Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
“SAREBBE OPPORTUNO CHE MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE COGLIESSERO L'”OCCASIONE ENI” E SI ACCORDASSERO PER UN GRANDE DIBATTITO SU CIÒ CHE OCCORRE FARE NEL MEDIO PERIODO”
La notizia della prossima vendita da parte del Ministero dell’Economia del 4 per cento del capitale di Eni (con un incasso previsto di almeno 2 miliardi di euro) è arrivata ieri, ossia a circa due mesi di distanza da quella della cessione del 25 per cento del Monte dei Paschi di Siena con un incasso di quasi un miliardo e che era stata preannunciata – tra una certa disattenzione dell’opinione pubblica – nel Nadef, la Nota di Aggiornamento del bilancio pubblico di fine settembre.
Questo documento ipotizza vendite di imprese di proprietà pubblica per circa 20 miliardi in 3 anni, un programma che è stato ribadito dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella conferenza stampa dello scorso 4 gennaio.
Sorge allora l’interrogativo sul significato di queste vendite a privati di imprese la cui maggioranza risulterà, un’operazione terminata, ancora saldamente in mano pubblica, e, a quanto si può desumere, senza che tra gli acquirenti ci siano grandi acquirenti con interessi diretti nel settore e volti alla “conquista” dell’Eni. Dovrebbe ripetersi il caso del Monte dei Paschi le cui azioni offerte in vendita sono state acquistate da numerosi fondi investimento, soprattutto esteri, ciascuno con quantità relativamente modeste.
Fin qui tutto (abbastanza) bene. Sarebbe però necessario che le vendite di questo tipo avvenissero nella cornice di una chiara strategia di politica industriale che invece è da tempo mancante.
Certo, a parità di altre condizioni, questi introiti ridurranno, sia pure di poco, il debito pubblico; si tratterà però di un effetto minuscolo, visti l’ammontare del debito e il bisogno di impiegare somme ingenti in altre iniziative: va sottolineata la necessità di ricapitalizzazione dell’Ilva, per evitarne la chiusura
Sarebbe opportuno che maggioranza e opposizione cogliessero l'”occasione Eni” e si accordassero per un grande dibattito nel Paese e in Parlamento su ciò che occorre fare nel medio periodo, su ciò che l’Italia vuol essere non solo tra pochi mesi ma anche tra qualche decennio.
Passando da questo quadro generale a quello specifico dell’attività dell’Eni, occorre rilevare che si tratta di una delle presenze maggiori dell’economia italiana nel quadro economico-industriale del mondo. L’Eni è ai primissimi posti per l’estrazione di gas e petrolio degli ambienti più difficili, soprattutto a carattere marino. Questo avviene in almeno una decina di paesi, dall’Angola al Golfo del Messico, dall’Egitto (con la gestione di Zohr, un grande giacimento sottomarino di gas naturale) al Kazakistan dove l’Eni è fortemente presente anche in progetti relativi alle energie rinnovabile.
L’Eni fa uso anche di procedura di conduzione a carattere pressoché unico al mondo: man mano che vengono i giacimenti scoperti portati allo stadio della produzione, l’Eni cede quote azionarie della sua società operativa locale al governo del paese in cui il giacimento si trova e anche ad altri operatori, riservandosi la gestione degli impianti, una garanzia per tutti. Si tratta di una procedura che facilita la collaborazione tra questi paesi e l’Italia e, più in generale, con l’Unione Europea. La società Green IT, controllata dall’Eni ha un programma di investimento di oltre 800 milioni di euro in cinque anni ed è uno dei principali strumenti per la transizione energetica del Paese, soprattutto con progetti di incremento dell’energia rinnovabile.
Dobbiamo quindi fare attenzione a non privarci del controllo di questo gruppo industriale che è oggi forse il più bel “gioiello di famiglia” di cui l’Italia economica dispone; il che non vuol certo dire che vendite parziali che non influenzano sul controllo non si devono fare. Anzi, è bene che il ricavato di queste vendite venga destinato a progetti di sviluppo decisivi alla luce del sole.
(da La Stampa)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
“LA MIA E’ UNA SCELTA POLITICA, NON CONDIVIDO NULLA DEL FAMOSO LIBRO”
Chiusa la partita per le regionali in Sardegna, con il passo
indietro della Lega a favore del candidato di Fratelli d’Italia, per il partito di Matteo Salvini si apre un’altra questione, questa volta sul fronte delle elezioni europee. È l’europarlamentare uscente Gianantonio Da Re a porla, esprimendo i suoi malumori per la decisione di candidare il generale Roberto Vannacci.
