Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
AUMENTATA ANCHE LA COOPERAZIONE MILITARE CON IL NIGER CHE, A NOVEMBRE, HA VOLTATO LE SPALLE A PARIGI. LA VOLONTA’ DI PUTIN DI RICATTARE L’EUROPA CON I PROFUGHI
Una base militare russa nel cuore dell’Africa. È questo uno degli
ultimi obiettivi strategici di Mosca mentre cerca di allargare la sua influenza nel Continente. La struttura sarà costruita nella Repubblica Centrafricana e ospiterà fino a 10mila soldati di Mosca. « La Russia è in trattative con il governo a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, per ospitare una base militare russa – si legge nel comunicato dell’Istituto per lo studio della guerra (Isw)
Il Cremlino continua gli sforzi per espandere la sua influenza attraverso l’Africa corps (ex Wagner group nel continente) controllato dal ministero della Difesa». Secondo l’Isw, un think tank statunitense fondato da alcune società militari private durante le guerre in Iraq e Afghanistan, le operazioni degli apparati di intelligence russi stanno occupando un ruolo sempre più importante in Niger, Burkina Faso, Mali e Repubblica Centrafricana.
Dopo alcuni mesi di tensione con l’ex potenza coloniale francese, il Niger ha espulso l’ambasciatore Sylvain Itté a settembre, fatto chiudere l’ambasciata a ottobre, e annullato ogni accordo militare che aveva con Parigi (e l’Europa in generale) a novembre. Era ultimo Paese che vedeva sul proprio territorio la presenza di truppe di Parigi. Rimangono invece gli statunitensi con l’ambasciatrice, Kathleen FitzGibbon, una base militare ad Agadez, nel nord, e circa 1.100 soldati americani.
Dal 2014, Mosca ha comunque firmato nuovi contratti di cooperazione militare con «almeno 19 Stati africani». Ma la Russia non si sta muovendo in Africa solo militarmente e politicamente.
Nell’ambito del nuovo “colonialismo 2.0”, diversi contratti, alcuni pubblici altri meno, sono stati firmati con numerosi Paesi africani nel settore economico. La compagnia petrolifera nazionale del Sudafrica, Petro-SA, ha scelto la russa Gazprombank come partner per investire nel rilancio della raffineria di Mossel Bay.
L’impianto Gtl (da gas a liquido) produceva 45mila barili al giorno (bpd) ma sta attraversando un processo di manutenzione dal 2020 a causa della riduzione delle risorse nazionali di gas offshore. « Prima di scegliere la Gazprombank abbiamo controllato ogni possibile sanzione con i nostri legali », ha detto Sesakho Magadla, direttore operativo ad interim di PetroSA. L’Associazione delle banche russe e l’Associazione dei banchieri dell’Africa occidentale hanno inoltre firmato un memorandum d’intesa al 20esimo Forum bancario internazionale dello scorso settembre.
E sebbene il volume (ufficiale) del commercio tra la Russia e l’Africa ammontasse fino all’anno scorso a poco più di 18 miliardi di dollari le cose sembrano cambiare velocemente grazie a un aumento del 35 per cento del fatturato commerciale durante la prima metà del 2023. Secondo diverse fonti, i russi hanno ottenuto da mesi concessioni minerarie in vari Paesi africani tra cui Burundi per l’uranio, Mali e Burkina Faso per l’oro, Centrafrica per i diamanti e altri tipi di materie prime.
Inoltre, Mosca sta cercando di coordinarsi al meglio con i Paesi Brics (Brasile, India, Cina, Sudafrica), i quali stanno aumentando di numero, per rimpiazzare nel futuro prossimo gli scambi commerciali in dollari con le monete locali.
