Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
“NON POSSIAMO AVERE SENTENZE A MACCHIA DI LEOPARDO”
“Il saluto fascista rientra nel perimetro punitivo della ‘legge
Mancino’ quando realizza un pericolo concreto per l’ordine pubblico”. E’ quanto ha affermato l’avvocato generale della Cassazione Pietro Gaeta, nel suo intervento all’udienza in corso oggi davanti alle Sezioni Unite della Suprema Corte, chiamate a esprimersi sulla questione dei saluti romani compiuti durante una commemorazione di esponenti di destra deceduti.
I fatti riguardano la commemorazione con saluto fascista fatta a Milano nel 2016. Gli imputati, alcuni esponenti di estrema destra, sono stati assolti nel 2014 in primo grado e poi condannati in Appello. Due scelte diverse basate su diverse violazioni di legge che sono state contestate: nel primo grado del giudizio la ‘legge Scelba’, che punisce la ricostituzione del partito fascista, in secondo grado la ‘legge Mancino’, che punisce le ideologie discriminatorie. A chiedere l’intervento delle sezioni unite sono stati i supremi giudici della prima sezione penale con l’obiettivo di sciogliere il dubbio e mettere il punto su una questione su cui finora si sono susseguiti diversi orientamenti. Il rappresentante della Procura generale della Cassazione ha chiesto di confermare la condanna emessa dalla Corte di Appello di Milano.
“Acca Larentia con 5mila persone è una cosa diversa da quattro nostalgici che si vedono davanti a una lapide di un cimitero e uno di loro alza il braccio – ha aggiunto Gaeta – Bisogna distinguere la finalità commemorativa con il potenziale pericolo di ordine pubblico. La nostra democrazia è forte e sa distinguere”.
“E’ ovvio che il saluto fascista sia un’offesa alla sensibilità individuale” ma diventa reato “quando realizza un pericolo concreto per l’ordine pubblico” ha sottolineato il pg di Cassazione, che ha concluso: “Non possiamo avere sentenze a macchia di leopardo in cui lo stesso gruppo viene condannato da un tribunale e assolto da un altro”.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
MACRON AVREBBE INVITATO CHARLES MICHEL A NON DIMETTERSI ORA DA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO, SE LO FACESSE, AL SUO POSTO ANDREBBE SUBITO DRAGHI… E INVECE MACRON VUOLE TENERE DRAGHI IN CORSA ANCHE PER LA GUIDA DELLA COMMISSIONE
«Ma sta sempre in Italia?». La domanda inizia a essere sempre più ripetuta. Nei palazzi europei della Commissione e del Consiglio, ma anche in molte cancellerie. E il riferimento è a Ursula von der Leyen. L’ultima visita, quella di ieri a Forlì insieme a Giorgia Meloni, sta infatt
facendo indispettire molti degli alleati Ue.
La sensazione che il rapporto instaurato con la presidente del consiglio sia esclusivamente dovuto alla sua campagna elettorale per ottenere il rinnovo del mandato sta creando più di un malumore. Soprattutto tra i “primi azionisti” dell’Unione: Francia e Germania.
Anche perché il nome della premier italiana richiama quasi automaticamente quelli dei “nemici” domestici di Emmanuel Macron e Olaf Scholz: l’estrema destra di Le Pen e Afd. Il feeling Giorgia-Ursula, dunque, non piace per niente. E per molti si sta trasformando in un’azione controproducente. Ossia in un dato a sfavore della conferma
In questo quadro, poi, si è innestato di recente un altro elemento: la candidatura del belga Charles Michel, il presidente del consiglio europeo, alle prossime elezioni europee. Una scelta che ha destato più di una perplessità. E che ora sta generando anche qualche attrito.
Il quesito posto è netto: è corretto che il presidente del consiglio Ue utilizzi la sua carica per la campagna elettorale? Michel è liberale, notoriamente vicino al presidente francese. E in qualche modo l’agitazione di Palazzo Berlaymont è stata interpretata come una sollecitazione a Macron a sciogliere il nodo. Come? Suggerendo a Michel di lasciare la carica subito e quindi nominare immediatamente un successore. Per gli “avversari” del presidente belga, la richiesta è anche giustificata dalla possibilità che in caso di “vacatio” il ruolo può essere assunto dalla presidenza di turno dell’Ue, ossia dall’ungherese Viktor Orban.
