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TAJANI PENSA DI CORRERE ALLE EUROPEE, NEL CASO DI CANDIDATURA DELLA MELONI, E SOGNA IL SORPASSO ALLA LEGA, LA LINEA MAGINOT PER FORZA ITALIA È IL 7 PER CENTO

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

L’ATTIVISMO DI GIANNI LETTA CHE SALIRA’ SUL PALCO VENERDI’ NEL BERLUSCONI DAY PER IL TRENTENNALE DELLA DISCESA IN CAMPO DEL CAV

L’ultima, ultimissima, quasi definitiva è questa: se Giorgia Meloni si candiderà come capolista di Fratelli d’Italia alle europee, altrettanto farà Antonio Tajani per Forza Italia. Il vicepremier e ministro degli Esteri, margherita alla mano e polpastrelli consumati a forza di sfogliarne i petali, sembra che ci stia ripensando. Seppur controvoglia, ben consapevole dei rischi di questa impresa, della concomitanza con la presidenza italiana del G7, della guerra in Ucraina e della situazione in medio oriente, alla fine, come l’uomo del monte, potrebbe dire sì.
Dichiarazione ufficiale da tenere a mente: “Non ho alcun problema, sono stato eletto cinque volte al Parlamento europeo e se sarà utile a Forza Italia mi candiderò, sapendo bene che gli elettori conoscono quali sono le carte in tavola: un leader si candida per rafforzare l’entità del movimento, un modo per dare forte identità a Forza Italia che sta crescendo nei sondaggi”. Ecco questo è un altro discorso ancora.
Per quanto le intenzioni di voto vadano prese con le pinze, dalle parti di Forza Italia regna un discreto ottimismo. Si è passati dalla paura di non superare il tetto del 4 per cento – modalità Zattera della medusa – al sogno proibito di sorpassare la Lega. Secondo l’ultimo sondaggio di Tecnè diffuso l’altra sera da “Quarta Repubblica”, durante l’intervista di Nicola Porro alla premier Giorgia Meloni, il partito fondato da Silvio Berlusconi sarebbe al 9,4 per cento e quello di Matteo Salvini all’8,5. Roba da stropicciarsi gli occhi. Un mezzo miracolo italiano che, di converso, creerebbe qualche problemino al capo del Carroccio.
Gli screenshot di questo sondaggio ieri rimbalzavano di chat in chat, dentro Forza Italia, accompagnati da occhi sgranati, seguiti da sospiri e “magari” per concludersi con realistici “dai, sarebbe troppo”. La linea Maginot di Tajani è il 7 per cento, non lontano anni luce dall’ultimo 8,8 consegnato agli archivi. E cioè il risultato delle europee del 2019, con Silvio Berlusconi candidato, eletto e dunque riabilitato alla grande dopo la decadenza del 2013. Tajani è costretto dall’ottimismo della volontà a puntare in alto. Al punto di evocare lo “spirito del ‘94”. Con questa spinta emotiva, tra mito e leggenda, venerdì si celebreranno i 30 anni dal discorso della discesa in campo del Cav
La scintilla da cui nacque un’epopea o più semplicemente un pezzo di storia italiana. Venerdì solo Gianni Letta, alla voce “io c’ero”, parteciperà all’iniziativa. Sarà la prima assoluta dell’eterno sottosegretario sul palco.
L’eminenza azzurra porterà i saluti della famiglia Berlusconi, che invece ha deciso di non essere presente: dal fratello Paolo ai figli, tutti marcheranno visita. Così come non ci sarà Marta Fascina, compagna dell’ex premier che forse sabato potrebbe votare al congresso di FI di Monza. Forse. Con il trentennale dell’“Italia è il paese che amo” Tajani ha in mente di aprire – nella memoria imperitura del fondatore – una nuova fase.
“Vediamo vitalità e partecipazione: siamo tonici, sereni e positivi”, dice Maurizio Gasparri, big di FI. “Siccome penso che Giorgia Meloni si candiderà, di conseguenza politicamente Antonio prenderà una decisione simile: ragiono in termini politici. E comunque rispetto a sei mesi fa, quando ci davano tutti per morti, abbiamo reagito: basta frequentare i nostri congressi provinciali e cittadini in giro per l’Italia”.
La fase congressuale terminerà il 23 e il 24 febbraio con l’incoronazione già scritta del segretario Tajani. Per i vicesegretari invece – la candidatura è “spontanea” e sarà sottoposta al voto dall’assemblea – iniziano a esserci tramestii non indifferenti. I vice Tajani dovrebbero essere quattro e non mancano le prime mosse interne. Sono ruoli che interessano per esempio ai governatori della Calabria e della Sicilia, Roberto Occhiuto e Renato Schifani. In lizza c’è anche Debora Bergamini e al nord il giovane Stefano Benigni, già tendenza Marta Fascina, ora in area Tajani. L’opposizione interna, quella di Licia Ronzulli, non disdegnerebbe una postazione per Alessandro Cattaneo
( da il Foglio )

