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IL COLMO PER UN GOVERNO SOVRANISTA? INGINOCCHIARSI DAVANTI ALLE PIATTAFORME DI STREAMING STRANIERE

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

UNA RIFORMA, PROMOSSA DA SANGIULIANO E URSO (MINISTRO DEL “MADE IN ITALY”) CONTIENE UNA NORMA CHE MANDA IN SOLLUCCHERO NETFLIX, SKY, DISNEY E COMPAGNIA… PREVEDE L’ELIMINAZIONE DI UNA NORMA CHE OGGI FORNISCE UNA GARANZIA AI PRODUTTORI INDIPENDENTI SUI COSIDDETTI “DIRITTI SECONDARI”

L’orgoglio del made in Italy del governo Meloni si inchina di fronte alla lobby dei colossi internazionali nel campo dell’audiovisivo. Da Netflix a Sky, da Disney ad Amazon (attraverso il servizio Prime Video), tutte le piattaforme di streaming e i broadcaster tradizionali sono pronti a passare all’incasso, in termini di poteri contrattuali, a scapito dei piccoli produttori indipendenti. Che saranno privati delle attuali tutele previste rispetto allo strapotere dei big player del settore. E costretti a subire eventuali proposte capestro.
Una riforma, in discussione, prevede l’eliminazione di una norma che oggi fornisce una garanzia negoziale degli indipendenti sui diritti secondari. Si tratta, nello specifico, della possibilità di cedere alcuni diritti, tenuti fuori dal perimetro dell’intesa, come quelli per le tv in chiaro, così come i diritti di vendita all’estero, un mercato in crescita negli ultimi anni grazie al rilancio del cinema italiano.
Il paradosso è che il regalo ai colossi internazionali porta la firma del ministero delle Imprese del made in Italy, guidato da Adolfo Urso, con la benedizione del ministero della Cultura di Gennaro Sangiuliano. Due pesi massimi della squadra meloniana, d’impronta sovranista. Almeno nelle parole.
L’iniziativa, gradita ai giganti dell’audiovisivo, è già partita con una piccola modifica al Testo unico dei servizi di media audiovisivi (Tusma), in esame alla Camera (sono ancora in corso le audizioni nelle commissioni riunite Cultura e Trasporti). Con la semplice cancellazione di un comma Netflix, Sky, Disney e le altre piattaforme (o broadcaster) potranno godere di un forza pressoché illimitata in fase di negoziazione.
Per capire la portata dell’intervento è necessario conoscere il funzionamento del settore.
Secondo la legge in vigore, il produttore può avviare la fase di progettazione di un’opera, che sia un film, una serie tv o un documentario. Nel concreto significa che investe delle risorse economiche per predisporre il soggetto, iniziare la preparazione della sceneggiatura e magari contrattualizzare un team con lo scopo di definire il prodotto audiovisivo da commercializzare successivamente.
Poi, però, occorre chi ci mette i soldi, la parte più sostanziosa almeno. Da lì può avviare i contatti con un investitore, che sono le grandi piattaforme internazionali, Netflix e dintorni, i privati – in Italia c’è per esempio Mediaset – e la Rai nel ruolo di servizio pubblico, chiamati a destinare una somma a sostegno degli indipendenti.
In caso di accordo, il produttore cede i diritti principali, quindi la trasmissione in streaming o sulle tv a pagamento, in base a quanto sottoscrivono. Ma restano fuori dall’intesa altri elementi, i diritti secondari appunto, oggetto di un’ulteriore trattativa tra le parti. Il produttore indipendente, avendo avviato il progetto, può rivendicare insomma la conservazione di alcuni diritti sulle opere, come quello sulla trasmissione sui canali in chiaro. Oppure, in alternativa, può optare per riprendersi tutti i diritti dopo che il prodotto è stato sfruttato dal broadcaster o dalla piattaforma (in genere sono 10 anni).
Si riappropria di un film, per esempio, che può fornire ulteriori margini di ricavo. La riforma del Tusma intrapresa dal Mimit di Urso cancella questa possibilità, oggi di primaria importanza. E, a inizio dicembre, il Mic di Sangiuliano ha dato il proprio avallo con una lettera firmata da Nicola Borrelli, attualmente alla guida della direzione generale cinema e audiovisivo. La motivazione fornita è quella della mancata applicazione dell’intero comma oggetto della soppressione.
(da Domani)

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NUOVA STANGATA IN BOLLETTA: GRAZIE ALLA “TASSA MELONI” GLI ITALIANI PAGHERANNO 168 EURO IN PIÙ ALL’ANNO

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

LE ASSOCIAZIONI NAZIONALI DEI CONSUMATORI SULLE BARRICATE PER LA DECISIONE DEL GOVERNO DI NON PROROGARE GLI SCONTI SULL’IVA E SUGLI ONERI DI SISTEMA PER LUCE E GAS. IL TUTTO MENTRE IL PREZZO DELL’ENERGIA VIENE SPINTO DI NUOVO AL RIALZO DALLA CRISI NEL MAR ROSSO

