Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
LO STATO INCASSA APPENA 100 MILIONI DI EURO, I CONCESSIONARI HANNO UN GIRO D’AFFARI DA 30 MILIARDI… IL 60% DELLE SPIAGGE DEVE ESSERE LIBERO
I connotati paradossali della vicenda delle concessioni demaniali
delle spiagge italiane sono già ampiamente noti, mentre sembrano sottovalutati gli aspetti ambientali che, a guardar bene, sono quelli davvero essenziali. E che riguardano la tutela e la conservazione delle spiagge che sono patrimonio inalienabile di ciascun italiano. Che non solo non sono state garantite dai concessionari, ma sono state addirittura ignorate e disattese. Soprattutto le costruzioni non removibili, in cemento e mattoni, messe in opera dai concessionari nei decenni. Varrà la pena di ricordare che l’articolo 1161 del Codice della Navigazione parla di «esclusione del diritto collettivo d’uso … in modo da impedire la fruibilità… o da comprimerne in maniera significativa l’uso…» e che, in questo contesto, nessuna costruzione è legittima sulle spiagge demaniali.
Sarebbe stato il caso di approfittare della direttiva europea non solo e non tanto per censire i chilometri di spiaggia italiani liberi da concessioni, ma soprattutto per censire quante e quali costruzioni non removibili sono state erette sul patrimonio di tutti quanti noi per favorire il guadagno di pochissimi. Ma anche il censimento delle spiagge si è rivelata una simpatica buffonata: se devo censire un bene comune dovrei appellarmi agli organismi preposti e, in campo ambientale, in Italia, per fortuna, ce ne è uno davvero autorevole che è l’Ispra, per non dire di Cnr, Università, istituti oceanografici e marini, osservatori geofisici. E poi ci sarebbe il buon senso, che indica che non puoi considerare tutta la linea di costa della penisola e delle isole, ma devi censire le spiagge, tenendo però fuori le aree marine protette, i tratti non balneabili, le spiagge abbandonate, quelle dove sorgono le città, per un totale di tratti di costa bassa e sabbiosa non disponibili in concessione a priori di circa il 30% (sottostimando) o meno.
Non stupisce che né l’una né l’altro abbiano guidato il censimento governativo, che nella “Relazione sullo stato di avanzamento dei lavori del tavolo tecnico consultivo” sulle concessioni è arrivato a stimare il totale delle linee di costa in 11.172,794 metri. Una cifra così precisa che fa presumere che tutte le coste italiane siano difese da un perimetro di cemento, perché, se fossero davvero naturali, nessuno potrebbe conteggiarle in maniera esatta, visto che sono in grado di variare di un centinaio di chilometri in pochissimi anni. E, in extremis, a cercare di propalare l’idea che si possano dare in concessione anche le coste rocciose, prefigurando scenari ambientali da incubo, prima che impossibili, perché ciò significherebbe coprire letteralmente di infrastrutture tubulari, metalliche e di legno, fissate, rocce e scogliere (cosa che già accade dovunque si tentano queste sciagurate strade).
Un risultato fantastico, un allungamento delle spiagge senza precedenti, visto che tutti sappiamo che l’Italia ha circa 8.000 chilometri di spiaggia: come hanno fatto a diventare oltre 11.000? Ci sono riusciti grazie agli stessi balneari che erano ben rappresentati al tavolo tecnico, in cui non hanno avuto alcuna voce in capitolo scienziati e ricercatori degli istituti sopra menzionati. Così risulterebbe che solo il 19% delle spiagge è attualmente dato in concessione nel nostro Paese, quando i dati reali ammontano al 69%, una discrepanza che fa tutta la differenza del mondo: nel primo caso non c’è alcun bisogno di applicare la direttiva europea, perché la risorsa non è scarsa, nel secondo bisogna applicarla immediatamente, perché altrimenti la consumiamo tutta.
Fortunatamente la Ue ha già smascherato la presa in giro che è stata messa in piedi e ricordato che c’è già una procedura di infrazione in atto, che ricadrà sulle spalle di tutti noi, che quelle spiagge le vorremmo e le vogliamo libere perché sono di tutti. Per questa ragione propongo un manifesto per la liberazione delle spiagge patrie che si articola nei seguenti punti:
1. Tutte le coste italiane sono patrimonio inalienabile dello Stato e non possono essere privatizzate
2. Il 60% delle spiagge deve essere, tornare o restare libero
3. Il restante 40% può essere gestito in concessione demaniale dai Comuni che possono attrezzarle e metterle a disposizione a prezzi calmierati. I servizi sono gratuiti. Come accade in Francia, Spagna, Grecia e Portogallo
4. Una parte di quel 40% residuo può essere data in concessione ai privati che possono attrezzarla a canoni consistenti con il valore e la scarsezza del bene, con garanzie ambientali rigorose e con gare rinnovate su tempi brevi. A tutt’oggi, a fronte di 100 milioni circa di canoni riscossi, il fatturato dei quasi 13.000 concessionari balneari è di 30 mmiliardi di euro (ammesso che non ci siano entrate non dichiarate). Stabilimenti e lidi devono garantire l’accesso libero alla battigia. Portarsi cibo e bevande in quei contesti deve essere consentito
5. Nessuna struttura permanente (cemento, mattoni o acciaio) può essere imposta sul demanio costiero. Cabine, chioschi, spogliatoi, ristoranti e quanto altro devono essere rimovibili. Eventuali strutture permanenti già presenti vanno abbattute a spese di chi le ha costruite. Il reato di abusivismo sulle linee di costa non è sanabile da alcun condono statale. Per troppo tempo i concessionari si sono sentiti padroni di un bene che è di tutti e hanno costruito dove non avrebbero dovuto, arrivando a risultati clamorosi, come il “lungomuro di Ostia” o gli scempi adriatici
6. Da novembre a marzo nessuna struttura, neanche rimovibile, può persistere sulle spiagge e i litorali vanno sgombrati a ogni stagione.
