Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
GAS E PETROLIO GUIDANO IL CROLLO (-24%… IL GREGGIO AI MINIMI DA SEI MESI
Il disastro dell’economia russa, in un anno per Mosca meno 170
miliardi di dollari di esportazioni (-30%). Gas e petrolio guidano il crollo, -24%. Il greggio ai minimi da sei mesi
Le esportazioni russe sono crollate di 170 miliardi di dollari in un anno. Lo si ricava dai dati del servizio russo ufficiale Rosstat. No, la Russia non sta vincendo la guerra. E sta precipitando in una crisi economica seria, se si guardano numeri e dati, usando peraltro fonti ufficiali di Mosca. Proviamo a farlo.
Fino a oggi i prezzi alti del petrolio avevano aiutato l’economia russa a evitare il collasso, ma ora i prezzi si stanno abbassando. Secondo il Ministero delle Finanze russo, nel 2023 il prezzo medio del principale marchio di petrolio russo, Urals, è stato inferiore del 17% rispetto all’anno precedente: 63 dollari al barile contro 76,1 dollari nel 2022. I proventi delle vendite di petrolio e gas per il bilancio federale russo sono scesi di circa il 24% a 99,4 miliardi di dollari, secondo i dati del ministero delle Finanze.
Ciò determina un tracollo del volume generale di tutto l’export russo. L’anno scorso le esportazioni russe (dati Rosstat e Banca centrale russa elaborati da Moscow Times) sono arrivate solo a 422,7 miliardi di dollari, 169,4 miliardi di dollari (quasi il 30%) in meno rispetto al 2022 (quando erano state 592,1 miliardi di dollari): è la valutazione preliminare fornita dalla Banca Centrale russa. Siamo ai minimi storici recenti per la Russia, numeri catastrofici. Per capirci, solo nel primo anno della pandemia Covid è andata peggio.
Le importazioni sono invece aumentate di 27,9 miliardi di dollari (10%) e sono tornate al livello ante guerra – 304,4 miliardi di dollari, come nel 2021. Questo determina il crollo del saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di quasi 5 volte, da 238 miliardi di dollari nel 2022 a 50,2 miliardi di dollari. Una catastrofe, sia detto chiaramente.
Guardiamo il solo petrolio. Nel solo dicembre 2023, i ricavi per la vendita di petrolio russo sono stati ai minimi da 6 mesi, 14,4 miliardi di dollari (fonte IEA). E dire che la Russia ha aumentato le forniture all’estero di 500mila barili al giorno, a 7,8 milioni, il livello più alto da marzo). In sostanza, la Russia cede in giro (soprattutto via India e Cina) molto più del suo petrolio, ma ci ricava molto molto meno. No, la Russia non sta vincendo la guerra.
L’export di gas russo, come si sa, è crollato ancora peggio del petrolio russo. L’esportazione di carbone, scrive la Banca Centrale riferendosi alle compagnie carbonifere, registra perdite di questo livello: «Perdite tangibili sta subendo la più grande regione carbonifera del paese, Kuzbass, dove il declino delle esportazioni, che prosegue da due trimestri consecutivi, ha già portato a una riduzione della produzione nel periodo agosto-ottobre in media del 5% al mese. I piani per l’esportazione del carbone non sono stati realizzati a causa della mancanza di capacità di trasporto». Riassumendo, il calo è del meno 13% nei metalli, meno 23% nei macchinari e attrezzature, meno 37% nei prodotti chimici. Le principali esportazioni di materie prime e prodotti minerari (che comprendono anche, ma non solo, petrolio e gas) calano del 35%.
La morale della guerra della Russia all’Ucraina è che stanno crollando i ricavi di tutti i generi di esportazione russi, esclusi quelli alimentari, che hanno portato a Mosca ricavi per 36 miliardi di dollari nel periodo gennaio-ottobre, il 9,1% in più rispetto all’anno precedente. Non si conosce il dato disaggregato della vendita di grano – forte è il sospetto di alcuni analisti che l’aumento sia dovuto all’export di grano che però è ucraino, non russo.
Stanno diventando estremamente più difficili anche le transazioni, collegate a queste esportazioni o importazioni. Izvestia ha riferito giovedì, con alcune fonti nel mondo finanziario russo, che le banche cinesi si sono rifiutate di accettare pagamenti in dollari da società russe, e alcune hanno interrotto i rapporti con le banche russe. Il 22 dicembre gli Usa avevano inasprito ulteriormente le sanzioni a chi traffica con la Russia e hanno minacciato le banche straniere di sanzioni secondarie – per le quali la Cina non è disposta a immolarsi. E tutto avviene nel quadro di una sostanziale rinuncia ormai, della Banca centrale russa, ai 300 miliardi di dollari di riserve in valute occidentali, che l’Occidente ha sequestrato e sta ora discutendo concretamente come dare (più che il “se” darli) all’Ucraina. «Abbiamo già detto addio alle riserve»: 4 fonti di Reuters che hanno familiarità con la posizione del governo e della Banca centrale hanno spiegato che governo e Banca Centrale russa hanno ammesso riservatamente l’impossibilità di fermare la confisca di 300 miliardi di dollari congelati in Occidente. No, la Russia non sta vincendo la guerra.