(da Avvenire)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
IL CIALTRONE MILEI VUOLE CHE I RICCHI SI LIBERINO DEI POVERI, COSI’ I RICCHI NON AVRANNO PIU’ PROBLEMI
Forse perché sosia inconsapevole di Cetto Laqualunque, il caudillo argentino Milei ha pronunciato, a Davos, una delle battute del secolo. Ha detto, testualmente, che «l’Occidente è minacciato dal socialismo», nel divertito stupore dei potenti e dei ricconi colà riuniti, nessuno dei quali ha mai pensato che il socialismo, fenomeno novecentesco del quale scorrono qui e là gli ultimi rivoli quasi disseccati, possa mai costituire una minaccia.
A meno che Milei, come è abitudine della destra paranoica che governa ormai mezzo mondo, per «socialismo» non intenda welfare, ovvero l’usanza di finanziare con le tasse di tutti le necessità di tutti (sanità, scuola, infrastrutture, ordine pubblico), con qualche riguardo in più per chi è meno garantito.
Sì, forse l’anarco-liberista Milei voleva dire proprio questo, che i ricchi devono finalmente liberarsi dei poveri, zavorra inammissibile, costo insopportabile per lo Stato anzi per la Nazione, che è il nuovo/vecchio nome che la nuova/vecchia destra ha deciso di dare alle società umane.
Qualche tentativo in questo senso (fare che i poveri la smettano di attentare alla salute del business) già era stato fatto, da Thatcher in poi, con buoni risultati per i ricchi, meno brillanti per i poveri.
I quali, ad ogni buon conto, in molte parti del mondo plaudono ai Milei di turno e li votano, ritenendo che la causa dei loro mali non sia lo spropositato potere del capitale finanziario, ma sia la democrazia, l’impiccio che impedisce al Capo di turno di condurre il popolo alla vittoria.
Milei non lo ha detto, ma il suo vero nemico non è il socialismo, è la democrazia. Dopo la morte del socialismo è diventata la prima candidata al patibolo. Sarà impiccata tra gli applausi della folla.
(da La Repubblica)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DELLA CNN INCHIODA IL GOVERNO DI NETANYAHU
Sono almeno 16 i cimiteri profanati dall’esercito israeliano da
quando è iniziata l’offensiva militare nella Striscia di Gaza a seguito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso. Lo sostiene un’inchiesta della Cnn che sottolinea come l’Idf abbia «distrutto lapidi e, in alcuni casi, dissotterrato cadaveri».
Le rivelazioni dell’emittente statunitense arrivano dopo un lavoro di analisi delle immagini satellitari e filmati pubblicati sui social media, dopo che alcuni suoi giornalisti avevano visto coi propri occhi alcune delle zone profanate nel corso di una visita a Gaza con le stesse truppe israeliane.
Alcune delle devastazioni potrebbero configurarsi come «crimine di guerra», fa notare la Cnn.
In altri casi, sembra che l’esercito israeliano abbia utilizzato i cimiteri come avamposti militari, spiega Cnn. Le immagini e i filmati hanno infatti mostrato come i bulldozer israeliani abbiano trasformato i cimiteri in aree di sosta, radendo al suolo ampie aree e fortificando le proprie posizioni.
Come è accaduto nel quartiere Shajaiya di Gaza City, dove un tempo sorgeva il cimitero. Qui, i veicoli da guerra militari – precisa l’emittente – hanno costruito strutture difensive intorno al perimetro.
Una scena di devastazione è invece visibile al cimitero di Bani Suheila, a Est di Khan Younis, dove le immagini satellitari hanno rivelato la deliberata e progressiva demolizione del cimitero e la creazione di fortificazioni difensive nel corso di almeno due settimane tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio.
Mentre in altri luoghi di sepoltura, Al Falouja nel quartiere di Jabalya, a nord di Gaza City, nel cimitero di Al-Tuffah e in un cimitero nel quartiere di Sheikh Ijlin, diverse lapidi sono state distrutte e pesanti segni di battistrada indicavano il passaggio dei veicoli blindati o carri armati sopra le tombe.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
DA AMBURGO AD HANNOVER, DA FRANCOFORTE A DORTMUND: MANIFESTAZIONI OCEANICHE PER APPLICARE LA COSTITUZIONE … IN ITALIA LE OPPOSIZIONI STANNO INVECE A LITIGARE TRA LORO
Sabato in moltissime città della Germania ci sono state grandi manifestazioni contro il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), per chiedere di bandirlo dal paese. Si stima che vi abbiano partecipato un milione e mezzo di persone: le proteste maggiori si sono svolte ad Amburgo, Francoforte, Hannover, Kassel, Dortmund, Wuppertal, Karlsruhe e Norimberga.
