Ottobre 13th, 2021 Riccardo Fucile
RIDICOLO ACCUSARE LA LAMORGESE QUANDO SONO IL PREFETTO E IL QUESTORE DI ROMA A GESTIRE L’ORDINE PUBBLICO… CASTELLINO ANDAVA ARRESTATO PRIMA DI ARRIVARE A PIAZZA DEL POPOLO? CERTO, MA CHI AVREBBE GRIDATO PER PRIMA ALLA “DITTATURA” IN PARLAMENTO?
Siamo arrivati al ridicolo, per non dire a qualcosa di inquietante.
Abbiamo assistito a un assalto fascista e squadrista alla sede della Cgil” di Roma, ma “Fratelli d’Italia sostiene che sia colpa della ministra. Anzi si arriva addirittura a insinuare che questa operazione sia stata favorita e agevolata dal ministro dell’Interno e dal governo
Lamorgese: “Non abbiamo arrestato Castellino per evitare problemi di ordine pubblico
Il leader di Forza Nuova di Roma, Giuliano Castellino, si è messo in evidenza “per il deciso protagonismo soprattutto nell’intervento a piazza del Popolo quando ha espresso la volontà di indirizzare il corteo verso la sede della Cgil”. Così il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, rispondendo al question time alla Camera sugli scontri di sabato scorso a Roma.
La titolare del Viminale prosegue: “La scelta di procedere coattivamente nei suoi confronti non è stata ritenuta percorribile dai responsabili dei servizi di sicurezza, perché in quel contesto c’era l’evidente rischio di una reazione violenta dei suoi sodali con degenerazione dell’ordine pubblico”. “La questione dell’eventuale scioglimento” di Forza Nuova, aggiunge il ministro, ”è all’attenzione del governo”.
Giorgia Meloni risponde così al ministro: “Lamorgese dice che sapeva e non ha fatto nulla. Se fino a ieri pensavano la sua fosse sostanziale incapacità oggi la tesi è più grave: quello che è accaduto è stato volutamente permesso e questo ci riporta agli anni già bui. È stato calcolo, siamo tornati alla strategia della tensione”.
Giuliano Castellino poteva essere arrestato prima di condurre, in compagnia del leader di Forza Nuova Roberto Fiore, la marcia neofascista che ha portato alla devastazione della sede romana della CGIL. Il luogotenente del movimento di estrema destra, infatti, aveva e ha ancora a suo carico un Daspo urbano che non gli consente di partecipare a manifestazioni pubbliche. Eppure è lì ad arringare la folla e ad annunciare alla folla di Piazza del Popolo l’obiettivo: la sede del sindacato.
Oggi Luciana Lamorgese ha spiegato i motivi del mancato arresto durante la manifestazione, arrivato solamente al termine di una giornata di violenze.
Qualche breve considerazione:
1) Troppa tolleranza per manifestazioni No Vax: deriva dalla presenza nel governo e nell’opposizione di forze che li hanno protetti e blanditi per ragioni elettorali. Se in piazza ci fossero stati i centri sociali (che ormai non esistono quasi più, se non nella fantasia dei sovranisti) li avrebbero manganellati appena uscivano dalla zona autorizzata, con grande gaudio di chi oggi si lamenta.
2) La Digos nell’ultimo anno ha chiesto tre volte l’arresto di Castellino, in Procura a Roma qualcuno l’ha sempre negato.
Avendo il divieto a partecipare a manifestazioni, Castellino avrebbe potuto essere arrestato prima di arrivare in piazza. Chiedere a Questore e Prefetto perchè non si è proceduto.
3) L’ordine pubblico a Roma lo gestiscono il prefetto e il questore. Il primo è l’ex capo di Gabinetto di Salvini quando era Ministro degli Interni che ha avallato la politica sovranista. Chiedere a lui perchè si è permesso l’assalto alla sede della Cgil.
4) “Strategia della tensione” voluta dal Governo che avrebbe permesso l’assalto per danneggiare i sovranisti è come dire che dietro gli anarchici ci stanno i sovranisti perchè danneggerebbe la sinistra. Due corbellerie.
