Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DELLA MELONI: VINCERE LE REGIONALI E LE EUROPEE, E POI GIOCARSI TUTTE LE CARTE SULLA “MADRE DI TUTTE LE RIFORME”, IL PREMIERATO, CHE SANCIREBBE IL PASSAGGIO DALLA DEMOCRAZIA ALLA “CAPOCRAZIA”
Alla fine, anche la Resistibile Armata di Capitan Salvini ha alzato bandiera bianca. La poderosa “Linea del Flumini Mannu” (l’improbabile Piave isolano della Lega) ha ceduto miseramente, sotto il fuoco amico della fanteria meloniana. Com’era facilmente prevedibile, la Sorella d’Italia si è presa anche la Sardegna, dove alle regionali correrà il suo fedelissimo Truzzu
Con una coalizione piegata alla sua volontà, e un’opposizione fiaccata dalle sue vacuità, la Presidente ha una strategia ormai chiara: vincere le regionali e le europee, e poi sull’onda del successo giocarsi tutte le carte sulla “madre di tutte le riforme”: il premierato, che sancirebbe finalmente il passaggio dalla democrazia alla “capocrazia”.
La chiama così Michele Ainis, nel suo saggio appena uscito dalla Nave di Teseo. E mai neologismo fu più azzeccato. L’elezione diretta del premier – il rospo uscito a sorpresa dal cilindro magico dei Fratelli d’Italia e ingoiato a forza dai parenti-serpenti forzaleghisti – è davvero una riforma che deforma. Istituzionalizza il presidenzialismo sgangherato che ci portiamo dietro da quasi vent’anni.
Cioè da quando una forzatura nel voto del 2001 – poi codificata in un’oscena legge elettorale del 2005 – consentì a Berlusconi di scrivere il suo nome sulla scheda. Da allora la costituzione materiale ha manomesso la Costituzione Formale. Dal consenso ai partiti siamo passati alla fiducia ai leader. Dai partiti personali siamo passati ai partiti presidenziali. Adesso siamo pronti all’ultima, decisiva “transizione” dal presidenzialismo di fatto al premierato di diritto.
Una ad una, la premier occupa tutte le “casematte del potere”, per usare la formula di Gramsci, appena promosso dal dadaista ministro Sangiuliano nel Pantheon dei Patrioti, al fianco di Dante e Tolkien.
L’operazione Sardegna, nel suo piccolo, è un paradigma. La prova di forza è riuscita. Ed è solo l’inizio. Dopo aver ammainato la già logora bandiera di Solinas, Salvini cercherà un altro Piave minore: magari proverà con la Linea dell’Ofanto, contendendo la Basilicata all’esausto Tajani. Una guerricciola tra poveri nel giardino di casa: per Giorgia, il massimo risultato col minimo sforzo.
D’altra parte, come darle torto? Cosa dovrebbe concedere la Sovrana, a una corte dei miracoli come Fratelli d’Italia e a un manipolo di cortigiani come Lega e Forza Italia? Il calcolo spannometrico fatto dal ministro-cognato Lollobrigida non fa una piega: a livello regionale la Lega governa 17 milioni di italiani, Forza Italia 13,5 e Fratelli d’Italia solo 8. Vi pare una fotografia che riflette i risultati del voto nazionale del 25 settembre 2022? O non è “il mondo all’incontrario”, per restare ai sacri testi del generale Vannacci? È ovvio che i rapporti di forza vanno sovvertiti.
Quindi per la Presidente il solco è tracciato: avanti spedita, fino alle elezioni di giugno e oltre.
Chi la può fermare? Gli organi di garanzia, nello schema “capocratico”, saranno regolati proprio dal futuro premierato. Il Presidente della Repubblica, Re Travicello ancora scelto dai partiti screditati, non avrà più poteri nello scioglimento delle Camere e nella nomina del premier (consacrato invece dal voto del popolo). La Consulta, con buona pace di Augusto Barbera, sarà presto “normalizzata” dai quattro nuovi giudici laici scelti in base alla “fratellanza” secondo il più classico spoil system.
La magistratura – in attesa di un bel decreto sulla separazione delle carriere che limiti “i poteri immensi dei Pm” (sic!) – viene mascariata quotidianamente dal ministro Nordio, nel nome di una giustizia che sbatte in galera i poveri cristi (basta con i ballerini di rave e gli ambientalisti di piazza!), mentre usa il guanto di velluto con i colletti bianchi (basta con l’abuso d’ufficio, i nomi dei non indagati nelle intercettazioni e la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare!).
Il Parlamento non ha bisogno di “cure”: è già di suo ridotto a bivacco di manipoli, costretto a votare a raffica solo decreti governativi e leggi delega.