Ma dietro queste argomentazioni, i più sospettosi scorgono ben altro. Ossia il tentativo di eliminare dalla corsa alla presidenza della Commissione qualche concorrente pericoloso. Se, infatti, Michel si dimettesse subito, chi sarebbe considerato il miglior candidato possibile? Ieri, ad esempio, Matteo Renzi è stato esplicito a questo riguardo: Mario Draghi. L’ex presidente della Bce appare il nome più apprezzato e quello immediatamente spendibile per un’emergenza di questo tipo
La sua designazione da parte del Consiglio europeo non incontrerebbe ostacoli consistenti. Per von der Leyen, inoltre, significherebbe eliminare dalla lista dei potenziali pretendenti alla sua successione la personalità più autorevole. Proprio per questo, i suggerimenti che stanno arrivando a Michel — anche dall’Eliseo — sono di segno opposto: «Rimani al tuo posto fino alla fine». Ossia fino al prossimo 16 luglio quando si insedierà il nuovo parlamento europeo.
A quel punto il pacchetto di nomine europee dovrà essere affrontato nel suo complesso. E tutte le possibilità rimarrebbero aperte. Von der Leyen manterrebbe le sue chance ma la sua non sarebbe una corsa solitaria.
(da la Repubblica)
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Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
UNA FUGA DI CERVELLI SENZA PRECEDENTI: IL 42% DI CHI SCAPPA DAL MEZZOGIORNO È LAUREATO, ED È COSTRETTO A EMIGRARE PER CERCARE UN LAVORO IN LINEA CON LA SUA ISTRUZIONE
C’è una proiezione, pubblicata nell’ultimo rapporto dello Svimez,
che fotografa il presente e il futuro del Mezzogiorno. Da qui al 2080 la popolazione a Sud del Lazio scenderà di 8 milioni di residenti: il Meridione avrà quindi quasi la metà degli abitanti di oggi. Negli ultimi venti anni, invece, i residenti in meno sono già stati 1,1 milioni. L’esodo dalle regioni più povere d’Italia, e tra le più povere d’Europa, avrà quindi una accelerazione tre volte maggiore negli anni a venire
L’Europa aveva chiesto di fermare questo esodo attraverso la più grande occasione d’investimenti pubblici dal Dopoguerra: il Piano nazionale di ripresa e resilienza, con oltre 215 miliardi di euro che dovevano in gran parte “rammendare” il Paese. Ma questa occasione già adesso si può dire che sarà sprecata.
A definire la nuova questione meridionale è la qualità dell’esodo oltre alla sua accelerazione: negli ultimi venti anni tra chi emigrava al Nord il 26 per cento era laureato. Ma dal 2022 qualcosa è cambiato: su 63 mila giovani emigrati lo scorso anno il 42 per cento è laureato. Una perdita culturale ed economica inestimabile. Dovuta in gran parte alla mancanza di offerte di lavoro qualificato nonostante resista una sorta di punta di diamante del mondo imprenditoriale tra Catania, la Puglia e la Campania che regge. Nell’ultimo rapporto Svimez si segnala che nonostante la crescita degli occupati tra il 2020 e il 2023 le persone che vivono in povertà assoluta sono cresciute di 250 mila unità.
Restano infine, tornando ad argomenti sociali, i divari nell’occupazione femminile e nei servizi. Il Consiglio d’Europa ha richiamato più volte l’Italia a migliorare i servizi per l’infanzia, ad esempio. A trascinare indietro il Paese sono i numeri, manco a dirlo, del Meridione. Sul fronte degli asili nidi, già a bocce ferme il Pnrr non riduce alcun divario avendo previsto uno stanziamento di 1,7 miliardi nel Mezzogiorno e 1,6 miliardi nel Centro Nord. Ma anche se si dovessero realizzare tutti i nuovi posti previsti per asili nido, le regioni del Sud resterebbero sotto la soglia del 30 per cento dei posti in base ai bambini residenti fino a tre anni.
