Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
A SANT’ANGELO LODIGIANO SONO IN CORSO I FUNERALI… LO STRISCIONE: “STAMPA E TV, RISPETTATE LA FAMIGLIA E NON FATEVI VEDERE PIU'”
Sono iniziati alle 10 di oggi, lunedì 22 gennaio, i funerali di Giovanna Pedretti, la ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiana trovata morta nel fiume Lambro dopo le polemiche che l’hanno colpita sulla veridicità di una recensione sulla sua pizzeria.
La famiglia aveva chiesto espressamente alla stampa di non partecipare alle esequie e quindi ha impedito l’accesso alla Basilica dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini ai giornalisti che si sono presentati ugualmente. Inoltre sulla facciata della chiesa è stato esposto un grande striscione con scritto: “Stampa e tv rispettate la famiglia e non fatevi vedere più”
Anche il parrocco, Don Enzo Raimondi, che ha celebrato la funzione, durante l’omelia non ha risparmiato duri attacchi alla sovraesposizione mediatica che la donna ha ricevuto.
“Quante note stonate abbiamo dovuto ascoltare in questi giorni. Da un parte il dolore di chi si è sentito attaccare, una persona che ha sempre fatto qualcosa per rendere questo mondo migliore. Dall’altra il giudizio sommario, di chi parla senza sapere. Di chi costruisce castelli di carta, di chi cerca dove anche c’è del bene che pensa ci sia un tornaconto. Ora c’è una famiglia che chiede silenzio. Abbiamo vissuto l’invadenza, l’insistenza del diritto d’informazione, l’arroganza di chi pensa di poter distruggere”.
Il parrocco ha poi continuato ricordando la donna, che in paese conoscevano tutti: “Ricordiamo l’onestà e la generosità di Giovanna. Un errore forse ha fatto Giovanna: aver per un attimo pensato che oltre agli estranei accusatori che hanno dubitato di lei, potessimo aver dubitato di lei anche noi che la conoscevamo. Bisogna impedire ai leoni di tastiera di distruggere tutto. Ora è il momento del silenzio. Cosa non abbiamo fatto, cosa avremmo potuto fare? Siamo convinti che non sia successo nulla di così grave. Ma quante volte Giovanna ha consolato noi, quante volte ci è stata vicina. Anche il silenzio ora, si trasforma in una parola, che dice rispetto”.
Molto numerosa è la folla di persone che ha deciso di rendere omaggio alla ristoratrice. Una folta folla, composta da circa mille persone, si è infatti riunita oltre le transenne poste all’esterno della Basilica per dare un ultimo saluto a Giovanna Pedretti. A tutti loro il marito e la figlia avevano chiesto di non portare fiori, ma di devolvere l’equivalente in beneficenza.
Intanto la Procura della Repubblica di Lodi continua le sue indagini per istigazioni al suicidio. E anche la famiglia della donna ha deciso di assoldare, per il tramite del loro avvocato, un consulente informatico che si occuperà di verificare la veridicità della recensione.
(da Fanpage)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
E’ LA “RIVOLTA DELLE PERSONE PERBENE” CHE SCENDE IN PIAZZA IN DIFESA DELLA DEMOCRAZIA
«Tutta Berlino odia l’Afd» grida la voce dal palco, e dalla folla
radunata davanti al Bundestag si alza un boato. «Non ci dividiamo» supplica la vocina al microfono. Ed è anche il senso delle parole di Frank-Walter Steinmeier.
Dopo una settimana di staffetta di cortei in decine di città tedesche contro la minaccia bruna – le stime parlano di oltre 1,5 milioni di persone solo nel weekend – è intervenuto il presidente della Repubblica, esortando i suoi concittadini a «dimostrare che uniti siamo più forti», a formare «un’alleanza dei democratici».
A Berlino sono «incredibili» 350mila ad aver sfilato ieri, scivolando un po’ incerti sulle lastre di ghiaccio tra il parlamento e la cancelleria: è la capa dei Fridays for Future , Luisa Neubauer, a twittare la stima quando è già buio.
È il senso dei tedeschi per la storia. La notizia di incontri segreti tra i nazionalisti dell’Afd – gli alleati in Europa di Matteo Salvini – ed esponenti neonazisti ha scatenato da otto giorni cortei pacifici in decine di città tedesche, nonostante le temperature polari. Ieri a Monaco erano attese 25mila persone, la polizia ha sciolto la manifestazione «per motivi di sicurezza » quando ne erano già arrivate dieci volte tanti.
Si manifesta anche a Lipsia, a Cottbus, a Colonia e altrove e persino nella sassone Piena, governata da poco daun sindaco dell’Afd. È una costante, in questa «rivolta delle persone perbene», come hanno titolato in molti. Non vogliono più assistere inermi all’ascesa dei nazionalisti, hanno imparato dalla storia che bisogna reagire ai primi segnali di eversione.