Malumori che si tramuteranno in un ritiro del proprio nome dalla corsa per un seggio a Strasburgo se il militare verrà proposto come capolista. «Se al posto di Salvini la Lega candida come capolista il generale Vannacci, il sottoscritto alle Europee non correrà», dichiara senza mezzi termini al programma Vietato tacere, in onda su Telechiara.
L’ex sindaco di Vittorio Veneto ed ex segretario della Liga Veneta ha poi aggiunto: «La mia è una scelta politica, non condivido niente del famoso libro, ci sono pagine dove dice che Mussolini è stato uno statista, per me Mussolini era un dittatore, lo statista era De Gasperi».
Da Re ha anche proposto una alternativa a Salvini, che secondo lui consentirebbe di raccogliere i voti dei moderati, che sarebbero invece spaventati dalla presenza del generale come capolista.
«Vannacci non può fare il capolista. Se Salvini non corre, l’unico capolista è il ministro Giorgetti che è in grado di intercettare quell’elettorato fatto da persone moderate che hanno votato Lega e non voteranno Vannacci», ha concluso, «questa è l’unica soluzione per tornare a crescere. Non sono io a decidere ma per me decido io».
La scelta di Vannacci
Il generale in realtà il nodo su una sua possibile candidatura alle Europee 2024 non l’ha ancora sciolto. Il corteggiamento di Salvini non è un mistero, e Vannacci ha già fatto sapere che quando prenderà una decisione, sarà lui stesso ad annunciarla. Smentendo però la costituzione di un comitato che starebbe preparando la sua candidatura.
A Perugia, alla presentazione del suo libro, ha ripetuto che sta ancora valutando il da farsi: «Ringrazio chi ha fatto le proposte, perché vuol dire riconosce in me capacità e meriti. E poi mi riservo di valutare in base a molti criteri, professionali, familiari. Quando scioglierò la riserva sarò il primo a dirlo e a dire avete di fronte l’originale, non vi fidate delle imitazioni che invece millantano di conoscere quali saranno le mie decisioni future».
(da agenzie)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO “THE GUARDIAN” LE NOSTRE VITE SONO STATE STRAVOLTE DA CINQUE CRISI NEGLI ULTIMI ANNI: L’EMERGENZA CLIMATICA, QUELLA MIGRATORIA, LE TURBOLENZE ECONOMICHE, LA GUERRA IN UCRAINA E LA PANDEMIA…GLI ELETTORI DECIDERANNO CHI VOTARE IN BASE A QUALE TRA QUESTE CRISI SENTE PIÙ “VICINA”, SCEGLIENDO IL PARTITO CHE DA’ RISPOSTE PIÙ CONCRETE IN QUELLA MATERIA
Secondo una ricerca, gli atteggiamenti nei confronti di clima, migrazione, turbolenze economiche globali, Ucraina e Covid domineranno le elezioni di quest’anno. Secondo un sondaggio, gli elettori europei non sono più divisi in campi di destra o di sinistra, pro o contro l’UE, ma in cinque tribù distinte le cui preoccupazioni contrastanti probabilmente domineranno quasi venti elezioni in tutto il continente quest’anno, scrive il The Guardian.
Il rapporto sostiene che le vite degli europei sono state colpite da cinque grandi crisi negli ultimi anni – l’emergenza climatica, la crisi migratoria del 2015, le turbolenze economiche globali, la guerra in Ucraina e la pandemia di Covid – e suggerisce che gli elettori alle elezioni parlamentari europee e nazionali di quest’anno si concentreranno su quella che sentono più preoccupante.
Gli autori del rapporto sostengono che tutte e cinque queste crisi “sono state avvertite in tutta Europa, anche se con intensità diverse nei vari angoli del continente; sono state vissute come una minaccia esistenziale da molti europei; hanno influenzato drammaticamente le politiche dei governi – e non sono affatto finite”.
Mark Leonard, coautore dello studio, ha affermato che: “Nel 2019, la lotta centrale era tra i populisti che volevano voltare le spalle all’integrazione europea e i partiti mainstream che volevano salvare il progetto europeo dalla Brexit e da Trump”.
