Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
L’OCSE BACCHETTA L’ITALIA: “DOVETE TASSARE LE PENSIONI ELEVATE, LA DEINDICIZZAZIONE NON BASTA”
Non tutte le pensioni, ma le pensioni alte. Non tutti i redditi, ma
quelli da patrimonio al momento tassati molto meno di quanto non si faccia con lavoro dipendente.
E’ su queste voci, oltre che sull’evasione fiscale, che il le imposizioni dovrebbero essere più severe per non lasciare che il debito pubblico salga ancora. Secondo quanto riportato nel Rapporto economico sull’Italia pubblicato oggi dall’Ocse, «Riducendo la generosità delle pensioni per le famiglie a reddito più elevato, si potrebbe limitare l’incremento della spesa, mantenendo allo stesso tempo adeguati servizi pubblici e protezione sociale». L’organismo parigino sottolinea inoltre la necessità di «eliminare gradualmente i regimi di pensionamento anticipato», come già fatto con Quota 100. L’Ocse evidenzia che in Italia «le pensioni rappresentano una quota cospicua della spesa complessiva» e sottolinea la necessità di risparmiare sulla spesa pubblica.
Nel breve periodo, l’organismo internazionale suggerisce di contenere tale spesa eliminando gradualmente i regimi di pensionamento anticipato. Nel medio termine, si suggerisce di sostituire la parziale deindicizzazione delle pensioni elevate con un’imposta sulle pensioni elevate, che non sia correlata ai contributi pensionistici versati. L’Ocse ritiene che il contributo di solidarietà possa essere mantenuto fino a quando il reddito relativo dei pensionati sarà allineato alla media dell’Ocse. Inoltre, l’Ocse ritiene che le prossime revisioni della spesa, attualmente mirate a realizzare risparmi di bilancio annuali pari a circa lo 0,2% del PIL, dovranno essere più ambiziose. Senza modifiche alle politiche di spesa e fiscali, l’incremento della spesa per pensioni, sanità e assistenza a lungo termine, insieme all’aumento dei costi del servizio del debito, porterebbero il debito pubblico italiano a circa il 180% del PIL entro il 2040, con conseguente aumento della vulnerabilità agli shock di bilancio e un possibile aumento del premio di rischio sul debito pubblico.
Tassare casa e successione
Secondo il rapporto economico sull’Italia pubblicato oggi dall’Ocse, «Lo spostamento dell’imposizione dal lavoro alle successioni e ai beni immobili renderebbe il mix fiscale più favorevole alla crescita, consentendo al contempo di incrementare le entrate. L’Ocse sottolinea inoltre la necessità di «contrastare con fermezza l’evasione fiscale». Nel rapporto economico sull’Italia pubblicato oggi dall’Ocse si afferma che «il debito pubblico, quale percentuale del PIL, è tra i più elevati dell’Ocse. Viste le forti pressioni sul bilancio all’orizzonte, occorrono riforme fiscali e della spesa per contribuire a portare il debito su un percorso più prudente». Perché «in assenza di variazioni delle politiche, il rapporto debito/PIL andrà ad aumentare» e, sottolinea ancora l’organismo internazionale, «per riportare il rapporto debito/PIL su un percorso più prudente, sostenere i costi futuri e rispettare le regole fiscali europee, sarà necessario un duraturo aggiustamento di bilancio».
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
IL “CAPITONE”, IN TANDEM CON IL SOTTOSEGRETARIO ALFREDO MANTOVANO SI OPPONE ALLA NOMINA DI GIUSEPPE DEL DEO, EX UFFICIALE DELL’ESERCITO, SPONSORIZZATO DALLA PREMIER, A CUI IL DUO CONTRAPPONE L’ALTRO VICE DI PARENTE, CARLO DE DONNO… L’IDEA DI MANTOVANO DI AZZERARE I VERTICI DI DIS E AISE (COSÌ CI SAREBBERO PIÙ POLTRONE DA SPARTIRSI)
Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno aperto, in gran segreto, un nuovo fronte di scontro. Oltre ai provvedimenti economici, alla lotta sulle regionali e sulle candidature per le europee, i leader di Fratelli d’Italia e quello della Lega stanno affilando le spade anche sulle nomine prossime venture dei servizi segreti italiani. Partita che si intreccia inevitabilmente con quella per la scelta del nuovo comandante generale dei carabinieri.
Le decisioni finali dovranno essere prese solo tra alcuni mesi, ma il braccio di ferro tra i due è iniziato da settimane. La guerra è combattuta per procura: i due usano ambasciatori ed emissari dentro e fuori il comparto per spingere le rispettive istanze e mettere i paletti alle candidature della controparte. Con un terzo incomodo che però non farà da spettatore, cioè il sottosegretario Alfredo Mantovano che ha la delega sull’intelligence e idee assai precise.