In questi giorni sono in piazza tutti, sindaci della Spd e verdi, governatori Cdu, consiglieri Fdp, sindacalisti di ogni colore e persino il governatore della Bundesbank, Joachim Nagel, avvistato sabato a Francoforte, «contento» del «segnale forte per la democrazia». L’intero l’arco costituzionale sta sfilando compatto contro l’ascesa dei nazionalisti. Senza distinguo, senza se e senza ma.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI MA I TEDESCHI SONO BEN SVEGLI
Il sonno della ragione genera mostri ma una parte della Germania è ben sveglia e le manifestazioni di questi ultimi giorni sono lì a dimostrarlo. Oltre un milione e mezzo di persone sono scese in piazza in questo fine settimana contro l’estremismo di destra, dicono gli organizzatori.
Nessuno prende più a ridere i deliri nazionalisti di Alternative für Deutschland dopo le rivelazioni dell’incontro di Potsdam di novembre, dove esponenti vicini alla leadership di Afd ragionavano di come far “remigrare”, cioè espellere, non solo i migranti senza prospettive di asilo ma anche i cittadini tedeschi di origine migratoria.
Circa un quarto della popolazione tedesca – dice uno studio del Bpb – è composta da stranieri e da cittadini di origine non tedesca – tra cui italiani, turchi, portoghesi e greci arrivati a partire dagli Anni 60 come Gastarbeiter (lavoratori ospiti). “Remigrare” 20 milioni di persone dunque? La riunione di Potsdam ha reso evidente anche un altro aspetto. Il volto presentabile dell’Afd non è così distante dal volto più radicale del partito, quello vicino al movimento identitario, che punta a «ripulire le strade del Paese» e parla di «una Germania che deve tornare ad essere più tedesca», come ha detto Thorsten Weiss dell’Afd berlinese. Tutti aspetti che con la democrazia hanno poco in comune.
Ed è per la paura che gli incubi possano diventare realtà a breve – con un Afd che viaggia al livello federale al 22% (ultimo sondaggio Insa) – che l’altra Germania scende in piazza. Con slogan diversi, ma in sostanza uguali – «proteggere la democrazia, combattere l’Afd» – decine di città si sono auto organizzate in manifestazioni spontanee via via più numerose.
«Niente birra per i nazisti» si leggeva, insieme a slogan più impegnati. Venerdì erano 80.000 ad Amburgo, 16.000 ad Halle, 25.000 a Colonia, 40.000 a Dresda, 10.000 a Lipsia e poi ancora ieri 100.000 a Monaco e altrettanti a Berlino, 35.000 a Brema, Francoforte ed Hannover e 20.000 a Stoccarda e Karlsruhe. Raduni partecipati come non accadeva dall’89, riportano i media.
In più casi, ad Amburgo prima e a Monaco poi, gli eventi sono stati sciolti dalla polizia per una partecipazione molto oltre le attese. Ma nel magico mondo dell’Afd, dove si vagheggia di un’Europa delle nazioni, possibilmente pure, non c’è spazio per la realtà. È per questo che all’indomani dell’incontro di Potsdam si è riacceso il dibattito sull’ipotesi di bandire l’Afd, così come negli Anni 50 era stato messo fuori legge l’Srp, che si richiamava allo Nsdap, il partito nazionalsocialista.
Secondo l’articolo 21 paragrafo 2 della Costituzione i presupposti ci sarebbero. I partiti «che per il loro comportamento o scopi compromettono il libero ordine democratico o minacciano l’esistenza della Repubblica» non devono avere la possibilità di essere eletti democraticamente. Ora la discussione è se ci sia anche l’opportunità politica per passare dalle parole ai fatti.
(da La Stampa)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
NESSUNO AVREBBE PREVISTO UNA PARTECIPAZIONE DI QUESTA ENTITA’… IN TUTTA LA GERMANIA E’ RIVOLTA CIVILE CONTRO LA FOGNA AFD
Erano attese 25.000 persone, forse anche 30.000. Ne sono
arrivate 250.000, un fiume umano che per motivi di sicurezza ha costretto all’annullamento della manifestazione in programma ieri pomeriggio a Monaco per dire no all’estremismo di destra, sull’onda di quello che sta accadendo in tutta la Germania.
È un “no” forte e chiaro all’Afd, ai neonazisti e ai loro programmi di deportazioni di massa dei migranti, quello della capitale bavarese che Eisenhower descrisse come “la culla del nazismo “.
Un no particolarmente significativo proprio per la storia della città. L’appuntamento per la marcia di protesta che avrebbe portato il corteo a passare anche davanti alla villa in Potsdamer Strasse dove ha sede la Confraternita Danubia, un’organizzazione studentesca classificata di estrema destra dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, era fissato per il primo pomeriggio al Siegestor, l’Arco del Trionfo ottocentesco ispirato all’Arco di Costantino a Roma dedicato a Ludwig I di Baviera.