Così una nazione tutela il proprio patrimonio inalienabile e ne fa attrazione culturale, paesaggistica, ambientale e turistica (e economica) collettiva in nome di un bene comune che non può essere la sommatoria di singoli interessi corporativi. Sottrarre alla speculazione le coste è motivo di soddisfazione per tutti gli italiani, garantirne la libera fruizione e tutelarne le caratteristiche fisiche sono un obbligo di chi amministra. Per fortuna già molti concessionari si comportano così, qui non ci si rivolge a loro, ma a tutti gli altri. E a chi finge di non sentire.
(da lastampa.it)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
LÌ IL “CAPITONE” HA DIMOSTRATO DI NON AVERE CORAGGIO E HA RINCULATO… LE TENSIONI CON FEDRIGA E ZAIA
Giorgia Meloni è in modalità combat. Sapeva che la prova di forza per rovesciare i vecchi equilibri a destra, prima o poi, sarebbe stata necessaria. Dunque meglio cominciare subito, con questa tornata di Regionali.
Per via della Scrofa, Matteo Salvini dall’inizio non aveva altra strada che questa: ingoiare il rospo. La premier l’ha fatto presente al suo vice già martedì, durante il faccia a faccia a Palazzo Chigi: «Noi in Sardegna andiamo su Paolo Truzzu. Se vuoi strappare per sostenere Solinas fai pure, ti prendi tu la responsabilità di rompere la coalizione prima delle Europee».
E Salvini lì ha capito che non c’era più margine. Il vice-premier è lo sconfitto di questa mano di nomine. Si mostra «generoso» verso il centrodestra, ma poi fa chiedere ai suoi di rimettere in discussione la Basilicata. Non tanto per incassarla in quota Lega, ma più per sottrarla a Forza Italia, che difende l’uscente Vito Bardi, fedelissimo di Antonio Tajani. Della serie: mal comune, mezzo gaudio. Il partito di Meloni un po’ asseconda questa richiesta, facendo capire che FdI potrebbe indicare un civico, un po’ cerca di tenere buoni gli azzurri, alleati nel «no» al terzo mandato per i governatori.
La premier nelle ultime 24 ore ha risentito entrambi i vice. Ma separatamente. La telefonata con Salvini non è stata un successo, se subito dopo FdI ha fatto trapelare che sarebbe stata ritirata dal decreto sull’Election day […] la parte che sdogana il terzo mandato per i sindaci dei piccoli Comuni, sotto i 15mila abitanti.
Salvini ha fatto presente che la Lega intende insistere su questa battaglia. Dunque il decreto […] per la maggioranza sarebbe diventato un Vietnam: i salviniani avrebbero provato tramite emendamento a far saltare il limite dei residenti, allargando la norma alle città.
Un provvedimento “apripista” per i presidenti di Regione. Che FdI non vuole, come fa intuire il capogruppo Tommaso Foti: «Stiamo ragionando se mettere il limite dei due mandati perfino al premier…». Salvini è costretto a battere su questo chiodo un po’ per far vedere che il match non è chiuso (e che non l’ha perso). Un po’ perché Luca Zaia vuole sapere che ne sarà della sua ricandidatura.
Sono i governatori del Nord il grande cruccio del vice-premier. Aveva chiesto a tutti e tre – il friulano Max Fedriga, il veneto Zaia e il lombardo Attilio Fontana – di candidarsi alle Europee. Ma gli interessati non ci pensano proprio.
Fedriga l’ha già ripetuto un paio di volte in chiaro: «Non mi candido. Salvini non me l’ha chiesto». Anche se nel “federale” della Lega di lunedì se n’è discusso, eccome. Fedriga ieri ha preso in qualche modo le distanze pure da Roberto Vannacci, il generale su cui Salvini punta come frontman per la corsa verso Bruxelles: «È sbagliato dire che i gay non sono normali», le parole di Fedriga.
Per cui va benissimo candidare «persone che possano portare visibilità» alla Lega ma «dobbiamo anche seguire una linea politica coerente». Negli stessi minuti Zaia tornava sulla legge sul fine vita cassata nel suo Veneto, con mezzo partito, l’ala salviniana, che ha votato contro: «Se da un lato Salvini ha detto che lui avrebbe votato no, il segretario regionale della Lega, il deputato Stefani, ha detto che avrebbe votato sì».