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SALVINI VS MELONI: BATTAGLIA TOTALE: L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA, BANDIERINA DELLA LEGA, E’ STATA APPROVATA IN SENATO, MA LA PARTITA E’ LUNGA. SALVINI NON SI FIDA DELLA MELONI E VUOLE LA LEGGE APPROVATA ANCHE ALLA CAMERA PRIMA DELLE EUROPEE

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

FDI PRENDE TEMPO PER PORTARE A CASA IL PIATTO RICCO DEL PREMIERATO (E QUALCHE REGIONE DEL NORD). NELLA MAGGIORANZA QUALCUNO MORMORA: “FDI NON CI CREDE ALL’AUTONOMIA E POI I SOLDI PER QUELLA ROBA NON CI SARANNO MAI. E ATTENTI: SUL PREMIERATO SIAMO IN ALTO MARE…”

Cominciano Pd e Cinque Stelle, finisce con tutti che cantano «Fratelli d’Italia» gli uni contro gli altri armati, così, tanto per dare un dolore a Goffredo Mameli. Qualcuno della Lega si distrae e si unisce al coro anche nella seconda strofa, quella del «Dov’è la vittoria/le porga la chioma/che schiava di Roma/Iddio la creò».
Subito ci mettono una pezza e sventolano la bandiera della Serenissima, in risposta ai banchi del Pd che avevano esposto cartelli tricolore ottenendo un «meglio della bandiera rossa» in risposta.
Poi è lo sbraco definitivo. Cori da stadio del centrodestra: «Non vincete mai! Non vincete mai!». Risposte dall’ala sinistra: «Scemo! Scemooo!». «Seduta sospesa! Seduta sospesa! Chiudete il collegamento tv!», urla il presidente di turno, Gian Marco Centinaio, preoccupato anche per i ragazzi delle scuole accorsi alla lezione di democrazia.
23 gennaio, si fa sera, legge sull’Autonomia differenziata, aula del Senato. Tempo di mietitori. C’è da mettere fieno in cascina, per le elezioni regionali e per le europee. Un punto per la Lega, passata nella sua storia dalla secessione alla riforma. Ma anche per Fratelli d’Italia, che concede le briciolone, mica le briciole, per portare a casa il piatto ricco del premierato.
E che comunque pensa che il Carroccio qualche regione del Nord dovrà pur mollarla. Pacchetto completo, c’è pure la riforma della Giustizia, cara a Forza Italia. Fieno elettorale anche per le opposizioni, che sull’Autonomia minacciano il referendum e si apprestano a tentare di affossare nelle urne pure la nuova forma di Stato.
Fin qui, visioni opposte e gioco delle parti, che ci sta. Ma, mentre Roberto Calderoli fa il maestro di cerimonia, tra Lega, FdI e Forza Italia si combatte, sotterranea, la vera battaglia. Perché Giorgia Meloni non si fida, Matteo Salvini non si fida e Antonio Tajani, pure lui, non si fida. Salvini vuole la legge approvata anche alla Camera prima delle europee, FdI dice nì, che non è un no, ma somiglia al «mo vediamo» caro a Eduardo De Filippo.
«Grazie al governo e grazie al patto di maggioranza! — urla il capogruppo leghista Massimiliano Romeo — Ne andiamo fieri: più poteri al premier e più autonomia sul territorio!». «Mercanti! Baratto! Vi fermeremo col referendum, difenderemo noi il Sud», gridano i Cinque Stelle. «Ma quale baratto — replicano da FdI — C’è un percorso votato dagli italiani: autonomia, premierato, giustizia».
Maggioranza blindata in Aula, un po’ meno a luci spente. «Paradosso incredibile, nel 2001 la sinistra pre Pd spingeva per l’autonomia e An era furiosamente contro. Neanche oggi FdI ci crede, e poi i soldi per quella roba non ci saranno mai, è una bandierina che servirà solo a dare voti al Sud alle opposizioni. E attenti: questa legge è ordinaria e in poco tempo è bell’e fatta. Sul premierato invece siamo in alto mare».
Quanto è alto questo mare? Pure in zona centrodestra sulla riforma dello Stato ci sono tanti dubbi: «Non si può eleggere direttamente il premier grazie a un premio di maggioranza. Ci sta pure ridurre i poteri politici del capo dello Stato, ma ci vuole il 50 per cento, e se non si raggiunge serve il ballottaggio». E pure il simul stabunt simul cadent, cioè dritti al voto se il governo va in crisi, trova dubbi. Ciò non toglie che si vada avanti comunque. Partita lunga.
(da Il Corriere della Sera)

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“IL FOGLIO”: “CHI PARLA CON I DEPUTATI DI FDI SI SENTE OGNI VOLTA DIRE: ‘CHE C’È UNA GRANDE COSPIRAZIONE ROMANA CONTRO DI NOI, A CAPO C’E’ GIANNI LETTA”

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

MELONI NUTRE RANCORE DA QUANDO, A ROMA, LETTA LE PREFERÌ CANDIDATO SINDACO GUIDO BERTOLASO, CHE DI MELONI DISSE: ‘E’ MEGLIO CHE FACCIA LA MAMMA…. MELONI DICE CHE SARÀ, QUELLA CONTRO LETTA, LA SUA ‘BATTAGLIA FINALE’