“Questa volta si tratterà di una lotta tra le paure contrastanti dell’aumento delle temperature, dell’immigrazione, dell’inflazione e dei conflitti militari”, ha dichiarato Leonard, direttore del thinktank European Council on Foreign Relations (ECFR) con sede a Berlino.
Ivan Krastev del Centro per le strategie liberali di Sofia, in Bulgaria, ha affermato che lo studio ha dimostrato che, in termini di visione dell’UE, i cittadini si stanno “allontanando dai legami ideologici di destra e sinistra” e sono invece influenzati maggiormente dalle loro opinioni su queste crisi.
Il rapporto, intitolato A Crisis of One’s Own: the Politics of Trauma in Europe’s Election Year, suggerisce che i partiti politici tradizionali potrebbero faticare a mobilitare gli elettori su questioni come il futuro del progetto europeo, suggerendo invece di “esaminare e proporre soluzioni” per le preoccupazioni più urgenti degli elettori.
Nel complesso, secondo gli autori del rapporto, la crisi climatica e l’immigrazione si riveleranno i due principali fattori di mobilitazione nelle campagne elettorali che si svolgeranno in tutta Europa nel 2024, così come lo sono stati nel voto parlamentare olandese di novembre.
Gli elettori olandesi hanno piazzato il partito anti-immigrati Libertà (PVV) di Geert Wilders in cima al sondaggio, mentre l’alleanza verde-lavoro, favorevole all’ambiente e guidata dall’ex vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, è arrivata seconda.
“La lotta tra queste due ‘tribù’ è… uno scontro tra due ‘ribellioni all’estinzione'”, hanno affermato gli autori. “Gli attivisti per il clima temono l’estinzione della vita umana e di altre forme di vita; gli attivisti contro l’immigrazione temono la scomparsa delle loro nazioni e della loro identità culturale”.
Gli elettori che considerano l’immigrazione come la crisi più grave sostengono per lo più partiti di destra come il National Rally in Francia o l’Alternative für Deutschland (AfD) in Germania; quelli che danno la priorità al clima tendono a sostenere partiti verdi o di sinistra come i socialisti spagnoli o la Sinistra polacca.
Secondo gli autori, una delle prime conseguenze politiche è stata l'”europeizzazione” della migrazione, in quanto l’UE ha cercato di placare le preoccupazioni degli elettori, e, contemporaneamente, la “rinazionalizzazione” da parte della destra del dibattito sul rallentamento del riscaldamento globale.
Oltre alle elezioni del Parlamento europeo, previste per giugno, quest’anno gli elettori di 15 Paesi europei – tra cui Portogallo, Belgio, Austria, Croazia, Lituania e Regno Unito – si recheranno alle urne per le elezioni parlamentari e presidenziali nazionali.
Il sondaggio – condotto su nove Stati membri dell’UE che rappresentano il 75% della popolazione del blocco, oltre a Gran Bretagna e Svizzera – ha rivelato che 73,4 milioni di elettori europei ritengono che l’emergenza climatica sia la crisi più importante per il loro futuro.
Quasi altrettanti (72,8 milioni) ritengono che il Covid – che ha messo a nudo la vulnerabilità dei sistemi sanitari nazionali, con importanti conseguenze economiche – sia la più importante, mentre 69,3 milioni hanno dichiarato che le turbolenze economiche globali sono la loro principale preoccupazione, 58,2 milioni hanno optato per l’immigrazione, 49 milioni per l’invasione russa dell’Ucraina e 46,4 milioni non hanno scelto nessuna delle cinque.
Lo studio ha rilevato, tuttavia, che queste “tribù” di elettori non sono distribuite in modo uniforme né dal punto di vista geografico, né da quello dell’età o dell’istruzione. Gli elettori tedeschi, ad esempio, ritengono che l’immigrazione sia la crisi più trasformativa (31%), mentre in Francia è il cambiamento climatico (27%).
In Italia e Portogallo, entrambi gravemente colpiti dal crollo finanziario del 2008 e dalla conseguente crisi dell’eurozona, una pluralità di intervistati (34%) ha dichiarato che le turbolenze economiche mondiali e l’aumento del costo della vita sono le principali preoccupazioni.
I timori per la guerra della Russia contro l’Ucraina, invece, sono stati maggiori nei Paesi più vicini al conflitto: gli intervistati in Estonia (40%), Polonia (31%) e Danimarca (29%) la considerano la crisi più importante, contro il 7% di Francia e Italia e il 6% di Spagna e Gran Bretagna.