(da Huffingtonpost)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
IN FRANCIA E GERMANIA IL TUTELATO NON SI TOCCA
Mentre il Governo di Giorgia Meloni impone a tutti i cittadini
italiani il passaggio obbligato al libero mercato, altrove c’è chi il servizio tutelato e regolamentato dallo Stato per le forniture di energia se lo tiene stretto. E non si tratta della Cina dirigista, ma di Paesi spesso presi a metro di paragone nell’Ue come Francia e Germania. Dal 10 gennaio scorso, com’è noto, i clienti con un’utenza domestica di gas che avevano scelto di restare nella maggior tutela sono transitati in maniera coatta nel sistema in cui sono i privati a fissare prezzi e condizioni contrattuali, passando temporaneamente in un limbo di tutele graduali che poi alla fine sfocerà nel mercato. Per l’elettricità la transizione scatterà tassativamente a luglio. Non per tutti: sono rimasti fuori dall’obbligo i cosiddetti “vulnerabili”, ovvero i nuclei in condizioni svantaggiate, incluse quelle economiche. Infatti, oltre a over 75 o persone gravemente inferme o residenti in zone alluvionate o terremotate, viene annoverato nei vulnerabili chi percepisce il bonus sociale elettrico, che viene riconosciuto alle famiglie con un Isee inferiore a 9530 euro o a 20mila euro se con almeno quattro figli a carico. Un’esclusione che ammette implicitamente che tutti gli altri non vulnerabili potrebbero dover pagare di più, se non saranno costantemente attenti alle condizioni che sottoscrivono e al loro periodico rinnovo. Ragionamento controintuitivo: se col mercato libero si pagherà di meno – come affermano i suoi sostenitori – perché privare di un tale vantaggio proprio coloro che ne avrebbero maggiore necessità?
Più si avvicina per tutti il passaggio obbligato al mercato libero più aumentano gli interrogativi sulla decisione della premier Meloni di non recedere. La presidente del Consiglio ha dichiarato di aver ereditato la riforma dal precedente Governo Draghi che lo aveva inserito nei target da raggiungere per ottenere lo sblocco dei fondi del Pnrr. Tuttavia una decisione che andrà a condizionare pesantemente la vita quotidiana delle persone rischia di passare come una mera ratifica di un impegno che nessuno sa perché è stato assunto. D’altro canto, le maggiori economie dell’Ue paragonabili all’Italia non ci hanno minimamente pensato. E stiamo parlando di Francia e Germania, due Paesi per nulla tacciabili di statalismo.
Se l’Italia insomma con una contraddizione in termini si avvia a imporre la libertà del mercato per legge come per legge si avvia a escludere lo Stato dalla regolamentazione di un servizio essenziale come l’energia, altrove funziona diversamente. In Francia la società pubblica EdF infatti offre a tutti i suoi clienti la possibilità di scegliere la Tarif Bleu. Nell’ambito dell’offerta “Tariffa Blu”, si legge sul portale, i prezzi sono fissati dalle autorità pubbliche. Si tratta di un contratto unico relativo alla fornitura di energia elettrica e all’accesso e all’utilizzo della rete pubblica di distribuzione, destinato ai clienti domestici che beneficiano di prezzi di vendita regolamentati. Il cliente può scegliere solo il prezzo in base all’ora e al giorno della settimana, sulla falsariga delle fasce monoraria e bioraria italiane.
Ma resta di fondo il concetto che “i prezzi evolvono in conformità con le decisioni delle autorità pubbliche”, non quelle private. Il contratto si rinnova automaticamente di anno in anno, ma può essere disdetto in ogni momento per passare al mercato libero senza dover pagare alcuna penale. In Italia invece, chi ha un contratto a prezzo fisso e durata determinata con un operatore del mercato rischia di dover pagare sanzioni chiamate “oneri di recesso”, eventualità ora consentita dall’Arera che a partire dal 1 gennaio 2024 ha recepito la Direttiva elettrica dell’Unione Europea. Con la “tariffa blu” francese “se il cliente cambia fornitore, il contratto si risolve alla data di entrata in vigore del contratto di fornitura con il nuovo fornitore di energia. Il cliente non è tenuto a informare EdF di tale risoluzione”.
La vita dei francesi che non vogliono dedicare parte delle loro giornate a studiare incartamenti zeppi di condizioni contrattuali, richiami a leggi e direttive, parametri che compongono il prezzo finale in bolletta – e verificare ogni anno alla scadenza i piani sottoscritti e l’evoluzione tariffaria che gli operatori privati sono in grado di inventarsi – ne trae certamente giovamento. In Italia il mondo della telefonia mobile fa scuola. Piccolo esempio: con alcuni dei principali operatori telefonici se ricarichi sulla sim card 5 euro, ne ottieni 4, con l’euro di differenza che va per un servizio premium (chiamate e Giga internet illimitati per 24 ore, senza motivo, anche se l’offerta mensile in corso già ha giga e minuti) che nessuno ha richiesto, ma solo se la ricarica è effettuata in una tabaccheria, online no. Ma se si ricaricano 12 euro (dodici), allora l’importo accreditato corrisponde. Una follia per spillare più soldi a cui poi nessuno pone rimedio, o comunque non prima che una marea di consumatori si senta giustamente truffata.