Il clima è questo a via Bellerio, che un tempo era una caserma. Le fibrillazioni cominciano a venire a galla, trailer di quello che potrebbe andare in onda dopo le Europee, se il partito sarà lontano dall’8,8% delle Politiche (Fedriga ieri sperava di scavallare addirittura il 10%).
Da qui al voto, a Salvini non resta che cercare di ottenere qualcosa, dopo l’amarezza per la Sardegna e quella probabile sul terzo mandato.
Ma dove? Una pista porta alle nomine dei prossimi mesi: difficile Anas, causa inchiesta sui Verdini. Ma sono in ballo anche i vertici di Ferrovie e Cdp. E la Rai, in cui, non è un mistero, il capo della Lega ha un buon rapporto con l’ad Roberto Sergio, contraltare del dg iper-meloniano Giampaolo Rossi, in odore di promozione.
Intanto dal Parlamento arrivano segnali: ieri il capogruppo leghista, Riccardo Molinari, ha fatto approvare nella commissione Cultura di Montecitorio una proposta di legge sull’azionariato popolare nello sport, su cui il ministro meloniano Andrea Abodi aveva dato parere negativo. FdI riduce tutto a «dialettica parlamentare», ma il sospetto di una prima ritorsione resta. Terreno scivoloso, perché nelle prossime settimane saranno calendarizzati voti delicati: lunedì alla Camera la mozione di sfiducia per Vittorio Sgarbi, che FdI vuole blindare nonostante sia indagato per riciclaggio di beni rubati.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO LA CAPORETTO SU SOLINAS, IL “CAPITONE” RISCHIA DI PERDERE ANCHE L’UMBRIA (E CHE ALLA FINE, IN BASILICATA, LA MELONI PROPONGA UN TECNICO)
Un minuto dopo la resa sulla Sardegna, Matteo Salvini ha dato
l’ordine: «Ora sarà battaglia». La Lega non ha ottenuto nulla per il suo “sacrificio”, non il terzo mandato dei governatori e nemmeno un’altra Regione e quindi non finisce qui. Il terreno, sfumata la conferma di Christian Solinas sull’isola, diventa la Basilicata.
«Ora spingiamo», dice il vicepremier ai colonnelli del partito. Insomma, l’appoggio senza entusiasmo dato al candidato governatore di Giorgia Meloni non significa affatto che la partita complessiva delle regionali sia conclusa. Anzi, i segni della tensione si sfogano anche sull’attività del governo: Fratelli d’Italia ha deciso di stralciare dal decreto sull’election day la norma che portava a tre i mandati dei sindaci dei Comuni sotto i quindicimila abitanti.
Il Carroccio rivendica «la generosità dimostrata». Il sottotesto è: adesso tocca agli altri. «Spingere», infatti, nel gergo leghista, vuol dire per esempio pretendere «di non essere noi gli unici a pagare», dice Andrea Crippa, nel corridoio dei fumatori di Montecitorio.
Il vicesegretario allude a una sorta di ritorsione su Forza Italia. «Faccio un ragionamento semplice – dice, prima di ripartire per la Sardegna – la regola della conferma dei presidenti uscenti è saltata prima in Sicilia, a danni di un governatore di Fratelli d’Italia, e ora in Sardegna dove è saltato uno nostro. Ora a chi tocca?».
Secondo Crippa è una domanda retorica: tocca a Forza Italia, quindi alla Basilicata del governatore Vito Bardi. E a chi deve andare questa Regione? Crippa risponde: «Fratelli d’Italia dice che bisogna rispettare le proporzioni elettorali, benissimo, loro hanno avuto la Sardegna e adesso veniamo noi. Ci tocca la Basilicata». Il candidato è già stato individuato dal Carroccio: Pasquale Pepe, ex senatore e commissario del Carroccio a Potenza.
Meloni è soddisfatta di aver ottenuto il via libera di Salvini a Truzzu e pensa che per il momento basti così. La soluzione che la premier ha in mente per la Basilicata non è quella di Forza Italia, Bardi non ha il gradimento di FdI, ma i piani non prevedono di assegnare la regione alla Lega.
La terza via è optare per un candidato civico, con un profilo simile a quello del presidente della Confindustria regionale Francesco Somma, che per il momento si è tirato indietro dalla corsa. Se non sarà Somma, insistono in Fratelli d’Italia, si troverà un profilo simile.
La linea in ogni caso è quella di smarcarsi dalle polemiche tra alleati, far depositare la polvere, evitando nuovi strappi nell’immediato, per andare all’incasso nei prossimi mesi, considerando che in Basilicata si voterà con tutta probabilità a giugno.
