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IL “CORRIERE DELLA SERA”, FINORA TURBO MELONIANO, INIZIA A RANDELLARE LA SORA GIORGIA CON UNA SERIE DI ARTICOLI AL FIELE

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

MOTIVO? IL TAGLIO AL CANONE RAI, VOLUTO DA SALVINI, DANNEGGERA’ MEDIASET E LA7 (DI PROPRIETA’ DI URBANETTO) SUL TETTO PUBBLICITARIO… E QUINDI CAIRO HA MANDATO UN BEL SEGNALE AL GOVERNO

Il Corriere della Sera di sabato 6 gennaio offre un interessante panorama di quali sono i fronti di attacco dell’antico, già autorevole e tuttora più diffuso tra i quotidiani a stampa a diffusione nazionale.
L’EDITORIALE DI POLITO SUL CORRIERE
L’editoriale, firmato dal bravissimo Antonio Polito promette bene già dal titolo (“Una lunga disfida a destra”) ma dà il meglio di sé nel paragrafo finale, che trascrivo: “La stabilità dei governi è importante. Ma anche la qualità della loro azione lo è. E se da qui alle elezioni europee diventa una precipitosa corsa a destra, a chi è più estremista, allora nessuna sorpresa se poi un deputato mette mano alla pistola”.
Insomma, se dalla pistola tascabile incautamente esibita dall’onorevole Fdi Emanuele Pozzolo è partito un colpo la responsabilità di quel “mettere mano alla pistola” è di Giorgia Meloni, rea di agevolazione di una rincorsa tra estremismi
LE PAROLE PER MELONI
Si prosegue con un secondo titolo a prima vista neutro (“Meloni e Schlein, corsa per il duello tv/Lite nel centrodestra sulle Regionali”) che però di fatto pone la coalizione di governo in una luce non favorevole mentre esalta Elly Schlein come paladino dell’opposizione.
Il terzo titolo suona così: “Evoca il complotto. É debole e furba”. In questo caso si tratta di uno “strillo” cioè del richiamo di un’intervista all’interno del giornale, accompagnato da uno stringatissimo cenno all’intervista con Luca Zingaretti (che è poi non sorprendentemente Nicola Zingaretti ed è così titolata: “Così faremo chiarezza. Questa destra ha preso una deriva estremista/ Zingaretti: debolezza e furbizia nelle parole della premier”).
Per finire con la prima pagina, il caffè con la giusta dose di stricnica Gramellini lo serve (oltre che a Conte, presidente di un governo “parolaio”) a Meloni che è capo di un governo “piagnone”.
A pagina 7 si trova un articolo intitolato “Meloni, dietro lo sfogo tentativi e pressioni per nomine e appalti” dove si può leggere che “…in questo primo anno di governo Meloni ha acquisito un’altra consapevolezza, di cui si doglia (in italiano si duole, ndr) in privato. Berlusconi diceva che cercava i bottoni del potere sulla sua scrivania ma non li trovava. Forse anche Giorgia Meloni sta sperimentando la stessa sensazione”.
IL CORRIERE HA ANTIPATIA PER MELONI?
Diciamo che si registra insofferenza se non vera e propria antipatia del “Corrierone” nei confronti dello schieramento di centro destra o destra centro e in particolare nei confronti della leader dello schieramento da tempo, per la precisione da quando Meloni ebbe, nel settembre scorso, la rischiosa idea di correre per vincere le elezioni e poi di vincerle davvero. Cose che non si fanno Giorgia
(da starmag.it)

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MEGLIO SOLINAS CHE MALE ACCOMPAGNATI: LA LEGA MINACCIA LO STRAPPO SULLA CANDIDATURA DEL GOVERNATORE USCENTE DELLA SARDEGNA, A CUI SI OPPONE FRATELLI D’ITALIA

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

I MELONIANI STRACCIANO LA REGOLA DELLA CONFERMA DEI PRESIDENTI USCENTI, MA SALVINI TIENE IL PUNTO E RILANCIA: “SIAMO PRONTI AD ANDARE DA SOLI”