(da La Stampa)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
L’ALTOLA’ UE SU MANOVRA E MES: “L’ITALIA ORA CAMBI LINEA”… IL VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE, IL FALCO DOMBROVSKIS, INCALZA LA DUCETTA SUI CONTI PUBBLICI: “ROMA SI TENGA PRONTA A MODIFICHE SULLA MANOVRA”… DOPO LE EUROPEE L’ITALIA RISCHIA LA SANZIONE PER DEFICIT ECCESSIVO
Lo spettro della manovra correttiva continua ad agitare il dibattito politico italiano, anche se la Commissione europea ha già deciso che non farà alcuna richiesta prima delle Europee e molto probabilmente nemmeno dopo.
Ieri è bastato che il vicepresidente Valdis Dombrovskis, rispondendo a una domanda di SkyTg24, ripetesse quanto era già stato scritto nelle opinioni approvate il 21 novembre scorso – la manovra «non sembra essere pienamente in linea con le raccomandazioni del Consiglio» e proprio per questo l’Italia deve «tenersi pronta a prendere le misure necessarie» – per scatenare le reazioni di maggioranza e opposizione.
Un polverone che ha costretto la stessa Commissione a diffondere in serata una nota per dire che la posizione sul bilancio italiano «rimane invariata» e che «non c’è stato alcuno scostamento dal nostro parere di novembre».
Fonti Ue fanno notare che la traduzione simultanea dell’intervista non sarebbe letterale rispetto alle parole pronunciate da Dombrovskis, il quale è anche tornato a spronare Roma sulla mancata ratifica del Mes: «Sarò in contatto con le autorità italiane per decidere i prossimi passi, speriamo di poterli vedere quanto prima».
Anche il Ministero del Tesoro ha diffuso una precisazione sulla manovra, sottolineando che «le parole di Dombrovskis ripetono il giudizio espresso dalla Commissione il 21 novembre scorso».
A gettare ulteriore benzina sul fuoco, in mattinata, era stata anche la pubblicazione di uno studio sulle manovre dei Paesi europei da parte dell’ufficio parlamentare di bilancio. Nel documento viene riportato il giudizio della Commissione sulla manovra, e cioè che l’Italia «dovrebbe tenersi pronta ad adottare le misure necessarie nell’ambito del processo di bilancio nazionale per garantire che la politica di bilancio 2024 sia in linea con le raccomandazioni del Consiglio».
Anche in questo caso, nulla di nuovo sotto il sole, ma il combinato disposto di questo report e dell’intervista di Dombrovskis ha subito riacceso lo scontro politico.
Tornando alla questione dei conti pubblici, quel che è certo e che ieri è stato ribadito da Dombrovskis è che «in primavera» (comunque dopo le Europee) saranno aperte le procedure per deficit eccessivo: «Abbiamo ripetutamente raccomandato ai Paesi membri di spostarsi verso posizioni fiscali più prudenti, considerando i livelli di deficit e di debito». L’apertura di una procedura non è legata a una richiesta di manovra correttiva per l’anno in corso, ma mette il Paese destinatario su un percorso di aggiustamento che dovrà essere seguito a partire dall’anno successivo. In particolare, le regole prevedono che i Paesi in procedura debbano assicurare un aggiustamento strutturale annuo pari allo 0,5% del Pil, che per l’Italia vuol dire circa 10 miliardi di euro.
(da la Stampa)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
PD IN CRESCITA AL 19,7% E IL M5S IN CALO AL 16,2. DEM E 5 STELLE PESCANO NELLO STESSO BACINO E SI RUBANO VOTI A VICENDA
Ci eravamo lasciati poche settimane fa con la conclusione che le
difficoltà dell’esecutivo e della coalizione non si ripercuotevano sulle intenzioni di voto degli italiani. Gli aggiornamenti dello scenario politico di questa settimana non fanno che confermare queste tendenze.
Andando in ordine sparso, l’inizio del nuovo anno non è stato particolarmente felice per le forze di governo. Dall’episodio di Capodanno con lo sparo partito dalla pistola di Emanuele Pozzolo, alle tensioni tra gli alleati in relazione alle Regionali che non riescono a trovare una composizione, dalle commemorazioni di Acca Larenzia fino alla difficile situazione dell’Ilva, dal caso Verdini alle perplessità espresse dal presidente della Repubblica sulla proroga delle concessioni ad ambulanti e balneari, tutto sembra creare difficoltà per l’esecutivo.