Meloni ha tutto l’interesse di non indebolire un partito che per la prima volta dopo la morte di Silvio Berlusconi, si confronterà con le urne, con tutti i rischi che comporterà, anche per la stabilità della maggioranza. Una delle vittime di queste tensioni […] è la norma che doveva aumentare il numero di mandati dei sindaci dei centri che vanno dai 5 ai 15 mila abitanti. Il provvedimento […] era contenuto in un decreto che accorpa le date delle elezioni amministrative ed europee. La paura di Fratelli d’Italia è che al momento di convertire il decreto la Lega possa avere la tentazione di presentare un emendamento per estendere il terzo mandato anche ai presidenti di Regione
(da La Stampa)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
IL PARLAMENTO EUROPEO HA VOTATO UNA RISOLUZIONE CONTRO IL PRIMO MINISTRO UNGHERESE, CHE CONTINUA A TENERE SOTTO SCACCO OGNI DECISIONE CON I SUOI VETI: LEGA E FRATELLI D’ITALIA HANNO VOTATO CONTRO
Non è servito a nulla il tentativo degli eurodeputati della Lega e di Fratelli d’Italia di correre in difesa di Viktor Orban: il Parlamento europeo ha lanciato un duro attacco contro il governo ungherese che «minaccia i valori, le istituzioni e i fondi dell’Ue».
La risoluzione, seppur non giuridicamente vincolante, chiede al Consiglio di andare avanti con la procedura prevista dall’articolo 7, invita le altre istituzioni a «non cedere al ricatto» di Orban e minaccia azioni legali contro la Commissione per lo sblocco dei fondi.
La reazione del leader di Fidesz non si è fatta attendere. Orban è tornato a criticare il Parlamento europeo e ha ribadito la sua contrarietà al piano di aiuti da 50 miliardi per l’Ucraina che sarà discusso al vertice straordinario del 1° febbraio. «Se vogliamo aiutare Kiev – ha detto – facciamolo al di fuori del bilancio Ue e su base annuale». Una mossa per poter così usare ogni anno il potere di veto in occasione del via libera ai fondi.
La risoluzione adottata dal Parlamento punta il dito contro l’atteggiamento di Orban che sta tenendo sotto scacco il Consiglio europeo ed esprime «profonda preoccupazione per l’ulteriore erosione della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritto fondamentali, in particolare attraverso il cosiddetto pacchetto di Protezione della sovranità nazionale».
Per questo, il Parlamento invita il Consiglio Ue a determinare se l’Ungheria abbia commesso «gravi e persistenti violazioni dei valori Ue», anche se difficilmente l’iter previsto dall’articolo 7 andrà avanti: dal 1° luglio sarà proprio Budapest a guidare la presidenza di turno dell’Unione.
C’è poi il capitolo relativo ai fondi, con il Parlamento che «deplora» la decisione della Commissione di sbloccare fino a 10,2 miliardi precedentemente congelati «nonostante l’Ungheria non abbia adottato le riforme richieste sull’indipendenza della magistratura».
Il testo della risoluzione è stato approvato con una larghissima maggioranza: 345 i voti a favore […] 104 contrari (sostanzialmente i conservatori e il gruppo Identità e Democrazia), oltre a 29 astenuti. Fatta eccezione per i leghisti e i meloniani, tutti gli altri italiani (tranne l’ex leghista Francesca Donato) hanno votato a favore. Anche gli eurodeputati di Forza Italia che erano presenti al momento del voto.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
“DOV’E’ FINITA LA DESTRA LEGALITARIA CHE DIFENDEVA CERTI PRINCIPI?”
“Quando sento parlare ministri come Nordio, e non solo lui, certe
volte mi auguro addirittura che siano in stato di ebbrezza perché, se fossero lucidi, ci sarebbe da preoccuparsi. Ma io mi domando dove sia finita quella destra legalitaria che, quando la destra era fascista, almeno difendeva certi principi. A un certo punto, uno dice: ma questa destra è peggio del peggior berlusconismo se poi mette in pratica le cose che ieri Nordio delirava in Parlamento”. Così, a Otto e mezzo (La7), il direttore del Fatto Quotidiano commenta le comunicazioni rese dal Guardiasigilli Carlo Nordio alla Camera sullo stato dell’amministrazione della giustizia.
“È riuscito a dire – continua Travaglio – che l’Italia che è in fondo alle classifiche internazionali sulla corruzione perché i parametri di rilevamento sulla percezione della corruzione sono sbagliati, come se i parametri di rilevamento valessero solo per l’Italia e non per tutti gli altri paesi. Ma la cosa più inquietante, a parte il folclore di Nordio – continua – è che a un certo punto il cosiddetto ministro della Giustizia ha dichiarato che i reati contro la pubblica amministrazione sono obsoleti e che vanno riformati. Quindi, non solo l’abuso d’ufficio, ma anche la corruzione, la concussione, la truffa ai danni dello Stato, il traffico di influenze illecite e il peculato“.
Il direttore del Fatto aggiunge: “Nordio ha detto anche che la mafia non parla di stragi al telefono e quindi bisogna dare un’altra scorciata alle intercettazioni. E non solo: oggi il governo in Europa si è di nuovo schierato a favore delle intercettazioni a carico dei giornalisti. Qui – prosegue – c’è qualcosa di profondamente malato: un governo che vuole togliere le intercettazioni ai mafiosi, ai corrotti e a coloro che commettono reati contro la pubblica amministrazione, poi chiede alla Ue di intercettare i giornalisti. Per scoprire le fonti? Cioè per fare una cosa che non si può fare nemmeno in Ungheria?”.