5) La Meloni non dice quello che i servizi hanno più volte segnalato anche al Copasir; che dietro la destra estremista e i gruppi sovranisti che seminano odio sul web ci sono i servizi segreti di certi Paesi dell’Est a stampo sovranista che hanno lo scopo di destabilizzare l’Europa e l’Italia. Chieda informazioni .
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Ottobre 13th, 2021 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO HA IL POTERE DI SCIOGLIERE FORZA NUOVA”
Gianfranco Fini da quattro anni si è chiuso nel silenzio. Non un intervento
pubblico e non un’intervista, ma il protagonista della più importante svolta nella storia della destra italiana non ha smesso di pensare politicamente, di consigliare, di parlare con gli amici di un tempo.
E anche se ripete a tutti che lui si limita ad «osservare» e per questo non si esprimerà pubblicamente su Giorgia Meloni, però Fini ha confidato a più d’uno i suoi pensieri su quel che si muove in queste ore a destra: «Come la penso? La penso esattamente come la pensavo ai tempi della svolta di Fiuggi a proposito del fascismo e dell’antifascismo come momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che erano stati conculcati».
E Fini non dimentica l’asprezza degli scontri che lo divisero dagli oltranzisti e dai nostalgici, nello storico congresso di scioglimento dell’ Msi a Fiuggi nel 1995 e anche dopo: «Non a caso ero considerato in quegli ambienti il traditore per antonomasia!».
In effetti la rottura della destra missina e post-missina non solo con i terroristi neri ma anche con i picchiatori e i movimenti violenti, 25-30 anni fa, è stata così radicale e memorabile da indurre Fini, nelle sue chiacchierate di questi giorni con gli amici di un tempo, a ragionare sul possibile scioglimento di Forza Nuova.
Ieri scherzava sulla «fake news» che attribuiva proprio a lui la sottoscrizione di una mozione Change.org che chiede un intervento risolutivo contro l’organizzazione neo-fascista, ma l’ex leader di Alleanza nazionale confida che condividerebbe un eventuale provvedimento di questo tipo.
Da ex presidente della Camera, Fini si sente di obiettare su alcuni strumenti per raggiungere l’obiettivo: «Trovo paradossale che sia il Parlamento in quanto tale ad assumere l’iniziativa con una mozione che peraltro non ho letto. In realtà il Parlamento può al massimo chiedere al governo di sciogliere quelle formazioni».
Naturalmente Fini conosce la diatriba che divide giuristi e costituzionalisti sulla potestà repressiva, se la competenza spetti all’esecutivo o alla magistratura dopo apposita sentenza, ma sul punto l’ex capo di Alleanza nazionale non sembra aver dubbi: «In realtà i governo può intervenire subito, ope legis, anche senza un’iniziativa parlamentare. È già accaduto nel passato, sia pure in circostanze diverse, nei confronti di Ordine Nuovo e di Avanguardia nazionale».
Ma c’è una storia, soffocata nel ricordo, che parla più di ogni altra circa i riflessi politici prodotti dalla rottura che Fini portò a termine col mondo che si muoveva anni fa alla destra dell’Msi-An. Ne parla lui stesso in questi giorni: «Nel gennaio del 1995, al congresso di Fiuggi, io fui agevolato da Rauti e Pisanò che si portarono dietro tutti coloro che avevano avversato la nascita di An e la sua carta d’intenti».
Ma nei mesi successivi si consumò qualcosa di più grande di una banale scissione. E si produsse un evento elettorale, da allora rimosso da tutti, a destra e a sinistra. Dopo la svolta “anti-fascista” di Fiuggi e la nascita di An, Pino Rauti che per decenni era stato il principale ideologo del movimentismo di estrema destra, e Giorgio Pisanò, repubblichino mai pentito, ri-rifondarono la Fiamma missina e nella primavera del 1996 proprio i “neo-fascisti” furono decisivi in 49 collegi marginali per fare perdere il centro-destra. Disse Rauti: «Se Prodi ha vinto, lo deve a noi…».