Già mezz’ora prima dell’inizio della manifestazione è però stato chiaro a organizzatori e polizia che sarebbe stato impossibile garantire la sicurezza all’immane folla di manifestanti che si è presentata per dire no alla visione di odio degli estremisti di destra.
I coloratissimi cartelli sostenuti dai presenti di ogni età -anziani, giovani, famiglie con bambini, con le origini etniche più diverse- su questo parlavano chiaro: ““Impariamo dalla storia invece di ripeterla”, “Nessuna tolleranza per l’intolleranza”, “AfD – Un incubo per la Germania”, “Mai più 30 gennaio 1933”(data dell’ascesa al potere dei nazisti , quando Hitler venne nominato cancelliere del Reich).
C’erano persone ovunque, anche nelle strade laterali, impossibile in molti tratti trovare un metro per passare, organizzatori e polizia hanno dovuto prendere la decisione di non far partire il corteo previsto. Tra cori e fischi, un migliaio di manifestanti si recato nella Potsdamer Strasse, che è stata isolata dalla polizia. Un elicottero della polizia sorvolava la zona mentre , come riporta la Süddeutsche Zeitung , alcuni membri dell’organizzazione di attivisti di estrema destra Danubia, seduti su una terrazza brindavano con birra e prosecco, diffondendo musica a tutto volume attorno alla villa. Dalla strada i manifestanti, tra cui molti anziani, urlavano “Fuori i nazisti!” e “Buttate fuori i nazisti dalla villa, trasformatela in un asilo nido!”. Intanto la folla che si era radunata per la manifestazione, informata tramite altoparlanti dell’annullamento del corteo, si è pian piano ritirata.
Le fermate della metropolitana più vincine alla zona del palco sono però rimaste chiuse per un paio d’ore per evitare i rischi del sovraffollamento. La protesta in strada di Monaco non è stata l’unica di oggi in Germania per dire no all’ultradestra. Come nei giorni scorsi sono scese in piazza decine di migliaia di persone anche a Berlino, Colonia, Duesseldorf, Bonn, Brema, Stoccarda, Ratisbona, citando solo alcune località protagoniste della grande ondata di democrazia. In molti casi la situazione è stata analoga a quella di Monaco, con molti più partecipanti del previsto: a Saarbruecken ne aspettavano 500 ma ne sono arrivati 12.000. In un video discorso postato nel pomeriggio il presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier ha ringraziato tutti quelli che durante il weekend hanno alzato la voce contro la misantropia e l’estrema destra e ha invitato tutti i democratici tedeschi a formare un’alleanza per la democrazia. È incoraggiante, ha detto, che centinaia di migliaia di persone siano scese in piazza contro l’estremismo di destra nel fine settimana, “difendono la nostra Repubblica e la nostra Costituzione dai suoi nemici. Difendono la nostra umanità”.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
IL MOTIVO? OFFRIRE A DE FUSCO UN SUPER-CONTRATTO CHE SFIOREREBBE I CENTOCINQUANTAMILA EURO… PER ACCELERARE SULLA NOMINA SAREBBE STATA TOLTO ADDIRITTURA IL POTERE DI FIRMA A SICILIANO (“UN ATTO SENZA PRECEDENTI”)… LA PROTESTA DEGLI ARTISTI, DA MATTEO GARRONE A ELIO GERMANO
Stanno per prendersi pure i costumi di scena. Dopo aver proceduto con un blitz alla nomina di Luca De Fusco, a direttore del Teatro di Roma, la destra di governo esautora pure il presidente del cda, Francesco Siciliano. Il motivo? Offrire a De Fusco un super contratto che, da come spiega Siciliano, in una nota, sfiorerebbe i centocinquantamila euro.
La nomina è già avvenuta senza il voto di Siciliano e di un altro membro del cda. L’operazione, voluta da Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura di FdI, avvallata dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, è stata organizzata dal vicepresidente del Teatro di Roma, Danilo De Gazio.
Per accelerare sul contratto è stato tolto a Siciliano il potere di firma. Da come si legge, sempre nella nota di Siciliano, “mi è stato infatti riferito che il Consiglio di Amministrazione, con un atto oggettivamente senza precedenti, avrebbe deciso di assegnare il potere di sottoscrivere il contratto con Luca De Fusco (quale nuovo Direttore Generale del Teatro) ad un componente del Consiglio di Amministrazione diverso dal sottoscritto. E ciò, benché le mie prerogative statutarie come Presidente della Fondazione impongano al Consiglio di Amministrazione di rispettare la mia funzione – non sostituibile – di legale rappresentante della Fondazione stessa e, più in generale, di soggetto deputato alla esecuzione delle decisioni del Consiglio di Amministrazione”.