Se tuttavia nel mondo della telefonia la potenziale perdita economica per “disattenzione” del consumatore si presume sarà comunque contenuta, nel caso delle forniture energetiche sbagliare può costare caro. Grazie al’implicità autoregolamentazione del mercato per effetto delle leggi della concorrenza, gli operatori offriranno al cliente lo stesso servizio di prima, ma con un aggravio: restare sempre vigili per risparmiare forse una manciata di euro e/o per evitare il rischio di rimettercene molti di più. Lo dimostra il fatto che attualmente il cliente disposto a passare al mercato libero, troverà disponibili sul portale dell’Arera un numero di offerte con prezzi stimati inferiori al servizio tutelato così esiguo da poterle contare sulle dita di una mano. Su oltre 150 o più offerte a disposizione. Mentre tutte le altre presentano costi superiori, e in alcuni casi si superano anche le centinaia di euro all’anno. Si oscilla insomma tra il risparmio di una decina d’euro a un potenziale salasso.
Una famiglia tipo spenderà minimo 1.750 euro all’anno per le forniture di gas e luce, circa 650 euro in più del prezzo più basso ottenibile sul mercato nel 2020, prima della crisi energetica, secondo quanto emerso da una rilevazione realizzata da Assium, associazione degli utility manager, e Consumerismo No Profit per l’agenzia Ansa, che tenendo conto di tutti i fattori dalla volatilità del prezzo della materia prima ai costi di trasporto, passando per tasse e oneri di sistema, in base alle offerte disponibili stima per il 2024 un range di spesa tra 1.750 e 3.900 euro annui nella peggiore delle ipotesi, ovvero più di 600 euro a bolletta bimestrale. Il cliente può tranquillamente pagare il doppio del dovuto, per lo stesso servizio.
In Francia è tutto più semplice: ieri il prezzo della tariffa regolamentata ammontava a 0,2276 euro come opzione Base (monoraria) per un contatore da poco più di tre Kw, quello standard domestico. Il prezzo non di punta è 0,1828 euro mentre il prezzo di punta è 0,2460 euro, per la fascia bioraria. Un aumento del 10% della tariffa regolamentata di EdF è previsto per febbraio 2024, anche se deve ancora essere confermato dal governo francese. Ma attualmente con un consumo annuo di 1800 kwh, una famiglia spenderebbe meno di 400 euro. Non sorprende perciò che circa il 70% dei cittadini francesi sia attualmente nel mercato regolamentato.
Certo, la Francia paga di meno perché ha il suo “nucleare”. Lecito suppore quindi che in Germania, Paese che come l’Italia è molto dipendente dal gas per la produzione di energia elettrica, i prezzi saranno così fuori controllo da aver anche lì indotto lo Stato a obbligare i suoi cittadini al risparmio coatto consegnandoli in massa al libero mercato, dove la convenienza è per antonomasia. Nient’affatto. In Germania le forniture energetiche sono considerate dei servizi base a favore della collettività, cosiddetti Grundversorgung. Esiste un fornitore di base che varia a seconda dell’area regionale, ma di norma si tratta dell’azienda fornitrice di energia che rifornisce la maggior parte dei clienti domestici in un’area della rete di fornitura generale ed è solitamente una società municipalizzata. “Le imprese fornitrici di energia elettrica devono, ai sensi dell’articolo 36 capoverso 1 della legge sull’energia, fornire energia elettrica a prezzi generali ai clienti domestici a bassa tensione nell’ambito della fornitura di base”. Lo scopo della legge è quello di fornire al grande pubblico elettricità, gas e idrogeno quanto più possibile sicuri, economici e convenienti per i consumatori. Le imprese fornitrici di energia devono comunicare pubblicamente le condizioni generali e i prezzi generali per la fornitura per le aree della rete in cui forniscono l’approvvigionamento di base ai clienti domestic, pubblicarli su Internet e rifornire ogni cliente domestico a queste condizioni e prezzi.
Questo non vuol dire che un consumatore tedesco non possa optare per una offerta del libero mercato, ma si tratta appunto di un’opzione, non di un obbligo come avverrà in Italia a partire da luglio. Come sottolinea il grande sindacato dei dipendenti pubblici tedeschi Dbb, “lo Stato ha il compito di fornire i beni e i servizi necessari per un’esistenza umana significativa, i cosiddetti servizi di base. Ciò comprende anche la fornitura di gas, acqua ed elettricità. I comuni arricchiscono la concorrenza con le loro attività imprenditoriali, ad esempio nel settore dello smaltimento dei rifiuti e delle acque reflue, ma anche nella fornitura di energia elettrica. Soprattutto nei mercati liberalizzati della fornitura di elettricità e gas sono le aziende municipalizzate a garantire che il mercato non sia nelle mani di pochi grandi imprenditori. Pertanto una preferenza unilaterale per il settore privato nel senso di una privatizzazione olistica non è né nell’interesse dei cittadini né della concorrenza”.