E in effetti, per quanto a sinistra possa apparire non subito comprensibile, la reticenza di Giorgia Meloni a prendere le distanze dai picchiatori di Forza Nuova in quanto neo-fascisti, in qualche modo è fuori linea anche rispetto a Giorgio Almirante.
Il repubblichino capo storico della destra post-fascista italiana, tra 1978 e 1979 si incontrò in modo segretissimo col segretario del Pci Enrico Berlinguer e sinché i due furono vivi non se ne seppe nulla ma – come racconta Federico Gennaccari, editore e storico della destra missina – «i due leader pur così diversi colsero il rischio di una deriva terroristica di aree giovanili da loro oramai lontane ma che in qualche modo appartenevano ai rispettivi album di famiglia. E si scambiarono informazioni e pareri sulla pericolosa deriva in corso».
(da La Stampa)
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Ottobre 13th, 2021 Riccardo Fucile
“I NO VAX? SONO DEGLI IMBECILLI, NON HANNO CAPITO UN CAZZO”
Vittorio Feltri esordisce così come consigliere comunale a Milano. A La Zanzara dice: “Non mi sono votato, mi hanno dato due lenzuolate e non ho un capito un cavolo di quello che c’era scritto. Penso di aver votato Sala. Il nome Feltri non l’ho scritto”.
“In Consiglio comunale andrò qualche giorno, poi me ne vado. Negli ultimi quarant’anni non ho mai visto un consiglio comunale”. “Gay Pride? Dovrebbe chiamarsi Froci Pride, però facciano quello che vogliono, a me di quello che fanno i froci non interessa nulla”.
“Gay è parola inglese, omosessuale è un termine medico, preferisco chiamarli froci o culattoni”. “Il fascismo? E’ morto nel ‘45, non è un pericolo, non ho mai conosciuto un fascista in vita mia”. “Il fascismo? L’unica cosa buona che ha fatto è farsi uccidere.
E’ riuscito a fare una guerra assurda, per soggiacere agli ordini di Hitler. Ma fu una piccola cosa rispetto al comunismo, che ha fatto molti più morti e molti più danni. Mussolini era alla guida di una nazione di poveracci, mentre il comunismo uccise molte più persone”. “I novax? Sono degli imbecilli, dei cretini. Rischiano di ammalarsi e morire, non hanno capito un cazzo”.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2021 Riccardo Fucile
A ISERNIA INVECE ENTRA ED ESCE DALLA COALIZIONE
Saranno anche fratelli, ma in fatto di coerenza e lealtà c’è ancora tanta
strada da fare. Almeno in Molise. Qui, nella piccola regione che un giorno sì e l’altro pure alimenta gli sfottò di chi la vuole “inesistente”, ciò che certamente esiste sono le comiche in salsa meloniana di un partito a cui è difficile star dietro: un giorno da una parte, un giorno dall’altra, il giorno dopo ancora un dietrofront, l’altro un ripensamento e così via.
L’ultima chicca arriva da Isernia, 20mila anime. La piccola cittadina è andata alle urne il 3 e 4 settembre. Tutto normale, nulla di eccezionale considerando soprattutto le ben più blasonate città impegnate nelle comunali.
DI QUA E DI LA’
Eppure c’era un dettaglio che ha reso Isernia più “speciale” di tutte le altre città: è stata l’unica in cui al candidato di centrosinistra (Piero Castrataro, unico tra i pretendenti al “titolo” che ha parlato di sostenibilità e innovazione e non di sampietrini che saltano) si contrapponevano due candidati di centrodestra.
E chi aveva deciso di rompere la coalizione? Fratelli d’Italia, of course. A Gabriele Melogli (sostenuto da FI e Lega, già due volte sindaco e un’altra volta trombato al ballottaggio, non proprio quel che si dice il “cambiamento”) si contrapponeva con alcune liste civiche Cosmo Tedeschi (un tempo ex Idv), a cui appunto il partito della Meloni aveva deciso di dare il suo appoggio. Alla fine al ballottaggio sono andati Castrataro e Melogli.
Ed ecco il colpo di scena: se Tedeschi, coerentemente, si è tirato fuori evitando un appoggio esplicito a questo o quel candidato, Fratelli d’Italia si è resa protagonista dell’ennesima piroetta.