E conclude: “Per quanto riguarda l’impunità dei colletti bianchi, stiamo diventando Tortuga, la Cuba di Fulgencio Batista che era la bisca degli Usa, e nello stesso tempo stiamo diventando un regime che intercetta i giornalisti. Ma stiamo scherzando? Si rendono conto di quello che dicono e che fanno? Per questa ragione, io spero che siano ubriachi, perché almeno avrebbero un’attenuante”.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
“LE MOTIVAZIONI GIURIDICHE DELLA RIFORMA SONO TOTALMENTE INCONSISTENTI”
Senatore Roberto Scarpinato, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ieri ha abbandonato l’aula di Palazzo Madama durante il suo intervento in cui ha accusato il governo di attuare una “politica criminale classista”. Parole forti, ma può un ministro lasciare l’aula parlamentare?
Io ho svolto una critica politica del suo operato. Lui ha dimostrato di non avere autocontrollo e di non saper gestire il proprio ruolo istituzionale che gli imponeva di restare in aula. Non ha mancato di rispetto a me, ma al Senato.
Ha definito Nordio “l’uomo giusto al posto giusto”. Perché?
Questo nuovo ordine politico e sociale antidemocratico che avanza, per realizzarsi compiutamente necessita di un ministro che si attivi per ricondurre l’ordine giudiziario sotto il controllo dei vertici politici; che dia impulso a una nuova politica criminale che adegui il sistema penale all’assetto classista della società. In questo contesto il ministro ha dato un importante impulso per la creazione di un doppio binario del sistema penale: uno minimo per i ceti privilegiati e uno massimo per tutti gli altri.
Nel senso che c’è impunità garantita per i colletti bianchi?
Il ministro si è attivato per depenalizzare vari reati contro la P.a. Con la cancellazione dell’abuso di ufficio non solo ha legittimato lo sfruttamento del potere pubblico per fini clientelari, nepotistici, e ritorsivi, ma anche il conflitto di interessi e ha riabilitato tutti i 3.600 condannati per questo reato dal 1996 al 2020. Ha fortemente ridotto il raggio di azione del reato di traffico di influenze, ampliando così gli spazi di impunità per tanti faccendieri. Ha limitato in vari modi l’utilizzazione delle intercettazioni nelle indagini sui reati dei colletti bianchi sempre più spesso legati da segreti matrimoni di interesse con le mafie. E potrei continuare a lungo con gli esempi di riforme caratterizzate da un elevatissimo tasso di discrezionalità politica di stampo classista, dissimulato dietro il paravento di motivazioni tecnico-giuridiche ritenute inconsistenti dalla quasi totalità degli esperti uditi dalle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato.
Critiche sono arrivate anche dalla Commissione europea…
Sì, nel rapporto sullo stato del diritto del luglio 2023 ha mosso seri rilievi critici ad alcune sue proposte di riforma perché disallineate e regressive rispetto agli standard europei nella prevenzione e nel contrasto alla corruzione.
Lei ha contestato anche la riforma “inderogabile” per il ministro di separare la carriera di pm e giudici..
Componenti del mondo politico e dell’establishment con la separazione delle carriere, con l’abolizione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, con la modifica della composizione del Csm elevando da un terzo alla metà il numero dei componenti laici di nomina politica, con la restaurazione della gerarchia nella magistratura, perseguono un disegno organico di eversione dell’ordine costituzionale esistente, un ordine che ha uno dei suoi pilastri portanti proprio nella indipendenza della magistratura.
In aula, al Senato, ha usato parole altrettanto forti per descrivere in generale la condizione della nostra democrazia.
Chiusa la parentesi dello Stato democratico costituzionale del Secondo Novecento, frutto di rapporti di forza sociale ormai mutati, stiamo tornando alla vecchia società classista dei primi del Novecento. Una società nella quale la diseguaglianza economico-sociale e l’impossibilità della soddisfazione dei bisogni essenziali di milioni di cittadini, sprofondati in uno stato di povertà assoluta (ben 5 milioni secondo gli ultimi dati Istat) non sono più considerati una patologia da rimuovere, ma una fisiologia con la quale convivere.
Come è possibile?
È la conseguenza coerente di un ordine sociale che si fonda sulla concentrazione della ricchezza e del potere politico che ne consegue, in ristrette oligarchie insediate ai vertici della piramide sociale.
Ma questa è la storia del nostro Paese. Cosa c’è di diverso oggi?
Oggi accanto alla vecchia razza padrona di casa nostra, è scesa in campo una nuova razza padrona altrettanto vorace e pericolosa, frutto del processo di globalizzazione economica. Alle lobby, ai comitati di affari, si affiancano oggi potentati economici sovranazionali nel settore bancario, dell’energia, delle comunicazioni, della farmaceutica e in altri settori. Vecchi e nuovi padroni che vanno a braccetto quando si tratta di schiacciare i salari e i diritti dei lavoratori e dei cittadini senza potere.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
COME CONFONDERE LA PRESUNZIONE D’INNOCENZA CON LA LICENZA D’IMPUNITA’ SE SI TRATTA DI COLLEGHI E POTERI FORTI… SOVRANISTI INDEGNI DI SOLO PROFERIRE IL NOME DI PAOLO
Giorgia Meloni sostiene che la strage di via d’Amelio, in cui
vennero uccisi dalla mafia Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, «è stato il motivo per il quale ho iniziato a fare politica».