Le manifestazioni sono una reazione a un’inchiesta pubblicata a inizio gennaio dal sito tedesco di giornalismo investigativo Correctiv secondo cui a fine dicembre ci sarebbe stato un incontro tra alcuni leader di AfD e diversi membri del movimento neonazista tedesco e finanziatori del partito. L’obiettivo della riunione sarebbe stato quello di discutere un piano di espulsioni su larga scala delle persone richiedenti asilo, di immigrati con permesso di soggiorno e anche di cittadini tedeschi di origine straniera. L’operazione è stata definita “remigrazione”.
Manifestazioni del genere vanno avanti da giorni, ma quelle di sabato sono state le più partecipate: sono state sostenute anche dal cancelliere tedesco Olaf Scholz (Socialdemocratico), che aveva partecipato a una protesta domenica scorsa a Potsdam insieme alla ministra degli Esteri Annalena Baerbock. Le proteste sono state sostenute da molti altri politici, ma anche da vari allenatori e dirigenti del principale campionato di calcio tedesco (la Bundesliga), e da diversi vescovi.
AfD è stato fondato nel 2013 e oggi è il secondo partito più popolare in Germania dopo l’Unione Cristiano-Democratica (CDU, il principale partito conservatore tedesco), con un consenso a livello nazionale superiore al 21 per cento, ma che va oltre il 30 per cento nei sei länder (corrispettivo delle nostre regioni, ma con maggiore autonomia) dell’ex Germania dell’Est: in Sassonia e Turingia, dove il 1° settembre si terranno le elezioni regionali, arriva al 35 per cento.
Il partito ha negato che la “remigrazione” faccia parte del proprio programma, ma da giorni in Germania si sta comunque discutendo della possibilità di bandire l’AfD, sulla base dell’articolo 21 della costituzione tedesca.
L’articolo 21 prevede che siano «incostituzionali i partiti che, con i loro obiettivi o con il comportamento dei loro aderenti, cercano di indebolire o abolire l’ordine fondamentale democratico libero o di mettere in pericolo l’esistenza della Repubblica federale tedesca».
Non tutti sono concordi però sulla reale possibilità di mettere fuori legge l’AfD, e nemmeno sull’efficacia che potrebbe avere una tale misura. Bandire un partito in Germania è piuttosto complesso dal punto di vista legale, anche se ci sono dei precedenti: nel 1952 la Corte costituzionale tedesca bandì il Partito socialista del Reich, erede del partito nazista, e nel 1956 il Partito comunista tedesco. Ci sono però anche casi in cui la richiesta di bandire un partito è stata respinta: nel 2017 la Corte costituzionale tedesca si era opposta al bando del Partito nazionaldemocratico tedesco (NPD), considerato all’epoca da molti il partito neonazista più importante emerso nel paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
E poi ci sono dubbi sui risvolti politici che avrebbe una misura di questo tipo: alcuni infatti ritengono che chiedere alla Corte costituzionale di vietare l’AfD ora sarebbe particolarmente rischioso, soprattutto se la Corte dovesse poi rifiutarsi di farlo, perché potrebbe portare diversi elettori a simpatizzare con l’AfD per quello che sarebbe probabilmente visto come un tentativo di censura.