«Su Paolo Truzzu in Sardegna non si tornerà indietro, il territorio ha deciso e Matteo Salvini lo sa». Dal quartier generale di Fratelli d’Italia indicano la rotta da seguire e decisa da Giorgia Meloni, in attesa del vertice che la premier farà con Salvini e […] Tajani per dipanare la matassa delle regionali che sta spaccando il centrodestra nel profondo.
Il caso Sardegna rischia di portarsi dietro divisioni anche nelle altre quattro Regioni al voto quest’anno e che vedono come governatori uscenti tutti esponenti di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Andrea Crippa, braccio destro del leader del Carroccio, lo ha già detto chiaramente: «Se mettiamo in discussione la Sardegna e la riconferma di Christian Solinas, allora si ridiscute tutto venendo meno il principio della ricandidatura degli uscenti»
Un principio che non piace a FdI,che delle cinque regioni al voto vedrebbe la riconferma solo di Marco Marsilio in Abruzzo, mentre la Lega riconfermerebbe anche Donatella Tesei in Umbria e Forza Italia Vito Bardi in Basilicata e Alberto Cirio in Piemonte: «Ma ci rendiamo conto che noi con il 30 per cento di consensi e la guida del Paese non abbiamo la guida di una sola delle grandi regioni del Nord e di quelle al voto quest’anno, tranne l’Abruzzo?», aggiungono dal fronte dei meloniani, che nel mirino hanno messo Sardegna e Umbria, a danno in entrambi i casi della Lega.
Perciò Salvini dice ai suoi di tenere il punto. Sulla Sardegna i leghisti fanno la voce grossa: «Pronti ad andare da soli». Il vicepremier sa che col suo partito all’8 per cento rischia di perdere sempre più spazi e trema pensando al Veneto al voto nel 2025.
Alla finestra resta Forza Italia, il vero vaso di coccio nello scontro tra Meloni e Salvini sulle regionali. Il partito guidato da Antonio Tajani vuole riconfermare il Piemonte con Cirio e il ministro degli Esteri ha fatto di tutto per blindare Bardi in Basilicata, un suo fedelissimo. Creando non pochi mugugni tra i forzisti, che temono di perdere il Piemonte, con conseguente rischio di fuga di dirigenti per la debolezza del partito.
In Sardegna, raccontano, Alessandra Zedda è su tutte le furie per la posizione forzista al tavolo locale sulle amministrative, con gli azzurri a sostegno della linea meloniana e dunque contro il bis di Solinas, senza chiedere però un nome forzista. Mentre in vista delle Europee ha lasciato il partito Aldo Patricello, che si candiderà con la Lega non prima di aver sottolineato come «ormai in Forza Italia il segretario pensi solo alla sua stretta cerchia». Come nel caso Bardi in Basilicata, appunto.
In questo clima dovrebbe tenersi l’incontro dei leader Meloni, Salvini e Tajani per trovare la quadra, senza al momento un’idea di quale possa essere: non sarà facile. E così il centrosinistra, diviso in diverse regioni, ha una motivazione in più per compattarsi e tentare la spallata: su questo si è messa al lavoro la segretaria dem Elly Schlein.
A partire dalla Sardegna: Renato Soru al telefono le ha dato una disponibilità al passo indietro, ma a patto che lo faccia anche l’altra candidata in campo per il centrosinistra, la cinquestelle Alessandra Todde […] «Non ho mai perso la speranza di una ricomposizione – afferma la segretaria Pd a “In Onda” su La7 – soprattutto oggi che emergono spaccature della destra». Ma, aggiunge, il sostegno del Pd va a Todde.
(da agenzie)

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“TRA SALVINI E MELONI, ALLA FINE, NE RESTERA’ SOLTANO UNO” STEFANO FOLLI EVOCA UNA RESA DEI CONTI FINALE TRA I DUE CAPETTI DEL CENTRODESTRA

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

“LE RIVALITÀ AL VERTICE DI UNA PIRAMIDE DI POTERE SI RISOLVONO PRIMA O POI IN MANIERA CRUENTA… L’ERA MELONI DIFFERISCE DALL’ERA BERLUSCONI, QUANDO AD ARCORE SI DECIDEVA DI RINUNCIARE A QUALCOSA NEGLI ENTI LOCALI E NELLE CITTÀ PER PRESERVARE L’EQUILIBRIO FRA GLI ALLEATI: L’ATTUALE PREMIER NON RINUNCIA A NULLA”

Forse è un errore pensare che in Sardegna il centrodestra abbia giocato al suo interno una partita tutta centrata solo sulle poltrone. Solinas, presidente uscente dal mediocre curriculum, contro Truzzu, sindaco di Cagliari e figura emergente sostenuta da Giorgia Meloni: con vittoria di quest’ultimo e minaccia di ritorsioni leghiste. Davvero Solinas vale il governo nazionale? Davvero l’antagonista Truzzu è l’uomo intorno al quale si decidono le sorti del “sovranismo” all’italiana?
I realisti dicono che tutto si accomoderà: una coalizione, sia pure sgangherata ma tenuta insieme dal potere, non ha interesse a suicidarsi. Ergo, si troverà un compromesso . Altri vedono invece un “Papeete 2”. Salvini che commette per la seconda volta lo stesso errore e butta all’aria il tavolo governativo. È un sogno accarezzato soprattutto a sinistra: il leghista che abbatte la premier pur non sapendo esattamente cosa fare dopo
C’è tuttavia una terza ipotesi che considera lo scontro sulla Sardegna, cui si legano le tensioni circa le altre regioni in cui si voterà a breve, l’inizio di una vera e propria resa dei conti tra Meloni e Salvini. Il che non dovrebbe stupire: la storia insegna che le rivalità al vertice di una piramide di potere si risolvono prima o poi in maniera cruenta, se non esiste un sistema di regole riconosciute.
Nel centrodestra si è creata la situazione più paradossale: Salvini era qualche anno fa il leader riconosciuto ha dovuto piegarsi alla scalata di Fratelli d’Italia, che lo ha ridotto al rango di socio minore. Di conseguenza prigioniero di un desiderio di rivalsa che si traduce nella tendenza alla guerriglia quotidiana. È inevitabile che prima o poi si arrivi al chiarimento. Stavolta l’impressione è che alla fine debba restarne solo uno tra il leghista e il presidente del Consiglio.
Potranno volerci parecchi mesi, senza dubbio almeno fino alle europee, ma poi la coalizione, se riuscirà a sopravvivere, dovrà esibire una struttura più chiara .Avrà un capo e degli alleati subordinati, senza sfide quotidiane.
Sotto questo aspetto l’era Meloni differisce assai dall’era Berlusconi, quando ad Arcore si decideva di rinunciare a qualcosa negli enti locali e nelle città per preservare l’equilibrio fra gli alleati. […] l’attuale premier non rinuncia a nulla perché nella sua logica c’è il premierato, ossia un ruolo decisionale che dovrebbe essere sancito anche sul piano istituzionale, figurarsi nella pratica quotidiana
Salvini dovrà chinare la testa in Sardegna in cambio di qualche compensazione altrove. Del resto nel governo il capo della Lega dispone ancora di molte leve il compromesso sarà sottoscritto da due poteri non uguali bensì asimmetrici. Quasi ad anticipare uno scenario che prenderà forma in un futuro tutt’altro che lontano. La diarchia non è fatta per l’Italia di oggi.
(da agenzie)