Per la precisione Sicilia e Campania sarebbero intorno a una offerta del 16 per cento (oggi sono sotto il dieci). Un disastro. Anche il tempo pieno è un obiettivo che chiede l’Europa e che sarà disatteso anche con il Pnrr: in alcune grandi città meridionali, come Palermo, il 73 per cento dei bambini da 6 a 10 anni non ha il tempo pieno. Insomma, senza scelte politiche vere su come investire, il Mezzogiorno continuerà a desertificarsi ad eccezione di piccole oasi.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
COME TORTA IL MONTBLANC, IL DOLCE D’ORIGINE FRANCESE (ALLA FACCIA DELLA SOVRANITA’ ALIMENTARE)… LO SFOGO DELLA SORA GIORGIA: “SONO MOLTO STANCA…”
Giorgia Meloni ha scelto il bell’affaccio su piazza del Parlamento per brindare al suo 47esimo compleanno con i gruppi di Camera e Senato di Fratelli d’Italia. Un balcone che da palazzo Montecitorio regala una splendida vista sui tetti di Roma.
Deputati e deputate, senatori e senatrici hanno messo 50 euro a testa per regalarle un tavolo da pranzo, con piano in vetro, abbinato a delle sedie. Le hanno consegnato un biglietto e dentro un foglio stampato con la foto dell’oggetto da arredamento.
«Ora dovrò invitarvi tutti a mangiare da me. Magari un po’ alla volta…», si è messa a scherzare lei. Niente candeline, solo una grande torta Montblanc, il dolce d’origine francese a base di castagne, cacao, rum e panna. Poi una crostata ai frutti di bosco e lo spumante, che tutti i presenti giurano fosse «italianissimo», come la marca del tavolo. Per augurarle buon compleanno gli eletti di FdI si sono ritagliati un’ora tra una seduta e l’altra.
Appuntamento alle 13.30, ma lei è arrivata in ritardo, di rientro nella capitale dopo la visita al museo dell’Aeronautica militare di Vigna di Valle, a Bracciano. Completo nero e camicia rossa, Meloni ha scherzato con quanti le si avvicinavano per salutarla e baciarla: «Mi mancate, vi voglio bene, fate i bravi eh…».
Folta la delegazione di ministri: Abodi, Calderone, Nordio, Roccella, Sangiuliano, Santanché, Schillaci Urso. Con qualcuno si è confidata un poco di più: «Sono molto stanca, ma combattente, come sempre».
Un’oretta scarsa, passata all’aperto grazie alla temperatura mite di Roma all’ora di pranzo, 16 gradi. Poi, mentre andava via, Meloni ha salutato tutti con una citazione, chissà se volontaria: «La ricreazione è finita». L
e stesse parole con cui Charles De Gaulle chiuse il ’68 parigino, invitando studenti e professori a tornare a scuola.
(da La Stampa)
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Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
I FIGLI DEL CAV SONO INCAZZATI PER L’IRRILEVANZA IN CUI E’ SPROFONDATA FORZA ITALIA, PER IL TAGLIO DEL CANONE RAI CHE DANNEGGERA’ MEDIASET (E LA7) SUL TETTO PUBBLICITARIO… LA VENDETTA DI “PIER DUDI” CONTRO LA DUCETTA SI STA CONSUMANDO CON LA SVOLTA ANTIMELONIANA DI MEDIASET
Alcuni, come lo squisito e intelligentissimo Antonio Martino,
tessera numero 2 di Forza Italia dopo quella di Berlusconi, o il generale Luigi Caligaris, non ci sono più: e che peccato! E ieri proprio ieri è morto Alessio Gorla, che è stato dirigente Rai e Mediaset e soprattutto regista del trionfo del Cavaliere nel 94 e ideatore del celeberrimo duello elettorale con Occhetto.
Stiamo parlando dei fondatori, di quelli che hanno inventato il partito azzurro che pubblicamente cominciò con il video della discesa in campo di Sua Emittenza il 26 gennaio 94.
E’ stata un’epopea e una rivoluzione molto riuscita per tanti aspetti (quello della post ideologia per esempio e della nascita della Seconda Repubblica) e, dal punto di vista di dare una svolta liberale all’Italia, anche non riuscita. Venerdì 26 gennaio, giusto a trent’anni dalla video-fondazione che fu una bomba politico-comunicativa che ha cambiato la storia, il leader Antonio Tajani ha invitato tutti a festeggiare.
E non sarà un Berlusconi Day quello che si sta preparando al Salone delle Tre Fontane all’Eur ma un modo per prendere la rincorsa dal passato e arrivare al futuro. Che è anche quello che si aprirà dopo il congresso azzurro del prossimo fine febbraio e dopo il voto europeo di giugno.
