Destra di Popolo.net

AVVISATE GIORGIA MELONI: IL SUO CARISSIMO ALLEATO SANTIAGO ABASCAL, LEADER DEL PARTITO SPAGNOLO VOX, È INDAGATO PER AVER EVOCATO UNA “PIAZZALE LORETO” PER PEDRO SANCHEZ

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

IN UN’INTERVISTA AL QUOTIDIANO ARGENTINO “EL CLARIN”, AVEVA DETTO: “PER SANCHEZ VERRÀ UN MOMENTO IN CUI IL POPOLO VORRÀ APPENDERLO PER I PIEDI…”

La Procura della Corte suprema di Madrid ha aperto un’inchiesta sul leader di Vox, Santiago Abascal, che in un’intervista al quotidiano argentino El Clarin aveva evocato uno scenario alla piazzale Loreto – dove nel 1945 a Milano furono appesi a testa in giù i cadaveri di Mussolini e dei suoi – per il premier socialista Pedro Sanchez. Lo segnalano fonti giudiziarie anticipate da El Pais.
“Verrà un momento” in cui “il popolo vorrà appendere per i piedi” il presidente del governo, aveva dichiarato il leader del partito della destra radicale.
Un esposto di 21 pagine, presentato in Procura dal Psoe nei giorni scorsi, metteva queste dichiarazioni in relazione con atti vandalici davanti a sedi del partito e le proteste dello scorso 31 gennaio davanti la sede madrilena dei socialisti, in cui un manichino che rappresentava Sanchez è stato appeso a un semaforo e colpito con lazze e calci dai manifestanti, simulando un linciaggio, ipotizzando reati di istigazione all’odio e alla violenza.
La Procura ha ordinato alla polizia giudiziaria una serie di accertamenti, fra cui l’identificazione degli organizzatori della protesta, per poi decidere se procedere davanti alla Corte suprema oppure l’archiviazione.
(da agenzie)

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“E’ DI BARDELLA L’ACCOUNT TWITTER PIENO DI INSULTI OMOFOBI E RAZZISTI” : BUFERA SUL DELFINO DI MARINE LE PEN, JORDAN BARDELLA

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

LE RIVELAZIONI DI “FRANCE 2” TIRANO IN BALLO IL 28ENNE CAPOLISTA DEL “RASSEMBLEMENT NATIONAL” ALLE PROSSIME ELEZIONI EUROPEE: INSULTI RAZZISTI SUI SOCIAL A GAY E NERI

Chi si nasconde dietro «RepNat du Gaito», adoratore di Jean-Marie Le Pen e autore di tweet omofobi e razzisti?
Secondo quattro fonti citate dalla trasmissione «Complément d’enquête», andata in onda ieri sera su «France 2», si tratta di Jordan Bardella, il brillantissimo 28enne capolista del Rassemblement national alle prossime elezioni europee e già designato come futuro primo ministro, se Marine Le Pen dovesse vincere la corsa all’Eliseo del 2027.
I legali del Rassemblement national hanno diffidato la rete tv dal fare circolare sui social l’estratto che riguarda i tweet, e hanno cercato di fermare la messa in onda della puntata, che però è stata trasmessa integralmente.
L’abitudine degli esponenti del Front e poi Rassemblement national di avere due account, uno più presentabile e l’altro meno, è piuttosto consolidata. Marine Le Pen, per esempio, è stata a lungo sospettata di essere la Anne Lalanne che usava Twitter con maggiore libertà rispetto al suo account ufficiale.
Il caso di «RenNat du Gaito» però è diverso, perché i tweet pubblicati dal 2015 al 2017 sono totalmente indifendibili per un leader politico dell’ambizione di Jordan Bardella.
Oltre alla venerazione per Jean-Marie Le Pen, il fondatore del partito dal quale la figlia Marine ha preso le distanze, ci sono commenti razzisti contro i neri, gli omosessuali, e scherzi crudeli su Théo Luhaka, il giovane preso a manganellate durante un controllo di polizia nel 2017, che ha riportato un’infermità irreversibile (in questi giorni si celebra il processo ai tre poliziotti).
Se davvero ci fosse Bardella dietro «RepNat du Gaito», la strategia di normalizzazione del Rassemblement national verrebbe indebolita, e l’immagine levigata, moderata e affidabile di Bardella riceverebbe un duro colpo.
(da Il Corriere della Sera)