E che qualche settimana ha già provato a sostituire Elisabetta Belloni (capa del Dis in scadenza nel 2025 che Meloni ha già pensato di spostare a Palazzo Chigi come consigliera diplomatica), con Bruno Valensise, attualmente numero due del dipartimento che coordina Aisi e Aise, rispettivamente le agenzie per la sicurezza interna e quella per l’estero.
L’ “operazione Belloni” per ora non è riuscita. Ma l’assalto della destra alle agenzie è stato solo rimandato. A fine aprile, infatti, scade il mandato di Mario Parente al comando dell’Aisi, oggi è la più rilevante in termini di potere e influenza. Parente conclude i suoi lunghi 8 anni con apprezzamenti trasversali: è stato nominato nell’aprile 2016, quando al governo c’era ancora Matteo Renzi e confermato, nel 2020, da Giuseppe Conte.
Per la successione il profilo naturale era quello di Vittorio Pisani, già numero due all’Aisi e da sempre sponsorizzato da Salvini, che però qualche mese fa con un colpo di mano l’ha voluto capo della polizia, sostituendo prima del tempo il bravo Lamberto Giannini, ora prefetto di Roma. Così la competizione, se sarà scelta una soluzione “interna” al comparto, è principalmente tra tre nomi: i due vice direttori Carlo De Donno e Giuseppe Del Deo, e Valensise.
L’Aisi è il crocevia di interessi enormi. Anche perché è l’agenzia che gestisce le intercettazioni preventive per la pubblica sicurezza, un potere notevole che permette ai vertici di conoscere informazioni riservate anche in ambito economico e finanziario: la sicurezza nazionale oggi passa soprattutto da lì.
Ad ora Del Deo, che per anni è stato responsabile delle preventive guidando il nucleo economico-finanziario (Nef), è il nome più quotato dei tre interni in lizza. Palazzo Chigi lo stima, come dimostra la promozione a vicedirettore arrivata nel luglio dello scorso anno. Meloni ha un rapporto personale con lui.
L’intesa è forte, nata quasi spontaneamente, tanto che riesce a essere ricevuto senza nemmeno passare per gli uffici di Mantovano. Se dipendesse solo da lei, la scelta sarebbe già fatta. In questo caso la premier ha trovato anche la sponda del ministro Guido Crosetto, che vede in Del Deo «un fuoriclasse». L’ex ufficiale dell’esercito passato anche dai carabinieri per pochi mesi vanta poi un buon rapporto con Belloni, che (se interpellata) darebbe il via libera senza resistenze. E c’è poi il placet di Parente, che lo spinge da anni.
Contro l’ascesa di Del Deo negli ultimi mesi è nato però un inedito asse Mantovano-Salvini. Il sottosegretario meloniano lo considera troppo giovane – ha 51 anni – ma soprattutto non gradisce un approccio che definisce ai suoi «troppo muscolare».
Ma arcinemico di Del Deo è innanzitutto Salvini. Che è rimasto scottato – risulta a Domani – da una vicenda di due anni fa. Quella della pubblicazione, da parte de La Verità, del contenuto di alcune intercettazioni preventive che l’Aisi ha fatto sul cellulare di Antonio Capuano, lo sconosciuto consulente che organizzò nel maggio 2022 l’incontro tra il leghista e l’ambasciatore russo in Italia Razov, vicenda svelata da Domani che provocò lo sconcerto del governo Draghi e persino degli alleati americani. Telefonate e informazioni che «mai» spiega ancora oggi Salvini «sarebbero dovute uscire dall’Aisi e finire sui quotidiani». Il capo del Carroccio non fa accuse dirette, ma vuole che il prossimo numero uno dell’agenzia non abbia alcun legame con la vecchia gestione.
Nell’entourage di FdI il nome di Del Deo resta però fortissimo. Con un’eccezione da non sottovalutare: qualcuno racconta infatti che il direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, quando parla con la premier delle nomine del comparto, suggerisce anche lui nomi alternativi.
Nella battaglia c’è un altro profilo che ha qualche chance sulla carta: il pari grado di Del Deo Carlo De Donno, che è il candidato ideale di Mantovano, nonostante qualcuno lo indichi come troppo vicino a Salvini. Il sottosegretario è tra l’altro amico del procuratore di Brindisi, Antonio De Donno, che è fratello del generale.
Il militare – finito nei mesi scorsi sulla Verità come conoscente della showgirl Lodovica Rogati – sembra però aver già declinato ogni ipotesi di promozione: in effetti va verso la pensione (ha quasi 65 anni), e dice a chi lo conosce bene di non aspettarsi più nulla dal servizi. Di sicuro De Donno non farà il tifo per Del Deo: i due non hanno (per usare un eufemismo) rapporti idilliaci da tempo. Mantovano spera dunque di convincere la premier a favorire il terzo incomodo, cioè Valensise, che considera uomo di fiducia e un “pacificatore” naturale. Un nome che forse sarebbe accettato anche da Salvini.