Ci saranno tutti a questo trentennale, musiche e immagini a cura di Mediaset, ma Marina e Pier Silvio e probabilmente anche Marta Fascina (al tempo aveva 4 anni) non parteciperanno, e Tajani nella lettera d’invito ha scritto: «Le oltre 100mila adesioni al nostro partito sono un trampolino di lancio per le prossime sfide e testimoniano la crescita costante nei sondaggi. Così come i nuovi ingressi nelle nostre fila rappresentano l’ottimo stato di salute di Forza Italia».
Ci saranno nella sala dell’Eur i cori di Azzurra Libertà (parole e musica di Silvio), la proiezione del video battesimale girato in una dependance della villa di Macherio con Roberto Gasparotti alla macchina da presa, il filmato sulla lunga storia del fondatore e della sua creatura.
Parlerà Mario Valducci, oggi top manager, lo era anche prima dell’impegno politico nel 94, e racconta l’ex super big azzurro: «Sono stati per me venti anni di impegno politico vissuto intensamente».
Del periodo della fondazione, Valducci ricorda le tante energie e intelligenze che si misero al lavoro: «Oltre a Martino e Caligaris, c’erano Tajani che è stato il primo portavoce di Berlusconi e una volta al governo lo fece Giuliano Ferrara, Urbani che redasse l’opuscolo dei circoli del buongoverno, Dell’Utri, Previti, Della Valle, Dotti, Angelo Codignoni ai club di Forza Italia, Fabio Minoli. E non vorrei dimenticare nessuno. C’era, a organizzare la rete sul territorio, gente validissima e giovane come Miccichè, Ghigo, Tortoli, Cipriani, Gianni Pilo».
Tajani è il gran regista dell’iniziativa. Attesissimi, ma specie il secondo non è detto che ci sarà, Gianni Letta e Fedele Confalonieri. Bruno Vespa, questo è l’auspicio degli organizzatori, racconterà la firma in tivvù del Contratto con gli italiani, che Berlusconi stipulò a Porta a Porta l’8 maggio 2001.
E ancora: sono stati invitati i leader del Ppe. E ci saranno molti dei parlamentari delle origini. Una festa del genere Berlusconi l’avrebbe organizzata anche nel più minimo dei dettagli («Occhio ai fiori, alle luci e ai colori», diceva sempre in situazioni di questo tipo).
E ce lo immaginiamo nell’aldilà, felice, pimpante e curioso, come ce lo ha raccontato teneramente Fiorello l’altro giorno nella sua finta telefonata televisiva. Quasi che il Cavaliere, ma questa volta non ci sarà, fosse ancora al centro del palcoscenico dell’Eur. A pochi passi da quello mitico della vecchia fiera che calcò il 6 febbraio 94, subito dopo il video della discesa in campo scegliendo Roma e non Milano, quando si presentò con un’enorme coccarda tricolore sul petto dicendo a tutti: «Eccomi qui, sono un matto tra tanti matti».
(da Il Messaggero)
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Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
SALVINI PAGA L’OSTINAZIONE A DIFENDERE UN IMPRESENTABILE… SE ZAIA SI INCAZZA LA LEGA IN VENETO RISCHIA ALLE EUROPEE IL DISFACIMENTO
La soluzione del rebus sardo nel centrodestra arriva dagli sviluppi di un’inchiesta per corruzione. Il presidente uscente della regione Sardegna, Christian Solinas, ha subito, insieme ad altri 6 indagati, un sequestro delle Guardia di finanza per un totale di 350 milioni di euro. Il governatore è indagato nell’ambito della compravendita di una proprietà e sulla nomina di Roberto Raimondi alla direzione generale dell’autorità di gestione del programma Eni-Cbc bacino del Mediterraneo.
Solinas, voluto da Matteo Salvini per la riconferma alle prossime regionali, vede crollare le quotazioni già in pesante ribasso. Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno già avviato la campagna elettorale per la candidatura dell’attuale sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu. L’inchiesta pone il sigilllo a qualsiasi ambizione di riconferma. Una debacle totale per il leader della Lega che si è intestardito nella difesa del presidente uscente, senza ottenere alcun risultato.