Così la premier Meloni sta portando il Paese in un territorio inesplorato dove l’interesse della collettività viene sacrificato in nome di non si sa che cosa. L’aspetto più sorprendente è che ad oggi nessuno ha mai spiegato perché il mercato “libero” non potesse continuare a coesistere con il servizio tutelato, come in altri Paesi, lasciando a ognuno la libertà (davvero) di decidere quale tipo di contratto attivare, a quali condizioni, e pure quanto spendere. Ma soprattutto lasciando a ognuno la libertà di disporre del proprio tempo senza dover inseguire offerte, scadenze e promozioni per ottenere un presunto risparmio. O, se va male, per non ritrovarsi più povero e passare pure per fesso, perché se ha pagato di più è colpevole di non essersi guardato intorno e aver cambiato fornitore. E’ così che nella fruizione di un servizio essenziale come l’energia domestica il Governo sovranista, assecondando la nemica di un tempo Unione Europea, decreta la più pericolosa delle metamorfosi: quella da cittadini a meri clienti. In un Paese dove la libertà non più una condizione ma un’imposizione, contraddizione in termini sancita con legge dello Stato.
(da Huffingtonpost)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
“E’ UN PROBLEMA TECNICO, MA NON SI RIESCE A BYPASSARE”
«La classe doveva partire il 22 gennaio per la settimana bianca, ma 3 giorni prima scopre che salta tutto». Succede in una scuola superiore di Venezia dove i docenti si sono trovati a dover annullare tutte le uscite scolastiche in programma perché la piattaforma statale online per digitalizzare i contratti pubblici non funziona. A portare alla luce l’accaduto è la consigliera comunale Cecilia Tonon con un post di denuncia su Facebook. «Dalla comunicazione del Dirigente Scolastico si evince che la causa sono difficoltà burocratiche.
A spiegarlo, l’inghippo sembra kafkiano: la piattaforma (MEPA-Consip) che deve rilasciare un codice (“CIG”) per l’affidamento del servizio dalla scuola all’agenzia, obbligatorio dall’entrata in vigore della nuova normativa sugli appalti, si blocca e non rilascia questo codice necessario», spiega Tonon. Si tratta di un problema solo tecnico, come evidenzia la consigliera, ma che «non si riesce a bypassare e risolvere diversamente, nonostante la buona volontà di tutti i soggetti coinvolti».
E così, chiosa Tonon, «la classe sta a casa, l’albergo perde la prenotazione e tutti ci chiediamo dove viviamo». La situazione denunciata dalla consigliera non sembra essere un caso isolato. Sotto al post, in queste ore, si stanno moltiplicando i commenti di altri genitori che lamentano la stessa situazione.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
IL CAPPIO DI GOVERNO AI GIORNALI
Lo scontro è sotterraneo, ma vale molti soldi: 150 milioni subito
(oltre 300 in previsione) ma soprattutto il destino di molti editori.
Il governo ha in mano una serie di partite che possono tenere sotto pressione i giornali, una situazione spiacevole visto che parliamo di un settore in crisi nera e di quel che resta del dibattito pubblico in Italia.
Il campo di battaglia per ora è il decreto Milleproroghe in discussione alla Camera. Per la prima volta il governo Meloni ha deciso di non prorogare l’obbligo per le stazioni appaltanti di pubblicare gli estratti dei bandi di gara sui quotidiani (due nazionali, uno locale). È la cosiddetta “pubblicità legale”, frutto di una normativa antiquata ma anche un sussidio al settore in anni di difficoltà: nel 2023 è valsa 45 milioni, stando agli ultimi dati Fcp, cioè del 12% degli introiti pubblicitari dei quotidiani. Sistema archiviato dal nuovo Codice degli appalti che impone alle amministrazioni di pubblicare tutto nella Banca dati dei contratti pubblici gestita da Anac.
Il governo ha deciso di non prorogare la “pubblicità legale”, ma curiosamente ieri Fratelli d’Italia ha presentato un emendamento alla Camera per allungarle la vita. La mossa ricorda quella fatta da Matteo Renzi nel 2015, quando da premier minacciò i giornali di non prorogare la misura, togliendola dal decreto Milleproroghe, salvo poi farla ripristinare via emendamento parlamentare. Un segnale agli editori di poter aprire e chiudere un rubinetto che allora valeva 120 milioni (soldi che vengono rimborsati alla P.A. da chi vince le gare).
L’emendamento di FdI fa felici gli editori, ma non è il solo che riguarda il settore affidato alle manovre parlamentari. Un altro di Forza Italia infatti rinvia al 2027 l’inizio dei tagli al “Fondo per il pluralismo” decisi nel 2019 dal governo Conte-1 che in tre anni avrebbero azzerare i contributi diretti destinati a giornali editi da cooperative, enti senza fini di lucro o minoranze linguistiche (giornali di nicchia ma anche nazionali come Libero, Il Foglio, il manifesto, Italia Oggi, Avvenire, etc.). I tagli sono stati sempre rinviati ma, senza nuove proroghe, partiranno da quest’anno: il fondo valeva 115 milioni nel 2023 (comprese radio e tv).