Meloni dice “do io le carte”, ma Gianni Letta le disegna. E’ il partigiano Gianni. L’unico rivale che la premier non riesce ancora a battere è lo zio, di Enrico, 88 anni, l’uomo che ha fatto la fortuna di Berlusconi e che come Berlusconi, l’ultimo, quello del foglio al Senato, ritiene la premier “arrogante”. Con la tattica, ha piegato Meloni sulle nomine Enel, suggerito Giuliano Amato, che si è dimesso, alla presidenza della Commissione algoritmi. Ha un piede nel cda Rai, sodali in FdI. Con Draghi beve il Campari. Con Goffredo Bettini si telefona ogni giorno. Stravede per Renzi.
Ha preso per il naso Sangiuliano e Mollicone che credono De Fusco, il nuovo direttore del Teatro di Roma, amico loro. Quando Meloni ha saputo di De Fusco, che pure ha pubblicamente difeso, raccontano che abbia reagito in questa maniera: “Complimenti, avete scelto l’uomo di Gianni Letta, ora mandate Amato alla Scala”. Se c’è qualcuno che Meloni teme è lo zio Letta
I locandieri di Meloni, Sangiuliano e Mollicone, neppure sapevano che l’aiuto regista di De Fusco, il direttore che hanno nominato a Roma, è stata Marina, figlia di Letta. Gianni Letta, ha raccontato un lettiano, “risponderebbe con lo stesso garbo pure al mostro di Düsseldorf chiedendo: ‘ cavro , cosa posso favre per lei’. Dio può abbandonare suo figlio in croce, ma Letta ha sempre un fazzoletto in tasca”.
Esistono tre gradi nel lettismo: segnalazione semplice, segnalazione rafforzata, incontro risolutore. Al momento lo zio è presidente dell’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico.
Se si scorre poi la voce “cariche attuali” questo è l’elenco: presidente Isle, presidente Associazione Civita, vicepresidente dell’Accademia Santa Cecilia, vicepresidente società Dante Alighieri, presidente della Fondazione per la pontificia università Lateranense, consigliere Fondazione Gemelli, cons. dell’Istituto Toniolo, cons. università Campus biomedico, cons. fondazione Gianni Agnelli, cons. fondazione Cassa di risparmio di Roma, cons. Spencer & Stuart, cons. Italiadecide, presidente Italiacamp, cons. accademia delle Belle arti, presidente premi olimpici del teatro, presidente ass. amici dell’Eliseo, membro cda Fondazione Sordi, presidente Fondazione Zeffirelli, pres. Fondazione Flavio Vespasiano.
L’elenco potrebbe essere parziale. Basta moltiplicare le cariche, aggiungere i quindici minuti che Letta concede, e si capisce chi è l’uomo più informato d’Italia. Ogni volta che Meloni si scaglia contro le lobby, che avrebbero tentato di ostacolarla (quelle simpatiche, d’area, avevano accesso nel retropalco di Atreju) lo fa per esorcizzare il ballo delle nomine, la danza preferita da Letta, uno che ha sempre ritenuto Renzi l’erede, politico, di Berlusconi. Lo fa per avvisare in particolare alcuni suoi ministri. Lo fa per buttare zolfo su Luigi Bisignani che secondo FdI resta “una cosa sola con Letta, una ditta”.
Pochi mesi fa, e c’erano le locandine prestampate, la premier ha ordinato a Piantedosi e Crosetto di non partecipare alla presentazione del suo nuovo libro. Hanno ovviamente obbedito. Chi parla con i deputati di FdI si sente ogni volta dire: “Che c’è una grande cospirazione romana il cui vertice è Dagospia”. Temono Dagospia più del Financial Times, una bestia che sognano affamare, cosi come il partigiano Gianni, da cui è “meglio stare lontani”.
Ai suoi parlamentari, Meloni ricorda di “evitare Gianni Letta e Denis Verdini”. Meloni nutre rancore da quando, a Roma, il partigiano Letta gli preferì candidato sindaco Guido Bertolaso, che di Meloni disse: “E’ meglio che faccia la mamma”. L’unica vera volta che è saltata sulla sedia è stata non appena ha letto la frase di Letta che bocciava il premierato. Dice che sarà, quella contro Letta, la sua “battaglia finale”; come se fosse possibile demolire Roma
(da Il Foglio)

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LO SHOPPING “SACRIFICATO” DI ARIANNA MELONI

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

MA CHI LA CONOSCE?