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QUOTIDIANA FIGURA DI MERDA: SALVINI ATTACCA IL COMUNE DI BOLOGNA SUL LIMITE DI 30KM/H, NON SA NEANCHE CHE LA MISURA E’ NELLE LINEE GUIDA DEL SUO MINISTERO

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

PER SALVINI E’ UNA “SCELTA IRRAGIONEVOLE”, PECCATO CHE IL SUO MINISTERO DICA L’OPPOSTO… IL PRECEDENTE DI OLBIA, CON SINDACO DI CENTRODESTRA

È scontro tra il ministero dei Trasporti e il Comune di Bologna sul limite di 30 chilometri orari introdotto di recente nel capoluogo emiliano. Il dicastero guidato da Matteo Salvini ha pubblicato oggi una nota in cui parla di «una scelta non ragionevole» e si dice pronto «ad avviare un confronto immediato con l’amministrazione bolognese per verificare soluzioni alternative e prevenire forzature e fughe in avanti che poi rischiano di essere smentite anche dai giudici».
La scorsa estate il capoluogo emiliano ha deciso di rallentare la velocità dei veicoli sulle strade urbane, ma è solo dall’inizio del 2024 che i vigili hanno cominciato a recapitare le prime multe.
La mossa del sindaco Matteo Lepore ha diviso la cittadinanza, con il centrodestra che è arrivato a chiedere un referendum cittadino sul provvedimento. A entrare a gamba tesa nel dibattito è ora anche Salvini, secondo cui i problemi legati alle nuove regole «rischiano di essere superiori ai benefici per la sicurezza stradale, che resta comunque una delle priorità assolute».
La risposta dell’assessora bolognese
A rispondere alla polemica sollevata da Salvini è Valentina Orioli, assessora alla Mobilità del Comune di Bologna. «Il ministro Salvini metta da parte le posizioni ideologiche e sostenga le Città 30 e il trasporto pubblico con i fatti – replica Orioli – La causa di Bologna per la sicurezza stradale è quella di tutte le città italiane e dei lavoratori del trasporto pubblico locale, che svolgono un servizio essenziale per la mobilità e vanno sostenuti».
Non solo: l’assessore bolognese suggerisce a Salvini di «approfondire meglio il tema» perché è il Piano per la sicurezza stradale del suo stesso ministero a indicare il limite dei 30 chilometri orari come «misura chiave per ridurre gli incidenti sulle strade urbane». Orioli lascia comunque aperta la porta del dialogo e dice di essere in attesa delle disponibilità del ministero per fissare un incontro.
Cos’è la «Città 30»
In realtà, la «Città 30» è un’idea che va ben oltre la semplice riduzione dei limiti di velocità nelle aree urbane. Il modello ideato dalla svizzera Lydia Bonanomi punta a ripensare lo spazio pubblico delle città, riducendo le aree dedicate alle auto e ampliando quello a disposizione dei pedoni e di chi si muove con mezzi alternativi come la bicicletta o i monopattini elettrici. L’obiettivo è creare spazi più vivibili per i cittadini che non si spostano in auto, contribuendo a migliorare la qualità della vita in città e aumentare la sicurezza stradale. In ogni luogo dove è stata abbracciata l’idea della «Città 30», gli incidenti gravi e mortali sono diminuiti.
I precedenti e il caso di Olbia
Per quanto il caso di Bologna sia diventato uno dei più emblematici, il capoluogo emiliano non è il primo a estendere il limite di 30 chilometri orari alla maggior parte delle strade cittadine. Lo scorso anno, anche il Consiglio comunale di Milano ha votato una mozione che si muove nella stessa direzione. Sulla carta, la riduzione dei limiti di velocità avrebbe dovuto entrare in vigore a partire dal 2024 ma le promesse sono state disattese. In quell’occasione, era stato sempre il ministro Salvini a tuonare contro la giunta di Giuseppe Sala: «Ricordo al sindaco e al Pd che a Milano la gente vorrebbe anche lavorare». Prima ancora di Milano e Bologna, è stata Olbia la prima città italiana a introdurre il limite dei 30 km/h in quasi tutte le sue strade. Una decisione presa dal sindaco Settimo Nizzi, di centrodestra.
(da Open)