A opporsi alla nomina, si ricorda, il comune di Roma, che è l’azionista di maggioranza del Teatro di Roma, forte del contributo, oltre sei milioni e mezzo di euro. Il compenso di De Fusco ora è oggetto della contesa. De Fusco, prima della nomina, era direttore del Teatro Stabile di Catania, dove percepiva 68 mila euro. A Roma, si triplica.
(da IlFoglio)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
A 24 ORE DAL FATTO, POSSIBILE CHE LA QUESTURA NON SIA RIUSCITA ANCORA A IDENTIFICARE I RESPONSABILI?
Mentre il Milan annuncia il silenzio social per 24 ore “a sostegno
di Mike Maignan e della lotta al razzismo”, il portiere rossonero – vittima durante la partita contro l’Udinese di insulti razzisti che lo hanno portato a lasciare il campo per qualche minuto, pubblica sui suoi canali una lunga riflessione su quanto successo allo stadio friulano.
Maignan: “Chi non fa nulla è complice”
“Oggi è un intero sistema che deve assumersi le proprie responsabilità: gli autori di questi atti, perché è facile agire in gruppo nell’anonimato di un forum; gli spettatori che erano in tribuna, che hanno visto tutto, che hanno sentito tutto ma che hanno scelto di tacere, siete complici; il club dell’Udinese, che ha parlato solo di interruzione della partita, come se nulla fosse, è complice; le autorità e la Procura, con tutto quello che sta succedendo, se non fai nulla, sarai complice anche tu” scrive Maignan. “Non è stato attaccato il giocatore ma l’uomo, il padre di famiglia”. E ancora: “non sono una vittima” e “grazie del supporto, vi vedo e siamo insieme”.
La solidarietà (in ritardo) dell’Udinese
Colpevolmente in ritardo il messaggio dell’Udinese: “Udinese Calcio è profondamente dispiaciuta e condanna ogni atto di razzismo e violenza. Riaffermiamo la nostra avversione a qualsiasi forma di discriminazione ed esprimiamo la nostra profonda solidarietà al giocatore del Milan Mike Maignan alla luce del deplorevole episodio avvenuto sabato nel nostro stadio” recita una nota del club bianconero. “L’Udinese collaborerà con tutte le autorità inquirenti per garantire l’immediato chiarimento dell’accaduto, con l’obiettivo di adottare ogni misura necessaria per punire i responsabili. Come Club, continueremo a lavorare diligentemente, come abbiamo sempre fatto, per promuovere la diversità e l’integrazione di tutte le etnie, culture e lingue tra i nostri giocatori, lo staff, la città ed una tifoseria che ha sempre dimostrato correttezza”.
L’assocalciatori: “Abbiamo bisogno dello Stato e del Governo”
“Il mondo del calcio non può risolvere la piaga del razzismo da solo” dice Umberto Calcagno, presidente dell’Aic, il sindacato dei calciatori. “Sono stufo di questi continui episodi, non è più concepibile che queste cose accadano con questa frequenza. E’ una cosa mostruosa che gli insulti razzisti che ricevono i calciatori su tutti i campi abbiano superato quasi la metà degli insulti che ricevono in generale, come dimostra il report Aic presentato l’anno scorso. Se può esserci un aspetto positivo in quanto accaduto a Udine è che tra l’arbitro Maresca, il portiere Maignan ed i calciatori del Milan ci sia stata una grande collaborazione. Il messaggio che vorrei mandare è che il mondo del calcio non può da solo risolvere la questione, purtroppo – ricorda il n.1 dell’Aic – questo è lo specchio della società e gli stadi non devono diventare il luogo adatto a questo tipo di fatti. Abbiamo bisogno dello Stato e del Governo”.
Il sindaco di Udine propone la cittadinanza della città
Il Sindaco di Alberto Felice De Toni ha contattato il Milan e ha invitato Maigna in città, per delle iniziative anti discriminazione dedicate alle scuole e ai ragazzi. L’idea è di conferirgli in quell’occasione anche la cittadinanza onoraria del capoluogo friulano. “Udine non è una città razzista” ha spiegato il Sindaco, “sono rimasto profondamente ferito per quello che è accaduto ieri e proprio per questo voglio esprimere la solidarietà di Udine, dei friulani e dei tifosi dell’Udinese che non si sentono rappresentati da quello che è accaduto ieri. Voglio che Maignan torni a Udine per portare con la sua esperienza personale un messaggio fortissimo alle nuove generazioni. A Udine il 14% dei residenti è di origine straniera. Da sempre il nostro territorio di frontiera è crocevia di popoli e culture. Non c’è spazio per alcuna discriminazione. Per questo proporrò al prossimo consiglio comunale che in quell’occasione Maignan diventi cittadino onorario della città”.