A Palazzo Chigi aleggia però una tentazione nascosta: oltre a Parente, alla fine naturale del mandato, qualcuno pensa di provare a fare cappotto e di conquistare anche le altre due agenzie. Una forzatura istituzionale tecnicamente possibile, un blitz con cui Meloni e la destra potrebbe nominare fedelissimi anche all’Aise (oggi è guidata da Giovanni Caravelli), e al Dis di Belloni, che come già detto ha risschiato la poltrona qualche settimana fa.
La sostituzione multipla potrebbe poi agevolare la tenzone tra Meloni e Salvini: con più posti a disposizione da spartirsi, nessuno uscirebbe scontento. Ma l’azzardo è rischiosissimo, e i bookmakers di palazzo Chigi danno ad oggi la rivoluzione copernicana a quote stracciate. Soprattutto per l’Aise: Caravelli è stimato da Mantovano, ha aperto da poco un canale diretto con Meloni (non con Crosetto, i cui rapporti sono freddi) ed è stato confermato direttore nel 2022 per un quadriennio.
Sul Dis la questione resta più aperta: nonostante Meloni tranquillizzi una settimana sì e l’altra pure Belloni che le chiede conto dei tentativi di Mantovano di sostituirla (recentemente ha pensato per lei a un posto da consigliere di Stato, sedia che la diplomatica non accetterà mai) un nuovo direttore del Dis a maggio resta opzione poco plausibile, ma non impossibile. Dovesse assistere al trionfo di Del Deo, il sottosegretario farà di tutto per mettere il “suo” Valensise al dipartimento. «Sarebbe però disdicevole che una donna-premier rimuova un’altra donna in un ruolo così delicato», spiega a Domani chi nel Dis spera che Belloni prosegua nel suo mandato.
SCONTRO TRA CORPI
Infine, nella battaglia sui servizi c’è la variabile dei candidati esterni. Che si intreccia con il nodo della successione del comandante dell’Arma Teo Luzi, in scadenza a novembre. Al suo posto scalpitano il capo di stato maggiore, Mario Cinque, i generali Riccardo Galletta e il giovane (forse troppo) Marco Minicucci.
In pole molti danno però Salvatore Luongo, per anni capo dell’ufficio legislativo alla Difesa e ora comandante interregionale Podgora. Molto stimato da Crosetto, non dovesse essere lui il successore di Luzi, potrebbe essere un candidato forte e imprevisto per il dopo Parente. Meno possibilità invece hanno altri “esterni”.
Come il finanziere Umberto Sirico, in cerca di riscatto dopo aver perso la battaglia per la nomina a comandante generale della guardia di finanza. E come il prefetto Vittorio Rizzi, vice di Pisani nella polizia, corpo che rischia di rimanere anche a questo giro senza suoi “rappresentanti” ai vertici dei servizi. Quest’ultimo è considerato uno dei dirigenti più capaci per l’alto incarico, ma considerato politicamente troppo lontano sia da Meloni sia da Salvini. E di questi tempi senza un loro via libera è improbabile ottenere poltrone prestigiose.
(da Domani)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
LA PERENNE “CHIAMATA ALLE ARMI” DEI COMPLESSATI
Le parole di Arianna Meloni al congresso di FdI a Firenze
confermano il legame della destra con la retorica dell’assedio che ha sentito così a lungo sua da non poterla abbandonare nemmeno ora che i numeri, le condizioni interne e internazionali, i rapporti di forza, rendono il partito pressoché invulnerabile.
Sì, è al governo di tutto e senza concorrenti, ma è anche tra le dune di Giarabub, la canzone del Ventennio amata pure da Francesco Guccini. «Qui nessuno ritorna indietro, non si cede nemmeno un metro». Non è facile psicologismo, è realtà.
Dice la sorella della premier e titolare della segreteria politica del partito: «Siamo molto attaccati, pensano di farci saltare il sistema nervoso, tirano fuori parenti, antenati, ma non ci riusciranno, perché non abbiamo scheletri nell’armadio e perché lo facciamo solo perché ci crediamo». Parla al cuore dei suoi e viene assai applaudita perché tocca una corda ancestrale per tre generazioni di destre: la persecuzione, il ghetto, le inchieste, comprese quelle che dovevano portare allo scioglimento del vecchio Msi, e ovviamente l’assedio fisico, le pistole, le trame nere.