Niente più sconti sulle bollette di luce e gas per più di 200 euro l’anno. E’ quanto emerge dalle prime indicazioni sulle decisioni che saranno prese domani dal Governo. I consumatori speravano in una proroga dello sconto sull’Iva e sugli oneri di sistema. Niente di nuovo nemmeno sulle soglie di reddito per i bonus sociali su luce e gas. Nel frattempo sale di nuovo il prezzo del gas. Questo volta l’andamento è spinto dalla crisi nel Mar Rosso e rischia di far salire gli esborsi a famiglia a quasi 600 euro in più l’anno.
«Grande delusione per la convocazione di domani del Consiglio dei ministri che non prevede nulla sul fronte delle bollette, né rispetto allo sconto dell’Iva al 5% scaduto il 31 dicembre, che implicherà una Tassa Meloni di 168 euro su base annua, 213 conteggiando anche il ripristino degli oneri di sistema, né sul fronte del bonus sociale, per il quale torneranno le vecchie soglie reddituali – afferma Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione Nazionale Consumatori -. Insomma, chi ha un Isee tra 9.530 e 15 mila euro sarà beffato due volte, sia perché non avrà più il bonus sia perché non sarà più considerato vulnerabile e, quindi, dovendo uscire dal mercato tutelato avrà un conseguente rincaro, perlomeno per le bollette del gas» conclude Vignola.
A incidere sul portafoglio è anche la ripartenza della corsa delle quotazioni del gas che crescono del +6% sul mercato di Amsterdam con l’ipotesi dei ritardi per il Gnl a causa della crisi Suez. A segnalare l’andamento è Assoutenti che parla di batosta per le famiglie e chiede a Governo e Ue di attivarsi contro le speculazioni dei mercati. Il rischio è di prezzi al dettaglio più salati in numerosi settori con esborsi per quasi 600 euro in più l’anno a famiglia.
«Il repentino rialzo del 6% del prezzo del gas sul mercato di Amsterdam conferma in pieno il nostro allarme lanciato solo la settimana scorsa circa le possibili ripercussioni negative della crisi nel Mar Rosso sui prezzi dell’energia, ma non solo» dice l’associazione commentando l’accelerazione del gas dopo che il Qatar ha ipotizzato ritardi nelle consegne di Gas naturale liquefatto.
(da agenzie)

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SI CHIUDE UN’EPOCA: A NATALE GIANNI LETTA SI È CONGEDATO DA FORZA ITALIA. A 89 ANNI, CON DUE LETTERE, UNA PER GLI AMICI, L’ALTRA PER MARINA E PIERSILVIO

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

‘UNA DECISIONE CHE SI ACCOMPAGNA ALLA VOLONTA’ DI PIERSILVIO DI PRENDERE LA GUIDA DEL PARTITO, SEMPRE CHE ALLE ELEZIONI EUROPEE FORZA ITALIA NON CROLLASSE SOTTO L’8%

In prossimità delle festività natalizie, Gianni Letta ha preso carta e penna e ha scritto di suo pugno due lettere, forse le più difficili della sua lunga carriera di ‘‘giornalista provvisoriamente prestato al berlusconismo”.
La prima missiva era destinata a una cinquantina di cari amici, vicini e lontani: un accorato messaggio con il quale, rievocando con una certa amarezza prima i postumi del long Covid e poi la perdita dell’amato Silvio Berlusconi, “l’Eminenza Azzurrina” annunciava un dolce congedo dal lavoro quotidiano per Forza Italia.
L’avvocato mancato che ai tempi dell’università aveva lavorato nello zuccherificio della nativa Avezzano, prima di sbarcare definitivamente a Roma, giornalista de “Il Tempo” di Renato Angiolillo e infine, dal 1992, al fianco della avventura politica di Silvio Berlusconi, ha poi inviato una seconda lettera a Marina e Pier Silvio.
Una autentica mozione d’affetto verso “la Famiglia”, in cui ha profuso parole sentite di affetto e di stima per la persona del Cavaliere di Arcore, snocciolando ricordi sui molti anni passati al suo fianco e sulle tante peripezie affrontate spalla a spalla tra Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi.
Letta è stato perno e motore fondamentale del berlusconismo: a lui si deve infatti la “costruzione” della figura di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio come fulcro dell’incontro tra politica e Deep state, in particolare dal 2001 al 2006, periodo in cui ricopre la carica con una continuità rara nella Repubblica.
Nelle due lettere, Gianni Letta ha chiuso un’epoca formalizzando il suo passo indietro rispetto al partito, congedo che, come ha scritto oggi Simone Canettieri sul “Foglio”, sarà “ufficializzato” venerdì, all’iniziativa di commemorazione dei 30 anni dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi.
La decisione di abbandonare il suo “servizio” tra gli azzurri è maturata non solo per ovvie ragioni anagrafiche (Letta il 15 aprile compirà 89 anni), ma anche per una questione di opportunità: continua ad aleggiare, infatti, tra la magione di Portofino e l’ufficio di Cologno, l’idea di Pier Silvio di entrare in politica.
Un progetto che né Gianni Letta né Marina approvano, anzi: entrambi l’hanno fortemente sconsigliato, al pari di una follia. Il secondogenito del Cav, però, è tentato di raccogliere l’eredità paterna alla guida di Forza Italia, sempre che alle elezioni europee gli azzurri non dovessero collassare sotto l’8 per cento.
L’unico dubbio di “Pier Dudi”, e ostacolo al fatal passo, è ovviamente il destino di Mediaset: a chi lasciare la guida dell’impero mediatico, nell’eventualità di una discesa in campo in politica? Il Biscione ha bisogno di una guida salda e affidabile, considerando che il suo stesso presidente, cioè Fedele Confalonieri, non è più un giovincello (va per le 87 primavere).
Inoltre, al pari del padre, anche il rampollo si troverebbe davanti il solito colossale conflitto di interessi. Ma l’argomento che fa più breccia tra coloro che sconsigliano l’avventura politica è questo: non è scontato che il carisma, la leadership, la capacità di catalizzare consenso e gestire un partito, qualità che Silvio Berlusconi ha sempre mostrato in abbondanza, siano ereditabili per Dna.
Il marito di Silvia Toffanin, accompagnato dal suo consigliere principe, Niccolò Querci, dovrebbe misurarsi con la politica e le sue trappole. Uno scenario che infatti terrorizza Marina, che vorrebbe tenere la famiglia quanto più lontana possibile da un coinvolgimento diretto nell’agone politico.
I più smaliziati hanno visto nel messaggio di auguri di Natale di Pier Silvio, diffuso dalle reti Mediaset, un primo “test” della capacità comunicativa ed empatica del secondogenito del Cav. Il risultato? Eccolo…
(da Dagoreport)