Arianna Meloni, sorella del Signor Presidente del Consiglio, ha una vita sfiancante. O almeno questo è ciò che trapela dalle sue ultime dichiarazioni in cui, mesta, racconta di “fare tanti sacrifici” pur di svolgere il proprio ruolo politico. Nella vita, infatti, fa la Responsabile della Segreteria Politica e del Tesseramento di Fratelli d’Italia, dal 23 agosto scorso. E già non ne può più. Nell’incantevole cornice del Congresso del partito (della sorella), infatti, si è lasciata andare a una toccante confessione: “È un periodo molto difficile, siamo molto attaccati, ce lo dobbiamo dire, pensano di farci saltare il sistema nervoso”. Che succede ad Arianna? Cosa la turba così profondamente? Ha rimediato pure lei un compagno che propone threesome a qualunque collega donna gli capiti a tiro? No, il problema – che la nostra qui definisce “sacrificio” – è che le tocca rinunciare allo shopping. Non se la sente, troppo in vista. Arianna Meloni, come dire, ma chi ti sa?
Arianna Meloni rinuncia allo shopping: un “sacrificio” necessario?
Ha dovuto dire no allo shopping. Arianna Meloni ne parla apertamente al Congresso di Fratelli d’Italia, con grande amarezza. Ecco le sue commoventi parole: “Le rinunce sono tante. Vi assicuro che non è facile se non puoi più andare a fare una passeggiata con tua sorella al centro di Roma, magari a fare shopping”. Supponiamo si immagini presa d’assalto dalla gente, dai flash dei paparazzi, dagli aspiranti Fabrizio Corona di turno, chissà.
Ma, in fondo, cosa sappiamo di lei? Che è sposata con il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, per esempio. Che in più di un’occasione si è definita “la più ribelle della famiglia” per aver abbandonato gli studi (poi ripresi) a metà strada, cercando di entrare nel mondo del lavoro. Mondo del lavoro che le avrebbe spalancato poi, ad agosto 2023, il Signor Presidente del Consiglio in persona. Nonché sua sorella. Sorella con cui, oggi, non può nemmeno andare a fare shopping. Chi lavora in miniera, per esempio, può. Arianna Meloni, no. Ma, azzardiamo, chi la conosce Arianna Meloni? Cioè: che faccia tiene?
Arianna Meloni, “la più longeva precaria del Lazio”
Alla disperata ricerca di motivi per cui noi tutti dovremmo averla ben presente in viso, troviamo una delle sue più celebri affermazioni: “Sono la più longeva dei precari del Lazio”. È sempre confortante venire a sapere di storie di successo, in questo caso, di bruciante sconfitta al precariato. Certo, da grandi poteri derivano altrettanto grandi responsabilità, diceva l’Uomo Ragno, e quindi ad Arianna Meloni tocca fare sacrifici. Come rinunciare allo shopping ora che ha trovato, finalmente, un impiego. Vorremmo, però, tranquillizzarla: se è vero che sul web girano sue foto, appare difficilissima l’eventualità che fiumane di curiosi possano fermarla per strada, chiedendole selfie o spiegazioni di sorta. Un giro in via del Corso lo può ancora fare, nonostante gli onerosi impegni in politica, nel più sereno anonimato o quasi. Quello che le persone ricordano, infatti, sono le bizzarre affermazioni che, di quando in quando, dichiara a microfoni aperti. Non certo la sua faccia. Sperando che tale osservazione possa farle ritrovare la giusta serenità per andare a far compere, noialtri, figli unici, torniamo al lavoro.
(da true-news.it)

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LA BUFALA DELLA MELONI SUL “CREDITO AUMENTATO” DOPO LA TASSA SUGFLI EXTRAPROFITTI (CHE NESSUNA BANCA HA PAGATO)

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

UNA MENZOGNA DIETRO L’ALTRA

Non solo le bordate contro gli Agnelli e Repubblica e la difesa del maxi piano di privatizzazioni da 20 miliardi. La premier Giorgia Meloni, intervistata a Quarta Repubblica, è anche tornata sulla fallimentare tassa sugli extraprofitti bancari.
L’ha descritta come una grande prova di forza del governo, sostenendo che “nessuno aveva avuto il coraggio di mettere mano su questo settore” e rivendicando: “Per me è di destra anche questo: non guardare in faccia a nessuno, quando una cosa è giusta si fa e basta”.
Come se ignorasse che grazie alla scappatoia offerta via emendamento dalla maggioranza quell’imposta non l’ha versata nemmeno un istituto. Ma stavolta la leader di Fratelli d’Italia ha anche costruito una verità alternativa sulle presunte conseguenze della misura.
“Da quando abbiamo varato questa tassa ad oggi i tassi che vengono riconosciuti sui depositi sono aumentati del 50% per le imprese e del 25% per le famiglie e il credito è aumentato“, ha assicurato durante l’intervista con Nicola Porro.
La frase mette insieme un fatto platealmente falso e uno solo parzialmente vero ma del tutto scollegato dall’intervento del governo. Che il credito sia aumentato è falso: l’ultimo rapporto mensile dell’Associazione bancaria italiana mostra che i prestiti a famiglie e imprese sono in costante calo anno su anno dal dicembre 2022, quando gli impieghi di questa natura ammontavano a 1.326 miliardi. A novembre, quando il decreto Asset che ha introdotto la tassa è stato convertito in legge, erano scesi a 1.297. A dicembre sono calati a 1.296 miliardi, -2,2% rispetto a un anno prima.
I tassi sui depositi sono invece in effetti ai massimi degli ultimi anni: a dicembre il tasso medio sul totale dei depositi era per le nuove operazioni allo 0,96%, quello sui depositi a durata prestabilita (come quelli vincolati) al 3,91%. Ma sono in aumento da oltre un anno, ben prima dell’intervento sull’extra margine di interesse poi diventato un incentivo a rafforzare le riserve. Quel che è successo è semplicemente che i rialzi dei tassi da parte delle banche centrali si sono – pur con molto ritardo – tradotti in una crescente concorrenza tra le banche per raccogliere la liquidità di famiglie e imprese.
Anche le percentuali di incremento citate da Meloni sembrano non corrette o perlomeno molto arrotondate al rialzo. Guardiamo le statistiche di Bankitalia con il dettaglio sui tassi pagati a famiglie e imprese, aggiornate al momento fino a novembre: a luglio, prima del varo della versione originaria del decreto, sul totale dei depositi in essere delle famiglie con durata prestabilita veniva pagato lo 0,72%. Quattro mesi dopo il tasso era salito allo 0,85%: +18%. Per le società non finanziarie i valori sono rispettivamente di 0,88 e 1,27%, con una variazione del 44%.
(da Il Fatto Quotidiano)