In termini di generazioni, la crisi climatica è in cima all’agenda dei giovani, con il 24% dei giovani tra i 18 e i 29 anni che la considera la questione più importante per il loro futuro. Questa fascia d’età considera anche l’immigrazione come la preoccupazione meno importante (9%).
Tra tutti i gruppi di età, le generazioni più anziane sono state più preoccupate dall’immigrazione come questione vitale, con il 13% degli intervistati di età compresa tra i 50 e i 69 anni e il 16% degli intervistati di età superiore ai 70 anni che l’hanno indicata come la loro maggiore preoccupazione. Tra gli elettori con un alto livello di istruzione, la crisi climatica è stata la principale preoccupazione (22%).
Per i sostenitori dei partiti di estrema destra nei Paesi in cui non sono al potere, l’immigrazione è stata la questione che ha cambiato maggiormente il modo in cui guardano al loro futuro, ad esempio Reconquête (76%) in Francia, AfD in Germania (66%) e Reform in Gran Bretagna (63%).
Nei Paesi in cui l’estrema destra è al governo, invece, come l’Italia, appena il 10% degli intervistati ha indicato l’immigrazione come la sua maggiore preoccupazione, tra cui solo il 17% degli elettori allineati con il partito Fratelli d’Italia del primo ministro italiano, Giorgia Meloni.
Secondo gli autori dello studio, le elezioni del Parlamento europeo del 2024 “riguarderanno le proiezioni piuttosto che i progetti”. Ognuna delle cinque crisi europee avrà molte vite, ma è alle urne che vivranno, moriranno o risorgeranno”.
“Le elezioni europee non saranno solo una competizione tra destra e sinistra, tra euroscettici ed europeisti, ma anche una battaglia per la supremazia tra le diverse tribù europee in crisi”.
(da agenzie)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL POLITOLOGO: “LA RUSSIA NON PUO’ NEGOZIARE PERCHE’ NON HA VINTO, NE’ PUO’ COMBATTERE ALL’INFINITO”
“Il capo del Cremlino non parla davvero di pace: vuole solo
lusingare la voglia occidentale di metter fine all’orrore”. Per “sbriciolare l’alleanza pro Kyiv”, frenare l’invio di armi all’Ucraina e poter proclamare al tavolino la vittoria che non ha ottenuto sul campo. Il politologo Abbas Gallyamov ha le idee chiare: la recente narrativa di Vladimir Putin è una sorta di adescamento. “Maskirovka”, ovvero inganno, nel gergo del Kgb familiare al presidente.
Il leader russo nei giorni scorsi ha dato degli “imbecilli” agli ucraini per aver rifiutato di negoziare la pace. Secondo il New York Times, poi, almeno da settembre alcuni intermediari diplomatici stanno informalmente facendo passare il messaggio che il leader russo sia davvero intenzionato a trattare.
Gallyamov Putin lo conosce bene. Dal 2008 al 2010 ha scritto suoi discorsi. Ritiene che il suo ex-datore di lavoro stia cercando di risolvere un dilemma: non può far la pace senza una vittoria chiara e non può continuare la guerra all’infinito perché sennò rischia rivolte interne.
Da bravo esperto di judo, sta cercando di far fare tutto il lavoro agli avversari. Spera che stacchino l’ossigeno a Zelensky. Putin forse non è uno stratega. Ma è un bravo judoka. Secondo Abbas Gallyamov, non gli basterà per vincere. Ma per gli ucraini si prospetta “ancora molta sofferenza”
Dottor Gallyamov, Putin parla di pace. Perché in questo momento?
“Ci sono due ragioni. Una di politica interna e l’altra di politica estera”.
Partiamo dalla politica interna.
“Il fatto è che in Russia la guerra è sempre meno popolare. E la cosa, in vista delle elezioni presidenziali di marzo, preoccupa il Cremlino. Le elezioni rischiano di diventare un referendum sulla guerra. La vittoria di Putin è sicura ma potrebbe non essere schiacciante, come lui ritiene necessario. Allora si dovrebbe intervenire con brogli. A cui potrebbero seguire proteste dagli esiti imprevedibili. Quindi, il messaggio che Putin vuol dare ai russi è il seguente: la possibilità di negoziati è in agenda. Da parecchio tempo, ormai. È sul tavolo. Aspettiamo. Basta un po’ di pazienza. Non sarà una guerra senza fine”.