Il coordinatore regionale Filoteo Di Sandro è stato chiaro: dopo aver rifiutato la coalizione guidata da Melogli, al ballottaggio il partito appoggerà proprio lui. E ciao ciao al candidato Tedeschi che pure aveva sostenuto al primo turno. P
er carità: nessuno parli di interessi o poltrone. Soltanto malelingue potrebbero pensare una cosa del genere. L’effetto, non c’è dubbio, è comunque bislacco. Resta, però, la domanda: come mai, salvo il ripensamento per il ballottaggio, Fratelli d’Italia aveva deciso di non appoggiare il candidato della coalizione di centrodestra?
Per un motivo molto semplice: gli esponenti regionali del partito della Meloni sono entrati in rotta di collisione col governatore Donato Toma.
E dunque chi avalla le politiche regionali (Fi e Lega) è di per sé nemico. Aridaje: il centrodestra rinnega se stesso. In più occasioni, tanto per dire, Michele Iorio (ex governatore del Molise per svariati anni, entrato per la prima volta nell’assise nel 1990, con la Dc) ha criticato aspramente Toma. Tanto che, nonostante sia in Fratelli d’Italia, è di fatto all’opposizione. Esattamente come Aida Romagnuolo, anche lei meloniana. Non a caso a marzo scorso entrambi hanno votato invano per la sfiducia a Toma (che si salvò in extremis).
MAL DI TESTA.
Ma eccolo l’ennesimo colpo di scena: se da una parte c’è come abbiamo visto chi critica Toma, dall’altra c’è invece chi lo stima. Un altro esponenti di Fratelli d’Italia, Quintino Pallante, non solo è in maggioranza, ma addirittura in giunta essendo assessore alla Mobilità, tema gettonato in casa Fratelli d’Italia, visti tutti questi andirivieni.
Nel frattempo, non resta che attendere il ballottaggio. A meno che – ci mancherebbe – qualcuno non dovesse cambiare nuovamente idea. Questa volta però giuriamo di non sorprenderci più.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2021 Riccardo Fucile
IL PM NOBILI: “IL LIVELLO POTREBBE ALZARSI A PARTIRE DA VENERDI”
La manifestazione “no pass” sfociata poi in un vero e proprio assedio a Roma, da parte dei fascisti di Forza Nuova, ha allarmato un po’ tutti
Infatti, Alberto Nobili, capo del pool Antiterrorismo della procura di Milano è convinto che il pericolo più grande è che “il livello della protesta No Vax si alzi specialmente a partire da venerdì, quando il Green Pass diventerà obbligatorio: la manifestazione rischia di allargarsi a dismisura, fino a non riuscire più a controllarla in maniera adeguata”.
“L’infiltrazione soprattutto di gruppi di estrema destra e di qualche anarchico è oramai provata e pacifica”, spiega il pm. “In particolare i primi puntano a prendere la testa del corteo, a indirizzare e dirigere i manifestanti con due obiettivi: darsi visibilità per ottenere adesioni, ma anche scegliere i bersagli da colpire, i luoghi dove portare le persone” Da uomo delle istituzioni, Nobili si dice comunque “ottimista: il fenomeno è imprevedibile, l’importante è non farsi trovare impreparati, abbiamo tutti gli strumenti per arginarlo”.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2021 Riccardo Fucile
IL SALTO DALLA FARSA ALLA CRONACA NERA
|Il “ministro degli Esteri” è in carcere insieme al “ministro per l’Attuazione
del programma”. Sono, rispettivamente, Roberto Fiore e Giuliano Castellino.
A difenderli c’è il “ministro della Giustizia”, l’avvocato Carlo Taormina che già tentò di tirar fuori dai guai l’ex terrorista nero Franco Freda e che è collega di toga di un altro membro dell’“esecutivo”: Augusto Sinagra, ex legale di Licio Gelli e dei torturatori argentini del regime di Videla (nonché ex candidato di CasaPound).
In rapporti con l’ex Avanguardia Nazionale Vincenzo Nardulli, a sua volta titolare del dicastero “Sport e Tifosi”.