Ma ciò non incide sulla percezione degli elettori, che anzi migliorano il loro giudizio su governo e premier. Infatti, la valutazione dell’esecutivo (l’indice che calcola la percentuale di giudizi positivi escludendo chi non si esprime) risale di due punti e torna ad attestarsi sul 46, recuperando le perdite di fine anno. E lo stesso avviene per la presidente del Consiglio, che risale ancora più evidentemente, con un indice che sale al 47, recuperando tre punti rispetto al dato prenatalizio. Questo probabilmente perché in realtà l’evento mediatico che più ha colpito i cittadini è stata la conferenza stampa di inizio anno della presidente. Conferenza stampa che, a detta di quasi tutti gli osservatori, è stata un successo comunicativo, al di là della condivisione o meno dei contenuti espressi. Ancora una volta qualificandosi come empatica e «normale» (si pensi alla «scappata» in bagno).
Le intenzioni di voto segnano una sostanziale stabilità di Fratelli d’Italia, che si colloca al 29%, lo 0,3% in meno, e una ripresa della Lega che prima di Natale aveva fatto registrare un calo che la posizionava all’8% e oggi è all’8,7%. Stabile anche Forza Italia, con il 7% tondo, pochi decimali in più rispetto al dato prenatalizio. Complessivamente la coalizione di governo si colloca al 45,8%, in crescita di 0,7% nell’ultimo mese.
Tra le forze di opposizione, il Pd tende a crescere come la Lega, collocandosi al 19,7% attuale contro il 19% di circa un mese fa. Non rilevanti le variazioni delle altre due forze di centrosinistra: l’alleanza Verdi Sinistra al 4,2% (+0,2%) e +Europa al 2,1% (-0,3%). Complessivamente le forze di centrosinistra sono stimate al 26%, con una lieve crescita (+0,6%) da dicembre ad oggi. Un po’ più in difficoltà il M5S, che perde un punto, collocandosi al 16,2% contro il 17,2% di un mese fa.
Sembra insomma che ci sia una sorta di relazione tra l’andamento del Pd e quello del M5S: la crescita dell’uno vede normalmente un decremento dell’altro. E nell’ultimo mese la segretaria Elly Schlein è stata più presente e più visibile rispetto ad altri momenti recenti. Infine, le altre due forze di opposizione: Azione al 3,3%, stabilissima negli ultimi mesi, Italia viva al 3% con una perdita di circa mezzo punto. L’astensione, pur con qualche variazione, rimane sostanzialmente intorno al 42%.
Nando Pagnoncelli
(da corriere.it)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL GOVERNO VUOLE VENDERSI LA PATACCA PRIMA DELLE ELEZIONI EUROPEE
Il governo Meloni non arretra sui centri per migranti in Albania. Domani può, infatti, rivelare che ieri personale dell’esercito è volato a Tirana per i primi sopralluoghi nelle località individuate nell’accordo con l’esecutivo di Edi Rama.
Un’accelerazione curiosa visto che la Corte costituzionale albanese, chiamata in causa dai partiti di opposizione anti Rama, non si è ancora pronunciata sulla loro legittimità. Il 18 gennaio, infatti, l’udienza è terminata con un nulla di fatto: rinviata al 24 gennaio in attesa di nuovi elementi che verranno depositati dal governo albanese. Evidentemente, nonostante lo stallo ufficiale, Meloni è certa del via libera definitivo nelle prossime settimane. Dunque meglio mettersi avanti con i sopralluoghi così da poter cominciare il prima possibile i lavori per la costruzione di due centri sul territorio albanese. Qui verranno “spediti” i migranti salvati da navi italiane in acque internazionali. La stima è di inviarne circa 3mila al mese.
Intanto sul fronte italiano il disegno di legge di ratifica dell’accordo, approvato dalle commissioni parlamentari, è atteso in aula alla Camera a partire da lunedì 22 gennaio.
Il gruppo dell’esercito volato in Albania andrà a verificare lo stato dei luoghi sui quali dovranno sorgere le nuove strutture: un hotspot verrà realizzato a Shëngjin sulla costa, nel nord del paese, la fine dei lavori è prevista in 120 giorni; un centro di accoglienza, invece, sarà operativo a Gjadër a una ventina di chilometri nell’entroterra.
Dalle informazioni ottenute da Domani, le strutture volute dal governo Meloni saranno entrambe di nuova realizzazione. La loro costruzione è già stata affidata al 3° Reparto Genio dell’Aeronautica Militare di Bari.
I costi per la costruzione delle strutture d’oltremare rimangono però un mistero. Tajani lo scorso dicembre ha precisato che saranno meno di 200 milioni. Un parametro utile per il confronto può essere la cifra stanziata per i nuovi cpr italiani: il governo ha messo già a disposizione una cifra totale di 150 milioni.
I CPR IN ITALIA
§Oltre all’operazione albanese, è in fase di attuazione il piano per i nuovi cpr italiani, da costruire ex novo. Un primo progetto, svelato da questo giornale, prevedeva la realizzazione di strutture circolari, sul modello carcerario del Panopticon, che permette di controllare ogni singolo detenuto.