È un tipo di retorica che funziona anche con i nuovi elettorati strappati a Forza Italia e alla Lega. Gli ex aficionados di Silvio Berlusconi ci ritrovano l’eco dei 32 processi che inseguirono il Cavaliere fin dagli anni ’80 – fisco, tangenti, mafia, festini – e del suo corpo a corpo con la magistratura, i potentati europei, i grandi gruppi editoriali della carta stampata. Gli ex della Lega nascono dal mito della disperata resistenza dei Comuni intorno al Carroccio, e pure loro hanno avuto le loro dosi di amarezze negli ultimi vent’anni, dai diamanti nigeriani al Russiagate. Quando Giorgia Meloni in conferenza stampa parla di «qualcuno che pensa di spaventarci», quando Arianna Meloni evoca operazioni per far perdere la testa all’esecutivo, si rivolgono entrambe a una platea che ama raffigurarsi come circondata e in guerra contro poteri soverchianti. Invitano quel parterre a reagire, e dunque a mobilitarsi per votare e far votare: è campagna elettorale, non molto di più.
La logica e le cronache dicono che i «molti attacchi» contro l’attuale governo sono in realtà episodi sporadici, più che altro legati agli scivoloni di suoi esponenti e a qualche ovvio clamore giornalistico sui medesimi. Quello che fa fermare il treno, quell’altro che porta una pistola al veglione, quelli che si scambiano dossier coperti da segreto e usano i virgolettati per accusare di contiguità mafiose gli avversari, l’infinita serie di disegni di legge su quisquilie, l’obbligo del presepe, il divieto di usare anglicismi.
Dov’è la grandiosità degli scandali che possono trafiggere personalità e governi? La Lockheed, il mandato di cattura a Bettino Craxi, l’avviso di garanzia a Berlusconi nel giorno del G8, un caso Moro o più banalmente un caso Mondadori, un Imi-Sir, una parentopoli all’Ama, una mafia Capitale… Nulla di tutto ciò risulta, tutt’al più modeste vicende di affarismo sospetto: i conti disordinati del ministro Daniela Santanché, il quadro del sottosegretario Vittorio Sgarbi forse proveniente da un furto, insomma robetta.
Poi, certo, c’è il capitolo parenti. L’indignazione per le storie degli «antenati» sbattute in tv con opinabili testimoni che le colorano di mafia, è comprensibile. Il papà della premier e quello del presidente del Senato Ignazio La Russa non sono personaggi pubblici, sono deceduti da un pezzo, e la richiesta di non utilizzarli per delegittimare le carriere dei figli è più che normale.
E tuttavia nello stesso congresso in cui Arianna Meloni ha sanzionato l’uso politico dei parenti, altri interventi hanno additato al pubblico disonore il cugino defunto dell’aspirante sindaca del Pd a Firenze, Paola Funaro. Si chiamava Lorenzo Bargellini detto Mao, storico leader dei movimenti di lotta per la casa e delle okkupazioni da sempre nel mirino della destra. È morto nel 2017 e bisognerebbe lasciare in pace pure lui anziché usarlo per screditare l’album di famiglia della candidata, fondato sul nonno Piero, che fu sindaco (democristiano) all’epoca della grande alluvione di Firenze.
Ma per superare Giarabub, per disarmare le opposte propagande sui congiunti di primo e secondo grado e riportare il sistema nervoso di tutti al normale stress collegato a ruoli di responsabilità, ci sarà tempo dopo le elezioni. Per il momento quel tipo di «chiama» funziona, è il campanello a cui gli elettorati rispondono in modo quasi pavloviano. Perché privarsene?
(da La Stampa)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
A LUI LA POLITICA NON INTERESSA FARLA, PREFERISCE MUOVERLA… SE QUALCUNO IN FORZA ITALIA SI E’ RISENTITO, AFFARI SUOI
«Magari rinsaviscono». Il commento tagliente affidato a Domani è di un esponente di prim’ordine di Forza Italia, un ambiente dove la “piersilvizzazione” di Mediaset non ha molti sostenitori.
Ma si tratta solo di un elemento nel complicato universo intrecciato di televisione e politica che si sono ritrovati in mano Pier Silvio e Marina Berlusconi più di tutti gli altri fratelli alla morte del padre a giugno scorso.
L’impressione è però che l’autonomia che i due – soprattutto Pier Silvio, al timone del Biscione – hanno dimostrato in questi primi sette mesi oltre a non essere apprezzata da tutti è servita ai due fratelli per crearsi uno standing autonomo dal partito, con una linea propria e la disponibilità di tutti gli strumenti necessari per danneggiare, anche seriamente, palazzo Chigi.
«L’impressione in azienda è che Pier Silvio è arrivato per restare, ha piacere di esibire il comando e si mostra contento del suo nuovo incarico», dice una persona che conosce bene Cologno Monzese. Il secondogenito ha voluto subito dare una sterzata alla traiettoria di Mediaset, dove i primi palinsesti che portano la sua firma hanno avuto un sapore rivoluzionario, con nuovi innesti che hanno cambiato il carattere delle tre reti.