Forse è un errore pensare che in Sardegna il centrodestra abbia giocato al suo interno una partita tutta centrata solo sulle poltrone. Solinas, presidente uscente dal mediocre curriculum, contro Truzzu, sindaco di Cagliari e figura emergente sostenuta da Giorgia Meloni: con vittoria di quest’ultimo e minaccia di ritorsioni leghiste. Davvero Solinas vale il governo nazionale? Davvero l’antagonista Truzzu è l’uomo intorno al quale si decidono le sorti del “sovranismo” all’italiana?
I realisti dicono che tutto si accomoderà: una coalizione, sia pure sgangherata ma tenuta insieme dal potere, non ha interesse a suicidarsi. Ergo, si troverà un compromesso . Altri vedono invece un “Papeete 2”. Salvini che commette per la seconda volta lo stesso errore e butta all’aria il tavolo governativo. È un sogno accarezzato soprattutto a sinistra: il leghista che abbatte la premier pur non sapendo esattamente cosa fare dopo
C’è tuttavia una terza ipotesi che considera lo scontro sulla Sardegna, cui si legano le tensioni circa le altre regioni in cui si voterà a breve, l’inizio di una vera e propria resa dei conti tra Meloni e Salvini. Il che non dovrebbe stupire: la storia insegna che le rivalità al vertice di una piramide di potere si risolvono prima o poi in maniera cruenta, se non esiste un sistema di regole riconosciute.
Nel centrodestra si è creata la situazione più paradossale: Salvini era qualche anno fa il leader riconosciuto ha dovuto piegarsi alla scalata di Fratelli d’Italia, che lo ha ridotto al rango di socio minore. Di conseguenza prigioniero di un desiderio di rivalsa che si traduce nella tendenza alla guerriglia quotidiana. È inevitabile che prima o poi si arrivi al chiarimento. Stavolta l’impressione è che alla fine debba restarne solo uno tra il leghista e il presidente del Consiglio.
Potranno volerci parecchi mesi, senza dubbio almeno fino alle europee, ma poi la coalizione, se riuscirà a sopravvivere, dovrà esibire una struttura più chiara .Avrà un capo e degli alleati subordinati, senza sfide quotidiane.
Sotto questo aspetto l’era Meloni differisce assai dall’era Berlusconi, quando ad Arcore si decideva di rinunciare a qualcosa negli enti locali e nelle città per preservare l’equilibrio fra gli alleati. […] l’attuale premier non rinuncia a nulla perché nella sua logica c’è il premierato, ossia un ruolo decisionale che dovrebbe essere sancito anche sul piano istituzionale, figurarsi nella pratica quotidiana
Salvini dovrà chinare la testa in Sardegna in cambio di qualche compensazione altrove. Del resto nel governo il capo della Lega dispone ancora di molte leve il compromesso sarà sottoscritto da due poteri non uguali bensì asimmetrici. Quasi ad anticipare uno scenario che prenderà forma in un futuro tutt’altro che lontano. La diarchia non è fatta per l’Italia di oggi.
(da agenzie)

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CASO VANNACCI: SALVINI VUOLE CANDIDARLO ALLE EUROPEE PER SUPERARE IL 9% MA ZAIA, FEDRIGA E FONTANA NON LO VOGLIONO: TEMONO CHE IL GENERALE ALLONTANI IL VOTO MODERATO