(da Il Post)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
LA MINISTRA DEL LAVORO CALDERONE, A CUI SPETTA LA NOMINA, VORREBBE VINCENZO DAMATO, IN BUONI RAPPORTI CON ARIANNA MELONI, SORELLA DELLA PREMIER
Volano dossier nelle stanze dell’Inps. Mancano solo gli ultimi
passaggi burocratici per la ratifica della nomina a presidente di Gabriele Fava, dopo l’ok di Camera e Senato incassati la scorsa settimana. Ma tutte le attenzioni della politica sono concentrate sulla figura chiave che guiderà nei prossimi anni la complessa macchina dell’Istituto di previdenza: il direttore generale.
O per meglio dire, la direttrice. Visto che la candidata in pole position è Valeria Vittimberga, capo della centrale acquisti dell’Inps, un passato nel Fronte della Gioventù. E soprattutto un’amicizia di lunga data con Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario omnibus di Palazzo Chigi e braccio destro della premier Giorgia Meloni.
Nomina che divide
Una nomina che divide, dentro e fuori dall’Istituto. Dove c’è chi prepara dossier per screditarne la figura, giudicata inadeguata per l’importante ruolo. La promozione della Vittimberga viene però considerata praticamente cosa fatta dalle parti di Palazzo Chigi. La stessa dirigente, a molti interlocutori, ripete di aver già iniziato una proficua collaborazione con il presidente designato, l’avvocato Gabriele Fava, ex commissario di Alitalia, uomo in quota Lega o meglio in quota Giancarlo Giorgetti, il ministro dell’Economia.
Un altro candidato importante in realtà c’è. Si tratta di un dirigente interno, Vincenzo Damato, esperto e stimato, lunga carriera in Inps, in buoni rapporti con Arianna Meloni, la sorella della premier e responsabile della segreteria politica di Fratelli d’Italia. Poiché la nomina del direttore generale, su proposta del Cda, spetta alla ministra del Lavoro, è probabile che Marina Calderone preferirebbe Damato a Vittimberga, più solido. Sempre se fosse costretta, come però pare, a rinunciare alla conferma dell’attuale dg Vincenzo Caridi per cui si è spesa. Finito pure lui nell’occhio dei critici per una gestione pasticciata del nuovo Reddito di cittadinanza, dall’sms in estate al blackout sui numeri di domande e pagamenti.
Ecco dunque la guerra per bande. Alla Vittimberga si rimprovera la gestione di alcuni delicatissimi dossier confluiti sui tavoli di Fazzolari a Palazzo Chigi e poi in legge di Bilancio. In particolare quello sulle pensioni con tutte le forme di anticipo penalizzate. E soprattutto con il passo falso del taglio ai medici e ad altri dipendenti pubblici che ha tenuto in ostaggio la manovra fino a Capodanno. Con la parziale soluzione di “Quota 46” dei camici bianchi, trattenuti al lavoro ad oltranza per evitare penalità. Una pezza peggiore del buco.
(da La Repubblica)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
“AVEVO CONCORDATO CON IL MINISTRO SANGIULIANO UN PERCORSO CONDIVISO. INVECE POI MOLLICONE”… “IMPUGNEREMO LA DELIBERA IN QUANTO ILLEGITTIMA”
Sindaco Roberto Gualtieri, la destra si è presa anche la Fondazione del Teatro di Roma.
«Sono sconcertato. È un grande atto di arroganza. Una prepotenza politica che conferma il loro deficit istituzionale».
Nel merito cosa contesta?
«Per governare una Fondazione come quella di Roma, che gestisce tre teatri, l’Argentina, l’India, villa Torlonia, e a cui si aggiungerà il Valle, serve un manager teatrale e non un regista come De Fusco».
Perché un manager?
«Perché sono teatri profondamente diversi tra loro e pertanto hanno bisogno di una progettualità distinta. De Fusco poggia la sua visione in un teatro molto tradizionale, che ha poco a che fare con la contemporaneità»
Nel metodo qual è lo scandalo?
«Nel giorno in cui il Presidente della Repubblica lancia un monito contro il pensiero unico della cultura di destra arriva un inquietante segnale che deve suonare da allarme per quelli che hanno a cuore il pluralismo e il senso delle istituzioni».