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SALVINI PUNGOLA LA MELONI: È L’UNICO MODO CHE HA PER PROVARE A SALVARE LE CHIAPPE ALLE EUROPEE

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

IL RIBALTONE È QUASI CERTO: LA LEGA POTREBBE VEDERE I SUOI SEGGI A STRASBURGO PASSARE DA 29 A 8, MENTRE FDI NE RAGGIUNGEREBBE 27 PARTENDO DAI 6 DEL 2019… SONDAGGIO ECFR: PPE 173 – SOCIALISTI 131 – LIBERALI 86 – TOTALE 390 SEGGI, PPE 173 – CONSERVATORI 85 – ID 98 – TOTALE 356 SEGGI

Quando Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sono riuniti in gran segreto per apparecchiare le europee di giugno […] non avevano ancora i dati che oggi lo European Council on Foreign Relations rende pubblici. Ma c’è da scommettere che ne avessero almeno il sentore. Questo spiega perché Salvini alzi i toni della campagna elettorale, e perché la premier debba regolarli.
Certo, il leader leghista non sapeva che le previsioni […] consegnano al suo partito soltanto otto seggi all’Europarlamento, invece dei 29 delle europee precedenti, quando la Lega era stata il primo partito. Ed è ovvio che la premier non aveva questo numero: 27 seggi, invece dei sei del 2019. Ma che gli equilibri si fossero rovesciati c’era da intenderlo […]. Coi dati alla mano risulta ancora più grottesco il flop fiorentino del capitano, che aveva portato a raduno i sovranisti di Identità e democrazia, ritrovandosi con più defezioni celebri che presenze vip.
In realtà quel gruppo di estrema destra europeo farà il botto, elettoralmente parlando; potrebbe persino diventare il terzo più copioso gruppo in aula, sempre che Fidesz di Viktor Orbán non concluda l’accordo coi conservatori meloniani; ma il fatto è che anche se Id farà il botto non lo farà il suo componente italiano.
Il Pd arriva a incassare quattordici seggi; cinque in meno del mandato precedente, ma sono molti se si considera la tendenza generale delle formazioni che afferiscono al gruppo socialista.
L’ambiguità di Manfred Weber e dei popolari, che ammiccano a Meloni pur tenendo in sospeso i socialisti, potrebbe concretamente sciogliersi a favore di un’opzione destrorsa, anche se prima del voto il Ppe non ha alcun interesse a renderlo esplicito alla fetta moderata della sua base elettorale.
I dati Ecfr sono come il tracciato di un sismografo che mostra un terremoto: dicono infatti che per la prima volta sarà possibile una maggioranza a destra, capace di sostenersi in autonomia se tiene insieme popolari, conservatori e sovranisti.
La maggioranza che tradizionalmente ha governato l’Europarlamento – popolari, socialisti, liberali – riduce sempre più il proprio consenso: il Ppe passa da 178 a 173 seggi, il gruppo socialdemocratico cala da 141 a 131, i liberali di Renew addirittura da 101 a 86. Anche i Verdi perdono eurodeputati – da 71 a 61 – mentre la sinistra europea tira un sospiro di sollievo perché cresce, da 38 a 44, grazie in particolare ai voti da Germania, Francia e Irlanda.
Tra gli elementi interessanti, c’è il fatto che la performance prevista per il Pd di Schlein sia tra le migliori del gruppo socialista; di più fanno i socialisti spagnoli, con 19 seggi, ma sempre due meno del 2019 anche per loro. Il Movimento 5 stelle dovrebbe passare da 14 a 13.
In questo contesto, la tipica Große Koalition che finora in Ue aveva retto si ritroverà con meno della metà dell’arco europarlamentare in mano. La previsione è che «i populisti euroscettici» – come li inquadra lo studio – siano in testa non solo in Italia, ma anche in Francia – dove Marine Le Pen passa da 23 a 25 seggi e soprattutto i macroniani calano da 23 a 18 – oltre che in Olanda, in Ungheria.
Su scala europea, potrebbe essere Orbán […] a determinare chi prevale tra meloniani (Ecr) e salviniani (Id): in termini di numeri Fidesz (con 14 seggi, uno in più del 2019) sarà cruciale.
(da agenzie)