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

VANNACCI E’ SOTTOPOSTO A PROCEDIMENTO DISCIPLINARE: RISCHIA DALLA SOSPENSIONE ALLA RIMOZIONE DAL GRADO

Al ministero della Difesa si sono scocciati di questo comandante che continua a fare il capopopolo nonostante sia stato sottoposto a procedimento disciplinare. Nella Lega, invece, sul suo nome, la spaccatura è ormai profonda […] Verona, tre giorni fa. […] la presentazione del famoso libro scritto dal generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario […] è saltata. Inviti già spediti, prenotata una sala dell’hotel San Marco
Solo che il proprietario dell’albergo non legge il libro, ma l’elenco di quelli che si sono dati appuntamento per protestare, e si spaventa: Potere al Popolo, Rifondazione Comunista (che, evidentemente, ancora esiste), Paratodos, Circolo Pink, più antifascisti comuni.
Non è la prima volta che accade. Anzi, diciamola meglio: accade sempre. Ovunque arrivi il generale. Sit-in, il 13 dicembre scorso, a San Donato Milanese; stessa scena il giorno dopo, a Torino, davanti al centro studi San Carlo; il 20 dicembre, a Piacenza, mentre lui è dentro il Teatro President, tafferugli tra manifestanti e un gruppo di camerati in adunata per festeggiare, distribuendo cinghiate, il loro militare preferito. Proteste anche a Piombino, Monza, Pescara, Udine.
Lui, però, imperterrito. E molto soddisfatto, su ogni palco, parla. E straparla. Di «patriarcato»: «Macché patriarcato! La verità è che cresciamo degli smidollati. Se un ragazzo non studia, a lavorare!». Quando Giulia Cecchettin viene uccisa a coltellate: «No, non mi piace chiamarlo “femminicidio”…».
Poi, tutto serio, racconta: «… Fu nel 1975, a Parigi, che cominciai a venire a contatto, quotidianamente, con persone di colore. Ricordo nitidamente quanto suscitassero la mia curiosità, tanto che, nel metrò, fingevo di perdere l’equilibrio per poggiare accidentalmente la mano sopra la loro e capire, appunto, se la loro pelle fosse al tatto più o meno rugosa della nostra». Nelle sale: la gente in piedi, tra applausi scroscianti e grida di evviva. Richieste di selfie, e implorazioni: «Forza, generale, scenda in politica!».
Nella sede della Lega, il vicesegretario Andrea Crippa, che gode della totale fiducia di Salvini: «Se Vannacci dovesse decidere di candidarsi, le nostre porte sono spalancate». Vannacci, euforico, ringrazia. Raccontano — indiscrezione non confermata — che incontri almeno tre volte Salvini in privato. La trasmissione Report, su Rai3, riferisce addirittura di un accordo tra i due (quando il giornalista gli chiede conferma, il generale risponde sorpreso: «E lei come fa a sapere questa cosa?»)
Retroscena diffusi: Salvini, terrorizzato di finire sotto il 9% alle Europee, pensa che «Vannacci sia l’uomo giusto» da candidare in Italia centrale Ma si diceva: su Vannacci la Lega è spaccata. Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, è stato netto: non gli piace, il generale. Identico concetto espresso anche dal ministro Giancarlo Giorgetti e dai governatori Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, preoccupati di perdere il voto moderato nelle loro regioni.
Il generale, intanto, è stato strigliato dal ministro della Difesa Guido Crosetto («Farnetica»), trasferito a Roma con l’incarico di capo di stato maggiore del comando delle forze operative terrestri e, contemporaneamente, sottoposto a procedimento disciplinare (rischia dalla sospensione alla rimozione dal grado).
Ha fatto sapere che un eventuale suo partito, «Europa sovrana e indipendente», nascerà — eventualmente — dopo le Europee. Quindi è inutile tornare sull’argomento (un’anima pia ha nel frattempo fornito il suo numero di cellulare).
Generale, si candiderà per la Lega?
«Faccio il militare, per ora. Poi, se cambierò idea, sarò io a darne notizie».
Insisto. La Lega, sul suo nome, s’è addirittura spaccata.
«Ripeto: per ora non c’è niente di concreto».
Non Salvini, che è un suo fan, ma alcuni suoi colonnelli, sono perplessi sulla sua candidatura: perché lei viene, regolarmente, contestato.
«Guardi: la verità è che vengo, regolarmente, invitato. E per 40 persone che mi contestano, ce ne sono ogni volta 400 che mi applaudono. Perché c’è un’ampia fetta di società italiana che vuole sentire le cose che dico, e che si identifica con i miei discorsi».
(da agenzie)

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POZZOLO USCIRÀ DAL GRUPPO. MA QUANDO? IL DEPUTATO PISTOLERO DI FRATELLI D’ITALIA NON SI È AUTOSOSPESO

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

DA OGGI SCATTERANNO LE CONVOCAZIONI DEI PROBIVIRI, MA POZZOLO, PRESENTANDO UNA LISTA DI TESTIMONI, PUÒ FAR ALLUNGARE I TEMPI

Sospeso, in via cautelare, dal partito e, presto, dal gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera. È ormai segnata la prospettiva di Emanuele Pozzolo, accusato di aver provocato il ferimento, con un colpo partito accidentalmente dalla sua pistola, del trentunenne Luca Campana sul finire della festa di Capodanno organizzata dalla sindaca di Rosazza, Francesca Delmastro e da suo fratello, il sottosegretario Andrea, entrambi in quel momento fuori dal locale.
Pozzolo non ha fatto il bel gesto di autosospendersi da FdI. Anche perché giura di non essere stato lui a sparare nonostante ci siano due testimoni che sostengono il contrario.
Il provvedimento è già scattato nel momento in cui Giorgia Meloni ha ufficializzato nella conferenza stampa di inizio anno la richiesta di deferirlo ai probiviri e di sospenderlo da FdI.
Senza entrare nel merito della dinamica dell’accaduto, ma ritenendo «irresponsabile» la gestione dell’arma, detenuta per difesa personale da Pozzolo.
Stamane, dunque, in via della Scrofa, sede del partito, si aprirà il capitolo delle conseguenze che la sospensione comporterà per il deputato di Vercelli. Si partirà con la comunicazione al gruppo di FdI della sospensione cautelare del deputato, sulla base della quale l’ufficio di presidenza valuterà l’analoga sospensione dal gruppo parlamentare.
Oggi non è prevista aula a Montecitorio, quindi il nodo si scioglierà domani quando i deputati sono attesi, secondo calendario, per la discussione generale del decreto sul Piano Mattei, molto caro alla premier Meloni.
Pozzolo sarebbe stato sicuramente in Aula se nulla fosse accaduto. Ma alcune voci ieri davano per certo che, almeno per questa settimana, non verrà a Roma. Intanto al partito si studiano i precedenti. Pozzolo potrà essere costretto ad andare nel Gruppo misto, continuando a votare e intervenire solo a titolo personale.
La voglia di chiudere al più presto questo capitolo imbarazzante nel partito è evidente. Ma potrebbe non andare così. Il potere d’intervento di Meloni è terminato con la richiesta di sospensione. Il fatto che sia la prima volta che lo richiede di persona vale già come moral suasion ad accelerare. Ma sull’organo di garanzia lei non può, e non deve, intervenire
Da oggi scatteranno le convocazioni dei probiviri che dovranno analizzare il dossier con il materiale di stampa. Poi la procedura consente all’incolpato di essere ascoltato. E, se lo ritiene, presentare una lista di testimoni. In tal caso i tempi si allungherebbero. Se poi Pozzolo chiedesse di attendere i tempi della giustizia si potrebbe bloccare tutto.
Al termine dell’iter la commissione potrà decidere una sospensione effettiva o l’espulsione. Sanzioni che non terranno conto della posizione giudiziaria. Meloni è già andata oltre, si fa notare, dicendo che Pozzolo al «dovere legale e penale di custodire un’arma con responsabilità e serietà è venuto meno. E questo non va bene per qualsiasi italiano figuriamoci per un parlamentare di FdI».
(da il Corriere della Sera)