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FRATELLI D’ITALIA ATTACCA REPORT: “SPARGE SOLO FANGO”, SCHLEIN CONTRATTACCA: “ATTACCHI INDEGNI DI UNA DEMOCRAZIA”

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

RANUCCI REPLICA: “RISPNDEREMO NELLE SEDI OPPORTUNE”

È di nuovo scontro tra i partiti della maggioranza di governo e Report. Oggi il gruppo di Fratelli d’Italia in Commissione di vigilanza Rai ha depositato un’interrogazione in cui chiede l’intervento della presidente Marinella Soldi e dell’amministratore delegato Roberto Sergio. §
A scatenare la polemica politica sono alcuni servizi della trasmissione d’inchiesta condotta da Sigfrido Ranucci. In particolare: uno riguardante il padre del presidente del Senato Ignazio La Russa e uno sul padre della premier Giorgia Meloni. «Due servizi giornalistici – attacca Fratelli d’Italia – per alcuni versi speculari: c’è un pentito giudicato inattendibile dai magistrati che dopo decenni tira in ballo una persona deceduta, e quindi non in grado di controbattere, per colpire indirettamente degli esponenti politici».
La risposta di Ranucci
Tra i primi a rispondere all’interrogazione presentata da FdI c’è proprio Sigfrido Ranucci, che su Facebook rigetta le accuse sul presunto uso di testimoni screditati e poco attendibili nei servizi: «Report, come giusto, risponderà nel merito nelle sedi istituzionali. Ma per amore di verità va detto che che la prima fonte su La Russa non era un pentito, ma un ufficiale dei carabinieri, Michele Riccio. Mentre la seconda fonte, Nunzio Perrella, è un collaboratore di giustizia mai denunciato per calunnia e ritenuto fondamentale nei processi che hanno portato all’arresto del boss di camorra Michele Senese», scrive sui social il conduttore di Report.
La solidarietà delle opposizioni
A offrire solidarietà alla trasmissione di Rai Tre sono soprattutto i leader delle opposizioni. La segretaria del Pd Elly Schlein, al suo arrivo a Gubbio, ha commentato: «Meloni ha superato Berlusconi: questi attacchi al diritto di inchiesta nemmeno con l’editto bulgaro… Bisogna inventare altri tipi di editti, non so se editti ungheresi. Sono attacchi non degni di una democrazia».
Sulla stessa linea si muove anche il Movimento 5 Stelle, con i parlamentari in Vigilanza Rai che scrivono: «Non entriamo nel merito del contenuto dei servizi mandati in onda da Report, ma ci limitiamo ad osservare che si susseguono interventi a gamba tesa, in chiaro o sotto traccia, sul servizio pubblico e sull’informazione in generale per limitare la libertà di stampa».
Il riferimento, con ogni probabilità, è anche all’indiscrezione secondo cui il ministro Gennaro Sangiuliano avrebbe chiesto un intervento ai dirigenti Rai per l’imitazione che Virginia Raffaele ha fatto della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi. Solidarietà a Report arriva anche dal sindacato dei giornalisti Rai, che si dice «al fianco delle colleghe e dei colleghi di Report, per tutelare la loro autonomia e indipendenza dall’ingerenza di tutti i partiti».
(da Open)

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PERSINO “IL GIORNALE” CAZZIA IL FORZISTA PAROLI CHE AVEVA CRITICATO RENZO PIANO PERCHE’ ‘È SENATORE A VITA E NON PUÒ ACCETTARE INCARICHI FUORI DALL’ITALIA’

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

IL GIORNALE: “MA SE PIANO NON LAVORASSE IN GIRO PER IL MONDO NON SAREBBE UNA ARCHISTAR. AL MASSIMO UN GIUDIZIOSO GEOMETRA DI PEGLI”