L’emendamento li rinvia in attesa della riforma del settore, che il governo si è fatto assegnare con una delega blindata nell’ultima manovra: gli consentirà di riscrivere l’intera normativa sui finanziamenti all’editoria, tra cui il fondo straordinario di sostegno al settore (140 milioni). Partite vitali per il settore, tutte in mano al governo.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
ALLA KERMESSE IN SVIZZERA I PAESI COMUNICANO LA LORO STRATEGIA DI SVILUPPO MA QUELLA DELL’ITALIA NON SI VEDE
«Tutti sono qui a Davos per attirareinvestimenti, l’Italia è qui per vendere il suo debito». Sintetizza così la differenza un manager finanziario europeo. Chiedendo di restare anonimo: non è escluso che un po’ di debito italiano, o qualche pezzo delle aziende di Stato, decida di comprarlo anche lui. Perché quello che l’Italia mette in vendita in questo momento è considerato merce di qualità, si capisce al World economic forum. Gli investitori internazionali «sono molto interessati» al nostro piano di privatizzazioni, ha detto il ministro Giancarlo Giorgetti mercoledì, la giornata che ha trascorso in cima alle Alpi svizzere incontrando a porte chiuse – ma con fotografie per testimoniare e diffondere – alcuni dei nomi più noti del mondo della finanza. Jamie Dimon, numero uno di JpMorgan, Ray Dalio di Bridgewater, re dei titoli di Stato, Brian Moynihan di Bank of America, manager che con le loro scelte possono spostare miliardi.
Il governo vuole sfruttare questa luna di miele con i mercati per l’obiettivo più urgente, mettere soldi in cassa. Perché quest’anno il Tesoro dovrà collocare oltre 400 miliardi di euro di titoli di Stato, un ammontare record nell’era dell’euro, senza più gli acquisti di emergenza della Bce e con quelli delle famiglie che potranno compensare fino a un certo punto. E perché in vista della prossima manovra bisognerà trovare quasi 16 miliardi solo per rinnovare il taglio del cuneo fiscale e dell’Irpef.
Sarà fondamentale, perché se sui mercati oggi domina l’ottimismo, nell’economia reale molto meno. La media delle stime sulla crescita italiana è di sei decimi, la metà di quanto prevede il governo, e qui i rischi appaiono al ribasso. Il Pil dovrebbe ripartire timidamente nella seconda metà dell’anno, quando la Bce potrebbe tagliare i tassi, ma le guerre o altri choc potrebbero peggiorare il quadro.
Nel frattempo gli investimenti delle imprese sono congelati, nel momento in cui tutto il mondo sta cercando e mobilitando risorse per finanziare la transizione ecologica, quella digitale e nuove politiche industriali. Il fatto che proprio qui a Davos il colosso dei chip Intel abbia confermato che non costruirà uno stabilimento in Italia è un campanello d’allarme: sono soprattutto gli investimenti industriali delle aziende straniere, quelli che portano Pil, posti di lavoro e tecnologia, che gli altri sgomitano per attrarre. Diversi dagli investimenti finanziari che servono a puntellare i conti pubblici.
I primi hanno orizzonti più lunghi, necessità diverse. E per assicurarseli bisogna mostrare altro. Andrea Illy, presidente dell’omonima multinazionale del caffè, parla di visione. «L’Italia è stata resiliente, d’altra parte noi italiani facciamo meglio nelle crisi, e questo governo ha limitato i danni. C’è stabilità, ma dove andiamo? Qual è la nostra visione a cinque anni? Abbiamo di fronte macigni come il cambiamento climatico, il tema dell’immigrazione che diventerà sempre più centrale», dice.
Non è certo l’unico posto dove farlo, né certo il più importante, ma al World Economic Forum di Davos tanti Paesi provano proprio a comunicare dove vogliono andare, una strategia di sviluppo. E tra le tante visioni in mostra qui, più o meno convincenti, quella dell’Italia non si vede. «Dove sono gli italiani?», chiede un connazionale che lavora in una grande banca estera.
Sono pochi: qualche azienda di Stato come Enel ed Eni, le due banche Intesa e Unicredit, una manciata di imprese industriali. Soprattutto, si muovono da soli. Altri governi a Davos fanno sistema, affittano – a caro prezzo – uno spazio “nazionale” nella Promenade per mettere la loro bandiera in vetrina, organizzano incontri con le grandi multinazionali dell’industria o del digitale, presenti in massa.
L’anno scorso il nostro governo mandò il solo ministro dell’Istruzione Valditara, disertando invece un appuntamento proprio con i manager Intel, cosa che li spiazzò non poco. Quest’anno ha fatto un passo oltre: è venuto il ministro dell’Economia, ma è rimasto meno di ventiquattrore, il tempo di illustrare il piano di privatizzazioni ai big della finanza.