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IL “FINANCIAL TIMES” STRONCA IL “DDL CAPITALI”, SPONSORIZZATO DAL DUPLEX CALTAGIRONE/FAZZOLARI: “È DIFFUSO L’ALLARME CHE LA NORMATIVA, ANZICHÉ LIBERALIZZARE E INCENTIVARE GLI INVESTIMENTI NELLE IMPRESE ITALIANE, POSSA FARE IL CONTRARIO”

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

“IL BENEFICIARIO PIÙ EVIDENTE È IL MILIARDARIO FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE, ALLEATO CHIAVE PER IL GOVERNO DELLA MELONI: POSSIEDE GIORNALI INFLUENTI IN REGIONI DOVE IL SUO SOSTEGNO È FORTE”

Dimenticate l’S&P 500 e l’eccitazione frenetica delle ultime settimane, con l’indice statunitense che raggiunge livelli record. L’indice FTSE MIB dei 40 titoli più importanti d’Italia è il vero protagonista del boom. Negli ultimi tre anni, il benchmark italiano ha eclissato l’indice S&P 500 in termini di valuta locale. Mentre l’S&P non ha mai toccato un nuovo massimo e a gennaio è sceso, il mercato italiano ha continuato la sua corsa al rialzo.
Il boom è probabilmente anche più sano. Mentre i titoli tecnologici dei Magnifici Sette hanno rappresentato la maggior parte dei guadagni degli Stati Uniti, la corsa al rialzo dell’Italia è stata guidata da una più ampia gamma di società, tra cui l’appaltatore della difesa Leonardo, che ha visto le sue azioni raddoppiare nell’ultimo anno, la casa automobilistica Ferrari (+50%) e le banche, guidate da UniCredit (+77%).
Ora il governo di Giorgia Meloni promette di andare oltre per rendere più facile l’accesso al mercato azionario e premiare gli azionisti che investono a lungo termine: il cosiddetto DDL Capitali – o legge sul capitale – dovrebbe passare in Parlamento nelle prossime settimane.
Le misure dovrebbero rilanciare l’economia italiana e arginare la fuga delle aziende locali verso i paesi concorrenti dell’UE, in particolare i Paesi Bassi. Dovrebbero inoltre favorire direttamente il programma di privatizzazioni del governo, che dovrebbe raccogliere 20 miliardi di euro nei prossimi tre anni.
Ma tra alcune aziende e azionisti si è diffuso l’allarme che la normativa, anziché liberalizzare e incentivare gli investimenti nelle imprese italiane, possa fare il contrario. Gli emendamenti tardivi hanno conferito al testo una piega protezionistica, a vantaggio degli interessi degli alleati della Meloni e potenzialmente scoraggiando gli investimenti internazionali.
Tra gli emendamenti più eclatanti c’è una norma che incentiverebbe in modo estremo la detenzione di azioni per 10 o più anni, concedendo a questi investitori un diritto di voto 10 volte superiore a quello degli azionisti a breve termine. Sebbene la disposizione si applichi teoricamente a qualsiasi investitore, di fatto favorisce alcuni tipi di azionisti italiani – tipicamente le entità sostenute da famiglie che cercano di mantenere il controllo delle società, nonché il tipo di fondazioni locali che sono state azioniste di lungo termine, anche se spesso politicizzate, delle banche italiane.
Il beneficio derivante dal potere di voto supplementare dovrebbe essere esercitato in modo più significativo attraverso un’altra delle disposizioni chiave della nuova legge, che conferisce agli azionisti una maggiore voce in capitolo nella nomina dei membri del consiglio di amministrazione di una società.
Questo potrebbe sembrare positivo. Tuttavia, ciò metterebbe fuori gioco gli attivisti degli hedge fund. Inoltre, i nuovi meccanismi contorti per la nomina degli amministratori renderebbero potenzialmente inapplicabile un regime di corporate governance già di per sé bizzarro, in cui i consigli di amministrazione delle grandi società e gli azionisti più attivi spesso propongono liste di candidati amministratori in competizione tra loro, secondo gli esperti.
Un rapporto dell’autorità di vigilanza sui valori mobiliari della Consob ha affermato che la riforma potrebbe “rappresentare un [assetto] unico a livello internazionale, minando gli obiettivi di semplificazione, stabilità e comprensibilità della normativa di settore”.
Il beneficiario più evidente del disegno di legge emendato è il miliardario Francesco Gaetano Caltagirone, ottuagenario barone delle costruzioni e dei media, azionista di rilievo di due dei più potenti gruppi italiani di servizi finanziari, Generali e Mediobanca. Lui e i suoi alleati sono stati ostacolati nel tentativo di imporre nuovi consigli di amministrazione in entrambe le società. Caltagirone è anche un alleato chiave per il governo della Meloni: possiede giornali influenti in regioni dove il suo sostegno è forte.
Se la legge passasse come proposto, rappresenterebbe un secondo passo indietro per i mercati italiani nel giro di pochi mesi. Lo scorso agosto, le azioni delle banche sono crollate dopo un caotico annuncio di una tassa sulle banche. Dopo una serie di discussioni all’interno della coalizione di governo della Meloni, l’aliquota dell’imposta è stata ridotta e poi è stata introdotta un’alternativa, in base alla quale una banca può aumentare le proprie riserve piuttosto che pagare la tassa.
Il Tesoro italiano ha salutato il risultato, che ha visto un gettito fiscale quasi nullo, come una spinta alla solidità patrimoniale delle banche in un momento in cui l’aumento dei tassi di interesse minaccia di innescare un’impennata dei prestiti in sofferenza. Anche se ciò fosse vero, qualsiasi beneficio accidentale è stato compromesso dal danno reputazionale causato dall’episodio. Le tasse ad hoc e i cambiamenti di politica hanno reso molti gestori statunitensi diffidenti nei confronti di mercati come l’Italia, la Spagna e il Regno Unito.
Finora il mercato azionario italiano ha prosperato nonostante tutto questo, ma il governo Meloni non può certo permettersi di essere ottimista: il rapporto tra prezzo e utili dell’S&P 500 è di circa 25 volte, mentre il FTSE MIB è ancora a una cifra.
Patrick Jenkins
per il “Financial Times”