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GIORGIA, LA SMEMORATA: IL GOVERNO MELONI AMMETTE CHE È ARRIVATO IL MOMENTO DI CEDERE UNA QUOTA DI POSTE ITALIANE

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

EPPURE GIORGIA MELONI, NEL 2018, DICEVA: “NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DI POSTE, È UN GIOIELLO CHE DEVE RIMANERE IN MANO ITALIANA E PUBBLICA”

L’allestimento della vetrina procede spedito. E così per la vendita dei gioielli di Stato è già tempo di passare dalle intenzioni ai dettagli. E così, secondo il governo, per Poste è arrivato il momento di abbandonare un pezzo tricolore.
L’ammissione prende forma alla Camera, durante il question time in commissione Trasporti. Il Pd interroga il ministero delle Imprese sulle volontà dell’esecutivo e la sottosegretaria al Mimit Fausta Bergamotto risponde così ad Andrea Casu, deputato dem primo firmatario dell’iniziativa:
«Allo stato — annuncia la vice del titolare Adolfo Urso — l’idea al vaglio dei soci pubblici sarebbe quella di diluire la quota di entrambi mantenendo comunque la maggioranza assoluta del 51% e dunque il controllo dello Stato non verrebbe messo in discussione».
I conti sono presto fatti. Il 35% della società postale è in mano a Cassa depositi e prestiti, un altro 29,26% è del ministero dell’Economia: in tutto lo Stato dispone del 64,26% delle azioni.
Per mantenere la guida, con una quota del 51%, la cessione può arrivare quindi fino al 13%. Si vende. E si incassa. L’operazione porterebbe 1,7 miliardi allo Stato. Il condizionale è d’obbligo perché la scelta finale sulle azioni da cedere sarà presa nelle prossime settimane. Ma intanto arriva la conferma dell’operazione di dismissione […]. Eppure Giorgia Meloni non la pensava così nel 2018.
«No alla privatizzazione di Poste, per FdI è un gioiello che deve rimanere in mano italiana e pubblica», scriveva la leader di Fratelli d’Italia sui social. [..
(da agenzia)

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QUELLE STRANE DONAZIONI AL PARTITO DI GIORGIA MELONI IN EUROPA CHE A BRUXELLES INCASSA PIU’ DI TUTTI