Perché sarebbe stato un blitz?
«Avevo concordato con il ministro Sangiuliano un percorso condiviso, nel metodo e nel merito. Invece poi un deputato ha fatto riunire i consiglieri delle destra in una saletta in assenza del presidente e del delegato del Comune di Roma».
Il deputato è Federico Mollicone, Fratelli d’Italia.
«Che ha organizzato questa prevaricazione in nome del suo partito, in spregio alla leale collaborazione tra le istituzioni».
Com’è stato possibile?
«Con l’esercizio strumentale delle funzioni vicarie o sostitutive del vice presidente rispetto alle prerogative proprie del presidente».
Scavalcando l’attuale presidente del Cda, Siciliano?
«Sì. Solo che non era maturata alcuna forma di assenza o impedimento da parte sua. Anzi, aveva invece esercitato le sue prerogative, differendo il consiglio d’amministrazione».
Per Mollicone è tutto legittimo.
«È una prevaricazione invece. L’ennesima. Le istituzioni hanno il dovere di collaborare di fronte a realtà culturali così importanti e i partiti non devono intromettersi».
Impugnerete la delibera?
«Assolutamente sì. È un atto improprio anche da un punto di vista formale, e mi sembra evidente che questo blitz non andrà da nessuna parte perché totalmente illegittimo. È veramente uno spettacolo penoso».
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
TRE CONSIGLIERI DEL CDA HANNO VOTATO UN DIRETTORE VICINO A GIANNI LETTA IN UN “INCONTRO ABUSIVO”… PROSSIMA TAPPA I DAVID DI DONATELLO
L’assalto del centrodestra alla cultura è inarrestabile e l’ultimo
oggetto di conquista è il teatro di Roma, anche a rischio di venire subissati di ricorsi.
Con un blitz, infatti, è stato nominato nuovo direttore generale il regista Luca De Fusco e la votazione è avvenuta in uno scenario surreale: in assenza del presidente del consiglio di amministrazione Francesco Siciliano e della consigliera Natalia Di Iorio che rappresentano il Comune e solo con il vicepresidente nominato dalla Regione Lazio Danilo De Gaizo, la presidente di ConLirica Daniela Traldi (anche lei di nomina della Regione) e l’attore Marco Prosperini, indicato dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. I tre, asserragliati nell’ufficio della fondazione in via Barbieri, avevano voluto fosse presente il collegio dei revisori per garantire la legittimità della seduta.
Col risultato di andare allo scontro totale e col rischio che comunque la votazione risulti illegittima.
Siciliano e Di Iorio, infatti, hanno tenuto una conferenza stampa durissima in cui hanno messo in discussione la validità del cda appena svolto in loro assenza, definendolo «una riunione privata». Infatti, la sera precedente il presidente Siciliano aveva disposto di sconvocare e rinviare la riunione di cda, secondo i poteri che gli riconosce lo statuto.
Di «incontro abusivo» ha parlato anche l’arrabbiatissimo assessore alla Cultura di Roma, Miguel Gotor, che ha definito quanto accaduto «un tentativo di occupazione da parte della destra».
L’ira del comune si spiega anche – come ricostruito da Siciliano – col fatto che i fondi a disposizione dell’ente siano per 6,5 milioni messi da Roma Capitale, che è anche proprietario dei tre teatri che la fondazione gestisce (l’Argentina, l’India e il teatro di Villa Torlonia) e solo uno dalla Regione Lazio ma, nonostante questo, esprimono un consigliere a testa. Fuori, quindi, il candidato sostenuto dal comune Ninni Cutaia, direttore generale del ministero della Cultura ed ex direttore del Mercadante. «Fusco è un artista, Cutaia è un manager e di questo noi abbiamo bisogno», è stato il ragionamento di Siciliano, che a Domani ha parlato di «violenza perpetrata e di strappo nei confronti della città e questo nessuna carta bollata potrà ricucirlo».