INCOGNITA ZAIA
E mentre in Sardegna la situazione prende una piega negativa per Lega, più al nord va forse anche peggio. Il “doge” Luca Zaia vede sempre più vicina la fine dell’esperienza da presidente della regione Veneto. Da uomo di potere, pressoché indiscusso, rischia di trasformarsi in un leader in cerca di autore. O quantomeno di una sistemazione per il futuro. Con un paradosso: vanta una ricca dote di voti nella sua regione, anche trasversali – una merce rara di questi tempi – ma potrebbe non avere alcun peso politico. E quindi non ricevere ruoli.
Intanto, senza troppi giri di parole, Matteo Salvini lo ha sconfessato sul fine vita: «La vita va tutelata da prima della culla alla fine. Anche io avrei votato no. Bene che sia finita così», ha detto sul voto in consiglio regionale veneto. Nessuna comprensione verso il collega di partito, anzi ha manifestato l’esatto contrario della posizione assunta da Zaia. Pur puntualizzando: «Non siamo una caserma».
CONTO DA PAGARE
Le parole del leader leghista hanno chiarito che con il presidente della regione Veneto non c’è un vero asse politico sul terzo mandato, a malapena si intravede una convergenza di interessi. Al governatore in carica piace l’idea di proseguire l’esperienza da presidente, al vicepremier fa comodo tenerlo nella sua terra d’elezione e non averlo come potenziale competitor interno. Peraltro, conservando la guida di una regione così pesante. Solo che, al netto dei desideri, oggi Zaia è in bilico. Con prospettive fosche.
Giorgia Meloni ha ordinato a Fratelli d’Italia di non cedere sul terzo mandato: alla guida del Veneto vuole un suo fedelissimo, il senatore di Fdi, Luca De Carlo. Al momento è difficile immaginare un’apertura della presidente del Consiglio. Il piano B di Zaia sarebbe la corsa per un seggio alle Europee. Facile a dirsi. Ma ci sono due controindicazioni tutt’altro che trascurabili: lui non è molto interessato a diventare eurodeputato e soprattutto lascerebbe libera la casella di presidente della regione con circa un anno di anticipo. Fornendo un assist a Meloni. La conseguenza è che non sa da che parte andare, pagando il conto ai suoi tentennamenti, a quella prudenza portata al massimo. Senza mai scendere davvero in campo sul piano nazionale, per contendere la leadership a Salvini, accontentandosi dell’esistente. Una parabola diversa e allo stesso tempo parallela a quella di Giancarlo Giorgetti.
CAMERA VENETA
La sua condizione, però, non dispiace affatto ai vertici nazionali della Lega. Ieri, nel corridoio dei fumatori adiacente al Transatlantico della Camera, sono stati visti due fedelissimi del leader leghista, il deputato Alberto Stefani (segretario in Veneto) e il sottosegretario al Mef, Massimo Bitonci, che parlottavano fitto, concedendosi qualche sorriso sornione. Il loro umore non era affatto negativo. Anche perché, stando alle indiscrezioni, sono proprio tra coloro che hanno orchestrato al meglio l’operazione per affossare legge sul fine vita. Fatto sta che si torna al punto di partenza.
Cosa farà “da grande” il doge veneto, assediato a destra e a sinistra? Circola la voce, a mo’ di provocazione, di una candidatura a sindaco di Venezia per raccogliere la futura eredità di Luigi Brugnaro, addirittura si ipotizza come ristoro la presidenza del Coni per il dopo-Malagò.
Eppure, bisogna fare i conti con un dato: il consenso personale del presidente della regione Veneto in carica. Salvini può perciò consentire di scaricarlo sul fine vita, ma non può certo metterlo all’angolo. Zaia è fondamentale per puntellare le percentuali alle prossime Europee. E salvare la Lega dal naufragio totale. Ammesso che, dopo tutto questa ostilità, abbia voglia di farlo.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
OLTRE 2.000, SI SONO QUADRUPLICATE
Oltre 2.000 interdittive antimafia emesse dalle prefetture di tutta
Italia solo nel 2023. Un dato ufficiale fornito dal ministero dell’Interno ed estratto dalla Banca dati nazionale antimafia, che nel caso delle imprese che lavorano con contratti pubblici è destinato a raggiungere quota 1.500 e dunque a quadruplicare i numeri del 2015, quando secondo l’Anac le società “bloccate” erano state appena 366. Non solo. Se provincia per provincia in cima alla classifica – per distacco – ci sono la città di Napoli e il suo hinterland, con ben 351 informazioni negative, al secondo posto troviamo un territorio del nord, quello di Reggio Emilia, dove tali informazioni sono state ben 144, solo due lunghezze sopra la provincia di Foggia, con 142 atti.