La versione ufficiale è che si tratta solo di un allineamento degli astri e che le trattative erano già iniziate in altre stagioni. Le modifiche sono intervenute soprattutto nella programmazione di Retequattro, dove sono sbarcati due volti tutt’altro che organici all’immaginario del centrodestra, Myrta Merlino e Bianca Berlinguer.
SFIDA DI FUORI ONDA
Proprio con la figlia di Enrico si è consumato l’ultimo incidente con la diffusione dei fuorionda in cui si lamentava dei servizi prodotti dalla sua squadra.Che Striscia li abbia mandati in onda è sicuramente indice dell’insofferenza di alcuni rami d’azienda ma, si mormora a Cologno Monzese, che Pier Silvio non ne fosse al corrente è altamente inverosimile.
Anzi, di fronte a una polemica del nuovo acquisto che – sottolineano – ha avuto tutto quello che voleva, dal cachet alla squadra, passando anche per ospiti non proprio in linea con la Mediaset di una volta, ci potrebbe essere stata anche la voglia di mettere un limite alle ambizioni della giornalista.
Insomma, in azienda i messaggi devono arrivare a chi se li merita, la bassa frequenza che raccoglie ogni parola fuori posto anche quando le telecamere dovrebbero essere spente è una spada di Damocle che pende sopra la testa di tutti, anche se ufficialmente l’autonomia di Antonio Ricci viene ribadita in ogni occasione.
Lo sa bene Giorgia Meloni, a cui pure è stato recapitato un messaggio da mano ignota: i racconti su chi fosse a conoscenza dei servizi che stava per trasmettere Striscia su Andrea Giambruno sono molteplici, ma più di qualcuno non esclude che la famiglia Berlusconi fosse consapevole.
Ribaltare la narrazione del «non sono ricattabile» che Meloni scagliò contro il padre di Marina e Pier Silvio durante la formazione del governo è stata un’occasione troppo ghiotta: il pretesto per dimostrare che, al di là delle parentele e di un partito in grosse difficoltà, i Berlusconi sono giocatori da tenere in considerazione nell’agone politico. E che Mediaset, alla bisogna, sa ancora far male.
A Pier Silvio la politica non interessa farla, ma muoverla. «Con la differenza di stile nell’impiego del mezzo, che Pier Silvio utilizza in maniera più sottile rispetto a quanto facesse il senior», dice chi frequenta l’azienda da lungo tempo.
Mediaset, è il ragionamento, non è più schiacciata su una linea politica, ma è al servizio della famiglia, libera di muoversi nella direzione che è più utile in quel momento.
«La sinistra è entrata in azienda, ma la vera notizia è che non siamo più di destra». Nessun bisogno, dunque, di rivolgersi soltanto all’elettorato di Forza Italia o della destra. Se qualcuno nel partito si risente, fatti suoi: Mediaset non è una derivazione degli azzurri, è il ragionamento.
FARE SQUADRA
I due fratelli hanno imparato a far perfettamente squadra ed entrare nel ruolo del poliziotto buono e di quello cattivo ogni volta che è necessario, come nel caso della vicenda Giambruno.
Meloni, raccontano nel governo, è ancora convinta che dietro alla decisione di crearle imbarazzo rendendo pubblici i modi poco cavallereschi dell’ex compagno ci sia la mano di Marina, con cui il rapporto da tempo è in sofferenza, mentre Pier Silvio all’indomani della messa in onda del servizio si era precipitato a chiamarla.
L’autonomia della nuova generazione ha ricadute anche in azienda, dove la vecchia guardia è rimasta tutt’altro che soddisfatta delle manovre dei fratelli. È Mauro Crippa quello che ha dovuto mettersi da parte più di tutti gli altri.
Il direttore generale in altri tempi poteva contare su una delega quasi totale da parte di Silvio Berlusconi, un asse che il manager utilizzava per arginare le ambizioni di Pier Silvio: di fronte alle indicazioni del capostipite anche il capo di Mediaset doveva fare un passo indietro.
Ora, quell’asso da giocare è venuto meno a Crippa. Che ha accettato di cedere il controllo sulla linea editoriale e i palinsesti a Pier Silvio, compensato a novembre anche da un’ulteriore promozione alla direzione Comunicazione e immagine dell’azienda, un’altra poltrona di gran potere.
E pazienza se la linea non è più quella giordanesca anti-immigrati tanto cara alla Lega di qualche anno fa, quando Matteo Salvini aveva il 30 per cento dei consensi.
L’emancipazione di Pier Silvio (e Marina) che sta allontanando Mediaset dalla linea tradizionale mira a dimostrare che è possibile fare ascolti anche senza il trash a cui le reti del Biscione avevano abituato gli spettatori nell’ultimo decennio.