Regista del colpo di mano sarebbe stato il deputato romano di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, ispiratore al governatore Rocca e a Sangiuliano del nome di De Fusco, regista teatrale napoletano, e molto apprezzato anche dall’ex consigliere di Silvio Berlusconi, Gianni Letta. Tanto che lo stesso Mollicone, che formalmente nulla ha a che fare col caso, ha commentato «che non c’è stata nessuna forzatura, la riunione è assolutamente legittima, illegittimo è sconvocare un Cda soltanto aggiornato» e ancora «la nomina del direttore De Fusco è assolutamente piena e legittima».
Per tentare di risolvere in extremis il pasticcio si è mosso il sindaco Roberto Gualtieri, che ha parlato di «un teatro che non può essere bottino di una parte politica» e tra i vari tentativi ci sarebbe stato anche quello di cercare la premier Giorgia Meloni. Tuttavia, quanto accaduto a Roma è solo l’ennesimo episodio di un modus operandi ormai rodato di occupazione quasi militare di tutti i posti nel settore della cultura.
GLI ALTRI CASI
Recentemente, infatti, è andata in scena la sostituzione di Marino Sinibaldi dal Centro per il libro, di cui in 24 ore ha preso il posto l’ex caporedattore del Tg2 (quello di Sangiuliano) Adriano Monti Buzzetti. Nel corso di una risposta durante un’interrogazione alla Camera, il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi di Fratelli d’Italia ha messo il sigillo sulla scelta: «Fatevene una ragione».
Nel corso dei mesi, le nomine sono arrivate a pioggia: i due intellettuali di riferimento Pietrangelo Buttafuoco al vertice della Biennale di Venezia e Alessandro Giuli al Maxxi di Roma, ma anche l’ingresso di uno dei figli di Ignazio La Russa nel cda del Piccolo e la nomina (poi saltata) dell’ex amministratore delegato Rai, Carlo Fuortes, al San Carlo di Napoli con tanto di pasticcio giuridico e una legge su misura.
Passando per il centro sperimentale di cinematografia, con un emendamento per cambiare i vertici prima della scadenza.
In questo turbinio di sostituzioni, altre sarebbero nell’aria. Una in particolare: la possibile cacciata di Piera Detassis dalla direzione artistica dei David di Donatello, che avrebbe la colpa – risulta a Domani – di aver proposto come co-conduttrice, a fianco di Carlo Conti, Geppi Cucciari. Per il ministro della Cultura l’ipotesi è stato come un affronto: solo qualche mesa fa, infatti, è stata proprio la Cucciari ad aver preso in giro Sangiuliano al premio Strega. Scenetta che è diventata virale e che ha incrinato l’immagine del giornalista.
Per sostituire Detassis in pole c’è Tiziana Rocca, moglie dell’attore Giulio Base e organizzatrice di eventi. Sul teatro La Scala di Milano, dove attuale sovrintendente è ancora Stéphane Lissner (che ha vinto tutti i ricorsi contro la sua rimozione), si starebbe invece allungando lo sguardo di Fortunato Ortombina, direttore artistico e sovrintendente della Fenice di Venezia, dove ha l’anno scorso ha diretto alcune opere anche il direttore d’orchestra Alvise Casellati, figlio della ministra Elisabetta Che ha un sogno: applaudire al più presto il rampollo alla Scala.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
“UN INTERO SISTEMA DEVE ASSUMERSI LA RESPONSABILITA’”
«Non è stato il giocatore ad essere stato aggredito. E’ l’uomo. E’ il padre di famiglia. Questa non è la prima volta che mi succede. E non sono il primo a cui è successo. Abbiamo diffuso comunicati stampa, campagne pubblicitarie, protocolli e nulla è cambiato».