Una regola aurea della caccia insegna che il leone usa tutta la sua forza anche per uccidere un coniglio. Ma il coniglio è meglio che eviti di affrontare il leone. Altrimenti resterà solo un grumo di peli.
Che è quello che rischia il temerario senatore di Forza Italia Adriano Paroli, già sindaco di Brescia, per altro Leonessa d’Italia, il quale ha messo in un mirino troppo piccolo un bersaglio troppo grosso. Renzo Piano. «È senatore a vita e non può accettare incarichi fuori dall’Italia», ha detto.
E ha chiesto alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari accertamenti sugli incarichi del celebre architetto e su «eventuali compensi di provenienza estera», come fosse un Renzi qualsiasi.
Che significa negare a Piano il merito stesso per cui fu nominato senatore a vita, ossia una fama internazionale costruita progettando opere da Sydney a Los Angeles.
Se Renzo Piano non lavorasse in giro per il mondo non sarebbe una archistar. Al massimo un giudizioso geometra di Pegli.
Per il resto, a proposito del bersaglio della polemica (che dice sempre molto sul polemista), sembra che molti dentro Forza Italia non abbiano mai sopportato Renzo Piano, ben prima della nomina a Palazzo Madama, per alcune sue vecchie dichiarazioni al Time su Berlusconi.
Cose delle quali il Cavaliere se ne strafregava. Ma evidentemente non i suoi palafrenieri.
(da Il Giornale)

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VIRGINIA RAFFAELE SOTTO ACCUSA PER L’IMITAZIONE DI BEATRICE VENEZI, DIRETTORE D’ORCHESTRA E CONSULENYE DEL MINISTERO

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

AI SOVRANISTI NON PIACE LA SATIRA, VOGLIONO I MEDIA ASSERVITI AL PENSIERO UNICO COME A MOSCA

Lo show di Virginia Raffaele rischia di diventare un caso politico in Rai. Colpo di Luna, il programma del venerdì sera di Rai1, segna il ritorno in Tv della comica e imitatrice che, tra i numeri proposti nella prima puntata del programma andato in onda lo scorso 12 gennaio ha proposto un’imitazione di Beatrice Venezi, direttore d’orchestra e consulente per la musica del ministro della Cultura.
Stando a quanto riporta Repubblica nell’edizione di questa mattina, il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano non avrebbe digerito la parodia di Virginia Raffaele, che nel suo numero della prima puntata ironizza su Beatrice Venezi per la sua vicinanza al mondo della destra (“siccome sono una donna di destra mi hanno dato della fascistella”) e su una serie di pregiudizi che la riguardano. Il quotidiano riporta l’indiscrezione secondo cui sarebbe stato proprio il Ministro a chiedere alla Rai un intervento nei confronti di Giovanni Anversa, capostruttura del programma in onda su Rai1 per quattro settimane. Al momento non ci sono conferme nel merito della questione e non si sa se nel corso della seconda puntata Virginia Raffeale riproporrà ancora l’imitazione Lo show di Virginia Raffaele, con la partecipazione di Francesco Arca, è partito lo scorso venerdì 12 gennaio su Rai1. Nella serata di debutto il programma ha registrato 3.320.000 spettatori pari al 20% di share. Nel corso della puntata tantissimi ospiti, tra cui Carlo Conti, Gianni Morandi, Pietro Castellitto e Benedetta Porcaroli. Nel corso della seconda puntata, invece, Virginia Raffaele ospiterà la cantante Arisa, l’attrice Carla Signoris, l’attrice Emanuela Fanelli, i comici e attori Lillo & Greg, il cantante Massimo Ranieri, il conduttore Michele Mirabella.
(da Fanpage)

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L’ACCORDO CON L’ALBANIA È UNA PATACCA SENZA PRECEDENTI: COSTERÀ UN SACCO DI SOLDI E NON SERVIRÀ A NIENTE

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

IL GOVERNO METTE NERO SU BIANCO UN DOCUMENTO DI QUATTRO PAGINE: NEI DUE CENTRI IN TERRITORIO ALBANESE PORTANNO ESSERE PORTATI SOLTANTO I NON VULNERABILI. QUINDI, DI FATTO, NESSUN PROFUGO IN ARRIVO DALLA LIBIA … I MIGRANTI DESTINATI IN ALBANIA SARANNO MOLTI MENO DEI 36MILA DI CUI PARLA IL PROTOCOLLO. IL RISULTATO? UN VIA-VAI CONTINUO DI NAVI NELL’ADRIATICO