«La mia impressione è che l’Italia sia come aggrappata all’iceberg dell’Europa», aggiunge Illy. Iceberg che non si capisce bene dove vada. Al Forum se ne è parlato molto: della necessità di completare il mercato unico, tema su cui è al lavoro l’italiano Enrico Letta, e di tenere il passo nella corsa per la competitività tra Stati Uniti e Cina, argomento del dossier che sta preparando Mario Draghi.
Dal palco il presidente francese Macron ha rispolverato gli eurobond, il premier belga De Croo ha parlato della necessità di un grande piano industriale Ue finanziato con debito comune. [Doveva intervenire anche Giorgetti, ma è ripartito in anticipo.
(da La Repubblica)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
I MEDIA USA STUPITI DI COME IL GOVERNO ITALIANO NON PRENDA POSIZIONE SULLA VICENDA
Italian Culture Official Investigated in Stolen Art Case“. Ovvero:
“Sottosegretario italiano alla Cultura indagato per un caso di opera d’arte rubata”. Il titolo è inequivocabile, la vicenda è ormai arcinota, la testata è la più importante del mondo.
Perché a raccontare tutta la storia dell’indagine a carico di Vittorio Sgarbi, accusato di riciclaggio per il quadro di Manetti rubato nel castello di Burzio, ora è addirittura il New York Times.
In un lungo articolo, il quotidiano statunitense – punto di riferimento dei media di tutto il pianeta – ha ripercorso tutte le tappe dell’inchiesta del Fatto Quotidiano e di Report, entrambi citati: si parte dalla denuncia per furto del 2013, quando la tela venne trafugata, per arrivare al 2021, ovvero alla mostra di Lucca in cui l’opera magicamente riappare. Poi si arriva ai giorni nostri, con l’iscrizione del sottosegretario del Governo Meloni nel registro degli indagati e con il sequestro della tela all’interno del deposito di un immobile di Ro Ferrarese di proprietà di Sgarbi. Il New York Times, inoltre, ha provato a raccogliere la versione del critico tramite il suo legale.
“L’avvocato di Sgarbi, Giampaolo Cicconi, ha rifiutato di essere intervistato da un giornalista del New York Times – si legge nell’articolo – scrivendo in una email che “in questa fase delicata non intendo rilasciare dichiarazioni”.
A questo punto, il giornale ha inserito nel suo pezzo quanto Sgarbi ha affermato nelle scorse settimane, raccontando che il suo dipinto è stato ritrovato nella soffitta di una villa acquistata dalla madre nel 2000, che le due opere sono diverse, sottolineando che il suo dipinto presenta una piccola torcia in alto a sinistra, mentre il dipinto piemontese (conosciuto solo tramite fotografie) no.
“Gli esperti della Procura – si legge sul Nyt – cercheranno di stabilire se la fiaccola del dipinto di Sgarbi sia stata dipinta nel XVII secolo o aggiunta successivamente”. Non solo. Il giornale americano ha ricordato anche che Sgarbi (“conosciuto per il suo carattere irascibile e l’uso di un linguaggio volgare”) recentemente è stato coinvolto in un’altra polemica, perché “pur essendo un membro del Parlamento, è stato pagato per eventi pubblici, tra cui conferenze o presentazioni di libri, portando una delle autorità antitrust italiane a verificare se Sgarbi sia stato coinvolto in attività “incompatibili con l’essere parte del governo”.
Si tratta, neanche a dirlo, dell’altra inchiesta del Fatto Quotidiano sul critico d’arte. Non manca, infine, un lungo passaggio dell’articolo dedicato alle reazioni della politica. È stato sottolineato che le opposizioni hanno chiesto la rimozione di Sgarbi dalla carica e, soprattutto, che il governo è rimasto zitto.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
LA GIORNALISTA DI “PIAZZAPULITA” ROBERTA BENVENUTO VIENE MINACCIATA A BOLOGNA DA UN UOMO CHE SCORTA GIORGIA MELONI – “IL FATTO QUOTIDIANO”: “LA MELONI COSA NE PENSA DI QUEL MODO DI ALLONTANARE LA GIORNALISTA?”
“Non facciamo che ti devo mettere le mani addosso. Non parla. Scusami tanto”. Scusami tanto? Dopo aver minacciato una giornalista, che in modo assolutamente fermo e altrettanto educato ha posto delle domande al primo ministro – o prima ministra che dir si voglia – d’Italia.
Primi minuti della puntata di giovedì 18 gennaio di Piazzapulita di Corrado Formigli; dopo il suo editoriale lancia il primo servizio. Il tema è come Giorgia Meloni si rifiuti di rispondere, partecipare o far partecipe qualsivoglia esponente del partito di Fratelli d’Italia alla trasmissione che va in onda su La7.