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“POZZOLO ERA SU DI GIRI, MOLTO ALLEGRO”: I PARTECIPANTI ALLA FESTA DI CAPODANNO RACCONTANO DI UN POZZOLO ESUBERANTE

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO NON AVREBBE MAI DOVUTO TIRARE FUORI IL REVOLVER, CHE POTEVA PORTARE SEMPRE CON SÉ IN BASE A UN PORTO D’ARMI “PER DIFESA PERSONALE” RILASCIATO NEANCHE VENTI GIORNI PRIMA… E NON AVREBBE DOVUTO MANEGGIARLO IN UNA SITUAZIONE IN CUI NON C’ERA ALCUN TIMORE PER LA SUA SICUREZZA

Qualcuno lo ha definito «su di giri». Qualcun altro ha detto che, quando è arrivato, «era molto allegro». Ma i due testimoni oculari sentiti finora dai magistrati non hanno dubbi: «È stato Emanuele Pozzolo a sparare il colpo» che ha ferito alla gamba il trentunenne Luca Campana, genero del caposcorta del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.
A una settimana dal Capodanno di Rosazza le testimonianze raccolte dai carabinieri inchiodano il deputato sospeso da Fratelli d’Italia e smentiscono la versione che il trentottenne al primo mandato in Parlamento ha fornito la stessa notte agli investigatori.
È lui, infatti, l’unico indagato nell’inchiesta aperta dalla procura […] per lesioni, accensioni pericolose e omessa custodia dell’ arma: il mini-revolver North American Arms Provo Ut, calibro 22 che deteneva regolarmente, con altre cinque, tra semiautomatiche e fucili.
CHI HA «ARMATO IL CANE»?
Ad amici e colleghi, il parlamentare continua a giurare: «La pistola è caduta a terra. Non sono stato io a premere il grilletto». Ma la sua versione è considerata poco credibile
Per prima cosa, Pozzolo non avrebbe mai dovuto tirare fuori il revolver, che poteva portare sempre con sé in base a un porto d’armi «per difesa personale» rilasciato il 12 dicembre, neanche venti giorni prima, dalla prefettura di Biella. E, di certo, non avrebbe dovuto maneggiarlo in una situazione in cui non c’era alcun timore per la sua sicurezza.
HA SPARATO POZZOLO?
Tra i vari testimoni già sentiti dai pm, quelli oculari sono tre: tutti hanno sostenuto di aver visto quell’arma «in mano a Pozzolo». Due di loro erano presenti anche quando è partito il colpo e hanno dichiarato: «Ha sparato lui». Nessuno ha dubbi sul fatto che si sia trattato di un incidente.
COSA SOSTIENE IL FERITO?
La conferma arriva anche dal ferito che, il 4 gennaio, si è presentato in procura a denunciare il deputato
Al momento dello sparo, Campana era a un metro da lui. Lì vicino c’era invece qualcuno che conosceva entrambi, probabilmente il suocero, Pablito Morello, caposcorta di Delmastro, già sentito dai pm. Forse anche a lui il deputato stava mostrando il funzionamento dell’arma quando è partito il colpo.
CHI C’ERA ALLA FESTA?
Alla serata nell’ex asilo nido di Rosazza hanno partecipato in tutto una trentina di persone: un veglione «familiare» e «casalingo» a base di linguine all’astice e pollo all’egiziana. Tra compagni di partito, c’erano il consigliere di Biella, Luca Zani e l’assessore Davide Zappalà che smentisce bagordi e altre pistolettate nel corso della serata: «Chi dice il contrario, mente».
C’era Delmastro con la famiglia e un gruppetto di amici della figlia, tutti minorenni. C’era la sorella e sindaca di Rosazza, Francesca Delmastro e l’assicuratore Francesco Rota [C’erano anche solo due dei quattro componenti della scorta del sottosegretario, con la famiglia. Almeno uno, Morello, era all’interno della sala. Con loro, moglie, figli e nipoti.
DOVE ERANO I BAMBINI?
Erano diversi i minorenni presenti alla festa. Per loro erano stati sistemati giochi e gonfiabili nella sala accanto Quando è stato esploso il colpo, da quel che trapela, nella stanza ci sarebbe stato solo un bimbo di 4 anni Era distante da Pozzolo: se dovesse essere confermato, il deputato con la fissa per il tiro al poligono non rischierebbe l’aggravante di aver agito in presenza di minori. Sarà interrogato dai pm, solo dopo gli esiti dello Stub e degli altri accertamenti tecnici sull’arma.
(da La Stampa)