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

IL GRUPPO ECR DEI CONSERVATORI HA ATTRATTO NUOVI FINANZIATORI, ANCHE SU RICHIESTA

Il denaro non mente. Indica la direzione giusta. Prevede le mutazioni del potere. Non fa scommesse azzardate. Il denaro sostiene con una certa risolutezza che, a neanche un semestre dalle elezioni nel vecchio continente, il partito europeo più brillante e robusto è l’Ecr Party, cioè la coalizione dei conservatori e dei riformisti. Un tempo scomoda residenza per la destra britannica, adesso magione in espansione di Fratelli d’Italia, che professa il «sacro egoismo», per dirla con Antonio Salandra, assieme a cechi, svedesi, polacchi, spagnoli. Ecr è il partito con più denaro dai privati: circa 300 mila euro annui in media, e non importa se le scadenze elettorali sono vicine o lontane. Lo ammette con una punta non camuffata d’orgoglio il segretario generale di Ecr, il deputato italiano Antonio Giordano: «Da quando Giorgia Meloni è presidente del gruppo (cioè dal 30 settembre 2020, ndr), quindi ben prima di diventare primo ministro, il partito ha rivitalizzato la propria iniziativa in tutta Europa e oltre con una intensa attività di convegni, comunicazione e approfondimento. Questo ha innescato un aumento dell’interesse dei donatori con una crescita costante anno dopo anno».
Il gruppo Ecr conta 67 parlamentari su 705 a Bruxelles, in questa legislatura che termina a giugno; ai 67 effettivi vanno sottratti i tre esponenti belgi di Nuova alleanza fiamminga che lamentano un notevole disagio da quando i britannici se ne sono andati. La delegazione più consistente (24) è dei reazionari polacchi di Diritto e Giustizia: non sono più al governo con Mateusz Morawiecki, amico di Giorgia Meloni, ma detengono la presidenza della Repubblica con Andrzej Duda. Oggi FdI formato europeo ha una dimensione modesta di 9 deputati, ma non c’è bisogno di sofisticati sondaggi per predire che questa cifra verrà triplicata. Dunque la presidente Meloni, con l’arcigna comitiva polacca e i rifornimenti spagnoli dei neofranchisti di Vox, avrà a disposizione un bel reggimento per incidere, portando al centro di Bruxelles la periferia politica d’Europa e soprattutto per integrare la maggioranza Ursula, ovvero la sintesi clorofilliana e cromatica fra popolari, socialisti e liberali che vorrebbe rinnovare il mandato di Ursula von de Leyen alla Commissione europea.
La più solida novità viene da destra e viene da Ecr Party. Perciò Ecr Party e la sua fondazione New Direction attraggono denaro. Va premesso che coalizioni/partiti di Bruxelles ricevono ingenti capitali dall’Unione europea, ma questi fondi pubblici sono legati a costi sostenuti (e certificati), una sorta di rimborso per le attività politiche. Per Ecr Party, che rappresenta un decimo del Parlamento europeo, si parla di 6,3 milioni di euro nel 2021 e 6,9 nel 2022, comprensivi dei rimborsi per le attività dei singoli deputati. Il denaro privato, invece, può servire a spese non così vincolate ai regolamenti europei o semplicemente per fare cassa. I frequenti versamenti per Ecr Party – il limite è di 18 mila euro annui – più volte hanno suscitato l’attenzione dell’Autorità europea che controlla i bilanci dei partiti e più volte hanno richiesto istruttorie per stabilire la correttezza delle donazioni.
Per esempio, di recente l’Autorità ha esaminato i 18 mila euro per Ecr provenienti da B&K Agency srl. Questa piccola società a responsabilità limitata con un capitale di mille euro, che si occupa di pubbliche relazioni, è stata costituita a Milano lo scorso settembre e di conseguenza risulta ancora inattiva. La proprietaria è Julia Kril, ventenne ucraina che vive in Italia con un permesso di soggiorno per motivi di studio. L’altro socio, con una quota irrisoria, è il trentenne bresciano Luca Bertoletti. Julia e Luca sono due giovani lobbisti che hanno rapporti (o hanno avuto rapporti) con il Consumer Choice Center, un’organizzazione americana che, a dispetto del nome, non tutela i consumatori, ma gruppi industriali che devono difendersi in Europa da leggi che considerano restrittive o addirittura repressive. Il Consumer Choice Center dichiara di avere ricevuto finanziamenti da molteplici settori: alcolici, tabacco, farmaci, chimica, criptovalute, energia, trasporti. È proprio il Consumer Choice Center la matrice di World Vapers’ Alliance, l’alleanza dei fumatori di svapo (le sigarette senza combustione) la cui responsabile per la comunicazione è Julia Kril: «I governi di tutto il mondo stanno limitando sempre di più lo svapo attraverso misure per renderlo più costoso e vietare gli aromi». Perciò è stata creata questa alleanza di fumatori “virtuosi” e Julia lavora per loro. E la stessa Julia spiega a L’Espresso che B&K Agency non ha scelto Ecr, ma Ecr si è rivolta a B&K: «Ci hanno chiesto una donazione e abbiamo deciso di sostenerli». Non accade spesso. Un’anomalia. Non l’unica
LE DONAZIONI DEL 2023 A ECR
Neanche partorita davanti al notaio di Milano, B&K Agency srl è riuscita a emettere un bonifico di 18 mila euro per Ecr Party. Singolare. In realtà, B&K ha radici negli Stati Uniti, sempre con Julia Kril, che l’ha aperta tre anni fa. Nell’organigramma americano figurano anche Bertoletti e un ex assistente di Gianna Gancia, parlamentare europea leghista e moglie del ministro Roberto Calderoli. L’Autorità europea non ha risposto a L’Espresso sulla provenienza del denaro, anzi, subito dopo le domande ha depennato B&K dai finanziamenti sospetti. Ne resta aperto ancora uno. E riguarda Amundsen Travel, un’agenzia di viaggi con sede in Estonia amministrata da Lukas Schweiger, un operatore turistico islandese (lo scorso maggio, secondo il collettivo d’inchiesta Follow The Money, ha partecipato a un evento di Ecr a Reykjavik). In un triennio, Amundsen Travel ha elargito 40.800 euro a Ecr Party e New Direction. Con quali risorse? L’agenzia ha registrato 13.850 euro di ricavi nel 2021 e 4.500 nel 2022. L’ultimo bonifico di 13.500 euro rimane sotto osservazione dell’Autorità, che, però, non fornisce dettagli.
Non sorprende. L’Autorità è indipendente per definizione, ma è alimentata dagli stanziamenti del Parlamento: il vigilante che vive con i soldi del vigilato. Negli archivi è presente soltanto una sanzione per vicende burocratiche al gruppo Identità e Democrazia. Ecr è assai prudente sui casi di B&K Agency e Amundsen Travel: «L’Ecr effettua rigorosi controlli sui propri donatori, includendo verifiche formali e valutazioni della reputazione, con il risultato che molte richieste di donazione vengono respinte fin dal momento della manifestazione d’interesse. Quando ci sono riserve espresse dall’Autorità di controllo su un donatore, Ecr Party agisce prontamente, senza indugio, per restituire immediatamente qualsiasi somma ricevuta. Attendiamo il responso dell’Autorità sulla questione ancora sospesa».
A ogni modo, Ecr ha un’invidiabile capacità nel drenare donazioni “alte e basse”, multinazionali della telefonia come AT&T (100 mila euro dall’inizio della legislatura) o delle sigarette come British American Tobacco (18 mila euro nel 2019), Ares ricerca e sviluppo (15 mila), Psb ente di formazione (15 mila) e finanche associazioni sportive dilettantistiche e romanissime come Orizzonti blu (5.000). La coalizione Ecr ospita anche tre membri del Movimento Politico Cristiano Europeo: un olandese, un romeno e un croato. Questo partito è periodicamente supportato da Pro Life Campaign, organizzazione irlandese, molto radicale, che si oppone all’aborto, anche per circostanze di stupro e incesto, e ai diritti per le coppie omosessuali. Sono parenti. I più retrivi. Quelli che devi invitare al pranzo di Natale. O in campagna elettorale.
(da agenzie)