Di qui, il divorzio con Barbara D’Urso e l’intervento diretto anche su programmi che rappresentano il cuore della programmazione nazionalpopolare che ha garantito ascolti solidi a Cologno Monzese per anni come il Grande Fratello.
A primo impatto, il fatto di aver superato la Rai nella sfida dello share a fine 2023 sembrerebbe prova del successo dell’azzardo di Pier Silvio. In realtà, a leggere i dati di fine anno e confrontandoli con quelli del primo semestre 2023 emerge che – nonostante una crescita stabile degli ultimi tre anni di Mediaset – il sorpasso è dovuto più a un calo importante degli ascolti Rai (da 38,2 per cento di share nel giorno medio al 37 di fine anno) che a un exploit di Mediaset, che rimane stabile intorno al 37,5 per cento.
IMPASSE INFORMAZIONE
Quello che continua a non decollare – e da Forza Italia non mancano di farlo notare – è l’informazione. Merlino, originariamente assunta per affidarle una prima serata, poi costretta a prendere il testimone di Pomeriggio Cinque, continua a restare dietro Alberto Matano: venerdì 19, per esempio, La vita in diretta ha raccolto il 17,9 per cento di share nella prima parte e il 19,5 per cento nella seconda, mentre Canale 5 si ferma al 14,2 e 14,3 per cento.
Ma non sono dati isolati, e non basta la caffettiera esibita da Merlino la scorsa settimana a colmare la nostalgia degli spettatori del “caffeuccio” che prendeva D’Urso con il suo pubblico.
Berlinguer tiene meglio nel serale del martedì, portando a casa poco meno del 6 per cento che garantiva anche in Rai. Certo, soffiano con malizia gli azzurri, sempre meno di Giovanni Floris su La7, e soprattutto meno di Lilli Gruber nell’access time.
Da inizio mese Berlinguer conduce infatti anche Stasera Italia, ribattezzato per l’occasione Prima di domani, che aveva già dato segni di grossa sofferenza in autunno, quando era condotto da Nicola Porro, e non andava oltre il 3-4 per cento.
Anche il cambio di conduzione non sembra aver dato al programma lo scossone di cui avrebbe avuto bisogno. Per non parlare dell’edizione del fine settimana, dove gli ascolti asfittici di Augusto Minzolini sono costati quasi subito l’affiancamento all’ex colonnello di Berlusconi senior.
A fine anno, neanche il rapporto storico che lo legava capofamiglia è riuscito a impedire che fosse accompagnato alla porta: un’altra dimostrazione di autonomia della nuova generazione.
Il messaggio è chiaro: l’interesse non conosce lealtà. Anche i legami decennali non saranno più una linea rossa. E poi, lo strumento per difendere gli interessi dei Berlusconi in futuro sarà molto più Mediaset di Forza Italia, anche a costo di danneggiare il partito qualora dovesse seguire altre linee.
Non è un caso che i due figli di primo letto secondo indiscrezioni potrebbero non partecipare alla celebrazione del trentennale della discesa in campo. Ad adeguarsi o giocare di sponda, negli occhi dei Berlusconi, dovrà essere in ogni caso il segretario Tajani, che finora non sta riuscendo ad arginare Meloni su nessuno dei temi cari alla famiglia e all’elettorato, dalla tassa sulle banche al superbonus, passando per il taglio canone Rai.
La possibilità di modifica del tetto pubblicitario della televisione pubblica dopo la riduzione del contributo pubblico (compensato per il momento solo per quest’anno dalla fiscalità generale), non è ancora stata esplorata da viale Mazzini ma è sempre nell’aria, nonostante non è detto che aumentare il bacino di pubblicità della tv pubblica risolva i problemi dei conti Rai.
Ma, almeno finché l’interesse economico avrà la meglio su quello politico, i Berlusconi non starebbero a guardare, se dovesse succedere. I dirigenti del Biscione possono dormire sonni tranquilli.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
IL PROVVEDIMENTO DEL MIT QUANDO ERA GIA MINISTRO… NON SOLO BOLOGNA, SONO IN VIGORE ANCHE A OLBIA E TREVISO, CON SINDACI DI CENTRODESTRA (E TRA POCO ANCHE GENOVA)
«Una scelta irragionevole». Con queste parole, il ministro dei
Trasporti, Matteo Salvini, aveva definito la decisione del comune di Bologna sul limite di 30 chilometri orari introdotto nel 70% circa delle strade del capoluogo emiliano, quelle più a rischio incidenti.