Il Panopticon come simbolo di controllo e oppressione destinato a un sistema che non dovrebbe essere detentivo, perché le persone verranno trattenute non per aver commesso un reato ma per non avere un permesso di soggiorno. Ma per la detenzione amministrativa il governo di Giorgia Meloni ha progettato moduli abitativi da blindare come «celle di sicurezza».
LA LISTA DEI LUOGHI
Dall’elenco iniziale sono però scomparse alcune località, come Ferrara, dove il sindaco leghista Alan Fabbri si era detto disponibile ad aprire il suo territorio a un nuovo cpr. Fabbri sosteneva che la maggiore presenza di forze dell’ordine avrebbe portato più sicurezza in città, scontrandosi però con opposizioni, società civile e arcidiocesi, che ha preso posizione contro la realizzazione di un luogo di violazione dei diritti umani e di una «città carcere».
Rimane invece nella lista interna all’amministrazione Castelvolturno, dove il sindaco di Fratelli d’Italia Luigi Petrella si era detto pronto a realizzare alleanze contro il governo guidato dalla leader del suo partito. Confermato Catanzaro, in Calabria, e uno in Liguria a Diano Castello, in provincia di Imperia. Una nuova località è poi Marsala, che diventerebbe il terzo cpr siciliano, con il centro di Caltanissetta e di Trapani già funzionanti, in contrasto con quanto previsto dal governo che aveva annunciato un centro per rimpatri in ogni regione, «da realizzare in zone scarsamente popolate e facilmente sorvegliabili».
Rispetto ai progetti di fattibilità rivelati da Domani a ottobre, il numero di strutture si è ridotto a sei nuovi centri e due in ristrutturazione: Milano e Torino. Qui i lavori risultano già avviati. Nel capoluogo piemontese è all’opera il Primo reparto infrastrutture di Torino, a Milano il Primo reparto Genio dell’Aeronautica militare di Villafranca.
Due strutture al centro delle cronache anche recenti. Il centro di Torino è infatti stato chiuso a marzo 2023. Teatro di suicidi, abusi e reso inagibile dalle proteste dei trattenuti contro le condizioni di vita all’interno.
Il cpr di Milano invece è stato sequestrato poche settimane fa d’urgenza e commissariato dalla magistratura con l’accusa nei confronti dell’ente gestore di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta, per il cibo scadente e maleodorante, servizi sanitari, legali e di mediazione assenti.
TEMPI E FINANZIAMENTI
Solo per la realizzazione e la ristrutturazione di queste otto strutture il governo ha stanziato, confermano fonti qualificate, 150 milioni di euro. Si possono stimare, quindi, quasi 20 milioni di euro per ogni centro. Una cifra presumibilmente più bassa per i centri di Milano e Torino già esistenti, e più alta per la costruzione di edifici ex novo.
A questi si devono aggiungere le spese di gestione. Secondo le stime del rapporto di Action Aid Trattenuti, dal 2018 al 2021, «il costo complessivo del sistema di detenzione per stranieri risulta essere di quasi 53 milioni di euro», si legge nel rapporto.
Se le ristrutturazioni sono iniziate, non si può dire lo stesso della consegna al genio militare dei moduli prefabbricati necessari per avviare le nuove strutture. Le fonti consultate da Domani a ottobre stimavano un periodo di almeno sei mesi per la produzione dei 100 moduli necessari per dare vita a un solo centro dei sei nuovi previsti. Impossibile, perciò, per il governo rispettare la tempistica di un anno, annunciata cinque mesi fa. Ci vorrà più tempo.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
“SE TRUMP VINCE LE ELEZIONI AMERICANE DEL PROSSIMO NOVEMBRE? FORSE L’EUROPA, CHE NON STA BENE, SI SVEGLIA”
A sei mesi dal voto europeo, il professor Romano Prodi guarda al
giorno dopo: «Comunque andranno, dobbiamo recuperare il progetto e la visione che avevamo. Per far fronte al potere di Cina e Stati Uniti». E sogna 500 mila giovani che uniscano il Mediterraneo
Mentre parliamo, l’Inno alla gioia suona tre volte. È la suoneria del cellulare di Romano Prodi («La musica migliore mai scritta nella storia dell’umanità, non ti stanchi mai di ascoltarla»), ma anche l’inno che l’Europa si è data fin dal 1972, prima ancora che l’Unione nascesse.
La colonna sonora discreta e precisa di questa conversazione all’inizio dell’anno delle elezioni europee e nel giorno del secondo anniversario della morte del presidente del Parlamento europeo David Sassoli, cui il professore era molto legato: «Un vero europeista, che intendeva l’Europa come unione tra popoli, non solo tra governi. È il messaggio più profondo che ci ha lasciato. In un tempo in cui la democrazia ha tempi corti, Sassoli sapeva immaginare disegni di lungo periodo. Quando gli parlai della costruzione delle Università del Mediterraneo sposò immediatamente il progetto».