Se il governo rispetterà la legge (e ovviamente non potrà che essere così), di fatto nessun migrante proveniente dalla Libia potrà essere portato nei centri in Albania. Perché «i migranti che saranno indirizzati nelle aree concesse in uso allo Stato italiano sono i richiedenti asilo sottoposti alle procedure accelerate di frontiera e quelli destinati al rimpatrio». Dunque, per legge, i non vulnerabili, categoria in cui la normativa italiana include «minori, donne, disabili, anziani, genitori single con figli minori, persone malate, vittime di tratta, vittime di stupri, violenza psicologica, fisica, sessuale, vittime di mutilazioni genitali». Cioè praticamente tutti i migranti che arrivano dai lager libici.
A metterlo nero su bianco, con un documento che di fatto ridimensiona in maniera consistente la reale portata dell’operazione Albania, è un documento di quattro pagine depositato dal governo alle Commissioni Affari istituzionali e Affari esteri della Camera che, la notte scorsa, con la protesta delle opposizioni (il Pd ha abbandonato i lavori) hanno dato il via libera al disegno di legge di ratifica del protocollo Italia-Albania ora atteso in aula lunedì.
Il governo definisce con chiarezza, per la prima volta, la tipologia di migranti che — soccorsi in mare in acque extraeuropee da navi militari italiane — potrà essere direttamente portata in Albania e, dopo il passaggio in hotspot, essere detenuta per 28 giorni in attesa dell’esito delle procedure accelerate di frontiera o, più a lungo, per chi è già destinatario di un ordine di espulsione e di rimpatrio in uno dei pochissimi Paesi con i quali l’Italia ha accordi.§
I dettagli, dunque: lo screening di chi potrà finire in Albania avverrà direttamente sulle navi militari italiane che avranno dunque una doppia destinazione: il porto di Shengjin per chi (solo uomini maggiorenni, non vulnerabili e provenienti da Paesi sicuri) potrà essere sottoposto a procedure accelerate di frontiera e poi un porto italiano dove far scendere tutti gli altri. Con (ancora non sciolto) il punto di eventuali nuclei familiari che di certo non potranno essere divisi.
Ma una nave militare italiana sarà sempre presente nel porto albanese pronta a fare la spola con l’Italia per portare subito al di qua dell’Adriatico i migranti che, ad un secondo screening , dovessero risultare vulnerabili. Perché una cosa è chiara; tra le condizioni del premier albanese Edy Rama c’è che nessuno dei migranti soccorsi dalle navi italiane potrà mai mettere piede su suolo albanese.
Dalle navi andranno direttamente nei due centri (uno equiparato ad hotspot e l’altro a centro per i rimpatri) e poi o saranno rispediti nei Paesi d’origine o subito in Italia. Dove verranno successivamente portati anche non solo i richiedenti asilo che, al termine della procedura accelerata di frontiera, dovessero vedersi riconosciuta la protezione internazionale ma anche quelli che (avuto il diniego) decidessero di fare ricorso all’autorità giudiziaria. A quel punto — si legge nel documento — attenderanno l’esito dell’appello nei centri di accoglienza. Insomma, un continuo e costosissimo va e vieni di navi da una sponda all’altra dell’Adriatico.
Fatta così la tara ai proclami del governo, i migranti effettivamente destinati all’Albania saranno sicuramente molti meno dei 36.000 di cui parla il protocollo. E, sostanzialmente, si tratterà quasi esclusivamente di uomini tunisini e marocchini, gli unici che l’Italia riesce a rimpatriare avendo accordi con i Paesi d’origine. Gli altri finiranno comunque in Italia. Sempre che la Corte costituzionale di Tirana dia il via libera all’approvazione dell’accordo da parte del parlamento.
(da La Repubblica)

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DOPO LA SARDEGNA, L’UMBRIA: GIORGIA MELONI VUOLE PRENDERSI TUTTO, E UMILIARE SALVINI