Il “governo di Liberazione Nazionale” avrebbe compiuto un anno esatto il giorno dopo l’assalto squadrista alla sede della Cgil. Il condizionale è d’obbligo perché, con due “ministri” finiti dietro le sbarre con l’accusa di avere guidato quell’assalto, nemmeno in un fanta-thriller politico ci sarebbe stato spazio per il delirio di questo farlocchissimo governo ombra.
Ma tant’è: era il 10 ottobre di un anno fa quando i capi di Forza Nuova, insieme a No-Vax e No-Mask, diedero vita a un esecutivo che, nei loro piani, avrebbe dovuto sostituire il governo Conte. Un’iniziativa che, riletta adesso – dopo la violenta azione eversiva di sabato scorso con l’attacco ai palazzi delle istituzioni e l’intenzione dei manifestanti No Green Pass di occupare palazzo Chigi e il Parlamento, come poi hanno fatto nella sede del primo sindacato italiano – suona quasi profetica.
E comunque piuttosto inquietante. Perché se è vero come è vero che il corteo dei 1.500 facinorosi guidato dal manipolo neofascista dei Fiore, dei Castellino, dell’ex Nar Luigi Aronica “puntava a prendere anche il Parlamento” – come è emerso dalle indagini -, è altrettanto vero che i registi della rivolta un piano – seppure a dir poco velleitario – per sovvertire o comunque sostituire il governo con un’“alternativa” lo avevano ufficializzato dodici mesi fa.
Domenica 10 ottobre 2020, hotel Parco Tirreno sulla via Aurelia, a Roma. I vertici di Forza Nuova danno vita a quella che, all’epoca, fu ritenuta dai più l’ennesima trovata di marketing politico pensata dall’ultradestra e destinata a rubare qualche titolo di agenzia o poco più.
“Governo di Liberazione Nazionale”: un nome altisonante e volutamente provocatorio. Perché nel nome – solo nel nome – evoca il Comitato di liberazione Nazionale nato nel 1943 per liberare l’Italia dal nazifascismo.
Nell’albergo romano a battezzare il governo che i neofascisti formano con i no-vax e i no-mask ci sono il ras Castellino e il leader dei gilet arancioni ed ex generale dei carabinieri Antonio Pappalardo.
E’ anche un giorno di proteste (pochissimo partecipate): prima un presidio alla Bocca della Verità e poi in piazza San Giovanni. Anche se l’allora prefetto di Roma, Franco Gabrielli, aveva esplicitamente vietato ogni tipo di corteo e annunciato che eventuali assembramenti sarebbero stati sciolti dalle forze dell’ordine. Ad ogni modo: a unire le anime che formano il nuovo esecutivo ombra è la lotta contro la “dittatura sanitaria”. Un fronte che vede l’estrema destra accanto a no-mask, sovranisti, negazionisti, cospirazionisti e nemici del vaccino.
Il proclama degli azionisti? “Vogliamo liberare l’Italia dalle mascherine”. In pochi, va detto, pensarono al modello inglese, dove l’opposizione, per consuetudine, è istituzionalizzata a tal punto da dare vita ad un Gabinetto ombra (Shadow Cabinet) in cui siedono il leader e i membri più influenti del partito destinati a diventare Primo ministro e ministri in caso di vittoria alle successive elezioni.
Il governo fascio-arancione si propone sì, come alternativo al governo Conte: ma è composto da molti, troppi nomi impresentabili. A partire proprio da Fiore, fondatore di Terza Posizione e condannato per associazione sovversiva e banda armata, e dal suo delfino Giuliano Castellino, pluripregiudicato e sorvegliato speciale. E’ quest’ultimo a annunciare le caselle del “governo di liberazione”, i ruoli chiave, le deleghe.
Oltre ai nomi già citati, ci sono quelli di Daniele Trabucco (affari Costituzionali), del “moderato” Alessandro Vigi, l’ultracattolica Gloria Callarelli che nel 2019 scrisse direttamente al premier Conte per chiedergli di prendere posizione contro il Gay Pride, il negazionista del virus e presidente di Forza Nuova Pierfrancesco Belli (ministro della “Vita e della Salute”) e un altro dirigente del partito neofascista, Leonardo Cabras, anche lui negazionista, ma dell’Olocausto.