L’inviata Roberta Benvenuto segue Meloni in una uscita a Bologna; la professionista formula delle domande. Meloni dice di non voler rispondere in nessun modo alla trasmissione. Ironizza un paio di volte.
Ad un certo punto si sente quella voce – polizia di Stato? Carabinieri? Scorte varie? – la cui frase è nello screenshot allegato: Giorgia Meloni sorridente mentre le chiedono un selfie, mentre tutti fanno finta di niente. Come se la giornalista non esistesse. Solo un piccolo elemento di disturbo a cui mettere addosso le mani nel caso continui a fare il suo lavoro.
Il metodo è: prima ti minaccio, ti spavento, cerco di rabbonirti e poi ti tratto come una poveretta. Ecco una professionista trattata come una poveretta. Quella voce roca dell’uomo che rappresenta il potere e la violenza.
Chiedo a Giorgia Meloni cosa ne pensi di quel modo di allontanare la giornalista, chiedo al primo ministro o prima ministra – per me poco cambia in una situazione del genere – se si tace su una frase come “facciamo che non ti devo mettere addosso le mani”.
Chiedo che Meloni prenda provvedimenti nei confronti di quel tizio, perché dal mio punto di vista è solo un tizio che si fa valere con le minacce – anche se fosse il capo di altre persone.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL MELONIANO MOLLICONE HA IMPOSTO IL DIRETTORE GENERALE DELLA FONDAZIONE TEATRO DI ROMA (DE FUSCO ERA IL CANDIDATO COL CURRICULUM PIÙ SCARSO)… LA DELIBERA RISULTEREBBE ILLEGITTIMA VISTO CHE IL PRESIDENTE DEL CDA (SICILIANO), CHE È COLUI CHE CONVOCA E DECIDE L’ODG, NON HA PARTECIPATO. FINIRÀ A RICORSI
Colpo di mano di Mollicone! Il regista Luca De Fusco è stato
nominato direttore generale del Teatro di Roma tra le proteste del Campidoglio: ”Cda farsa, è stata una riunione privata”. Il Ministero della Cultura e la Regione Lazio mettono 1.5 milioni contro i 7 del Comune di Roma, ma è il meloniano Mollicone che ha imposto il direttore generale della Fondazione Teatro di Roma (De Fusco era il candidato col curriculum più scarso). La delibera è illegittima visto che il presidente del cda (Siciliano), che è colui che convoca e decide l’odg, si è rifiutato di partecipare. Finirà a ricorsi…
Il regista Luca De Fusco è stato nominato direttore generale del Teatro di Roma, ma lo scontro è totale, con l’assessore alla Cultura del Comune di Roma che parla di “tentativo di occupazione da parte della destra”.
Questa mattina è andata in scena una situazione mai vista prima, con i tre componenti del Cda che rappresentano Regione Lazio e ministero della Cultura asserragliati in uno degli uffici della fondazione, in via Barbieri.
Il presidente Francesco Siciliano e la consigliera Natalia Di Iorio che rappresentano il Comune di Roma, invece si sono rifiutati di partecipare e durante una conferenza stampa di fuoco hanno messo in discussione la validità del Cda in corso, definito da Siciliano “una riunione privata”. Entrambi, avrebbero preferito come direttore generale Ninni Cutaia perché “al contrario di De Fusco che è un artista, è un manager e noi di questo abbiamo bisogno”.
Siciliano ha anche ricostruito la situazione finanziaria che, come ricostruito da Repubblica nei giorni scorsi, prevede 6,5 milioni di euro di fondi da parte del Comune e 1 milione dalla Regione Lazio. In più il Comune è proprietario dei teatri (la fondazione gestisce l’Argentina, l’India e il teatro di Villa Torlonia).
Nonostante questo, Roma Capitale e regione hanno entrambi due consiglieri. Con quello che rappresenta il Mit schierato dalla parte di De Fusco, ecco che il Campidoglio si è ritrovato in minoranza.
“Questo incontro – incalza l’assessore alla Cultura Gotor – è, nei fatti, abusivo perché non rispetta le prerogative del Presidente Siciliano che ieri sera aveva disposto di aggiornare la riunione del Cda già da lui convocato, come previsto dallo statuto. È evidente quindi che è in corso un tentativo di occupazione da parte della destra di una fondamentale realtà del sistema culturale romano e italiano che denunciamo e a cui ci opporremo con tutte le nostre forze. La libertà e l’autonomia della cultura sono valori non negoziabili. Spero che nelle prossime ore prevalgano la ragionevolezza e il buon senso”.
(da Dagoreport)
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Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile
PERCHÉ DELMASTRO AVEVA CON SÉ SOLO METÀ DELLA SCORTA? IL SOTTOSEGRETARIO DOV’ERA? E COME MAI IL DEPUTATO MELONIANO, INTERROGATO IN PROCURA, HA SCELTO DI NON DIRE NULLA?