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L’ITALIA A PEZZI TRA NANI E BALLERINE

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

I NUOVI ATTILA SONO IN AZIONE MENTRE IN TV SI RIDE

Alzi la mano chi ha capito cos’è l’autonomia regionale differenziata, ossia la legge che il Parlamento sta approvando nell’assenza di uno straccio di dibattito pubblico.
Con la Rai non pervenuta e Mediaset che si occupa solo di Ferragni, autovelox e città a trenta all’ora, pochi hanno capito la portata di questa velenosissima riforma.
In fondo si sta solo spaccando il Paese in venti staterelli. E inaridendo il fondo di perequazione – con cui le aree più ricche contribuiscono ai servizi di quelle più povere – si sancisce la divisione degli italiani in cittadini di serie A e di serie B.
È il prezzo che Fratelli d’Italia paga alla Lega in cambio del premierato, cioè il sogno della Meloni di incollarsi a Palazzo Chigi. Ma non solo. Mettere fine a quel principio di solidarietà che tiene insieme lo Stato piace anche ad ampi strati sociali del Nord miopi, insofferenti tanto al Sud quanto all’Europa, senza capire che è da questi mercati che proviene la loro ricchezza. Perciò è più facile avere consenso parlando alla pancia e non alla testa del Paese. Ma poi il conto chi lo paga?
Già oggi la sanità, i trasporti, l’istruzione, le opportunità di lavoro sono pesantemente sbilanciate tra le regioni. Aumentare le disuguaglianze fomenterà il rancore, e sottrarrà un altro mattone al muro della nazione cementato col sangue di milioni di italiani. Un errore gravissimo, per la smania di potere di Salvini e Meloni. I nuovi Attila in azione mentre in tv si ride, con poche eccezioni, tra nani e ballerine.
(da La Notizia)

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“L’ABORTO NON E’ UN DIRITTO, INGIUSTO ANCHE IN CASO DI STUPRO”: IL DELIRIO DEL CONVEGNO DELLA LEGA ALLA CAMERA

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

“LE DONNE, PRIMA DI UN RAPPORTO SESSUALE, DOVREBBERO PRENDERE COSCIENZA DEI POSSIBILI ESITI”: IN EFFETTI POTEVA VALERE ANCHE PER LE VOSTRE MADRI