Un’affermazione che ha ribadito anche lo scorso 19 luglio, stavolta da presidente del Consiglio in carica. A leggere le cronache giudiziarie in cui sono incappati i membri del governo e le infauste proposte sulla riforma della giustizia del ministro Carlo Nordio, però, sembra che la premier abbia fatto strame della più importante lezione di etica politica del suo venerato maestro.
Da sempre di indole giustizialista come gran parte dei Fratelli d’Italia, da quando siede a palazzo Chigi Meloni si è trasfigurata in una turbo-garantista sul modello berlusconiano, quello che confonde la sacrosanta presunzione d’innocenza con una licenza d’impunità, riservata soprattutto a colleghi, potenti e colletti bianchi. Da ex fustigatrice, la premier giustifica la sua nuova postura con l’assunto che si è innocenti fino al terzo grado di giudizio, e che la fiducia politica non deve venir meno se non di fronte a una sentenza definitiva di colpevolezza: motivo per cui Andrea Delmastro, Vittorio Sgarbi o Daniela Santanchè, nonostante gli scandali, restano inchiodati alle loro poltrone.
Meloni cita Borsellino spesso e volentieri, ma dimentica che il grande magistrato definì la logica da lei usata «un equivoco» usato dalla classe dirigente peggiore. Tre anni prima di saltare in aria, parlando dei rapporti tra mafiosi e rappresentanti delle istituzioni il pm stigmatizzò infatti i partiti che si nascondevano «dietro “lo schermo” della sentenza»: è sbagliato affermare, ragionava il magistrato, «che se la magistratura non lo ha condannato quel politico è un uomo onesto», perché non sempre la giustizia riesce a raccogliere «le prove per condannare». Borsellino aggiungeva dunque che oltre a quelli «del giudice esistono i giudizi politici», e che davanti a sospetti gravi di contiguità con il malaffare i governanti hanno un solo compito: «Trarre le conseguenze e fare piazza pulita al proprio interno di tutti coloro che sono raggiunti da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato». Nella sua lezione, il giudice non fa riferimento solo alla mafia: i giudizi possono infatti riguardare anche «un alto burocrate che ha commesso favoritismi: potrebbe non aver commesso reato», ma dovrebbe essere messo comunque sotto «procedimento disciplinare perché non ha agito nell’interesse della buona amministrazione».
Ora, non c’è bisogno di una sentenza definitiva per affermare che il sottosegretario Delmastro abbia girato intercettazioni a divulgazione limitata al collega Giovanni Donzelli che con quelle ha poi attaccato in parlamento l’opposizione. Né è necessario un dispositivo di colpevolezza in Cassazione per bancarotta o falso in bilancio per sostenere già oggi che le aziende di Santanchè, piazzata da Meloni al Turismo per rilanciare il settore, sono precipitate in gravissima crisi facendo perdere decine di posti di lavoro, e che la ex socia di Flavio Briatore abbia mentito a lei e al paese sostenendo di non avere conflitti di interessi dopo la vendita delle quote del Twiga, visto che da ministra ha poi fondato una società che incassa una quota dei ricavi proprio dello stabilimento balneare.
Non è tutto. Non esisteranno contestazioni penali, ma è un fatto che il sottosegretario Claudio Durigon a cui Meloni ha affidato la riforma delle nostre pensioni abbia mantenuto rapporti con soggetti, imprenditori e professionisti rivelatisi anche in via diretta in rapporti con il clan Di Silvio di Latina (per questa frase il leghista ha querelato Domani per diffamazione, perdendo), o che Matteo Salvini – seppur mai indagato – abbia dato incarichi politici a filoputiniani che hanno provato a gestire l’operazione Metropol a favore della Lega. Ed è indubbio che il ministro delle Infrastrutture sia in rapporti stretti con i parenti che hanno preso consulenze d’oro per avvantaggiare imprenditori a caccia di appalti pubblici dentro Anas, da quello stesso ministero controllato. «Fatti inquietanti», direbbe Borsellino.
Meloni dell’insegnamento del giudice che ispirò la sua discesa nell’agone politico oggi sembra fregarsene. Lo dimostra la tutela di due condannati in via definitiva come Augusta Montaruli, vicepresidente della commissione di vigilanza sulla Rai, e il numero due del ministero dei Beni Culturali Vittorio Sgarbi, oggi nuovamente indagato per autoriciclaggio di opere d’arte.