Che il problema delle infiltrazioni mafiose nell’imprenditoria riguardi sempre di più il settore pubblico lo si capisce incrociando, appunto, i dati dell’Authority anticorruzione con quelli del Viminale. Se, in generale, i 2.007 provvedimenti censiti nell’anno appena concluso non sono il record dell’ultimo quinquennio (ce ne sono stati di più nel 2020, circa 2.130, e nel 2021, ben 2.078), l’Anac fa registrare un costante aumento fino al 2022, quando le aziende private che lavorano con contratti pubblici erano state destinatarie di 1.129 informazioni antimafia e nel 2019 erano state poco più della metà, 633. Insomma, di fronte a un andamento altalenante su base generale, si verifica un costante aumento rispetto al monitoraggio degli appalti. Un fenomeno che cresce con l’aumento del valore dei bandi di gara: circa 117 miliardi nel 2015, contro i quasi 290 miliardi nel 2022. Più aumenta la torta, più le mafie puntano a spartirsela. Certo, in questi anni sono cambiate anche le normative. Più stringenti, a partire dal biennio 2012-2014. Ma c’è anche una maggiore attenzione da parte delle task force nell’ambito dell’aggiudicazione dei contratti pubblici. Il prefetto di Napoli, Michele Di Bari, al Fatto ad esempio spiega che il dato sicuramente importante della provincia partenopea, risente di una serie di fattori. “Alla fine – dice Di Bari – troveremo che le società colpite da interdittive sono state 101. Va spiegato che spesso la stessa società partecipa a più appalti, in più province d’Italia, e quindi, pure a fronte di un singolo provvedimento adottato, si potrebbe registrare un numero superiore di informazioni antimafia in base alle concrete richieste in Banca dati antimafia”. Non solo. “L’incremento – continua – rispetto al 2022 è anche figlio dell’arrivo a conclusione di procedimenti i cui accertamenti richiedono a volte anche mesi”. A Napoli le “informazioni” di interdittive sono state 133, le “comunicazioni” invece ben 218. La differenza è che le prime sono frutto di indagini coordinate con la Direzione investigativa antimafia, le seconde riguardano la mera consultazione delle banche dati.
Poi c’è Reggio Emilia, con i suoi 144 informazioni interdittive. L’unica città del nord nella “Top 12”, ma anche un territorio come quello dell’Emilia-Romagna, dove le mafie tradizionali hanno attecchito nel tessuto imprenditoriale locale. “Parliamo di imprese quasi mai di grandi dimensioni – afferma la prefetta di Reggio Emilia, Maria Rita Cocciufa – ma che sovente hanno volumi d’affari importanti. Sono aziende che operano nei settori dell’edilizia, dei trasporti e delle macchine movimento terra, spesso legate a famiglie imparentate tra loro”.
E per il 2024, cosa aspettarsi? C’è da dire che il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha provato a stringere ancora di più le maglie. Il 2 ottobre scorso, infatti, è stato approvato un decreto ministeriale che rende pressoché esclusivo nelle prefetture il lavoro del Gruppo interforze antimafia, le task force territoriali costituite da forze dell’ordine e Dia. I componenti dei gruppi dovranno dedicarsi “prioritariamente allo svolgimento di tale funzione” e allo “scambio informativo con la struttura di appartenenza”. Un atto che, sperano dal Viminale, aiuti gli investigatori a concentrarsi sulle infiltrazioni mafiose negli appalti e acceleri i flussi informativi.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DIFENSIVA: SPERA CHE DAL TEST DELLO STUB NON EMERGANO PROVE CERTE
Il deputato di Fratelli d’Italia sospeso Emanuele Pozzolo aveva ripetuto nelle interviste rilasciate dopo lo sparo di Capodanno nell’ex asilo di Rosazza che avrebbe parlato soltanto con i giudici. Ma quando la procura di Biella lo ha convocato per ascoltare la sua versione dei fatti si è avvalso della facoltà di non rispondere. Un diritto per un indagato, ma anche una situazione curiosa per un politico che aveva ripetuto di avere una verità da raccontare. E invece alla fine Pozzolo è rimasto in silenzio sul proiettile che ha colpito Luca Campana e su chi l’ha esploso. Repubblica racconta che davanti alla procuratrice Teresa Angela Camelio, accompagnato dal suo avvocato Andrea Corsaro, ha deciso di non rispondere. E dietro la scelta molto probabilmente c’è una precisa strategia difensiva. Quale?