Di che cosa si tratta
«Trenta università, sulle due sponde del Mediterraneo, nord e sud, paritarie: da Napoli a Tunisi, da Barcellona a Rabat. Stesso numero di studenti e docenti, un programma che preveda due anni di studi a sud e due a nord. Se prendiamo 500 mila ragazzi e li facciamo studiare insieme così, lavoreranno, faranno ricerca, si sposeranno, si impasticceranno tra loro e l’Europa riconquisterebbe il Mediterraneo senza far nulla. Invece lo stiamo lasciando a russi e turchi».
Un “Piano Atenei”, invece del Piano Mattei. A proposito, lei ha capito in che cosa consista il Piano Mattei del governo Meloni per l’Africa?
«No. Ma che un governo di destra abbia scelto di indicarlo col nome di un imprenditore di sinistra è abbastanza interessante».
§Professore, come sta l’Europa?
«Non bene. Due anni fa, nel dramma della pandemia, avevamo colto un messaggio: solo l’Europa può salvarci. Poi siamo ricaduti nel “vizio” pre-Covid: il primato degli obiettivi nazionali su quelli europei.
Ma la debolezza delle democrazie è un dramma mondiale. Nel 2024, 2 miliardi di adulti, metà della popolazione mondiale, andranno a votare, in Stati Uniti, Europa, India, in Russia, dove peraltro il risultato è scontato. Però in India ci sono tensioni fortissime, negli Stati Uniti uno dei due contendenti, peraltro avanti nei sondaggi, lancia vere e proprie accuse alla democrazia. La tendenza è di apprezzarla quando si vuole salire al potere e diventarle insofferenti una volta al governo. E così la democrazia è apparentemente fiorente ma in realtà affaticata. E faticosa».
Che cosa la logora?
«Lunghissime campagne elettorali e il trionfo dell’analisi demoscopica fanno sì che, dagli Stati Uniti all’Italia, si adatti la politica al consenso del momento e la politica estera all’interesse di quella nazionale. Nessuno fa più progetti a lungo termine. E poi c’è l’astensionismo, figlio della mancanza di aspettative soprattutto tra i giovani, che colgono questa assenza di un progetto nella politica».
Il 2024 è iniziato con l’addio a un padre dell’Europa, Jacques Delors. La sua lezione più preziosa?
«Un rarissimo mix tra concretezza e idealismo che gli ha consentito di costruire il mercato comune riuscendo contestualmente a far intravedere il futuro dell’Europa. Oggi di idealisti concreti come lui non ne vedo. Con la frammentazione della democrazia, le coalizioni sono diventate necessarie ai governi, ma allo stesso tempo li rendono inefficaci. In Italia accade da molti anni. È uno strano Paese il nostro, forse i secoli di servitù ci hanno resi politicamente più “creativi”. Abbiamo sempre anticipato i cambiamenti che hanno turbato la vita democratica: Mussolini è stato il maestro di Hitler, Berlusconi di Trump, i Cinquestelle maestri dei populismi».
Che succede se Trump vince le elezioni americane del prossimo novembre?
«Che forse l’Europa si sveglia. La posizione di Trump sull’Europa è nota e l’America diventerebbe nostra nemica, o almeno non amica. La domanda è: in quel caso sapremmo reagire? Un’Europa che si sentisse sola avrebbe una maggiore spinta verso il rafforzamento delle proprie istituzioni, costruzione di una difesa e di una politica estera comuni? Il nostro futuro sarà indotto più dalla necessità di far fronte allo strapotere americano e cinese che dalla visione».
E l’Italia?
«Dicendo un po’ sì e un po’ no all’Europa perde il suo ruolo politico. Il Consiglio europeo è un club la cui appartenenza non può essere parziale né intermittente e in cui si deve essere affidabili. Agendo come col Mes, si perde peso lì dove si decide».
Crede che a qualcuno questo isolamento europeo possa non dispiacere?§«No. C’è una tale paura della nuova Guerra Fredda in cui siamo che l’Europa resterà comunque assieme. La sfida è che riesca a prendere decisioni. È un cammino faticoso, ma dopo Brexit a nessuno verrà più voglia di abbandonare l’Europa. Neanche a Orbàn, che pure urla molto.
Dobbiamo però recuperare la visione che abbiamo perso. Vede, ai tempi dell’Euro facevamo molti vertici bilaterali con Cina, Stati Uniti, Russia: si ragionava di tutto, dal burro agli ingranaggi, ai rifornimenti idrici, alle migrazioni. Ma allora il presidente cinese Hu Jintao era interessato quasi solo all’Euro e quando capì che poteva prenderlo nelle sue riserve monetarie disse: “Avremo nel portafoglio tanti Euro quanti dollari, perché se accanto al dollaro c’è l’Euro c’è posto anche per la nostra moneta”. Aveva colto il progetto di un’Europa paritaria e mediatrice tra Cina e Stati Uniti. Oggi quel sogno è andato a farsi friggere e abbiamo perso un ruolo che anche gli altri pensavano avremmo potuto ricoprire».
Come si aspetta che vadano le Europee?