E il messaggio all’esterno della Russia invece qual’è?
“Putin vede che l’Occidente sta si sta stancando. Così cerca di blandirlo affinché si rilassi, e si distacchi dal problema Ucraina. “Vedete ragazzi — cerca di dire — mica sono pazzo. Non mi demonizzate. Sono pronto a negoziare”. Obbiettivo: l’Occidente, che vorrebbe vedere la fine di questo incubo il prima possibile, deve sentir dire da Putin “voglio la pace” e da Zelensky “voglio la guerra”. Perché ciò mina la volontà occidentale di fornire armi all’Ucraina. E se finisse davvero così, il leader russo avrebbe raggiunto il suo obbiettivo. Nel senso che lo raggiungerebbero le forze armate russe. Le due cose coincidono. L’occupazione dei territori sufficienti a poter proclamare una vittoria sarebbe pressoché certa, senza il sostegno degli alleati a Kyiv”.
Un cinico tentativo di induzione all’appeasement, per utilizzare un’analogia storica. Ma davvero ogni parola di Putin su una possibile pace è del tutto falsa?
“Putin ha bisogno di una vittoria. Non è riuscito a ottenerla con l’assalto diretto. Ora sta cercando di ottenerla con l’inganno (in russo “maskirovka”, la dottrina delle spie con cui si induce l’avversario ad agire o non agire assicurandosi un vantaggio, ndr)”.
Ma è sicuro che la Russia di Putin proprio non ci pensi a sfilarsi dall’impegno militare in Ucraina? Il regime ha proprio bisogno di una guerra? Ne va della sua sopravvivenza?
“Se la guerra finisse senza una chiara vittoria il regime si indebolirebbe di parecchio, nel medio termine. Entro qualche anno molto probabilmente cadrebbe. Ma, se è vero che Putin ha bisogno di una vittoria, è anche vero che la guerra può continuare all’infinito. Le risorse si esaurirebbero. E fatti come quelli appena successi in Baschiria diventerebbero sempre più frequenti (nella regione russa della Baschiria ci sono stati scontri fra attivisti per i diritti della minoranza locale e la polizia, ndr). Perché i baschiri, e altre delle molte minoranze all’interno della Federazione, dovrebbero continuare a spargere il loro sangue per Mosca?”.
È quello che mi chiederei se fossi baschiro. È un popolo che la Russia imperiale ha colonizzato…
“Infatti. Ed è anche per la possibile reazione delle minoranze che, se la guerra continuasse troppo a lungo, alla fine il regime di Putin farebbe la fine che fece quello zarista nel 1917. Lo stesso Lenin ha sempre detto che, se non era per la Prima guerra mondiale, in Russia la rivoluzione sarebbe stata rimandata di anni o addirittura decenni. E Lenin sapeva quel che diceva. Così, anche questa impopolare guerra imperialista non può durare per sempre. Crea insoddisfazione e freddezza nelle élite, può portare a rivolte popolari e, alla fine, a una vera e propria rivoluzione”.
Ma allora è una specie di conundrum: Putin non può far la pace e nemmeno può continuare la guerra per sempre. Come se ne esce?
“L’unica via d’uscita per Putin è proprio quella che sta tentando adesso: tirarla per le lunghe utilizzando una narrativa possibilista su un eventuale negoziato e sperando che l’Occidente si sbricioli, per così dire. O che almeno si disunisca”.
E allora che dovrebbe fare l’Occidente?
“Continuare a sostenere l’Ucraina e a fare in modo che l’aggressione russa sia sconfitta. Solo dopo la sconfitta della Russia si potrà cominciare a ricostruire un ordine internazionale fondato sul diritto. Perché ogni potenziale futuro aggressore vedrà che l’aggressione non paga e anzi viene punita”.
Belle parole. Forse troppo ovvie e poco realistiche?
“Quello che ho descritto sarebbe il comportamento da tenere a rigor di logica. E credo che tutti i Paesi occidentali lo capiscano e in teoria siano d’accordo. La pratica, poi, è un’altra cosa. Siamo esseri umani e spesso non possiamo controllare le nostre emozioni. Questo pesa anche in politica estera. Le emozioni vincono sulla logica. E le emozioni che prevalgono adesso sono la stanchezza, il desiderio di riposo, di non parlar più di questa guerra non nostra. Della quale siamo ormai nauseati e stufi. È in atto una specie di ritirata emozionale”.