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IL VERO IMPRENDITORE BRUNELLO CUCINELLI: “SERVONO SALARI PIÙ ALTI, GIUSTI, E LUOGHI DI LAVORO PIACEVOLI. BISOGNA RIVEDERE LE CONDIZIONI DELL’ESSERE UMANO AL LAVORO”

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

“NON VOGLIO CHE DOPO LE 17,30 SI SIA CONNESSI CON L’AZIENDA, SE TI CHIEDO UNA CONNESSIONE PERPETUA, CHIEDENDOTI DI RISPONDERE A UN MESSAGGIO O A UNA MAIL TI STO RUBANDO L’ANIMA: NON HO BISOGNO DI GENTE STRAVOLTA DAL LAVORO”…“I COSTI ALTI DEI BENI DI LUSSO? IN CERTE OCCASIONI I PROFITTI SONO TROPPO ALTI”

Brunello Cucinelli: «Il pessimismo è uno stato d’animo che non produce. Bisogna essere ottimisti e guardare al futuro come un’opportunità, non come un rischio». E così fa l’imprenditore di Solomeo, 70 anni
Siamo lo 0,7% della popolazione mondiale, ma la settima potenza economica, significa che abbiamo qualcosa in più. Vedo solo un problema».
Quale?
«Quale genitore sogna che il proprio figlio vada a fare l’operaio, anche se ad alta specializzazione come chi lavora per le aziende del made in Italy? Abbiamo bisogno di tornare a investire sul lavoro, attrarre i giovani, con salari più alti, giusti, e luoghi di lavoro piacevoli. Rivedere le condizioni dell’essere umano al lavoro. Altrimenti il problema che avremo non sarà venderei prodotti, ma trovare chi produrrà certi manufatti.
Quando ero un ragazzo il 76% dei diplomati andava a fare l’operaio e poi c’erano impiegati e manager. Ma adesso tra le persone che conosci quanti secondo te faranno l’operaio? Questo è il grande tema e il grande investimento che dobbiamo affrontare. Perché le aziende stanno cercando 500 mila persone e non le trovano».
Tornando al lavoro, lei teorizza che non si debba lavorare più di 7 ore al giorno.
«Non voglio che dopo le 17,30 si sia connessi con l’azienda e nemmeno il sabato e la domenica. Se ti chiedo una connessione perpetua, chiedendoti di rispondere a un messaggio o a una mail ti sto rubando l’anima. E da noi non si può».
In Italia invece c’è il pensiero per cui più stai in ufficio più sei “bravo”.
«Io non la penso così. L’obiettivo è lavorare tutti insieme, concentrati, per le giuste ore. Non ho bisogno di gente stravolta dal lavoro. Poi se ci sono urgenze si lavora, ma non può essere tutta un’urgenza. Non è un modo di lavorare produttivo e nemmeno di soddisfazione».
In queste sue idee sul modo di fare impresa lei ha raccontato che c’entra l’esperienza di suo padre.
«Non posso dimenticare gli occhi lucidi di mio padre umiliato e offeso per la dignità morale ed economica dell’essere umano».
Non vede un rischio nei tanti brand del made in Italy acquistati dai gruppi stranieri, soprattutto francesi?
«In Italia ci sono una miriade di aziende, qualcuno vuole vendere a fronte di tanti soldi, altri non immaginano una successione familiare. I marchi diventano di proprietà straniera ma la manifattura è italiana. Ed è questo l’importante. Io non credo che stiamo perdendo pezzi, è il mondo che diventa sempre più globale».
Parlando di successioni, lei la ha immaginata?
«In azienda lavorano al mio fianco le mie due figlie Carolina e Camilla, e anche i due generi. Io ho affrontato la successione, con un trust, nel 2012, in occasione dell’entrata in Borsa e ho iniziato a preparare famiglia e azienda».
Il lusso diventa sempre più caro, escludente più che esclusivo. Non trova?
«Del lusso fanno parte prodotti esclusivi di grande artigianalità, che puoi lasciare in eredità. Io oggi ho una giacca del 2016».
Ormai però i prezzi sono altissimi, impossibili per la maggioranza delle persone.
«Penso che in certe occasioni i profitti siano troppo alti, dobbiamo riequilibrarci con la qualità del prodotto».
(da agenzie)