Le indagini dopo 24 ore: ancora nulla di fatto
Nell’immediatezza del fatto, il questore di Udine, Alfredo D’Agostino, che stava seguendo la partita ha fatto sapere che sono già in corso le attività, da parte della Digos e dei reparti specializzati in servizio per la partita, per individuare gli autori dei cori razzisti all’indirizzo del portiere degli ospiti.
D’Agostino ha precisato che si tratterebbe di un episodio molto circoscritto ad alcuni tifosi che si trovavano immediatamente alle spalle del portiere e che non si sono uditi da parte del resto dello stadio. Le indagini sono state immediate avviate dopo la prima denuncia del portiere e gli agenti hanno raggiunto la curva nord.
Dopo queste affermazioni ci si aspettava l’identificazione immediata del gruppo di responsabili. A 24 ore dal fatto invece nulla di nuovo.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
NEL CENTRO STORICO MOLTI RESIDENTI SE NE VANNO, CRESCONO GLI AFFITTI, GENTRIFICAZIONE E DISAGIO SI SOVRAPPONGONO, CHIUDONO NEGOZI DI PROSSIMITA’
Ogni sabato mio padre – era uno spedizioniere – mi portava a fare una passeggiata in porto, vicino alla Stazione Marittima. Ero affascinata da quel mondo scuro, vietato ai miei compagni di scuola, pieno di pozzanghere, attraversato da binari, con le gru alte fino al cielo, e ne respiravo l’odore di pesce, sale e ferro: era l’odore della mia città.
Da tempo Genova ha perso quell’aroma. Una profumeria del centro storico ne ha perfino sintetizzato la fragranza: sa vagamente di basilico e i turisti possono portarsela a casa in boccette.
Oggi la città è dipinta di colori pastello che scacciano il grigio dei miei ricordi: la luce è ancora d’argento, ma ha perso quel livore che aleggiava sulle strade. Ci sono mostre, musei, teatri e le strade sono vivaci. Il sabato e la domenica comitive di turisti affollano il centro storico, dove alcune panetterie sono diventate bakery e sono spuntate dappertutto antiche osterie, focaccerie con i tavolini di plastica e rivendite di pesto in barattoli.
La zona che è cambiata di più è proprio quella della Stazione Marittima che, sparite gru e pozzanghere, oggi è sede della facoltà di Economia e commercio dell’università e attrae imprenditori e costruttori, vicina com’è all’imbarco e allo sbarco delle migliaia di passeggeri delle navi da crociera. Il passato industriale e portuale lascia spazio a un presente sempre più votato al tempo libero che, ovunque, sparge simboli di questo passaggio: il Ponte Parodi, dopo anni di abbandono, ha accolto il Winter Park delle feste natalizie, mentre il silos granario Hennebique, ora trasformato in cantiere, ospiterà un polo multifunzionale che, fra le altre cose, offrirà servizi a chi viene e chi va.
Dando le spalle alla Stazione Marittima, lassù, in cima a una collina, i turisti appena sbarcati intravedono Forte Begato, una delle sedici fortificazioni di un sistema militare costruito fra XVIII e XIX secolo, ora riunito nel Parco delle Mura. Sul sito-vetrina Genovameravigliosa il Comune, che è proprietario di sette forti, li propone in concessione temporanea ai privati che vogliano sfruttarne le potenzialità turistiche perché tra qualche anno saranno raggiungibili anche dai crocieristi, grazie alla nuova funivia che collegherà la Stazione Marittima al Forte Begato, sorvolando il quartiere del Lagaccio.
L’impianto, realizzato da Doppelmayr Italia-Collini, sarà finanziato con fondi complementari al Piano nazionale di ripresa e resilienza del ministero della Cultura e costerà 40,5 milioni di euro, più della metà dei 70 milioni stanziati per il recupero di tutto il sistema dei forti.
Avrà tre stazioni, compresa una intermedia che dovrebbe servire alla viabilità cittadina, e si sosterrà su quattro piloni, uno dei quali da progetto è alto 72 metri e crescerà in mezzo alle case. Gli abitanti del Lagaccio e molti altri genovesi dicono che il quartiere, famoso per i biscotti e costruito negli anni Sessanta per operai e portuali, avrebbe bisogno di altro: in un’area di un chilometro quadrato abitano circa 11 mila persone che, negli anni, hanno perso punti di riferimento: il consultorio, l’ufficio postale, i laboratori di artigiani, molti negozi di alimentari.
Il comitato “No funivia – Con i piedi per terra” attende l’esito di due ricorsi al Tar. Nell’ambito della conferenza dei servizi che ha approvato l’opera (il 7 dicembre 2023), la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Genova ha fatto mettere per iscritto, oltre a varie modifiche a stazioni e piloni, anche una nota sull’impatto della presenza dei turisti sul “sistema dei Rolli”, ovvero degli antichi palazzi nobiliari del centro storico che sono patrimonio Unesco.