A completare l’esecutivo ombra, il “ministro del Lavoro e Turismo” Gino Galloni, la ristoratrice Adriana Perugini (dicastero del “Popolo e Partite Iva”) e il professor Mancini (“Istruzione e Cultura”) che definì il governo Conte “un fantoccio asservito alle lobby mondialiste”. Quel governo Conte che l’avvocato Carlo Taormina ha denunciato per“pandemia colposa” e “strage”.
E’ passato un anno dal varo del governo dell’allegra brigata nera-arancione. Tra le varie anime del movimento un tempo no vax e oggi no pass, quella che ha fatto e fa da catalizzatore è il contenitore Italia Libera, che diffonde propaganda attraverso il periodico (carta e on line) L’Italia Mensile. Chi è l’anima? Giuliano Castellino. Il sedicente ministro per l’ ”attuazione del programma di Liberazione Nazionale”.
Il primo atto ufficiale del governo, pare di capire, è stato l’assalto squadrista alla Cgil. Ma quattro giorni fa i “liberatori” puntavano ancora più in alto. Al Parlamento e a palazzo Chigi. “Oggi prendiamo Roma”. Sono le ultime parole di Castellino prima di essere arrestato. Pensare che un anno fa il “ministro” declamava: “Saliremo al Colle per chiedere a Matterella di sciogliere i due rami del Parlamento”. Il salto dalla farsa alla cronaca nera si è compiuto.
(da La Repubblica)
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Ottobre 13th, 2021 Riccardo Fucile
I LAVORATORI SENZA VACCINO SONO TRA I DUE E I TRE MILIONI, TRE TEST ALLA SETTIMANA E IL COSTO FINIREBBE A CARICO DI CHI SI E’ VACCINATO: I CALCOLI DICONO DA 6 A 12 MILIARDI IN UN ANNO
Lo Stato deve pagare i tamponi a chi non si è vaccinato dal 15 ottobre, quando il Green pass sarà obbligatorio per lavorare?
Dopo la Lega ieri anche Beppe Grillo si è schierato a favore del test gratuito, sostenendo sul suo blog che il costo totale dell’operazione ammonterebbe a un miliardo di euro.
Come ha osservato il ministro del Lavoro Andrea Orlando, così si direbbe a chi si è vaccinato che ha sbagliato. Ma soprattutto, la stima del garante del MoVimento 5 Stelle è sbagliata. Perché i costi sarebbero molto più alti.
E perché sarebbe comunque impossibile riuscire a garantirli a tutti i lavoratori non vaccinati.
Quanti lavoratori senza Green pas
In teoria i lavoratori senza vaccino secondo le stime del governo sono attualmente tre milioni. E, visto che i test rapidi sono validi per 48 ore (e la proposta di allungarne la validità a tre giorni non è stata presa in considerazione visto che genera perplessità tra gli esperti), a partire da oggi si dovrebbero fare almeno 1,5 milioni di test al giorno.
E durante la fase più acuta della pandemia di Coronavirus se ne sono fatti al massimo 380 mila al giorno. Dove andrebbero fatti? Nelle farmacie, si sostiene.
La Repubblica spiega oggi che il tampone molecolare è più costoso se non c’è prescrizione e più lento, visto che il risultato spesso arriva il giorno successivo al test. Quindi sarà in ogni caso più conveniente rivolgersi al test rapido. Che si fa però nelle strutture private. Come le farmacie, che hanno prezzi calmierati. Ovvero 15 euro per i maggiorenni e 8 per i minori. Altri centri, come i laboratori di analisi, sono molto meno presenti sul mercato e talvolta hanno prezzi più alti.
«Non essere preoccupati sarebbe da irresponsabili ma non voglio nemmeno gridare al lupo troppo presto— spiega al quotidiano Marco Cossolo, presidente di Federfarma — Intanto tra agosto e settembre abbiamo già quasi triplicato i tamponi. Ne facevamo 80 mila, ora siamo a 200 mila, cioè a due terzi del totale di quelli analizzati ogni giorno in Italia».