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

LA REGIONE DEL CENTRO ITALIA, IN CUI SI VOTERÀ A FINE 2024, È IN MANO ALLA LEGA, CON DONATELLA TESEI

Per lungo tempo lo slogan pubblicitario per attirare il turismo in Umbria è stato «Il cuore verde dell’Italia». Ora, quel cuore rischia di diventare nero: nel grande schema delle alleanze del centrodestra alle prossime regionali può infatti rientrare anche la trattativa sulle elezioni umbre, anche se l’appuntamento è per la fine del 2024, se non addirittura per la primavera del 2025.
Attualmente la regione è in mano alla Lega, ma la situazione rischia di svilupparsi in maniera speculare a quella sarda, dove la barra dritta di Giorgia Meloni ha spaccato il centrodestra: il presidente uscente Christian Solinas farà un passo indietro e Fratelli d’Italia otterrà il sostegno unitario della coalizione a Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari
La destra aveva conquistato l’Umbria per la prima volta nel 2019, a valle di una stagione di scandali e arresti del centrosinistra. L’ipotesi che la maggioranza possa spaccarsi fa nutrire nuova speranza alla sinistra, che ha potuto approfittare dei conflitti interni della destra a Spoleto e spera di farlo anche a Città di Castello, dove la giunta è in rotta.
La questione si complica ulteriormente dopo un quinquennio non specchiato della presidente leghista Donatella Tesei, che anche a destra non suscita entusiasmi esagerati, soprattutto per quanto riguarda la gestione della sanità regionale
Soprattutto dalle parti di Fratelli d’Italia, però, alla presidente non viene perdonato che non abbia allargato la giunta dopo la vittoria alle politiche del 2022: nel 2019 il partito di Meloni era al 10 per cento, secondo i sondaggi regionali adesso sfiorerebbe il triplo dei consensi.
Ora, però, a pochi mesi dalle elezioni, la compagine di governo regionale potrebbe cambiare: l’assessora alla Cultura e al Turismo, Paola Agabiti, è infatti in odore di passaggio a Fratelli d’Italia.
Originariamente eletta come civica, Agabiti è stata in passato sindaca di Scheggino, ed è considerata efficiente e abile conoscitrice dei meccanismi dell’amministrazione regionale. Il suo passaggio viene salutato con favore dal partito. «Porta sicuramente un’expertise che a noi manca. Siamo bravi a fare opposizione, ma ci serve qualcuno che sappia muoversi negli assessorati», spiegano a taccuini chiusi i meloniani umbri.
Ma il tempismo appare sospetto: «Certo, non si entra in un partito a pochi mesi dalle elezioni per niente». Come minimo, è il ragionamento, Agabiti punta a un assessorato nella prossima giunta, anche se tanti sospettano che le ambizioni della ternana non si fermino qui.
Agabiti, in effetti, ha un ottimo sponsor a palazzo Chigi: si tratta di Angelo Mellone, fedelissimo di Meloni e direttore del day time della Rai nonché di Umbrialibri, uno dei principali eventi culturali della regione, che gli ha permesso di costruire un solido rapporto con l’assessora.
La Sardegna sta cancellando la regola secondo cui il presidente uscente viene automaticamente ricandidato. Un’eventualità a cui guardano con grande interesse ovviamente i meloniani, anche se il segretario regionale della Lega, Riccardo Marchetti, annuncia che non mollerà così facilmente: «Stiamo tranquilli e proseguiamo per la nostra strada. Ricevo quotidianamente rassicurazioni sulla ricandidatura di Tesei, se qualcuno decidesse di spaccare il centrodestra se ne prenderà la responsabilità».
Ma la scadenza ancora lontana costringe tutti a guardare al domino delle regioni che vanno al voto prima dell’Umbria: se la Sardegna finirà a FdI, Matteo Salvini ha già anticipato di voler mettere le mani sulla Basilicata, dove però Forza Italia non è disposta a rinunciare a Vito Bardi.
L’Umbria non è la partita della vita per il segretario leghista, che ha la grossa preoccupazione di non scendere sotto al 10 per cento alle europee, ma se dovesse perdere le altre partite regionali la tolleranza su proposte alternative a Tesei per l’Umbria sarebbe prossima allo zero
Dalle parti della Lega poi non perdono occasione per segnalare che l’ultima volta che si è deciso di puntare su un nome nuovo invece di rinnovare la fiducia nel candidato uscente le cose non andarono proprio a meraviglia: il riferimento è alle elezioni comunali di Terni, dove FdI impose a una Lega già stanca del suo sindaco uscente, Leonardo Latini, un candidato d’area.
L’esito è stato disastroso, con un ballottaggio perso contro Stefano Bandecchi, homo novus populista che ha lanciato il suo vicesindaco anche alle regionali e sta drenando consensi alla Lega. Per il momento le sue possibilità realistiche sono di entrare in Consiglio, forse anche in giunta, se riuscisse a giocarsi bene le sue carte all’indomani del voto.
(da Domani)

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PERCHE’ IL TESORO VUOLE CEDERE IL 4% DI ENI, CON INCASSO PREVISTO DI DUE MILIARDI? L’ITALIA E’ INDEBITATA FINO AL COLLO E DEVE CONVINCERE I GRANDI FONDI INTERNAZIONALI A COMPRARE I NOSTRI BTP