E allora però l’Ucraina è definitivamente condannata.
“Credo di no, nonostante tutto. I sondaggi dimostrano che l’opinione pubblica ucraina è per continuare a resistere (almeno il 60% dei cittadini è in favore di una lotta fino alla vittoria, secondo una recente inchiesta Gallup, ndr). Solo nel caso di un minor supporto degli alleati le forze di Kyiv non potranno avanzare. Sarà una guerra di posizione, difensiva. I russi cercheranno di superare le difese. Ma non credo che ci riusciranno. Gli ucraini non si arrenderanno. Però vanno incontro a tanta sofferenza. Per questo è così necessario fornire loro sistemi di difesa anti-aerea. Altrimenti i bombardamenti faranno strage. Il prezzo da pagare per non farsi sopraffare da Putin diventerebbe sempre più orribile”.
(da Fanpage)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
IN UN’INTERVISTA AL QUOTIDIANO ARGENTINO “EL CLARIN”, AVEVA DETTO: “PER SANCHEZ VERRÀ UN MOMENTO IN CUI IL POPOLO VORRÀ APPENDERLO PER I PIEDI…”
La Procura della Corte suprema di Madrid ha aperto un’inchiesta sul leader di Vox, Santiago Abascal, che in un’intervista al quotidiano argentino El Clarin aveva evocato uno scenario alla piazzale Loreto – dove nel 1945 a Milano furono appesi a testa in giù i cadaveri di Mussolini e dei suoi – per il premier socialista Pedro Sanchez. Lo segnalano fonti giudiziarie anticipate da El Pais.
“Verrà un momento” in cui “il popolo vorrà appendere per i piedi” il presidente del governo, aveva dichiarato il leader del partito della destra radicale.
Un esposto di 21 pagine, presentato in Procura dal Psoe nei giorni scorsi, metteva queste dichiarazioni in relazione con atti vandalici davanti a sedi del partito e le proteste dello scorso 31 gennaio davanti la sede madrilena dei socialisti, in cui un manichino che rappresentava Sanchez è stato appeso a un semaforo e colpito con lazze e calci dai manifestanti, simulando un linciaggio, ipotizzando reati di istigazione all’odio e alla violenza.
La Procura ha ordinato alla polizia giudiziaria una serie di accertamenti, fra cui l’identificazione degli organizzatori della protesta, per poi decidere se procedere davanti alla Corte suprema oppure l’archiviazione.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DI “FRANCE 2” TIRANO IN BALLO IL 28ENNE CAPOLISTA DEL “RASSEMBLEMENT NATIONAL” ALLE PROSSIME ELEZIONI EUROPEE: INSULTI RAZZISTI SUI SOCIAL A GAY E NERI
Chi si nasconde dietro «RepNat du Gaito», adoratore di Jean-
Marie Le Pen e autore di tweet omofobi e razzisti?
Secondo quattro fonti citate dalla trasmissione «Complément d’enquête», andata in onda ieri sera su «France 2», si tratta di Jordan Bardella, il brillantissimo 28enne capolista del Rassemblement national alle prossime elezioni europee e già designato come futuro primo ministro, se Marine Le Pen dovesse vincere la corsa all’Eliseo del 2027.
I legali del Rassemblement national hanno diffidato la rete tv dal fare circolare sui social l’estratto che riguarda i tweet, e hanno cercato di fermare la messa in onda della puntata, che però è stata trasmessa integralmente.
L’abitudine degli esponenti del Front e poi Rassemblement national di avere due account, uno più presentabile e l’altro meno, è piuttosto consolidata. Marine Le Pen, per esempio, è stata a lungo sospettata di essere la Anne Lalanne che usava Twitter con maggiore libertà rispetto al suo account ufficiale.
Il caso di «RenNat du Gaito» però è diverso, perché i tweet pubblicati dal 2015 al 2017 sono totalmente indifendibili per un leader politico dell’ambizione di Jordan Bardella.
Oltre alla venerazione per Jean-Marie Le Pen, il fondatore del partito dal quale la figlia Marine ha preso le distanze, ci sono commenti razzisti contro i neri, gli omosessuali, e scherzi crudeli su Théo Luhaka, il giovane preso a manganellate durante un controllo di polizia nel 2017, che ha riportato un’infermità irreversibile (in questi giorni si celebra il processo ai tre poliziotti).