Le farmacie dove è possibile effettuare i test sono 10 mila. «Possiamo crescere ancora. Quanto? Vedremo, sono fiducioso», conclude Cossolo. Per raddoppiare o triplicare l’attività, e arrivare così a un totale di 700 mila tamponi, dovranno essere coinvolte più farmacie, che per comprare un tampone spendono 3-4 euro.
Poi ci sono i costi per il personale e il materiale come i guanti e le tute. «Il problema non sono i tamponi ma i tamponatori — aggiunge Alessandro Albertini dell’associazione di distributori Adf — Tante farmacie sono piccole e l’attività da portare avanti è pesante, ad esempio c’è da fare l’attività di segreteria, per prendere gli appuntamenti e inserire i dati per far rilasciare il Green Pass».
I conti dei tamponi gratis
Secondo il ministero della Salute le stime sui tre milioni non tengono però conto di chi ha contratto Covid-19. Visto che il 60% di coloro che si sono ammalati negli ultimi sei mesi (ovvero 950 mila persone) era in età da lavoro, questo ridurrebbe di 500 mila unità il numero di persone da tamponare. Poi ci sono i lavoratori in malattia e quelli che verranno testati dalle aziende.
Per questo gli uomini di Speranza dicono che i test da effettuare saranno di meno: circa 800 mila. Sempre troppi però per il sistema di oggi.
Il Fatto Quotidiano spiega oggi che se fino a dicembre i test rapidi avranno un prezzo calmierato al pubblico di 15 euro che scendono a 8 per i minorenni – gli altri 7 sono rimborsati dal Servizio sanitario nazionale –. E quindi secondo il quotidiano ogni settimana per lavorare o studiare in presenza serviranno quindi tre tamponi: la spesa pro-capite sarà di 45 euro, cioè 180 al mese o 2.100 euro l’anno, al netto di ferie e festività.
E il costo totale? Sempre il Fatto calcola un giro d’affari da 112,5 sino a 225 milioni alla settimana, ovvero da un minimo di 5,85 sino a 11,7 miliardi l’anno. Da qui a fine anno il fatturato dei tamponi rapidi in due mesi e mezzo potrebbe quindi arrivare a valere tra 1,2 e 2,4 miliardi.
E ancora: finora, dall’inizio della pandemia, solo nelle strutture pubbliche sono stati eseguiti oltre 95,4 milioni di tamponi, dei quali più di 61 milioni molecolari e più di 32 milioni di antigenici rapidi. Per un costo totale di 1,1 miliardi.
Ecco quanto peserebbe sulle casse dello Stato l’operazione tamponi gratis ai lavoratori che non hanno voluto vaccinarsi finora. Con il dettaglio che si liquiderebbe anche con le tasse di chi invece si è immunizzato. È giusto?
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2021 Riccardo Fucile
PORRE FINE A QUESTO SCONCIO DI RICATTATORI: INVECE DEI TAMPONI PAGATE LORO DELLE SEDUTE DAGLI PSICHIATRI, MA DI QUELLI BRAVI… IL PRESIDENTE DELL’AUTORITA’ PORTUALE: “SE VENERDI BLOCCANO IL PORTO MI DIMETTO, HANNO PASSATO IL SEGNO”
I portuali di Trieste dichiarano guerra al Green Pass. E non accettano
nemmeno i tamponi gratis per i lavoratori. Ma minacciano uno sciopero a oltranza dal 15 ottobre, quando la Certificazione Verde Covid-19 sarà necessaria per lavorare.
Respingendo anche la proposta contenuta nella circolare del ministero dell’Interno, che ha invitato le imprese del settore a pagare i test fino al 31 dicembre. «Non scendiamo a patti fino a quando non sarà tolto l’obbligo di Green pass», si legge in una nota diffusa dal Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste (Clpt), la forza sindacale più rappresentata nel porto e organizzatrice del maxicorteo di lunedì scorso contro il certificato.
L’ipotesi dei test a carico delle aziende, su cui spedizionieri e terminalisti dopo una riunione di ieri in Prefettura si erano detti «disponibili a valutare la possibilità», è dunque naufragata.