Perfino per Eugenia Roccella l’aborto è un diritto delle donne, anche se la ministra meloniana della Famiglia, intervistata in Rai qualche mese fa, aveva subito aggiunto “purtroppo”. Seguirono polemiche. Ma nel convegno organizzato ieri dalla Lega alla Camera dei deputati si va decisamente oltre. Viene messo in dubbio addirittura questo, che sia un diritto. Anzi, viene proprio negato. “L’aborto non è un diritto legalmente accettabile”. E “anche nei casi più tragici, come quelli di stupro, non è mai giusto”. Finisce in discussione pure la legge 194 del ’78, confermata dalla stragrande maggioranza degli italiani che votarono al referendum del 1981 (88% di favorevoli all’interruzione di gravidanza, su quesito dei Radicali), legge che finora la maggioranza di Giorgia Meloni aveva assicurato di non voler toccare. Ma quella legge “non è necessariamente morale”. Così si legge nel dépliant distribuito ieri nella sala delle conferenze stampa di Montecitorio. E questo concetto viene ripetuto dagli oratori invitati dal Carroccio, cioè Marco Malaguti, bolognese classe ’88, che si autodefinisce “articolista e blogger presso varie testate di area sovranista” e Maria Alessandra Varone, dottoranda in Filosofia dell’università Roma Tre. Entrambi fanno parte del Centro Studi Politici e Strategici “Machiavelli”.
È questa organizzazione ad avere messo su il convegno di ieri alla Camera, col placet della Lega: a prenotare la sala è stato il deputato salviniano Simone Billi che, contattato da Repubblica spiega di “supportare l’iniziativa”, scusandosi poi di non essere stato fisicamente presente, “ma avevo un impegno a Strasburgo” (è membro della Commissione Esteri). Billi figura come “autore” sul sito del centro studi Machiavelli.
Durante il convegno ospitato dal Parlamento italiana è stata presentata la rivista del centro, si chiama “Biopoetica”, che appunto nega che l’aborto sia un diritto. Al massimo, si legge nel documento “l’aborto è una soluzione pratica”, ma appunto “non è sublimabile a diritto inalienabile: non è mai giusto”. L’interruzione, come l’eutanasia, secondo i relatori sdoganerebbe “anarchia e anomia, simili all’Inferno faustiano”. “Il contributo – si legge ancora nei fogli distribuiti ai presenti (pochi), tra cui Repubblica – intende confutare l’idea che l’aborto e l’eutanasia siano diritti legalmente accettabili o moralmente giustificabili”. Per gli oratori, sull’interruzione di gravidanza “i diritti del padre sono del tutto esclusi” e questo sarebbe “sbagliato sotto ogni aspetto, perché sul destino del bambino dovrebbe avere pari diritto decisionale rispetto alla madre”.
L’aborto sarebbe “un uso improprio della libertà e della responsabilità”, una “degenerazione del ruolo materno”. Per i relatori, “fatta eccezione dei casi di violenza sessuale, non è possibile credere che prima di un atto sessuale non si immagini nemmeno l’eventualità di un concepimento non desiderato”. Ma l’aborto perfino “nei casi più tragici, nei dilemmi morali più strazianti, come quelli di stupro, non è mai giusto”. E ancora: le donne, prima di un rapporto sessuale, dovrebbero “prendere coscienza di tutti i possibili esiti”, quindi “se si agisce è necessario accettare le conseguenze”. L’aborto sarebbe “un diritto in senso lato quanto può esserlo quello di uccidere, di rubare, di ferire”. Tutto materiale distribuito e propagandato in una sala del Parlamento, su invito di uno dei partiti al governo.
(da La Repubblica)

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LA STAMPA NEL MIRINO: IL MODELLO SOVRANISTA CHE PIACE ALLA MELONI IN VISTA DELLE EUROPEE

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

NEL MIRINO LE TESTATE CHE DI PERMETTONO DI CRITICARLA

I giornalisti sgraditi come bersaglio. Modello Trump, che peraltro pare tornato in auge dall’altro lato dell’Oceano. Messaggi veicolati solo tramite social e televisioni (controllate, come la Rai, o certo non ostili, come il grosso dei talk di Rete4). A tutta disintermediazione, cioè parlando direttamente col suo “popolo”, senza passare per il vaglio della stampa. Tranne nelle occasioni obbligate, come la conferenza di fine anno. A Palazzo Chigi prende corpo la strategia della premier in vista delle Europee. Repubblica, attaccata frontalmente l’altro ieri in tv, è solo l’ultimo obiettivo. Il bersaglio grosso.
La strategia è stata messa a punto dal consigliere più ascoltato da Meloni. Giovanbattista Fazzolari, senatore, sottosegretario per l’Attuazione del programma e, sul finire dell’estate scorsa, promosso a coordinatore della comunicazione del governo e di FdI. È lui, il suggeritore che segue Meloni come un’ombra dai tempi in cui era solo la capa della giovanile di An, che da qualche mese autorizza o meno tutte le interviste o persino, ultimamente, le dichiarazioni dei peones alle testate che potrebbero strappare agli interessati battute non simmetriche con la posizione orchestrata a via della Scrofa. Naturalmente questa impostazione non tocca i giornali del gruppo Angelucci – Il Giornale, Libero, Il Tempo – che spesso fanno da megafono alle campagne della premier. A tutti i parlamentari, come per i berluscones del tempo che fu, all’inizio della giornata arriva un mattinale, che detta la linea. Si chiama “Ore 11”. E lo verga lui, Fazzolari. Segue il brogliaccio serale: “Ore 20”.
Sarebbe un errore considerare le sortite di Meloni contro la stampa come voci dal sen fuggite. È la premier che spesso cerca il corpo a corpo coi giornalisti. Replica, prende di petto i cronisti, anche citandoli per nome davanti a taccuini e telecamere (capitò di nuovo a Repubblica, sul finire di ottobre). Complicato fare un elenco esaustivo in poche righe. Ma si può ricordare che toccò a Lilli Gruber quando, commentando il femminicidio Cecchettin, aveva affermato che la destra non contrastava la cultura patriarcale. Meloni rispose con un affondo su Facebook (disintermediazione, appunto). Altro bersaglio, Report, oggetto di un’interrogazione da parte di FdI dopo le inchieste sui La Russa e sul padre della premier.
Dopo l’attacco della leader su Rete4, a via della Scrofa però non c’è molta voglia di commentare l’editoriale di risposta pubblicato ieri dal direttore di Repubblica, Maurizio Molinari. Non parla Giovanni Donzelli. Non parla Fazzolari, che a sera delega la pratica al vice-capogruppo alla Camera, Raffaele Speranzon. Il quale batte sullo stesso chiodo della premier. Il titolo di Repubblica che ha fatto inviperire Meloni, “L’Italia in vendita”, sarebbe «grottesco», perché, ripete Speranzon esattamente come Meloni, proviene dal quotidiano di proprietà del gruppo «che ha di fatto consegnato la Fiat al controllo francese».
«E non avete mai menzionato gli Elkann, la Fiat o la Francia!». La notizia delle privatizzazioni allo studio del governo però non è mai stata smentita dalla premier (dunque era vera). E Meloni, per replicare, ha preferito prendersela col giornale che l’ha pubblicata. «Ma anche voi siete schierati – riecco Speranzon – dunque ci sta che Meloni risponda, anche in modo piccato. Dovete accettarlo». Ma un capo di governo può indicare come nemico pubblico un quotidiano, e i suoi redattori e lettori? Non è da leader autocratici? «Autocratici? Ma Meloni è stata eletta dai cittadini democraticamente».
Tutta la maggioranza sembra accodarsi. Anche se gli alleati di FdI non si espongono. Per la Lega, il responsabile dell’Editoria, il sottosegretario Alessandro Morelli, comunica di non voler dichiarare sul caso. Anche FI formalmente, col responsabile della comunicazione, il deputato Paolo Emilio Russo, si trincera dietro a un «no comment». Ma il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, qualcosa dice: «Avete attaccato Meloni sul padre, sul nonno, sulla sorella. Lei potrà rispondere, no?». Ma quelle erano notizie, non smentite, qui ci troviamo davanti a un capo di governo che attacca il giornale che le pubblica. «Ma vale la regola della dinamica: a ogni azione corrisponde una reazione».
(da La Repubblica)