«Stiamo assistendo al grave errore di viverle come la somma di elezioni nazionali, ma non credo assisteremo a grandi scossoni. Poi però, siccome la Storia abbonda di sfide, arriverà una crisi a mettere alla prova l’Europa. Il tema è la lentezza di questo cammino: la vita umana è limitata e io avrei voluto vedere nella mia vita un completamento del progetto europeo».
Cosa potrebbe accelerare questo cammino?
«La guerra in Ucraina ha determinato, in un solo giorno, una rivoluzione nella politica tedesca, che dopo oltre 70 anni ha ricominciato a investire, molto, nella difesa. Nel giro di qualche anno, questo cambierà la natura dell’Europa, che si è sempre retta su un motore a due pistoni, tedesco e francese, con l’Italia decisiva per la formazione di una volontà comune.
Se ora la Francia starà ferma, l’Europa sarà a guida tedesca. Per evitarlo, la Francia dovrebbe mettere a disposizione della crescita europea due punti di forza che solo lei possiede: il diritto di veto nel consiglio di Sicurezza dell’Onu e l’arma nucleare. Non lo farà, perché le manca il senso del futuro, come quando bocciò con un referendum la Costituzione europea per pura nostalgia del passato, dell’Impero, la stessa che ha portato alla Brexit: gli ex imperi guidano guardando lo specchietto retrovisore. Lo facciamo anche noi, e senza neanche un impero alle spalle».
C’è nostalgia pure degli aspetti più deteriori del passato, come dimostra il raduno neofascista di Acca Larentia. La preoccupano questi fenomeni?
«Ci sono sempre stati ma oggi fanno la voce più forte. Le foto e i video di Acca Larentia mi hanno spaventato: sono tanti, organizzati, addestrati, strutturati come un esercito. All’estero quelle immagini hanno fatto un’impressione enorme e questo ci danneggia molto: era una manifestazione apertamente, coralmente, muscolarmente fascista».
Perché Giorgia Meloni, a oggi, non ha ritenuto di condannare quelle immagini?
«Perché quelli votano per lei e non sono pochi. Resta in silenzio per non andare contro i suoi. Ma il funambolismo tra passato e presente potrà reggere finché la Storia non la porrà di fronte a un dilemma importante: arrivano sempre eventi che non possono essere ignorati e lì Meloni dovrà scegliere se perdere quei voti. Ma non so dirle se lo farà, non vuole nemici a destra».
Andiamo a sinistra. Che cosa manca oggi perché una coalizione di centro-sinistra stia insieme non per necessità ma per un vero progetto alternativo?
«Una ricetta per affrontare insieme le paure per l’economia e l’immigrazione. Manca una leadership riconosciuta che unisca, come in Delors, concretezza e ideologia. È difficile avere un obiettivo non indotto dalla necessità se a dominare sono gli equilibri di coalizione e le scadenze di breve periodo».
(da Oggi)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL CASO SANGIULIANO
Mi rifiuto di credere che un uomo di mondo come il ministro Sangiuliano si sia arrabbiato per una battuta della comica Virginia Raffaele, al punto da sollecitare personalmente l’intervento di un alto dirigente della Rai. Indossando i panni della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, da lui nominata consulente del ministero della Cultura, l’imitatrice ha dato a Sangiuliano dell’ignorante e dell’incompetente (musicale, s’intende).
Immagino lo sgomento del ministro, che in quel momento era probabilmente immerso nell’ascolto del secondo atto del «Flauto Magico», dopo avere spolverato la collezione dei cd di Rachmaninov che tiene sul comodino.
«Come si permette di mancarmi di rispetto?», avrà pensato. Ma subito si sarà risposto da solo che queste, da millenni, sono le regole del gioco.
Chi persegue il potere e la fama, o comunque ne accetta il peso, concede ai guitti il diritto di prenderlo per i fondelli.
Persino nel modo più banale, che spesso è quello comicamente più efficace. Dare dell’ignorante al ministro della Cultura, per esempio, anche se tutti sanno che legge di continuo (tranne i libri dello Strega, vabbè). E non occorre certo spiegare a un teorico dell’egemonia culturale che essa si realizza proprio con l’occupazione del discorso pubblico. Nel bene, ma meglio ancora nel male.
Il giorno in cui Virginia Raffaele smetterà di fare battutacce sul ministro Sangiuliano, vorrà dire una cosa sola: che Sangiuliano non è più ministro.
(da corriere.it)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
TRADITO DAI FOLLOWER CHE SNOBBANO IL SUO TWEET SULLA VIABILITA’ DI BOLOGNA NEL GIORNO DELLE SCONFITTE IN SARDEGNA E MOLISE
La favola del Capitano pigliatutto, padrone assoluto del partito,
sovrano del consenso, gran mogol dei social, finisce con un post su Bologna a 30 all’ora e contro il sindaco Pd Matteo Lepore che rallenta le auto «per sentire gli uccellini». A
ppena 1400 «mi piace», poco più di cento condivisioni. Neanche i suoi follower più fedeli si capacitano. Ma come, il traffico? Nel giorno fatale della sconfitta sulla partita sarda, delle fallite rivendicazioni sul Molise, della ribellione del Veneto contro la candidatura del generale Vannacci, non hai altro da dirci?