All’indomani dei cori razzisti alla partita Udinese-Milan contro di lui, parla Mike Maignan, portiere rossonero. «Oggi un intero sistema deve assumersi la responsabilità», spiega su X, facendo un lungo elenco. «Gli autori di questi atti, perché è facile agire in gruppo, nell’anonimato di una piattaforma. Gli spettatori che erano in tribuna, che hanno visto tutto, che hanno sentito tutto ma che hanno scelto di rimanere in silenzio, siete complici. Il club dell’Udinese, che ha parlato solo di interruzione della partita, come se nulla fosse, è complice. Le autorità e il pubblico ministero, con tutto ciò che sta accadendo. E se non fai nulla, sarai complice anche tu», spiega il giocatore.
«L’ho già detto – conclude – e se è il caso di ripeterlo lo ripeto: non sono una vittima. E voglio dire grazie al mio club AC Milan, ai miei compagni, all’arbitro, ai giocatori dell’Udinese e a tutti quelli che mi hanno mandato messaggi, che mi hanno chiamato, che mi hanno sostenuto in privato e in pubblico. Non posso rispondere a tutti ma ti vedo e siamo insieme. È una lotta difficile, che richiederà tempo e coraggio. Ma è una battaglia che vinceremo».
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
L’ESEMPIO DI PALERMO: NEL 2023 PER LE INTERCETTAZIONI SPESI 23 MILIONI, INCASSATI GRAZIE AI BENI SEQUESTRATI 321 MILIONI
La Procura di Palermo nel 2023 ha speso per le intercettazioni
circa 26 milioni di euro, ma da luglio 2022 a giugno 2023 ne ha “guadagnati” quasi 322 di milioni, valore totale dei beni confiscati e sequestrati anche grazie a inchieste fatte con captazioni telefoniche e ambientali. §
E che questo strumento di indagine fosse fondamentale nel perseguire reati di mafia lo aveva detto chiaramente il procuratore capo di Palermo in occasione dell’arresto di Messina Denaro.
La Procura di Milano invece nel triennio 2020-2022 ha utilizzato 25 milioni di soldi pubblici per “ascoltare” conversazioni, ma alla fine ha riportato nelle casse dello Stato circa 700 milioni, sempre tra beni confiscati e sequestrati.
Sono i numeri che smentiscono il ministro della Giustizia Carlo Nordio, pronto a ridimensionare il budget delle Procure. Chiaro che il totale di confische e sequestri non è frutto solo di indagini con captazioni telefoniche, ma la sproporzione tra quanto “investito” e quanto “guadagnato” dà la misura di quale sia stato il lavoro delle Procure.
“Non saranno mai toccate le intercettazioni nelle inchieste su mafia, terrorismo o gravi reati, ma una razionalizzazione della spesa è necessaria”, ha detto il Guardasigilli solo qualche giorno fa. Iniziativa che ha preoccupato non pochi magistrati, convinti che questo strumento sia fondamentale in indagini delicate, non solo per i reati di mafia, ma anche per corruzione e femminicidi. Proprio nel campo delle captazioni (per quel che riguarda il loro utilizzo, trascrizione e pubblicazione sulla stampa) questo governo più volte ha annunciato che cambierà molte cose.
Il procuratore Rossi “Falso dire che sono costose”
“La Procura della Repubblica – sono sempre parole di Nordio – è l’unico organo in Italia, e penso al mondo, che ha una spesa incontrollata, che non ha un tetto, né un budget, ma poi alla fine i conti non tornano…”. E subito gli ha risposto, nei giorni scorsi, il procuratore capo di Bari, Roberto Rossi: “È una bugia dire che le intercettazioni sono costose”. E ha ricordato i numeri della “sua” procura. Nel 2022 (i dati del 2023, non ancora pronti, dimostrano lo stesso trend), la Procura pugliese ha speso per intercettazioni e videosorveglianza 4,8 milioni di euro, di cui 1 milione e mezzo per intercettazioni telefoniche, 1,1 per il “noleggio delle apparecchiature per le ambientali”, 82 mila euro per intercettazioni informatiche e 2 milioni per “videosorveglianza e localizzazione dell’indagato”. Nel 2021 in totale per le captazioni sono stati spesi 4,1 milioni, nel 2020 3,7 milioni.