La strategia difensiva
Quella di non scoprirsi. Ovvero di non fare dichiarazioni avventate che potrebbero essere smentite dai test dello Stub e della polvere da sparo sugli abiti. Per il deputato, è il ragionamento, non ha senso dire nulla prima di conoscere l’esito dei test. E le eventuali evidenze scientifiche che arriveranno. Mentre c’è chi pensa che le analisi alla fine potrebbero dare risultati non certi o non chiari. Spalancando così la strada all’autodifesa di Pozzolo. Il quale in molte occasioni ha fatto capire che a lui è caduta la pistola dalla tasca e che qualcun altro l’ha armata prima che partisse il colpo. Nel momento dello sparo vicino a lui c’erano la vittima Campana e Pablito Morello, agente di polizia penitenziaria e caposcorta di Andrea Delmastro. Proprio dal sottosegretario alla Giustizia Pozzolo ha detto di essersi sentito in più occasioni abbandonato.
La perizia balistica
Secondo gli esperti il test dello Stub non può essere indicativo se viene effettuato su una sola persona, come è successo nella sede della Pro Loco. Mentre la perizia balistica potrebbe confermare le versioni dei testimoni, ma non accertare chi sia l’autore dello sparo. Per questo alla fine Pozzolo è rimasto in silenzio. Attenderà la consegna degli accertamenti tecnici per dare la sua versione dei fatti. E per dire chi secondo lui ha sparato.
(da Open)
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Gennaio 18th, 2024 Riccardo Fucile
“SONO SOTTO PRESSIONE DI MILLE OFFESE SOCIAL, SAPPIATE CHE SONO STATA ISTIGATA, IO SONO LASSU’ MA NON VOLEVO MORIRE”: LA POESIA DI ALESSANDRO CASTELLANI
«Sono qui sotto pressione di mille offese social e una malata
pressione; sappiate che sono stata istigata ed è un reato da perseguire. Io sono lassù, ma non volevo morire».
Termina con questa parole la poesia pubblicata su Facebook da Fiorina D’Avino, figlia della ristoratrice Giovanna Pedretti, trovata morta nel fiume Lambro domenica 14 gennaio. P
arole forti, ma anche accusatorie, dedicate alla titolare della pizzeria “Le Vignole” di Sant’Angelo Lodigiano – passata dall’essere elogiata per la riposta alla recensione contro gay e disabili, alle accuse non provate di inventato la storia – da Alessandro Castellani (come si evince dal tag sotto la pubblicazione).
Quest’ultimo, lo “Scrittore del cielo”, si legge sul suo profilo Facebook, che compone versi «per salvarsi – scrive – dalla cattiveria dell’essere umano», ha dedicato poesie e frasi in rima a giovani donne vittime di femminicidio o uccise da una malattia.
Come Giulia Cecchettin, la 22enne accoltellata dall’ex fidanzato Filippo Turetta: «Tu vicino, maschera di ghiaccio mi stringi forte, ma in realtà sei un pazzo», scriveva Castellani. O Vanessa Ballan, la 27enne pugnalata da Bujar Fandaj: «Combatto per respingere quella passione finita, ma lui è violento e vuole la mia vita».
Diverse parole sono state inoltre dedicate dal poeta e poi pubblicate sui social anche a Nadia Toffa, la giornalista delle Iene morta il 13 agosto del 2019 dopo una lunga malattia: «Per anni inchieste e soddisfazioni tra inviata e tante conduzioni. Fino a quel giorno dove il male si fece reale senza avviso si rese fatale».
Per lo scrittore non va, infine, «dimenticata» neppure Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa nel 2007 a Perugia per la cui morte è stato condannato in via definitiva il cittadino ivoriano Rudy Guede.
(da Open)
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