Ma soprattutto lo evidenzia l’appoggio incondizionato alla devastazione del processo penale portata avanti da Nordio: dietro le intenzioni garantiste sull’abolizione tout court dell’abuso d’ufficio, sulla limitazione delle intercettazioni e sulla difesa mediatica dei soggetti terzi “non indagati”, c’è la volontà di indebolire le indagini di corruzione sui politici e i colletti bianchi. Sarà una fan di Borsellino, ma l’idea di giustizia ed etica pubblica di Meloni è molto diversa da quella del suo magistrato di riferimento.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
LEI CANDIDATA E CONSIGLIERA REGIONALE DEL PD A SOSTEGNO DI TODDE, LUI DA SOLISTA CHE FAVORISCE DI FATTO I SOVRANISTI
Il “derby” in casa Soru alle regionali della Sardegna del 25 febbraio 2024 oltrepassa i confini della competizione (prettamente) politica. Il rapporto tra l’ex governatore dell’isola e fondatore di Tiscali, Renato Soru, e sua figlia Camilla sembra essere ai ferri corti. I due corrono, infatti, da avversari: lei, candidata a consigliera regionale del Pd; lui, da solista dopo che l’asse dem-M5s ha scelto di puntare tutto su Alessandra Todde, ex sottosegretaria al Mise e oggi deputata pentastellata. «Vogliamo dire la verità? – dice Camilla Soru al Corriere della Sera – è circondato da gente che lo consiglia male ma questo è sempre successo. Si è sempre accompagnato a persone che hanno paura di lui o non sono in grado di dirgli di “no”, di segnalargli un punto di vista diverso dal suo. Avete presente gli adepti di una setta col santone? Così. Non ha lasciato nulla. Zero. Non una classe politica, non un’eredità», è lo sfogo della candidata dem che, tra le altre cose, sottolinea come l’ex presidente della Sardegna aveva detto di non volerla ostacolare.
«E com’è finita? Me lo sono ritrovato candidato contro di noi (Partito democratico, ndr) col rischio che faccia vincere questa destra, senza neanche una telefonata prima. Io, la figlia, l’ho saputo come tutti gli altri. Adesso sa che cosa spero? Che vinciamo. Non solo per la salvezza della Sardegna ma anche per trovare la forza di perdonarlo per la stron…ta che mi ha fatto, che ci ha fatto. Perché solo se vinciamo la troverò».
I due non si sentono da ottobre. Anzi, per l’ex governatore sentire sua figlia «è torturante», ha detto Soru senior, critico contro la candidatura di Todde. Eppure, per Camilla: «Quando facemmo un’iniziativa del Pd con Todde, tempo fa, – racconta – mio padre mi disse che era bravissima. Ora si scopre che non è più brava, che serve che si candidi lui. Le dico come la penso: una specie di redenzione, dal mio punto di vista, papà la ottiene solo se non fa vincere la destra”
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
”IL MIO GIUDIZIO E’ SU COME HA GOVERNATO, SU COME HA TRATTATO I SARDI E SU COME STA LASCIANDO LA NOSTRA TERRA”
Dalla sua idea dell’Isola alla lunga lista di avversari in corsa.
Alessandra Todde, deputata del Movimento 5 Stelle, racconta in una lunga intervista a Fanpage.it il suo punto di vista sulla sua Regione, la Sardegna, che si candida a governare come rappresentate del campo largo di centrosinistra.
Onorevole Todde, manca un mese al voto in Sardegna e ancora non si è capito chi saranno i candidati.
Stiamo affrontando una campagna elettorale senza precedenti dove stiamo sfidando da una parte il centrodestra, che ha distrutto la Sardegna, e dall’altra chi sta favorendo il loro ritorno. La spaccatura nella destra nasce dal loro maldestro tentativo di prendere le distanze dai disastri che hanno fatto. La responsabilità delle mancanze della giunta Solinas è di tutte le forze politiche che l’hanno composta e anche di chi ha simulato un’uscita dopo anni di assoluta e colpevole complicità. Possono candidare Truzzu, Cenerentola, Biancaneve, i 7 nani, ma i sardi non hanno l’anello al naso, non dimenticano cosa hanno fatto negli ultimi 5 anni in Regione: nel caso migliore niente, in quello peggiore danni. Su Soru ho chiarito più volte che se ha a cuore la Sardegna il suo posto era nella coalizione di centrosinistra. Noi vogliamo costruire una coalizione che sia sintesi tra tante e preziose diversità. Un campo ben definito in cui Soru ha militato fino a qualche giorno fa, da fondatore del Pd. Noi vogliamo cambiare la Sardegna per darle un futuro e per farlo, prima, bisogna vincere. Spero che questo lo capiscano tutti finché siamo ancora in tempo.
Nei giorni scorsi Soru ha incassato anche l’appoggio di Italia Viva, è praticamente impossibile che faccia un passo indietro ora. Lei continua a chiederlo?
Ora è tutto alla luce del sole. Renato Soru è il capo di una coalizione che passa da Rifondazione Comunista a Renzi, dagli indipendentisti a Calenda e +Europa. Forse dovremmo ricordarci che Italia Viva in Sardegna esprime l’assessore all’Industria della giunta Solinas. Anita Pili, iscritta proprio al partito di Renzi, è ancora in carica e da 5 anni è tra le protagoniste della crisi della nostra isola. E qui una domanda sorge spontanea.
Quale?
Soru non doveva essere alternativo alla giunta di Christian Solinas? Più volte ha dichiarato la sua discontinuità rispetto all’attuale amministrazione. E allora perché si allea con chi oggi governa vergognosamente la Sardegna?