La nota afferma implicitamente un principio: il turismo inquina perché è un’industria che ha effetti sul territorio. E tutti ne facciamo parte appena ci muoviamo da casa; ingranaggi di un sistema che periodicamente, nel bene e nel male, pretende da noi tributi in selfie.
La tensione di interessi tra chi in un posto ci abita e chi ci passa è più visibile nelle città in fase di passaggio: non ancora soffocate dai visitatori – come Venezia o Firenze – ma vicine alla soglia che il sociologo Marco D’Eramo nel libro Il selfie del mondo spiega con la fisica: «Come per i corpi c’è una temperatura precisa in cui passano dallo stato solido a quello liquido (…), ed è la temperatura in cui avviene la transizione di fase, così si può definire una soglia precisa che separa una città turistica in senso stretto da una città che vive anche di turismo». Questa soglia è data, per esempio, dai ristoranti: al di sotto della soglia «i turisti mangiano in ristoranti che cucinano per i locali»; oltre, «i residenti dovranno mangiare in trattorie mirate al mercato turistico».
Secondo D’Eramo va benissimo vivere «anche di turismo» mentre vivere «solo di turismo» porta nel medio-lungo periodo a stravolgere le città nella loro dimensione estetica e umana.
Consideriamo Genova una città-laboratorio: per capire quanto sia vicina alla soglia, diamo un’occhiata ai numeri.
Se è vero, come scrive D’Eramo, che «le città sono turistiche quando il numero di visitatori stranieri annui supera di gran lunga quello degli abitanti», Genova è ancora lontana dall’ebollizione: secondo l’Osservatorio turistico della Regione Liguria da gennaio a settembre 2023 si sono registrati 440.703 arrivi stranieri a fronte di 560.217 residenti (dai Istat ottobre 2023). Gli arrivi sono stati 80.045 in più rispetto allo stesso periodo del 2022 (+22,19%); le presenze (cioè le notti) 922.474, 150.120 più che nel 2022 (+19,44%).
Poi però ci sono coloro che a Genova passano durante una crociera: l’unico dato fornito dal Comune per il 2023 è di 959.775 passeggeri, in aumento rispetto ai 919.381 dello stesso periodo del 2022 (anno per il quale erano stati forniti dati più puntuali).
La media è di 3.157 persone al giorno con punto massimo, come nell’ottobre del 2022, di 5.742 persone.
Ho mandato ad Alessandra Bianchi, assessora al Turismo del Comune di Genova, una serie di domande su queste cifre e su come l’amministrazione intende governare, ma non ho avuto risposta. Mi sarebbe piaciuto sapere anche se, secondo lei, esiste una correlazione fra il boom del turismo, le venti posizioni perse nella classifica del Sole 24 Ore per la qualità della
Alcune risposte alla domanda «come siamo arrivati qui?» arrivano invece da Luca Borzani, già direttore della Fondazione Palazzo Ducale e direttore del mensile La Città. Gli chiedo, in particolare, se la storia del capoluogo ligure sia simile a quella degli altri due poli del vecchio triangolo industriale: Torino e Milano.
«Genova non è mai stata una città-fabbrica», racconta Borzani, «era una città industriale, portuale e commerciale. Perfino gli operai genovesi erano diversi dai milanesi e torinesi». Di turismo qui non si parlò finché le fabbriche non iniziarono a licenziare, ovvero con la de-industrializzazione. Ma il turismo non fu visto come l’unica via di sviluppo, bensì associato ad altre due, «il porto e l’high tech».
Benché si mugugnasse «non saremo mai una città di camerieri», a Genova l’idea del turismo trovò terreno fertile e si sviluppò con i grandi eventi: le celebrazioni colombiane del 1992 e la Capitale Europea della Cultura nel 2004 (pur con la funesta parentesi del G8). La cultura diventò l’astro di una nuova identità, interna ed esterna, di una città che viveva un declino da cui non sembrava possibile sfuggire. Da qui una convinzione: «La riqualificazione del patrimonio storico-artistico doveva essere correlata a quella urbana» poi avvenuta a cominciare dal waterfront di Renzo Piano, nel sistema dei musei e in molte aree del centro storico. Fu un passaggio difficile e con tante facce, in un territorio consumato dall’industrializzazione, il cui punto d’arrivo fu, nel 2006, il riconoscimento di Genova e dei Rolli come Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.
Da quel momento in poi, per Borzani, prende il sopravvento un turismo «omologante e soprattutto predatorio» e, come in altre città, «l’attrattività diventa consumo dello spazio pubblico e perdita di qualità della vita dei cittadini». Scendo per via San Lorenzo, dove a lungo ho abitato, e per me è difficile riconoscere il mio stesso passato: negli anni i ristoranti, i box 24 ore e i negozi di servizi per turisti hanno sostituito quelli di abbigliamento e modellismo. La grazia dei marmi della cattedrale si perde negli spazi occupati dai dehors e nella loro famelica vitalità.