Matteo Salvini è riuscito a mascherare a lungo la sonora sconfitta delle ultime elezioni politiche e il sovvertimento dei rapporti di forza nel centrodestra.
Ha ottenuto molto nel nuovo governo, nella Rai, nelle posizioni parlamentari di riguardo, tenendo a bada tra una nomina e l’altra la delusione del partito per le percentuali in declino e per il crollo di appeal della sua figura. Adesso anche quella fase è finita. Il niet di Giorgia Meloni al bis di Christian Solinas e a ogni immediata compensazione certifica dopo 14 mesi un dato di realtà: il salvinismo non è più il motore della maggioranza ma non può più essere nemmeno forza di interdizione, perché un secondo Papeete porterebbe l’Italia verso il voto e il capo leghista alla pensione.
È stato sfortunato, il Capitano, ma anche poco attento, nella sua corsa continua, al cambio del vento.
La crisi in Ucraina, innanzitutto: Giorgia Meloni ha intuito subito che l’invasione obbligava a recidere ogni istinto simpatizzante per Vladimir Putin e ogni posizionamento sovranista, dirottando i suoi verso un più generico assetto conservatore. È stata ben ripagata dagli Usa e dall’Europa di Ursula von der Leyen, evitando di far la fine dei reprobi ungheresi. Salvini forse ha capito male la partita, forse ha scommesso su un esito diverso: sta di fatto che al gran raduno antieuropeista di inizio dicembre è stato scansato pure da Marine Le Pen. Persino lei, si dice, cerca un appeasement con «l’Europa dei tagli e dei Soros».
La modalità Avanti Tutta non ha pagato neppure sul fronte interno, dove il Capitano ha confermato senza troppe riflessioni la linea che lo aveva portato cinque anni fa a un clamoroso 34%.
Una Lega brandizzata Salvini e nutrita di post con la gli spaghetti al ragù, citofonate a presunti spacciatori, provocazioni fanta-cattoliche col rosario sui palchi e ovviamente la campagna contro gli immigrati.
Una Lega tanto post-nordista da trasformare in altare il progetto del Ponte sullo Stretto, forse il più inviso alla tradizione del Carroccio, la «mangiatoia» denunciata da Umberto Bossi, la «cagata pazzesca» stroncata anche pochi mesi fa dai fedelissimi del fondatore riuniti a Melegnano.
È andata male pure su quel terreno. Meloni ha internazionalizzato la questione sbarchi, trovato l’asse perfetto col ministro Matteo Piantedosi, inventato slogan nuovi, il Piano Mattei, la delocalizzazione in Albania. Su presepi, spaghetti e altre quisquilie dominano i suoi uomini che riescono pure a lanciare i fusilli in orbita alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida. E del Ponte, al momento, si parla solo per i compensi stellari dei suoi amministratori.
È un Salvini che punta sulla velocità anche il leader che ha opzionato fin dall’inizio la candidatura di Roberto Vannacci, il generalissimo del racconto reazionario sulla società, le donne, la famiglia, i gay, l’ambiente, l’uomo che dovrebbe parlare alla famosa pancia del Paese ricostruendo quel tipo di emozioni che indussero pochi anni fa 10 milioni di italiani a dire: voto Lega.
Un influencer di primissimo rango per sostituire i voti di apparato che a Varese, in Toscana, in Abruzzo lasciano il Carroccio e passano a FdI: l’ultima è l’assessore alla Sanità Nicoletta Verì, pezzo da novanta della giunta regionale dell’Aquila.
Il penultimo l’eurodeputato Matteo Gazzini. Potrebbe andarsene anche il veneto Gianantonio Da Re, recordman di preferenze nel Nord Est, che ieri ha dettato il suo aut-aut: se c’è Vannacci in lista me ne vado io, «non condivido niente del suo libro».
Anche qui: sicuri sicuri che il vannaccismo sia la cifra giusta per interpretare il momento? Luca Zaia, uno che col territorio ci parla, nel suo ultimo saggio va in direzione opposta e contraria e si interroga con efficacia sulla redistribuzione del benessere, sui diritti delle minoranze e del gay, sul fine vita, sull’integrazione degli immigrati e sul sogno degli Stati Uniti d’Europa. Il recente voto in Veneto sul suicidio assistito dimostra che non sono solo parole ma una possibile linea emergente. Il libro ha un titolo immaginifico: «Fai presto, vai piano»: chissà se pure lui ascolta gli uccellini…
(da La Stampa)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
I BENEFICI: IL LIMITE SALVERA’ 25.000 VITE UMANE… CHI NON LO CAPISCE E’ UN IGNORANTE O SE NE FOTTE DELLA VITA UMANA
È Graz in Austria la città pioniera del limite di velocità di 30 chilometri all’ora. A seguire, negli ultimi anni, l’obbligo nei centri abitati si è diffuso ampiamente anche in molte altre città europee, tra cui Londra, Bruxelles e Parigi.