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COME PUTIN INDOTTRINA I BAMBINI NEI TERRITORI OCCUPATI IN UCRAINA

Gennaio 24th, 2024 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DI MILENA GABANELLI

L’invasione russa sta scagliando un prezzo non ancora calcolabile sul futuro dell’intera Ucraina, e colpisce milioni di bambini e giovani. I dati sono quelli del ministero dell’Istruzione ucraino: dal 24 febbraio 2022 più di 3.000 istituti scolastici in Ucraina – il 10% del totale – sono stati danneggiati o distrutti, mentre blackout e connessioni Internet interrotte ostacolano l’apprendimento da casa. Solo nel 2022 i bambini ucraini sono stati costretti a trascorrere l’incredibile cifra di oltre 900 ore nei rifugi antiaerei. Ma a disporre di shelter è il 60% degli istituti scolastici del Paese, vuol dire che circa il 40% delle scuole non può riprendere l’apprendimento in presenza. E ancora: nei mesi autunnali e invernali, l’Ucraina è stata afflitta da frequenti e prolungate interruzioni di corrente, e quando a un insegnante manca l’elettricità, l’intera classe perde la lezione, indipendentemente dal fatto che la lezione prevista in presenza o virtuale. Attualmente solo il 26% degli studenti è in grado di frequentare la scuola in presenza. Con inevitabile peggioramento sia del rendimento scolastico che della qualità deIl’istruzione.
Pressioni e ritorsioni su famiglie e insegnanti
Nel frattempo, migliaia di studenti e insegnanti che vivono sotto occupazione subiscono pressioni affinché passino alla scuola russa. A ottobre 2023 circa 1.300 scuole si trovavano nei territori ucraini occupati dalla Russia. Il personale docente è stato inviato in Russia o nella Crimea occupata per riqualificarsi secondo i parametri imposti da Mosca e parte di esso è stato minacciato di essere sostituito da insegnanti russi se si fosse rifiutato. Secondo le testimonianze che abbiamo raccolto, a partire dallo scorso mese di settembre, i genitori nei territori occupati ricevono una tantum di 10.000 rubli (145 euro) per mandare i propri figli a scuola russa, più 4.000 (50 euro) al mese per il vitto. Tuttavia, le scuole mancano di insegnanti qualificati, con i bambini costretti a leggere i libri di testo da soli, portando ad un declino della qualità dell’istruzione e della disciplina. In un report, basato sulle testimonianze di 23 operatori scolastici e 16 famiglie, Amnesty International scrive: genitori e insegnanti che tentano di continuare l’istruzione ucraina durante il periodo dell’occupazione rischiano la prigione. Alcune famiglie addirittura hanno nascosto i propri figli, temendo che vengano rapiti e mandati in strutture di «rieducazione» in Russia. Ma nonostante i rischi, insegnanti e genitori cercano in tutti i modi di organizzare lezioni di ucraino. Lo studio parla di lezioni tenute segretamente e distribuzione clandestina di libri.
Cosa si insegna ai bambini ucraini
Il modello Crimea, annessa dalla Russia da più di otto anni, mostra come l’istruzione nei territori occupati miri – con successo – a cancellare l’identità ucraina e a militarizzare i bambini. Un esempio su tutti: durante le lezioni di storia viene insegnato che l’Ucraina ha sempre fatto parte della Russia. Secondo le testimonianze di chi è fuggito dalle zone occupate e secondo quanto si osserva dalle chat Telegram, i russi hanno inondato le zone dell’oblast di Zaporizhia occupate con 34.000 libri di testo di propaganda. I bambini ora sono costretti a imparare il russo e a cantare l’inno russo, indossare abiti tradizionali russi e a scrivere lettere ai soldati russi. Tutte informazioni confermate anche dagli insegnanti ucraini fuggiti dai territori occupati con cui abbiamo parlato nella regione di Zaporizhia nei mesi scorsi. Coloro che rifiutano vengono minacciati di essere allontanati dai genitori per essere «rieducati negli orfanotrofi russi».
«Il mio Paese si chiama Russia»