E, ora, con una direttiva ad hoc, è pronto a ridurre le tutte le «zone trenta» d’Italia: «Il Mit sta lavorando a una direttiva per chiarire e semplificare il tema dei limiti di velocità, con particolare riferimento ai centri urbani», recita la nota inviata due giorni fa dal suo dicastero. Il Comune di Bologna, nel frattempo, gli ha rinnovato l’invito a un confronto, al quale Salvini non chiude la porta.
In sintesi: il ministro non molla la presa e, anzi, rilancia la sua crociata. Eppure, nella Gazzetta Ufficiale del 9 febbraio 2023 è stato pubblicato un decreto del Mit, dal nome «Piano di riparto delle risorse destinate alla progettazione ed alla realizzazione di interventi per il miglioramento della sicurezza stradale dei pedoni» – che richiamandosi il Piano per la sicurezza stradale del governo precedente (che ieri il Mit ha però ritenuto superato) esorta le città a fare le zone 30 e assegna a Bologna un finanziamento pari a 613mila euro, che il comune ha incassato il 28 giugno (13 milioni di euro totali per diverse città italiane).
A renderlo noto è il deputato di Europa Verde Angelo Bonelli: «L’azione di Salvini – dice Bonelli – è solo elettorale, mette in discussione una decisione da lui stesso voluta con un decreto che ha la sua firma: l’Italia merita un ministro del genere?».
All’articolo 4 del suddetto decreto si legge che i fondi – scrive la Repubblica – devono servire a «migliorare la sicurezza stradale dei pedoni» attraverso «azioni di moderazione del traffico con l’implementazione di “zone 30” e “isole ambientali” con l’introduzione di elementi di traffic calming per mitigare le differenze di velocità esistenti tra pedoni e traffico motorizzato». In sostanza, il ministero dei Trasporti ha finanziato l’aumento delle zone 30 in diversi Comuni d’Italia.
Nel frattempo, la segreteria del Pd, Elly Schlein (bolognese), ha attaccato Salvini visto che anche Comuni governati dalla destra hanno promosso progetti di zone trenta. «Persino i sindaci di Olbia e Treviso smentiscono l’assurda polemica di Salvini sulle città 30, rendendo ancor più grottesco l’intervento del ministro Salvini. Il ministro smetta di minare l’autonomia dei sindaci e pensi piuttosto a rifinanziare il trasporto pubblico», sottolinea Schlein. E dopo Olbia e Treviso ora anche Genova – governata dal centrodestra – ha intenzione di vietare in modo permanente o temporaneamente con il limite a 30 all’ora la circolazione di veicoli e scooter in modo che bambini e genitori possano raggiungere la scuola in sicurezza.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
“PENSO ANCHE CHE LA MELONI CHE NON GLI TOGLIE LA DELEGA ALLA POLIZIA PENITENZIARIA RISCHI IN PROSPETTIVA DI PAGARE A CARO PREZZO QUESTA IMPUNTATURA. A COSA MI RIFERISCO? LO VEDRETE PRESTO. NON BASTA RIPULIRE LA SCENA DEL CRIMINE. FOSSI IN DELMASTRO VERREI VELOCEMENTE IN PARLAMENTO A DIRE LA VERITÀ PRIMA CHE LA VERITÀ LA DICA QUALCUN ALTRO”
“Sulla storia del pistolero di capodanno, il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro se va bene è reticente, se va male mente. Io penso che stia facendo entrambe le cose. Penso anche che la Meloni che non gli toglie la delega alla polizia penitenziaria rischi in prospettiva di pagare a caro prezzo questa impuntatura.
A cosa mi riferisco? Lo vedrete presto. Non basta ripulire la scena del crimine. Fossi in Delmastro verrei velocemente in Parlamento a dire la verità prima che la verità la dica qualcun altro. Perché è solo questione di tempo, credetemi”.
Lo scrive Matteo Renzi nella sua e-news. “A chi mi dice: ma perché insisti su questa storia? Perché trovo immorale che in una festa di capodanno pubblici ufficiali usino un’arma da fuoco (una?) in una festa in cui ci sono dei bambini e che chi deve dire la verità stia mentendo o mandando pizzini da venti giorni. È una cosa enorme. Ne va della dignità dei membri del governo, della polizia penitenziaria, delle istituzioni. Voi che dite?”, conclude.
“Arianna Meloni è venuta a Firenze e ha detto che da quando c’è sua sorella a Palazzo Chigi, l’Italia è forte e credibile. Prima invece non ci filava nessuno. Certo, lo sanno tutti: con Draghi eravamo appestati. Invece è arrivata la Meloni ed è cambiato tutto: abbiamo vinto l’Expo, preso il Mes, ottenuto la guida della Banca Europea degli Investimenti, la sede dell’Antiriciclaggio in Italia. No? Come no? Dice Arianna Meloni che chi lo nega ce l’ha con loro. E che noi vogliamo far saltare i nervi a Fratelli d’Italia. No, non è la nostra priorità. E comunque mi pare che i nervi se li facciano saltare da soli. Considerata la loro classe dirigente, mi accontento che non sparino”. Lo scrive Matteo Renzi nella sua e-news.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
IL BLITZ ALLA COMMISSIONE FINANZE: “COME POTETE STARE QUI MENTRE LORO MUOIONO?”