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DE FUSCO, UN PASSATO FOSCO, IL NEO-DIRETTORE DEL TEATRO DI ROMA, NOMINATO CON UN BLITZ-LAMPO DEI SOVRANISTI, HA UN LUNGO CURRICULUM DI SCARSI SUCCESSI E VICENDE “CURIOSE”

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

NEL 2011 FIRMÒ UN CONTRATTO CON CUI SI GARANTIVA UNA QUOTA DEL 35% DEGLI INCASSI DEL BOTTEGHINO AL NAPOLI TEATRO FESTIVAL. NEL 2017 IL “SUO” TEATRO MERCADANTE FU CHIUSO PERCHÉ NON ERA AGIBILE… LE ASSUNZIONI ALLEGRE E L’INGIUNZIONE ALL’AVVOCATO

Il ritorno dorato di Luca De Fusco nella sua città, il rientro dopo quelli che lo stesso direttore del teatro Mercadante e del Napoli Teatro Festival ha definito «dieci anni di esilio», è fatto di cachet al risparmio, sostengono sia il presidente del consiglio di amministrazione del Mercadante, Sergio Sciarelli («Il compenso è di 110 mila euro, come per il precedente direttore, Andrea De Rosa, ma a quest’ultimo pagavamo anche la casa e rimborsi spese illimitati»), che il Cda della Fondazione Campania dei Festival («De Fusco guadagna la metà dell’ex direttore Renato Quaglia», ha detto Graziella Pagano, componente del Cda, appunto).
Ma basta un’occhiata al contratto di De Fusco con il Teatro Festival per scoprire che il guadagno è nel non detto pubblicamente. Il vero rapporto economico tra il direttore e l’istituzione è fatto di voci che vanno oltre il compenso di 65.000 euro annui. Ad iniziare da quella che prevede che sia girata a De Fusco una quota significativa degli incassi del botteghino: il 35 per cento, oltre un terzo, insomma, di quanto gli spettatori pagano per assistere agli spettacoli.
I dati Siae testimoniano che la scorsa edizione del Teatro Festival incassò oltre 300.000 euro: se si confermassero quel successo di pubblico e quegli incassi, De Fusco otterrebbe, oltre al compenso annuo, almeno altri 105.000 euro (dunque 170.000 euro in tutto). La stranezza è nel contratto “a percentuale”, assolutamente inusuale per i direttori di teatri o di festival.
Una vecchia formula che non si adotta più da oltre 20 anni, e che rende difficilmente leggibile e trasparente il rapporto economico tra i contraenti. E non è finita, perché De Fusco firma anche la regia di uno degli spettacoli di punta del cartellone del Festival, “L’opera da tre soldi” di Brecht, con un cast di attori come Massimo Ranieri e Lina Sastri. […]
“L’opera da tre soldi” è infatti una coproduzione tra lo Stabile napoletano e la Fondazione dei Festival; e De Fusco, in quanto regista, otterrà un compenso adeguato all’impresa: “L’opera da tre soldi” costerà al Mercadante ed alla Fondazione una cifra pari a 720 mila euro. È quanto si legge nell’accordo di coproduzione tra il teatro e la Fondazione, che si sono impegnati a dividersi il budget per la presentazione dello spettacolo.
“La Fondazione sosterrà la produzione per un impegno economico complessivo pari a 242.740 euro” ed il resto ce lo metterà il Mercadante (477 mila euro). Una coproduzione importante, dunque. Ed il compenso di De Fusco sarà giustamente adeguato.
Infine i benefit. Che non sono relativi solo al periodo dello svolgimento del Festival (appena qualche settimana), ma valgono per 365 giorni all’anno, compresi quelli legati alla possibilità di usufruire di ristoranti convenzionati. E sono fissati di qui al 2015.
Due istituti culturali che fanno riferimento alla Regione con un unico direttore: Luca De Fusco. Al “Napoli teatro Festival” De Fusco ha “come principale collaboratore” il portavoce dell’assessore regionale alla Cultura Caterina Miraglia. Al teatro Mercadante De Fusco si ritrova tra gli ultimi 15 assunti la fidanzata dello stesso portavoce.
A svelare l’intreccio è il figlio di Miraglia, Stanislao Lanzotti, consigliere comunale, che scrive nelle ultime ore su Facebook: “Raffaele Riccio non è il portavoce di mia madre, lavora al “Napoli Teatro Festival” così come la fidanzata conosciuta lì, che proviene da una gestione precedente a quella Miraglia”
Eppure chi avvista tuttora Riccio a Palazzo Santa Lucia, nonostante il suo impegno al “festival” di cui l’assessore Miraglia è consigliere di amministrazione, riceve sempre la stessa risposta: «Do una mano alla professoressa (Miraglia insegna all’Università di Salerno, ndr)». Portavoce a mezzo servizio, senza contratto in via Santa Lucia. L’aveva dichiarato anche Miraglia a “Repubblica”: «Riccio mi ha dato una mano in Regione senza contratto».
Per poi fare retromarcia il giorno dopo: «È un ragazzo che conosco per il mio lavoro di professore universitario». Un giornalista che l’assessore ha cercato di inquadrare nei ranghi della Regione, ma dopo il primo anno di amministrazione Caldoro ha dovuto desistere «visti i tagli operati dalla giunta».
E «quel ragazzo bravo e intelligentissimo che voleva fare il giornalista» ha poi trovato spazio al festival diretto da de Fusco. Dove Riccio figura nel 2013 come “responsabile organizzativo”, nel 2011 nell’“ufficio di coordinamento”: edizioni per le quali lavora al “cerimoniale” Maria Rita Baio, la fidanzata che ha vinto il concorso al Mercandate sul quale piovono ricorsi e denunce alla Procura e all’autorità nazionale anticorruzione per “procedure opache di selezione”.
Sono 9 su 15 assunti allo “Stabile” quelli che solo nel 20112013 hanno avuto rapporti di collaborazione con il “Napoli Teatro Festival”. “Vien da se – commenta Lanzotti su Facebook che i profili cercati al Mercadante fossero quelli graditi alla direzione e pertanto molti siano stati selezionati da un mondo a lei contigua”. Un bando, quindi, con 1400 partecipanti, vinto da candidati “contigui” al direttore: come scrive Lanzotti.
In teatri e fondazioni partecipati dalla Regione, il valzer delle assunzioni gira sempre intorno all’assessore Miraglia. Senza contratto, nel 2011, spuntò al “Forum delle culture” di cui pure era socio la Regione, la sorella Rosanna Miraglia. Che su Facebook ora dà manforte al nipote Lanzotti: “Da quando mia sorella è diventata assessore ho avuto solo rotture…”.
(da La Repubblica)