Accade a Genova, insomma, quello che succede in molti altri centri storici, a cominciare da Roma, Torino e Milano: chiudono i negozi di prossimità, aprono bed&breakfast e dehors. Lo spazio pubblico è privatizzato. Crescono gli affitti; gentrificazione e disagio si sovrappongono. Molti dei residenti abbandonano il centro storico per aree più periferiche: mentre certe aree diventano più costose, con ovvi vantaggi per chi ha case da vendere, altre vengono lasciate al degrado.
A Genova i confini tra le due zone si spostano continuamente, creando un profilo mutevole in cui i palazzi di via Garibaldi, presi d’assalto dai turisti e zeppi di appartamenti delle famiglie patrizie, sono a pochi passi dalle vie – per usare le parole di Fabrizio De André – frequentate anche di giorno dalle graziose.
A proposito di De André, di cui in questi giorni si ricordano i venticinque anni dalla morte, anche lui è oramai un protagonista del marketing urbano. Neanche Genova si salva dalla messa in scena che tutte le città, nel tentativo di rendersi originali, offrono di sé, avvitate a miti e retorica, con il grottesco effetto, come dice Borzani, «di rendersi invece sempre più uguali le une alle altre».
Chiedo a Marco D’Eramo al telefono se gentrificazione e turismo siano collegati. Intuisco un sorriso: «Non diamo al turismo anche le botte destinate al fratello più grosso, cioè il capitalismo. I centri storici si svuotano: dipende dalla rendita fondiaria, che è maggiore in centro».
Le prime ad andarsene sono le famiglie con figli, come succede «a Cleveland, dove ormai restano solo le banche; a Parigi, dove non si trova più un solo quartiere dentro le porte in cui gli appartamenti costino meno di 20 mila euro al metro quadro; a Londra, dove la presenza di una buona scuola elementare pubblica condiziona il mercato immobiliare».
Con il fratello minore del capitalismo, secondo D’Eramo, il problema è politico e culturale. Spesso si trascura che «il turismo è un’industria estremamente inquinante, come quella chimica, ma è centrale non solo per la nostra economia, ma per la nostra concezione della libertà: ce ne siamo accorti con la pandemia, di quanto non poterci muovere ci facesse sentire prigionieri. Il problema è che la nostra è una libertà che consuma il mondo. Non ci sono soluzioni allegre: è una contraddizione del moderno. Nessuno dice di fare a meno del turismo, ma di governarlo». Cosa che in Italia, secondo D’Eramo, non si fa adeguatamente.
L’Italia ha molti meno visitatori, per esempio, della Spagna, ma «gli enti che dovrebbero governare il turismo agiscono come pro-loco», invece di gestire i flussi.
Guardiamo le crociere: «Questo tipo di visita non porta nulla ai centri urbani; ma una media di poco più di 3.000 persone al giorno in una città di circa 561 mila abitanti potrebbe non essere un problema. La questione, ancora una volta, è di concentrazione e di governo dei flussi». A livello decisionale, i margini di intervento ci sarebbero: evitare la «monocultura turistica» e promuovere la riqualificazione urbana a beneficio dei residenti, altrimenti il rischio è che le nostre città si trasformino in costosi resort per chi ha più soldi di noi.
D’Eramo prevede che questo processo, oggi apparentemente inarrestabile, finirà quando scompariranno le cause che hanno originato il turismo: lavoro salariato e sistema pensionistico, ovvero tempo libero retribuito. Oppure imploderà con la noia: «Ci abitueremo ai viaggi e non ci daranno più emozioni».
Tra cinquanta o cento anni i bed&breakfast shabby-chic scompariranno da soli e forse ricresceranno anche i boschi squarciati dalle piste per biciclette, ma il problema per i nostri posteri sarà: cosa fare delle funivie, dei mega-alberghi e dei mega parcheggi, delle navi da duemila cabine?
(da il Post)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO IL “WALL STREET JOURNAL” IL “CUOCO” DI PUTIN SAREBBE STATO ASSASSINATO DALL’EX SPIA NIKOLAI PATRUSHEV, “SUGGERITORE DI PUTIN”… FATTO STA CHE DA QUANDO PRIGOZHIN È MORTO NESSUNO HA VISTO IL SUO CORPO
Le informazioni sullo scioglimento del Gruppo Wagner non sono
vere e la dichiarazione sulla morte del leader del gruppo, Yevgeny Prigozhin, non può essere verificata: lo ha detto al Financial Times il capo dell’intelligence militare ucraina (Gur), Kyrylo Budanov, come riporta Unian.