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

PER RASSICURARE I MERCATI, IL GOVERNO VUOLE MOSTRARE BUONA VOLONTA’ SULLA RIDUZIONE DEL DEBITO PUBBLICO

Quando l’agenzia di stampa americana Bloomberg ieri ha lanciato la notizia in rete, il Tesoro ha fatto trapelare un laconico «no comment». Tutti gli indizi però convergono: il governo Meloni è pronto a cedere il quattro per cento di Eni per ricavarne due miliardi di euro. […] Giancarlo Giorgetti al vertice del World Economic Forum di Davos […] aveva incontrato fra gli altri il numero uno di Bridgewater Ray Dalio, l’amministratore delegato di Bank of America Brian Moynihan, quello di Jp Morgan Jamie Dimon, il segretario alle Finanze di Hong Kong.
Mai come in questo momento il governo Meloni ha bisogno di dare l’immagine di un Paese pronto a ridurre la montagna di debito che pesa sulle spalle degli italiani. La nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza dice che di qui al 2026 non scenderà: in rapporto alla crescita del Pil era previsto al 140,2 per cento a fine 2023, al 140,1 per cento nel 2024, appena mezzo punto più sotto (al 139,6) nel lontano 2026, l’ultimo anno in cui potremo contare sulle ricche provviste (in parte anch’esse a debito) del Recovery Plan europeo.
Solo quest’anno il Tesoro deve collocare sui mercati 350 miliardi di euro di titoli, più o meno lo stesso ammontare del 2023. E benché ci sia la concreta speranza di un calo dei tassi di interesse nella seconda parte dell’anno, quest’anno sarà tutto molto più complicato.
La Banca centrale europea abbasserà fino ad azzerare il sostegno mantenuto per anni attorno al debito italiano. Sin dal 2014 – quando Mario Draghi rese concreto il noto whatever it takes – Francoforte ha acquistato quote crescenti di titoli pubblici: fino a un quinto del totale. la Bce si è in parte sostituita al mercato: quei titoli sono stati acquistati e reinvestiti, calmierando rischi e rendimenti.
Ebbene, finita l’era dei tassi zero ora la Bce sta vendendo titoli italiani, e non. Nel corso dell’anno avverrà al ritmo di 7,5 miliardi al mese, fino a quando non li avrà ceduti tutti. A quel punto l’unico acquirente di Btp saranno i privati, coloro che valutano il rischio Italia e a quel rischio danno un prezzo.
Le precondizioni perché non salga è anzitutto un debito in discesa, anche se lieve. È la ragione per cui Giorgetti ha promesso venti miliardi di privatizzazioni entro il 2026, e ieri è arrivata la notizia della cessione di una quota seppur minore di Eni.
Fin qui l’unico passo concreto del governo era stata la vendita del 25 per cento del Monte dei Paschi di Siena, valsa poco meno di un miliardo. Per fare sul serio occorre mettere sul mercato altro. Ai primi di gennaio Meloni ha citato espressamente Poste e Ferrovie, ma si tratta in entrambi i casi di decisioni che richiedono tempo. Nei palazzi romani si dà per probabile la cessione di un terzo di Poste a marzo, mentre per Ferrovie i tempi potrebbero essere più lunghi Italia ha bisogno del sostegno dei grandi fondi internazionali.
L’ipotesi di una cessione di una quota di Eni era trapelata a novembre. Gli esponenti di alcune banche d’investimento suggerirono a Giorgetti di approfittare di un’operazione che in gergo tecnico si definisce buyback, in sostanza l’acquisto di azioni proprie. Lo fanno tutte le grandi società, e le ragioni possono essere le più varie: quando si fanno acquisizioni pagate in azioni e non in contanti, o più banalmente per sostenere il titolo in Borsa: meno azioni circolano, più sale il valore.
Sia come sia, una volta completata quell’operazione, lo Stato non rischia di perdere il controllo sul gruppo: oggi è azionista attraverso il Tesoro con il 4,4 per cento, mentre il pacchetto di maggioranza (il 26,2) è in mano alla controllata Cassa depositi e prestiti. A finire sul mercato sarebbe solo la quota del ministero
(da la Stampa)

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