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LA MELONI PEGGIO DI ORBAN: UN CAPO DI GOVERNO NON PUÒ INDICARE COME NEMICO PUBBLICO UN QUOTIDIANO

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

LA STRATEGIA CONTRO LA STAMPA SGRADITA È STATA MESSA A PUNTO DAL SOTTOSEGRETARIO COL FEZ FAZZOLARI CHE HA MINACCIATO PURE “MOSSE INDIRETTE” CONTRO DAGOSPIA…ANCHE “REPORT” E GRUBER NEL MIRINO DEI MELONIANI

I giornalisti sgraditi come bersaglio. Modello Trump, che peraltro pare tornato in auge dall’altro lato dell’Oceano. Messaggi veicolati solo tramite social e televisioni (controllate, come la Rai, o certo non ostili, come il grosso dei talk di Rete4). A tutta disintermediazione, cioè parlando direttamente col suo “popolo”, senza passare per il vaglio della stampa. Tranne nelle occasioni obbligate, come la conferenza di fine anno. A Palazzo Chigi prende corpo la strategia della premier in vista delle Europee. Repubblica, attaccata frontalmente l’altro ieri in tv, è solo l’ultimo obiettivo. Il bersaglio grosso.
La strategia è stata messa a punto dal consigliere più ascoltato da Meloni. Giovanbattista Fazzolari, senatore, sottosegretario per l’Attuazione del programma e, sul finire dell’estate scorsa, promosso a coordinatore della comunicazione del governo e di FdI.
Sarebbe un errore considerare le sortite di Meloni contro la stampa come voci dal sen fuggite. È la premier che spesso cerca il corpo a corpo coi giornalisti. Replica, prende di petto i cronisti, anche citandoli per nome davanti a taccuini e telecamere (capitò di nuovo a Repubblica, sul finire di ottobre). Complicato fare un elenco esaustivo in poche righe. Ma si può ricordare che toccò a Lilli Gruber quando, commentando il femminicidio Cecchettin, aveva affermato che la destra non contrastava la cultura patriarcale. Meloni rispose con un affondo su Facebook (disintermediazione, appunto). Altro bersaglio, Report, oggetto di un’interrogazione da parte di FdI dopo le inchieste sui La Russa e sul padre della premier.
Dopo l’attacco della leader su Rete4, a via della Scrofa però non c’è molta voglia di commentare l’editoriale di risposta pubblicato ieri dal direttore di Repubblica, Maurizio Molinari. Non parla Giovanni Donzelli. Non parla Fazzolari, che a sera delega la pratica al vice-capogruppo alla Camera, Raffaele Speranzon. Il quale batte sullo stesso chiodo della premier. Il titolo di Repubblica che ha fatto inviperire Meloni, “L’Italia in vendita”, sarebbe «grottesco», perché, ripete Speranzon esattamente come Meloni, proviene dal quotidiano di proprietà del gruppo «che ha di fatto consegnato la Fiat al controllo francese».
«E non avete mai menzionato gli Elkann, la Fiat o la Francia!». La notizia delle privatizzazioni allo studio del governo però non è mai stata smentita dalla premier (dunque era vera). E Meloni, per replicare, ha preferito prendersela col giornale che l’ha pubblicata. «Ma anche voi siete schierati – riecco Speranzon – dunque ci sta che Meloni risponda, anche in modo piccato. Dovete accettarlo». Ma un capo di governo può indicare come nemico pubblico un quotidiano, e i suoi redattori e lettori? Non è da leader autocratici? «Autocratici? Ma Meloni è stata eletta dai cittadini democraticamente».
Tutta la maggioranza sembra accodarsi. Anche se gli alleati di FdI non si espongono. Per la Lega, il responsabile dell’Editoria, il sottosegretario Alessandro Morelli, comunica di non voler dichiarare sul caso. Anche FI formalmente, col responsabile della comunicazione, il deputato Paolo Emilio Russo, si trincera dietro a un «no comment».
(da La Repubblica)