“Wagner esiste”, ha affermato Budanov, respingendo le notizie secondo cui il gruppo è stato sciolto. Il numero uno dell’intelligence militare di Kiev ha poi commentato le notizie sulla morte del leader del Gruppo Wagner in un incidente aereo nell’agosto 2023. “Per quanto riguarda Prigozhin, non vorrei affrettarmi a trarre conclusioni”, ha detto. Il Cremlino nega qualsiasi coinvolgimento nell’incidente e afferma che il test del Dna ha confermato la morte di Prigozhin. Tuttavia, il suo corpo non è mai stato visto in pubblico. “Non sto dicendo che non sia morto o che sia morto”, ha precisato Budanov: “Sto dicendo che non ci sono prove che sia morto”.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2024 Riccardo Fucile
OLTRE 4.000 ACCADEMICI HANNO SCRITTO A TAJANI CONTRO I CRIMINI DI GUERRA DI NETANYAHU
Il rettore dell’Università di Cagliari, Francesco Mola, lascerà cadere i ponti costruiti in questi anni con le università israeliane. È ciò che da mesi chiedono gli studenti di numerose università italiane, da Bologna a Bari, da Roma a Torino, nel nome di un boicottaggio che finora, però, non aveva ancora trovato sponde nelle istituzioni universitarie.
Adesso, invece, Mola assicura ai suoi studenti che «non stipuleremo nessun nuovo accordo con atenei israeliani e non rinnoveremo gli accordi scaduti». E se qualcuno dell’ateneo manterrà dei rapporti, «lo farà a titolo personale», precisa il rettore. Insomma, per la prima volta sembra essersi aperta una breccia nel mondo universitario italiano.
Le richieste degli studenti sono più ampie e sono state presentate in una mozione che verrà discussa il 30 gennaio in una riunione del Senato accademico. Si chiede di esprimere «solidarietà alla popolazione di Gaza», di «condannare «l’apartheid e l’occupazione israeliana dei territori palestinesi» e di «impegnarsi in atti tangibili di solidarietà e partnerships con le istituzioni universitarie palestinesi». L’università – viene fatto sapere – condannerà gli atti di guerra e di violenza, ovunque avvengano, che siano commessi da Hamas o dall’esercito di Tel Aviv, ma non verrà presa una posizione netta a favore della Palestina, né a favore di Israele.
Per Mola, però, sembra essere quasi una questione formale, perché «abbiamo già preso una posizione», sostiene discutendo con gli studenti. «All’indomani del 7 ottobre – spiega – c’erano state pressioni da parte di colleghe e colleghi per prendere una posizione in favore di Israele e io ho detto di no, perché questa è una situazione particolare, difficile, con una certa complessità internazionale».
Fa di più, per mostrare sensibilità nei confronti della questione palestinese: «Non sono mai andato in vita mia in Israele. Nel mio piccolo…». E ripete, ancora una volta, che c’è stato qualcuno che ha chiesto all’università di pubblicare «un documento pro Israele, ma molti di noi – racconta Mola – si sono sollevati dicendo: “Non se ne parla proprio”».
Nessun nuovo legame con istituzioni universitarie israeliane, dunque. E l’unico accordo rimasto ancora attivo, tra l’Università di Cagliari e quella di Haifa, è ormai prossimo alla scadenza. Cancellarlo, come chiedono gli studenti con una lettera presentata al rettore, «non è così semplice», ammette Mola, eppure dall’ateneo sardo viene spiegato che quell’intesa scadrà a breve e verrà semplicemente lasciata esaurirsi, senza essere rinnovata.
«Il problema si sta ponendo un po’ in tutti gli atenei», ricorda Mola. È da mesi, infatti, che l’opinione pubblica si confronta su questo tema. Già a novembre, poche settimane dopo l’inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza, oltre 4 mila accademici italiani avevano sottoscritto una lettera, indirizzata al ministro per gli Affari Esteri Antonio Tajani e alla ministra dell’Università Anna Maria Bernini, per chiedere «un cessate il fuoco immediato e il rispetto del diritto umanitario internazionale», denunciando, al tempo stesso, «un illegale regime di oppressione militare e Apartheid in Palestina» e un «chiaro intento di pulizia etnica» da parte del governo israeliano. Sono seguite, una dopo l’altra, le occupazioni degli atenei da parte degli studenti, con la richiesta di tagliare ogni ponte con le università israeliane, colpevoli, ai loro occhi, di aver supportato il governo nelle sue operazioni nella Striscia di Gaza. Proteste a cui si è risposto con una raccolta firme contro il boicottaggio delle università israeliane, sottoscritto da 7308 persone sulla piattaforma «Change.org». Si rinnova così un dibattito antico, in cui si discute se le università debbano avere anche un ruolo attivo e prendere posizione sui grandi avvenimenti della storia o se invece sia più corretto avere un atteggiamento neutrale, lasciando che la vita negli atenei rimanga impermeabile alle influenze politiche esterne. L’Università di Cagliari, intanto, muove un primo passo. E la speranza degli studenti, ora, è che questo mandi «un segnale» al mondo accademico italiano.
(da agenzie)
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