«Tamponi? Noi non vogliamo il Green pass», dice a Repubblica oggi Stefano Puzzer, portavoce del Clpt. Il quotidiano spiega che non è chiaro quanti lavoratori aderiranno alla protesta il 15 ottobre, ma si parla di centinaia su circa un migliaio.
Il sindacato dice che i lavoratori sprovvisti di Green pass sono il 40% del totale. Abbastanza da tenere sotto scacco lo scalo.
Intanto il presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico Orientale, Zeno D’Agostino minaccia le dimissioni. Nei giorni aveva chiesto al governo una deroga ad hoc per i portuali in considerazione del fatto che gran parte della loro attività si svolge sulle banchine e quindi all’aperto.
Ora dichiara guerra ai portuali No Green Pass: «Se venerdì lo sciopero prosegue a oltranza e si bloccano i varchi – osserva – il sottoscritto saluta tutti e se ne va. Non ci possiamo permettere di restare inattivi per giorni. Quindi per quanto mi riguarda, a seconda di cosa vedrò venerdì, deciderò se firmare o meno la lettera di dimissioni». Il porto ogni giorno movimenta circa 2000 container, 700 camion e 30 treni. Le compagnie punteranno su altre destinazioni, anche all’estero, a cominciare da Capodistria e Fiume.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2021 Riccardo Fucile
STRETTA SULLE MANIFESTAZIONI NON AUTORIZZATE: VEDIAMO SE QUESTA VOLTA SI APPLICA LA LEGGE CONTRO CHI LA VIOLA
La data segnata sul calendario è quella del 15 ottobre. Il giorno dell’entrata in vigore del Green Pass obbligatorio sul lavoro è anche quello in cui il ministero dell’Interno si attende il caos. Così come il sabato successivo.
Le immagini di Roma sfregiata da centinaia di violenti hanno fatto il giro del mondo e l’input che arriva anche da Palazzo Chigi è quello di serrare le fila e gestire nel migliore dei modi le prossime manifestazioni.
Già per venerdì – primo giorno della certificazione obbligatoria – sono annunciate una serie di proteste. Si proseguirà poi sabato con le ormai tradizionali iniziative dei No vax e dei No Green Pass e si guarda al vertice G20 del 30 e 31 ottobre a Roma alla Nuvola, luogo che si presta ad essere presidiato a differenza del centro cittadino.
L’allarme dei servizi segreti
Ma c’è di più. Repubblica spiega oggi che l’intelligence sta effettuando un monitoraggio stretto sui social network e sui canali di comunicazione di No Vax e No Pass. E rileva segnali di inquietudine che, già alla vigilia dell’entrata in vigore dell’obbligo della Certificazione verde Covid-19 sui luoghi di lavoro, potrebbero portare a manifestazioni di protesta non autorizzate. Ma anche a blocchi autostradali di autotrasportatori No Pass e al caos nei porti (soprattutto Trieste) dove risulta molto alta (fino al 40 per cento) la percentuale di lavoratori privi del certificato. Dopo la riunione di domani i prefetti convocheranno i Comitati provinciali in tutta Italia per tradurre sul proprio territorio le indicazioni emerse.
In sostanza, si dovrà far tesoro di quello che non ha funzionato e quindi: grande attenzione nella concessione delle piazze; massimo rigore verso i cortei non autorizzati; fitta attività info-investigativa per conoscere il numero e la qualità dei manifestanti e predisporre un adeguato dispositivo di ordine pubblico; analisi delle chat per intercettare intenzioni ostili; linea dura con i professionisti della violenza. Proprio il sabato di fuoco della Capitale ha fatto emergere la novità di questa nuova eversione maturata con la pandemia: nella sede della Cgil violata c’erano volti ben conosciuti alle forze dell’ordine, insieme a tanti assolutamente ignoti. Una ‘zona grigia’ di persone sensibili alle istanze ribellistiche ed anti-sistema di formazioni come Forza Nuova che fanno proselitismo in questo bacino come in anni passati hanno fatto nelle curve.
(da Open)
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