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PENSIONI, GLI “ESODATI” DEL GOVERNO MELONI: “L’ASSEGNO TAGLIATO DI 300 EURO”

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

LA REVISIONE DELLE ALIQUOTE PER I DIPENDENTI PUBBLICI CON MENO DI 15 ANNI DI ANZIANITA’

Anche il governo Meloni ha i suoi “esodati”. L’esecutivo che promette di cancellare la legge Fornero ha imposto la revisione delle aliquote per tutti i dipendenti pubblici con meno di 15 anni di anzianità di servizio. Compresi sanitari e insegnanti. E a causa del ricalcolo che scatta nel 2024 i tagli possono arrivare anche al 20% della pensione.
A salvarsi solo gli addetti alla sanità, ma a patto di lavorare tre anni in più. Attualmente sono pre-pensionati. Ovvero sostenuti da assegni-ponte frutto di accordi con le aziende. Ma il rendimento dei loro contributi è stato ridotto dalla Legge di Bilancio 2024. E che ha messo nella condizione attuale i lavoratori pubblici che, per motivi diversi, sono diventati lavoratori privati. Dopo il prepensionamento avranno la pensione tagliata
Isopensioni e contratti di espansione
Spiega Repubblica che per evitare il taglio dovranno restare al lavoro per 67 anni. In totale sono 732 mila. E assicurano 21,4 miliardi di risparmi al sistema previdenziale fino al 2043. Tra questi ci sono i dipendenti pubblici delle municipalizzate privatizzate. E quelli di ex banche pubbliche come Banca Monte di Parma e Banca Nazionale delle comunicazioni, poi acquistate da Intesa San Paolo. Molti sono rimasti nella Cpdel, Cassa per le pensioni dei dipendenti degli enti locali. Che è stata prima assorbita da Inpdap e poi da Inps. Gli strumenti per l’uscita sono l’isopensione o il contratto di espansione. In tutti i casi si anticipano alcuni anni, fino a sette, rispetto ai requisiti ordinari della legge Fornero: 67 anni per la vecchiaia o 42 anni e 10 mesi per l’anticipata (un anno in meno per le donne). E a pagare è l’azienda. Ma tra qualche anno, quando l’assegno sarà concluso, vedranno un taglio delle pensioni pari al 20%.
«Il mio assegno tagliato di 300 euro»
Mentre chi è già uscito con lo scivolo non può più evitare il taglio. E dovrà allungare la sua vita lavorativa a 67 anni. La Cgil sta preparando una ricognizione del numero dei nuovi esodati. Tra le storie c’è quella di Stefano Fornaro, ex dipendente di Banca Monte di Parma. «O vado in pensione tra quattro anni con l’assegno tagliato di 200-300 euro al mese. Oppure lavoro altri dieci anni ed esco dopo 49 anni di contributi, in pratica Quota 49», spiega a Valentina Conte. Lui ha cominciato nel 1987: «Negli anni ‘90 è diventata Spa. Ma ai dipendenti è stato chiesto di scegliere se continuare versare i contributi nella cassa pubblica degli enti locali, la Cpdel, oppure confluire in Inps. Io e molti altri siamo rimasti in Cpdel». Intesa San Paolo, dopo l’acquisto, ha firmato accordi di esodo.
Il taglio
«Chi è già uscito con lo scivolo del 2020 sta percependo un assegno di prepensionamento, pari alla futura pensione calcolata con le vecchie modalità. Ma questo patto salterà al momento di ricevere la pensione, perché sarà tagliata dalla norma voluta dal governo Meloni. Chi invece sta uscendo ora in base all’accordo del 2021 ha chiesto ad Intesa qualche mese in più per capire l’entità del taglio. E se sono possibili salvaguardie», spiega. Infine, si fa i conti in tasca su quanto perderà: «Almeno 200-300 euro al mese, se esco con l’anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi versati, cioè tra quattro anni, quando avrò 61 anni. Altrimenti devo lavorare fino a 67 anni e uscirò con Quota 49».
(da agenzie)

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