Questa contrapposizione con Azione, Italia Viva e +Europa, per lei è anche un tema nazionale?
Io mi sto occupando di Sardegna. E di Sardegna voglio parlare. Questi 3 partiti hanno deciso di abbandonare il centrosinistra per favorire la destra. Ma sono cresciuta con la convinzione che il piano personale non è piano politico. Infatti, ad esempio, ho un buon rapporto con Benedetto Della Vedova di +Europa. Mentre Calenda si è commentato da solo. Ieri mi riempiva di complimenti, in privato e sui media, scommettendo sulla mia capacità, oggi mi insulta in tv. La coerenza non è il suo forte.
Nel caos che regna nel centrodestra, chi identifica come suo principale avversario?
I miei avversari sono quelli che hanno governato la Sardegna negli ultimi 5 anni portandola al declino. Basta guardare la posizione di Solinas nel ranking sul gradimento dei presidenti di Regione. Ultime posizioni. E Truzzu, da sindaco, vale lo stesso. I cagliaritani hanno già sperimentato il fallimento della sua amministrazione.
Come cambia la posizione di Solinas alla luce delle evoluzioni dell’inchiesta per corruzione a suo carico, con il sequestro scattato ieri? Dovrebbe ritirarsi?
L’ambito giudiziario deve rimanere tale e non entrare nel dibattito politico. Il mio riscontro è su come ha governato la Sardegna, per come ha trattato i sardi e per come sta lasciando la nostra terra: in totale declino. Le dirò di più. Credo che nessun cittadino sardo potrà mai dimenticare l’immagine della bandiera dei quattro mori sul palco di Pontida. Solinas ha piegato un partito storico e identitario come il Partito Sardo d’Azione alla volontà della Lega Nord di Salvini. Solinas ha calpestato la storia del sardismo per beceri interessi personali. E questo credo che nessun sardo potrà mai dimenticarlo.
Lei sembra aver raccolto un ampio consenso, anche perché ha avuto il vantaggio – o meglio, il merito – di partire per prima con la campagna elettorale. Onestamente, si sente favorita?
Da inizio campagna abbiamo già fatto oltre 40 incontri sul territorio. Puntiamo a farne più di 60. Oltre ai centri più grandi dell’Isola che abbiamo già visitato – Nuoro, Sassari, Oristano e Olbia – stiamo continuando il nostro viaggio anche nei piccoli comuni. Da Nord a Sud, dalla Gallura al Sulcis, dall’Oristanese all’Ogliastra, incontriamo cittadini, associazioni, lavoratori e realtà produttive confrontandoci sul programma e sulla visione di Sardegna. Sto trovando persone che hanno voglia di essere ascoltate, che hanno voglia di essere rimesse al centro dell’agenda politica. I riscontri che abbiamo sono ottimi. Grande entusiasmo e tanta voglia di partecipare. È come un’onda che sta crescendo. Una voglia di cambiamento che è travolgente.
Solinas chiude il suo primo mandato con una pessima considerazione da parte dei sardi, senza che stiamo qui a citare i vari sondaggi di gradimento. Il suo successore, di qualsiasi partito sia, dovrà recuperare la fiducia dei cittadini nella politica, che sembra essersi un po’ persa. È pronta a farlo?
È quello che abbiamo intenzione di fare. Mettere al centro le persone che da 5 anni sono abbandonate e trascurate. Abbiamo una visione molto chiara e soluzioni che stiamo condividendo in ogni incontro organizzato per la Sardegna. La resistenza al malgoverno – nazionale e locale – deve partire da qualche parte. Facciamola partire in Sardegna.
Senta, ci dice qual è la sua idea di Sardegna in una frase?
Un’isola moderna, facile, giusta, pulita e connessa. Con un’economia prospera, capace di competere sui mercati internazionali e con la capacità di riconoscerci, di farci riconoscere ed essere orgogliosi di noi stessi.
Le prime tre cose che farà qualora fosse eletta?
Mi occuperò della salute dei sardi, ricostruendo la sanità territoriale. Lavorerò per una continuità territoriale giusta, per costituire una multiutility regionale che gestisca l’energia e l’acqua per i sardi e per le imprese che vogliono investire in Sardegna.
È inutile nasconderlo, il test Sardegna servirà anche a mettere alla prova l’alleanza con il Partito Democratico, entrata in una ennesima nuova fase. Se dovesse andare bene, cosa cambierà a livello nazionale?
L’alleanza che abbiamo costruito in questi mesi è forte e si incentra su una visione condivisa di Sardegna. E sarebbe stato un risultato impossibile se l’avessero davvero architettato le segreterie dei partiti nazionali o qualche riunione romana, come qualcuno continua a dire. Io sono una donna di sinistra, una donna che ha sempre lavorato per l’unità, una donna che crede in valori totalmente contrapposti a quelli della destra. Io sono una sarda che si è messa a disposizione per rappresentare questa coalizione che ha un unico obiettivo: ridare speranza ai miei concittadini e un futuro dignitoso per i nostri figli.
(da Fanpage)
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