Queste cifre Rossi le confronta con quanto “guadagnato”, ossia quanto ricavato con sequestri e confische: nel 2022 la cifra è di 244 milioni. L’anno prima la cifra si è assestata a 149,2 milioni, nel 2020 ad altri 154,9 milioni. “La maggior parte di sequestri e confische della mia Procura sono stati possibili proprio grazie a indagini portate avanti con intercettazioni”, spiega Rossi al Fatto.
Spese tra Lazio e Lombardia
E le altre Procure quanto hanno speso per intercettazioni? Quella di Roma nel 2023 ha speso circa 10 milioni di euro. Le captazioni sono state usate in parecchie indagini, compresa quella che ha portato agli arresti domiciliari Tommaso Verdini, figlio del più noto Denis, accusato di corruzione e turbativa d’asta. Cimici e intercettazioni telefoniche sono infatti tra le “fonti di prova” citate dai pm capitolini e che hanno consentito, secondo quanto ricostruito dai magistrati, di “accertare l’esistenza di accordi corruttivi”.
A Milano invece nel triennio dal 2020 al 2022 la Procura per le intercettazioni (telefoniche, ambientali e telematiche) ha speso 25 milioni. Con un trend di spesa in aumento fino ai 10.747.677 del 2022. Cifra più o meno sovrapponibile a quella dell’ultimo anno. A fronte di questo, da luglio 2022 a giugno 2023 sono stati sequestrati, anche grazie all’uso delle intercettazioni, 700 milioni.
La cifra è spiegata dal procuratore Marcello Viola nel documento di riorganizzazione della Procura dello scorso dicembre. Il tutto, scrive, “su impulso della Procura, assicurando un’adeguata pervasività ed efficacia dei controlli di polizia, giudiziaria e tributaria, e garantendo una maggiore celerità nella definizione degli esiti sia amministrativi sia penali”. Ora di questi 700 milioni, 450 arrivano dai sequestri effettuati nell’ambito delle indagini della Dda nel settore della logistica. Le inchieste in questo settore hanno coinvolto colossi come Dhl, Gls, Esselunga, Ups e altre. Inoltre un’altra indagine dello scorso ottobre dei carabinieri e della Dda ha portato al sequestro di oltre 250 milioni. Si tratta dell’inchiesta “Hydra” sul consorzio mafioso a Milano costituito da esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra romana e nel quale aveva interessi anche Matteo Messina Denaro. Qui le intercettazioni sono state decisive, in particolare, per svelare l’esistenza di una spa attiva nel settore petrolifero riconducibile al consorzio e con capitale versato di oltre 300 milioni. Intercettato un manager del consorzio spiega: “È giusto che lo sai perché io rispetto a tutti gli altri, il primo che sbaglia qui prende un colpo di pistola, non ci sono chiacchiere… siamo gli unici in Italia a lavorare con 250 milioni di sospensione di Iva”.
Intercettazioni per prendere Messina Denaro
E le intercettazioni sono state fondamentali anche per l’inchiesta più importante degli ultimi anni in tema di mafia, quella che ha portato all’arresto di Matteo Messina Denaro. “L’indagine si basa su due pilastri fondamentali: uno è quello delle intercettazioni che sono indispensabili e irrinunciabili per il contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Senza le intercettazioni non si possono fare le indagini…”, aveva detto il giorno dell’arresto del boss il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia.
E infatti grazie alle captazioni i pm siciliani sono riusciti a ricostruire anche la rete di complicità che si stringeva intorno al boss.
Ma quanto ha speso per intercettazioni una procura come quella di Palermo che porta avanti tante indagini di mafia? Nel 2023 circa 26 milioni di euro. Da luglio 2022 a giugno 2023 però risultano 66,7 milioni di euro di beni sequestrati e 255.220.000 di euro di beni confiscati. Anche grazie alle intercettazioni.
(da Il Fatto Quotidiano)
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