuno riesce a nascondere.
Non bisogna essere fini analisti politici per capire che lo spazio occupato da Salvini (quello dell’opposizione urlata, muscolare e dura disponibile perfino ad accarezzare i complotti per continuare a partorire nuovi nemici immaginare) non sia compatibile con la presenza nei banchi di un governo che dell’equilibrio, della misura (e perfino della sbiaditezza) fa la propria cifra politica.
Gli errori inanellati da Salvini del resto ormai cominciano ad accumularsi: dopo avere costruito il proprio bacino di voti sulla sfrontatezza e sul mito dell’uomo forte Salvini è riuscito ad apparire tonto e debolissimo facendosi bastonare nel primo governo Conte, è apparso poco credibile mentre urlacciava contro i grillini suoi ex compagni di governo (mentre erano ancora fresche le foto in cui apparivano abbracciati e sorridenti) e ora paga lo scotto di essere elemento dell’ammucchiata di maggioranza.
Ovvio che se decidi di capitalizzare il tuo essere “ferocemente contro” paghi pegno nel momento in cui ti ammorbidisci.
Altrettanto ovvio è che Salvini abbia dovuto ammorbidirsi per tentare di ammantarsi di quel minimo di credibilità che voleva utilizzare per proporsi come futuro leader del centrodestra e di governo.
Entrambe le missioni sono fallite: nella posizione politica occupata oggi dalla Lega è inevitabile che la linea di Giorgetti e compagnia cantante (che godono non poco mentre assistono all’erosione del loro segretario) sia la più efficace, forse perfino inevitabile.
Ed è una naturale conseguenza che sia proprio Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia l’unica ad apparire opportuna in quello spazio precedentemente occupato da Salvini.
A proposito di Giorgia Meloni: per un vizio tutto italiano di combattere le persone piuttosto che i modi e contenuti forse sarebbe il caso (lo ripetiamo da tempo su queste pagine) di capire che il nuovo Salvini è già da un pezzo Giorgia Meloni, è lei ad avere ereditato il velato razzismo, la carezzevole vicinanza agli ambienti estremisti e il piglio ai limiti del negazionismo che piace tanto ai No vax e ai No qualsiasi cosa.
Se la battaglia politica è quella di combattere un certo sovranismo nazionalista che attraversa l’Europa forse conviene lasciare Salvini a sbriciolarsi per conto suo e cominciare ad ascoltare con attenzione le pericolose valutazioni di quella che potrebbe essere a capo della coalizione di centrodestra data per favorita alle prossime elezioni politiche.
L’hanno capito perfino i transfughi leghisti che si spostano in massa verso Fratelli d’Italia. Chissà quando lo capiranno certi editorialisti.
(da TPI)
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