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RENZI E LA SRL PER FATTURARE LE CONSULENZE DI CARRAI: “VUOLE USARE L’IMMUNITA'”

Gennaio 8th, 2024 Riccardo Fucile

POLITICA & BUSINESS: A MAGGIO 2019 RENZI CREO’ LA SOCIETA’ PER TROVARE AFFARI

Matteo Renzi aveva fondato un’impresa per la sua nuova attività: quella di procacciatore d’affari insieme all’amico Marco Carrai. Una pratica vietata ai parlamentari di molti Paesi, non in Italia, che però pone enormi questioni di opportunità e ha attirato l’attenzione del Copasir. Nel maggio del 2019 in uno studio di commercialisti di Firenze viene fondata la Digistart srl, capitale sociale 10mila euro, socio e amministratore unico Renzi. L’avventura ha vita breve: la ditta viene aperta e chiusa in pochi mesi, senza spiegare perché, dopo una fuga di notizie. Il Fatto è oggi in grado di raccontare i retroscena di quella vicenda grazie al rapporto di 457 pagine che la Guardia di Finanza ha consegnato al Comitato di controllo sui servizi segreti, impensierito dal febbrile attivismo della coppia Renzi-Carrai alla corte di emiri, uomini d’affari e dignitari mediorientali e asiatici, ai quali proponevano investimenti in società del calibro di Autostrade per l’Italia o Pirelli. Digistart avrebbe dovuto incamerare soldi attraverso società di Carrai, sotto forma di “success-fee”: se un investimento fosse andato bene, gli intermediari Renzi e Carrai avrebbero preso una percentuale. La Digistart di Renzi avrebbe fatturato le prestazioni attraverso società di Carrai, come la Marzocco, il quale a sua volta avrebbe girato all’amico senatore parte delle provvigioni che riceveva come consulente del fondo Advent.
Ma c’è un’ulteriore chicca. Nell’autunno del 2019 la Finanza, impegnata nelle indagini sui presunti finanziamenti illeciti alla Fondazione renziana Open, sequestra vari documenti, tra i quali una mail riepilogativa redatta da Elena Solli, collaboratrice del commercialista Marco Fazzini: “M.R. ha anche chiesto di poter avere a disposizione ufficialmente una stanza nello studio, che è la sede legale della Digistart srl, per poter usufruire dei benefici di legge che ne deriverebbero in ragione della sua carica istituzionale”. In altre parole, Renzi voleva l’immunità parlamentare, che in caso di guai, avrebbe impedito perquisizioni. Sono lontani i tempi in cui l’allora premier prometteva di abbandonare la politica in caso di sconfitta al referendum costituzionale, una batosta che nel 2016 mette fine alla sua esperienza di governo. Come noto, Renzi si è rimangiato quella promessa, prima mantenendo la carica di segretario del Pd fino all’inizio del 2018 e poi facendosi eleggere al Senato nel marzo dello stesso anno. Una volta eletto, ha pensato di avviare una nuova carriera nel business, mantenendo ruolo e privilegi da parlamentare e sfruttando i contatti internazionali costruiti quando era presidente del consiglio.
Ma ecco il piano di Renzi e Carrai, spiegato nel carteggio tra commercialisti. È l’8 giugno 2019, lo scritto segue una riunione con i “clienti”, indicati con le iniziali: “M.C. è advisor di Advent; il suo contratto prevede una retribuzione fissa e una retribuzione a success fee. Lunedì concluderà un importante contratto con una società emiliana, maturando una success fee che vorrebbe fosse fatturata alla Digistart. I clienti si domandavano se ci sarebbero stati problemi in questo”.
La società interessata, secondo la Finanza, potrebbe essere la Ice (Industria chimica emiliana), appartenente alla famiglia Bartoli: nell’ottobre del 2019 viene acquisita da Advent per 700 milioni di euro. “M.R. ha precisato più volte che vuole che la Digistart fatturi alla Advent e non a M.C. Il contratto di advisory di M.C. con la Advent è scaduto il 30 maggio 2019, a detta dello stesso non ci saranno problemi nel suo rinnovo, ma nel trattare il rinnovo vorrebbe inserire la possibilità di farsi pagare tramite la Digistart. Digistart è la nuova società di M.R., che inizia con questa la sua attività d’imprenditore. Il capitale sociale é stato interamente versato da M.R. in via ufficiale, in realtà 5mila euro sono frutto di un esborso di M.R. mentre altri 5mila provengono da un prestito di M.C. a M.R”. Per la Finanza “la previsione di traslare alla Digistart di Renzi la contrattualità di Carrai con Advent, trova conferma in un promemoria manoscritto datato 8 giugno 2019, riconducibile a Fazzini”: “MC – cessione contratti? Digistart – presidente cda un terzo, contrattualità con Advent in compenso per la cessione: Marco dovrebbe già essere socio e Ad con mantenimento del fondo. Accordo di consulenza per la cessione di Ice”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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