Se davvero ci fosse Bardella dietro «RepNat du Gaito», la strategia di normalizzazione del Rassemblement national verrebbe indebolita, e l’immagine levigata, moderata e affidabile di Bardella riceverebbe un duro colpo.
(da Il Corriere della Sera)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
PER SALVINI E’ UNA “SCELTA IRRAGIONEVOLE”, PECCATO CHE IL SUO MINISTERO DICA L’OPPOSTO… IL PRECEDENTE DI OLBIA, CON SINDACO DI CENTRODESTRA
È scontro tra il ministero dei Trasporti e il Comune di Bologna sul limite di 30 chilometri orari introdotto di recente nel capoluogo emiliano. Il dicastero guidato da Matteo Salvini ha pubblicato oggi una nota in cui parla di «una scelta non ragionevole» e si dice pronto «ad avviare un confronto immediato con l’amministrazione bolognese per verificare soluzioni alternative e prevenire forzature e fughe in avanti che poi rischiano di essere smentite anche dai giudici».
La scorsa estate il capoluogo emiliano ha deciso di rallentare la velocità dei veicoli sulle strade urbane, ma è solo dall’inizio del 2024 che i vigili hanno cominciato a recapitare le prime multe.
La mossa del sindaco Matteo Lepore ha diviso la cittadinanza, con il centrodestra che è arrivato a chiedere un referendum cittadino sul provvedimento. A entrare a gamba tesa nel dibattito è ora anche Salvini, secondo cui i problemi legati alle nuove regole «rischiano di essere superiori ai benefici per la sicurezza stradale, che resta comunque una delle priorità assolute».
La risposta dell’assessora bolognese
A rispondere alla polemica sollevata da Salvini è Valentina Orioli, assessora alla Mobilità del Comune di Bologna. «Il ministro Salvini metta da parte le posizioni ideologiche e sostenga le Città 30 e il trasporto pubblico con i fatti – replica Orioli – La causa di Bologna per la sicurezza stradale è quella di tutte le città italiane e dei lavoratori del trasporto pubblico locale, che svolgono un servizio essenziale per la mobilità e vanno sostenuti».
Non solo: l’assessore bolognese suggerisce a Salvini di «approfondire meglio il tema» perché è il Piano per la sicurezza stradale del suo stesso ministero a indicare il limite dei 30 chilometri orari come «misura chiave per ridurre gli incidenti sulle strade urbane». Orioli lascia comunque aperta la porta del dialogo e dice di essere in attesa delle disponibilità del ministero per fissare un incontro.
Cos’è la «Città 30»
In realtà, la «Città 30» è un’idea che va ben oltre la semplice riduzione dei limiti di velocità nelle aree urbane. Il modello ideato dalla svizzera Lydia Bonanomi punta a ripensare lo spazio pubblico delle città, riducendo le aree dedicate alle auto e ampliando quello a disposizione dei pedoni e di chi si muove con mezzi alternativi come la bicicletta o i monopattini elettrici. L’obiettivo è creare spazi più vivibili per i cittadini che non si spostano in auto, contribuendo a migliorare la qualità della vita in città e aumentare la sicurezza stradale. In ogni luogo dove è stata abbracciata l’idea della «Città 30», gli incidenti gravi e mortali sono diminuiti.
I precedenti e il caso di Olbia
Per quanto il caso di Bologna sia diventato uno dei più emblematici, il capoluogo emiliano non è il primo a estendere il limite di 30 chilometri orari alla maggior parte delle strade cittadine. Lo scorso anno, anche il Consiglio comunale di Milano ha votato una mozione che si muove nella stessa direzione. Sulla carta, la riduzione dei limiti di velocità avrebbe dovuto entrare in vigore a partire dal 2024 ma le promesse sono state disattese. In quell’occasione, era stato sempre il ministro Salvini a tuonare contro la giunta di Giuseppe Sala: «Ricordo al sindaco e al Pd che a Milano la gente vorrebbe anche lavorare». Prima ancora di Milano e Bologna, è stata Olbia la prima città italiana a introdurre il limite dei 30 km/h in quasi tutte le sue strade. Una decisione presa dal sindaco Settimo Nizzi, di centrodestra.