In Spagna, dal maggio 2021, il 70% delle strade con una sola corsia per senso di marcia ha ora un limite di 30 chilometri all’ora. Si tratta di un limite che, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), potrà salvare 25mila vite umane da qui al 2035.
L’Onu, infatti, ha chiesto ai Comuni di adottare questo provvedimento. Quanto al nostro Paese, è stata Olbia la prima città a introdurre il limite 30, seguita poi da Bologna, il primo capoluogo di regione a farlo. Ma tra non poche polemiche.
Sulla vicenda è intervenuto, infatti, anche il ministro dei Trasporti e vicepremier Matteo Salvini sostenendo che il limite 30 sia stato disposto per «sentire meglio il canto degli uccellini», ma che «il diritto al canto degli uccellini e all’udibilità del loro canto debba essere contemperato con il diritto al lavoro di centinaia di migliaia di persone”
La riduzione degli incidenti stradali
Se nel nostro Paese sembra una novità, c’è chi invece l’ha implementato da anni. È il caso ad esempio di Bruxelles che ha ridotto la velocità nel 2021 e, a sei mesi dall’introduzione, ha registrato una diminuzione del 20% degli incidenti stradali e del 25% dei feriti gravi e dei morti. Inoltre, c’è stato un calo del rumore percepito fino al 50%, contribuendo così a migliorare la qualità dell’ambiente.
Rilevante è anche il fatto che il limite 30 non ha ridotto i tempi di percorrenza che sono rimasti sostanzialmente gli stessi, se non addirittura diminuiti in alcuni casi. La misura, infatti, ha incoraggiato l’adozione di mezzi alternativi, migliorando di conseguenza la fluidità del traffico.
Gli esperimenti dall’86
Si contano risultati positivi anche in Francia, dove la riduzione del limite in molte città, tra cui Grenoble, Lille, Nantes, Nizza e Montpellier, ha portato a una significativa diminuzione della mortalità stradale del 70%. E anche in questo caso si è osservato un notevole aumento delle persone che scelgono la bicicletta o i mezzi pubblici per gli spostamenti quotidiani. Gli esperimenti vanno avanti da anni. Basti pensare che nella pioniera Graz risalgono al 1986 e i risultati confermano una riduzione del 50% della mortalità stradale e un significativo calo degli incidenti dopo l’introduzione della zona 30. E nonostante l’iniziale resistenza dei cittadini, l’approvazione è salita costantemente, attestandosi oggi oltre l’80%.
(da agenzie)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL PROFESSIONISTA E’ STATO ASSOLTO: “SONO STATO DIFFAMATO, MI HANNO ACCOSTATO AL SUICIDIO DI PERSONE, MI HANNO DISTRUTTO LA VITA”
Una causa civile con una richiesta di risarcimento di 320 mila
euro. È stata avviata a Torino in tribunale da Claudio Foti, lo psicoterapeuta processato per Bibbiano e assolto dalla Corte d’appello di Bologna nei confronti dell’opinionista Selvaggia Lucarelli.
E chiama in causa anche due quotidiani che hanno ospitato i suoi articoli tra il 2019 e il 2020. Foti ritiene di essere stato diffamato per l’accostamento a vicende di cronaca come il suicidio di 4 persone nel biellese nel 1996: «Accostamenti insensati che hanno provocato un grave danno alla reputazione di Foti. Non è mai stato lui a decidere chi era colpevole o innocente: il suo lavoro era svolgere delle consulenze», spiega il legale dello psicoterapeuta, l’avvocato Luca Bauccio. Ai quotidiano Foti ha chiesto altri 140 mila euro oltre ai 320 mila a Lucarelli.
La causa civile
«Prima di scrivere certe cose bisognerebbe pensarci su. E magari conoscere più a fondo i processi di cui ci si vuole occupare. Articoli come quelli incitano all’odio, alle gogne sui social, ai comportamenti incivili, e finiscono per distruggere le vite degli altri», commenta Braccio.
«Essere accostato moralmente al suicidio di persone indagate e imputate è stato terribile. Da psicologo posso dire che accuse di questo tipo possono portare le persone a gesti estremi perché toccano nel profondo l’umanità, la dignità, il nostro senso morale», ha detto Foti all’Ansa. «Dopo averli letti ero incredulo. In alcuni casi nemmeno conoscevo le vittime. In altri ero stato unicamente il consulente del pubblico ministero. È bastato questo. E così, dopo il mio coinvolgimento nell’inchiesta su Bibbiano, l’occasione è stata quella giusta per colpirmi e per ferirmi. Ho vissuto da impresentabile fino alla mia assoluzione del 6 giugno. Ho retto grazie alla mia professione di psicologo ma mi chiedo cosa avrebbe fatto un’altra persona al mio posto».
(da agenzie)
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