A Mariupol tutte le scuole della città sono circondate da recinzioni e l’ingresso è presidiato dai militari. I genitori ogni mattina accompagnano i bambini al cancello e alla fine della giornata li vanno a riprendere. Non possono verificare come si svolge il processo educativo. Il tricolore russo, lo stemma russo e i testi dell’inno russo sono ora esposti nell’atrio di ogni scuola. Infine ai bambini viene detto che il loro paese si chiama Russia in ogni lezione, sia che si tratti di scienze, storia e persino di lingua russa. Il testo che abbiamo potuto visionare recita: «Il nostro Paese si chiama Russia. È il paese più grande del mondo. La Russia è la nostra patria. Molte nazioni vivono qui: russi, tartari, ebrei, komis, maris, bashkir, careliani, udmurti, buriati, avari, osseti, ceceni, ciukchi, yakuti e altri. La capitale della Russia è la meravigliosa città di Mosca». Il media online russo Important Histories ha scoperto che esistono vere e proprie tabelle educative. «Discussioni sull’unità del Paese, su come sia necessario preservare e proteggere la propria cultura, il proprio popolo» devono essere tenute con gli studenti delle classi 1-2. Agli studenti delle classi 3-4 verrà detto che amare la Patria significa, in particolare, «svolgere compiti militari, prestare servizio militare». Il curriculum per le classi 5-7 include una conversazione obbligatoria sulla «operazione speciale». Gli studenti delle scuole superiori sentiranno dire che «le persone veramente patriottiche sono pronte a difendere la propria Patria con le armi in mano».
Insegnanti: pressioni e minacce
A Mariupol gli insegnanti ricevono uno stipendio mensile compreso tra 25.000 e 32.000 rubli (da 400 a 515 dollari). Per gli standard di Mariupol non è una bassa paga. Tuttavia, gli insegnanti russi che accettano di venire a insegnare nelle zone occupate dell’Ucraina vengono pagati 150.000 rubli a testa (circa 2.400 dollari). Ma sono davvero pochi. Tutti gli insegnanti di Mariupol hanno accettato di frequentare corsi di formazione avanzata durante l’estate ma continuare a lavorare sta diventando sempre più complicato. Dunque molti insegnanti stanno abbandonando la professione, a causa della migrazione, del pensionamento, e dei divieti legati alla guerra. Secondo il dipartimento dell’istruzione, da febbraio la regione di Kharkiv ha perso quasi 3.000 dei 21.500 insegnanti. Per contrastare la propaganda russa il ministero ucraino dell’Istruzione e della Scienza (Mes) ha offerto agli insegnanti delle zone occupate che non sono in grado di continuare a lavorare il mantenimento del posto e i 2/3 dello stipendio. Devono però rifiutarsi di collaborare con le autorità di occupazione seguendo i programmi di insegnamento russi. In caso contrario sono ritenuti responsabili di collaborazionismo e puniti con una reclusione fino a 3 anni senza diritto di lavorare nel campo dell’istruzione in futuro.
Cancellazione della memoria storica
«Nelle scuole di Mariupol è consentito insegnare la lingua ucraina, ma come materia facoltativa» ci hanno raccontato alcuni insegnanti fuggiti dalle zone occupate. Va detto che già prima dell’invasione l’Ucraina aveva modificato il proprio sistema educativo diversificandolo da quello ereditato dall’Unione Sovietica, relegando il russo fra le lingue straniere e rivedendo i corsi di storia per includere eventi come l’Holodomor, la carestia causata dai sovietici negli anni ’30 che uccise milioni di ucraini e che è ancora ampiamente negata in Russia. La storia della soppressione della lingua e dell’istruzione ucraina da parte della Russia risale a secoli fa. Mentre sotto la guida di Stalin l’Unione Sovietica orchestrò una brutale campagna per eliminare il nazionalismo e la cultura ucraini: il suo regime considerava la lingua ucraina una minaccia all’unità dell’Unione Sovietica e andava soppressa a tutti i costi. Migliaia di insegnanti e intellettuali ucraini sono stati arrestati e detenuti, spesso sottoposti a tortura e confessioni forzate. Coloro che erano considerati anche lontanamente legati al nazionalismo ucraino dovettero affrontare la reclusione, i lavori forzati o l’esecuzione. Il governo sovietico eliminò anche i libri in lingua ucraina dalle scuole e dalle biblioteche, sostituendoli con letteratura e propaganda russa. Un secolo dopo la storia si ripete.
(da corriere.it)

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