(da Open)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
RANUCCI REPLICA: “RISPNDEREMO NELLE SEDI OPPORTUNE”
È di nuovo scontro tra i partiti della maggioranza di governo e
Report. Oggi il gruppo di Fratelli d’Italia in Commissione di vigilanza Rai ha depositato un’interrogazione in cui chiede l’intervento della presidente Marinella Soldi e dell’amministratore delegato Roberto Sergio. §
A scatenare la polemica politica sono alcuni servizi della trasmissione d’inchiesta condotta da Sigfrido Ranucci. In particolare: uno riguardante il padre del presidente del Senato Ignazio La Russa e uno sul padre della premier Giorgia Meloni. «Due servizi giornalistici – attacca Fratelli d’Italia – per alcuni versi speculari: c’è un pentito giudicato inattendibile dai magistrati che dopo decenni tira in ballo una persona deceduta, e quindi non in grado di controbattere, per colpire indirettamente degli esponenti politici».
La risposta di Ranucci
Tra i primi a rispondere all’interrogazione presentata da FdI c’è proprio Sigfrido Ranucci, che su Facebook rigetta le accuse sul presunto uso di testimoni screditati e poco attendibili nei servizi: «Report, come giusto, risponderà nel merito nelle sedi istituzionali. Ma per amore di verità va detto che che la prima fonte su La Russa non era un pentito, ma un ufficiale dei carabinieri, Michele Riccio. Mentre la seconda fonte, Nunzio Perrella, è un collaboratore di giustizia mai denunciato per calunnia e ritenuto fondamentale nei processi che hanno portato all’arresto del boss di camorra Michele Senese», scrive sui social il conduttore di Report.
La solidarietà delle opposizioni
A offrire solidarietà alla trasmissione di Rai Tre sono soprattutto i leader delle opposizioni. La segretaria del Pd Elly Schlein, al suo arrivo a Gubbio, ha commentato: «Meloni ha superato Berlusconi: questi attacchi al diritto di inchiesta nemmeno con l’editto bulgaro… Bisogna inventare altri tipi di editti, non so se editti ungheresi. Sono attacchi non degni di una democrazia».
Sulla stessa linea si muove anche il Movimento 5 Stelle, con i parlamentari in Vigilanza Rai che scrivono: «Non entriamo nel merito del contenuto dei servizi mandati in onda da Report, ma ci limitiamo ad osservare che si susseguono interventi a gamba tesa, in chiaro o sotto traccia, sul servizio pubblico e sull’informazione in generale per limitare la libertà di stampa».
Il riferimento, con ogni probabilità, è anche all’indiscrezione secondo cui il ministro Gennaro Sangiuliano avrebbe chiesto un intervento ai dirigenti Rai per l’imitazione che Virginia Raffaele ha fatto della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi. Solidarietà a Report arriva anche dal sindacato dei giornalisti Rai, che si dice «al fianco delle colleghe e dei colleghi di Report, per tutelare la loro autonomia e indipendenza dall’ingerenza di tutti i partiti».
(da Open)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
IL GIORNALE: “MA SE PIANO NON LAVORASSE IN GIRO PER IL MONDO NON SAREBBE UNA ARCHISTAR. AL MASSIMO UN GIUDIZIOSO GEOMETRA DI PEGLI”
Una regola aurea della caccia insegna che il leone usa tutta la sua forza anche per uccidere un coniglio. Ma il coniglio è meglio che eviti di affrontare il leone. Altrimenti resterà solo un grumo di peli.
Che è quello che rischia il temerario senatore di Forza Italia Adriano Paroli, già sindaco di Brescia, per altro Leonessa d’Italia, il quale ha messo in un mirino troppo piccolo un bersaglio troppo grosso. Renzo Piano. «È senatore a vita e non può accettare incarichi fuori dall’Italia», ha detto.
E ha chiesto alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari accertamenti sugli incarichi del celebre architetto e su «eventuali compensi di provenienza estera», come fosse un Renzi qualsiasi.
Che significa negare a Piano il merito stesso per cui fu nominato senatore a vita, ossia una fama internazionale costruita progettando opere da Sydney a Los Angeles.
Se Renzo Piano non lavorasse in giro per il mondo non sarebbe una archistar. Al massimo un giudizioso geometra di Pegli.
Per il resto, a proposito del bersaglio della polemica (che dice sempre molto sul polemista), sembra che molti dentro Forza Italia non abbiano mai sopportato Renzo Piano, ben prima della nomina a Palazzo Madama, per alcune sue vecchie dichiarazioni al Time su Berlusconi.
Cose delle quali il Cavaliere se ne strafregava. Ma evidentemente non i suoi palafrenieri.
(da Il Giornale)
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