Tre centimetri, forse meno, hanno fatto la differenza. Se non ci fossero, oggi – venti giorni dopo – saremmo qui a raccontare una storia completamente diversa sulla notte di Capodanno a Rosazza, sulle montagne del Biellese. Meno di tre centimetri è la distanza che c’è tra l’arteria femorale e il punto in cui è passato il proiettile sparato dalla mini pistola del deputato di Fratelli d’Italia, Emanuele Pozzolo, che ha ferito alla coscia sinistra l’elettricista biellese Stefano Campana. I medici non hanno dubbi: «Tranciare quell’arteria porta alla morte in pochi minuti».
Ma, per una cosa che quella notte è andata molto bene, ce ne sono molte altre che potevano andare diversamente. E oggi, forse, avremmo già le risposte che ancora non ci sono. Prima fra tutte: chi ha davvero sparato a Campana?
Gli errori di quella notte
Per capire meglio bisogna tornare lì, alla festa. Con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, sono presenti la moglie, i figli e i loro amici, il caposcorta Pablito Morello, sottufficiale della Polizia penitenziaria, che partecipa con la figlia e il genero (l’uomo rimasto ferito). Poi ci sono la sorella di Delmastro – Francesca – che è anche la sindaca del paese, e un amico. Alle 2, o poco prima, c’è lo sparo. Che parte dalla pistola dell’onorevole Pozzolo (passato a salutare il sottosegretario). Ha il porto d’armi per difesa personale da appena due settimane. E la pistola calibro 22 più o meno dallo steso tempo. Arriva, la fa vedere in giro, e c’è lo sparo.
Quando arrivano i carabinieri è passata già più di mezz’ora dal ferimento. La pattuglia viene da Vigliano Biellese. E i due carabinieri fanno ciò possono, e sanno. Avvisano il magistrato di turno, che però non sale a Rosazza. Avvisano la loro centrale: avere a che fare con il sottosegretario alla Giustizia e con un deputato – poco collaborativo – è complicato e cercano sostegno. Servirebbe un ufficiale di esperienza e autorevolezza. Ma non arriva nessuno. Non – ovviamente – il comandate provinciale, Mauro Fogliani, che deve passare gli ultimi due giorni a Biella prima che sia operativo il suo trasferimento a Genova. Non il comandante del Reparto operativo che è in ferie. Non il comandante della compagnia, che non c’è. E non arriva neppure quello del nucleo operativo. Se la devono cavare da soli. E la gente intanto va, viene, torna.
La scena s’inquina: il peggio del peggio quando ci sono indagini da fare. E non arriva neppure il loro comandante di stazione. Ma quello del paese di Andorno, la stazione più vicina.
Il test e il mancato sequestro
Siamo nel 2024 e con i cellulari ormai tutti filmano tutto. Ma nessuno pensa di farli sequestrare, almeno temporaneamente. Peccato. Magari si poteva trovare qualcosa di utile alle indagini.
È già passato parecchio tempo. L’onorevole Pozzolo intanto si ribella: non vuole sottoporsi allo Stub (la ricerca di elementi della combustione della polvere da sparo) da parte dei tecnici della scientifica, che nel frattempo sono arrivati alla Pro Loco di Rosazza dov’è accaduto il patatrac. Pozzolo si lascia convincere soltanto dal padre, che giunge più tardi.
Per ottenere la certezza di chi c’era davvero attorno a quel tavolo lo Stub – in casi come questo – va eseguito su tutti i presenti. Cosa che non viene fatta. Perché? Mistero.
Basta? No. Dov’era la scorta dell’onorevole Delmastro, i quattro uomini che si occupano della sua tutela? Lì ce n’erano soltanto due: il «capo» Morello e Salvatore Mangione. E gli altri? Erano stati fatti andare via prima della festa. Ma anche questa è una violazione delle regole per la tutela di una persona che ha un livello di protezione piuttosto alto. E che a fine festeggiamenti deve rientrare a casa.
La doppia versione
Campana, dopo tre giorni, denuncia Pozzolo. «Ha sparato lui», dice. Ma è la parola di uno contro quella di un altro. Perché se su Pozzolo fossero trovati resti di Gsr, potrebbe – in astratto – anche averli raccolti se avesse sparato prima, magari a mezzanotte, mentre era con i suoi parenti. Attenzione: è un’ipotesi. Ma lì sarebbe la parola del ferito contro quella del parlamentare. Che interrogato in procura ha scelto di non dire nulla se non «mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Per fortuna ci sono anche i ricordi del suocero del ferito – il caposcorta Morello – che gli danno ragione.
Ancora una domanda: il sottosegretario dov’era? Non a 200 metri dalla Pro loco a portare il cibo in auto. Ma, a quel che si è riusciti a capire fin qui, era fuori. C’è un testimone: un ragazzo che gli chiede una sigaretta. Che lui non gli dà. I tempi coincidono? Lo dirà la procura di Biella che deve mettere in fila gli elementi. E dare risposte certe.
(da La Stampa)
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