Un gruppo di famigliari degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza
ha forzato i controlli di sicurezza all’interno della Knesset ed è entrato nell’aula dov’era in corso la riunione di una commissione, urlando a gran voce ai deputati presenti la richiesta di azioni concrete e immediate per liberare i prigionieri.
«Come potete stare seduti qui mentre loro laggiù stanno morendo?», hanno gridato i famigliari degli ostaggi, che da mesi chiedono il rilascio immediato e senza condizioni delle centinaia di persone fatte prigioniere da Hamas il 7 ottobre.
«Adesso ci dovete ascoltare, non c’è più commissione o Knesset che tenga, c’è un solo tema di cui vi dovete occupare!», hanno intimato alcuni rappresentanti del gruppo ai rappresentanti della commissione Finanze del Parlamento.
Particolarmente preso di mira, pur in assenza, il premier Benjamin Netanyahu, considerato da molte delle famiglie responsabile del fallimento tanto del 7 ottobre quanto dei tentativi di lì in poi di riportare a casa gli ostaggi tramite le azioni militari.
Nel weekend rappresentanti delle famiglie hanno protestato ad oltranza sotto la sua casa di Caeserea, sul lungomare, mentre migliaia di persone si sono riversate in piazza a Tel Aviv sabato sera per chiedere le dimissioni del governo ed elezioni anticipate.
Assente il premier, nel mirino delle proteste sono finiti in particolare gli esponenti ultraortodossi della colazione di governo, compreso il presidente della commissione Moshe Gafni: «Avete smantellato il governo per la vostra agenda, ma non smantellerete la restituzione degli ostaggi».
Secondo il conteggio di Israele, sono 136 gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas – compresi quelli che si presume già morti – dopo il rilascio a fine novembre di 105 di essi nell’ambito dei negoziati indiretti tra lo Stato ebraico e il movimento islamista. Le nuove trattative su cui spingono Usa, Qatar, Ue ed Egitto – per liberare gli ostaggi nell’ambito di un durevole cessate il fuoco e in direzione di una soluzione politica – restano al momento al palo per l’opposizione dell’ala dura del governo di Gerusalemme così come di Hamas.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
DESTRA IMPRESENTABILE, QUESTA SETTIMANA SI VOTA LA SFIDUCIA, IL CENTRODESTRA IN IMBARAZZO ASPETTA L’ANTITRUST
In Parlamento arriva la mozione delle opposizioni per revocare l’incarico a Vittorio Sgarbi, sottosegretario alla Cultura indagato per esportazione e riciclaggio di beni culturali. Ecco 10 buone ragioni per votarla.
1. Gli affari incompatibili – “Sgarbi cachet d’oro, 300mila euro in 9 mesi”. Il 24 ottobre 2023 il Fatto accende un faro sulle “attività parallele”, mai dichiarate, che il sottosegretario svolgeva tramite società del caposegreteria e della compagna. L’Agcm, su richiesta del ministro Sangiuliano, apre un’istruttoria i cui esiti sono attesi entro il 14 febbraio. Ma Sgarbi continua: settimana scorsa era Conegliano, per 1.500 euro presenta il nuovo libro. A mezzanotte (da sottosegretario) si fa aprire Palazzo Sarcinelli per vedere un De Chirico.
2. Ufficio pubblico e privato – L’inchiesta mette in luce un uso disinvolto degli uffici, con rimborsi e trasferte dubbi. Emergono favori ad artisti da cui riceve compensi, rapporti con finanziatori come il principe Antonio Pallavicino di Genova: il 2 gennaio Sgarbi fa una videodenuncia contro un progetto di ascensore sgradito al Principe e chiede la testa del soprintendente. Tre mesi dopo riceve da lui 54mila euro come “regalia”.
3. La frode sulle imposte – È ancora un quadro il grimaldello su cui poggia l’indagine della Procura di Roma per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte: debiti con l’Agenzia delle Entrate (715mila ). I pm contestano a Sgarbi d’aver comprato un dipinto all’asta facendo figurare la fidanzata Sabrina Colle come acquirente e con denaro di terzi (Pallavicino).
4. Il riciclaggio – Da un’inchiesta del Fatto e Report a fine dicembre esplode la storia del dipinto rubato a Buriasco e riapparso in mostra a Lucca come “inedito” di proprietà di Sgarbi. Il sottosegretario è indagato per riciclaggio di beni culturali: si sospetta abbia esposto una copia anziché l’originale. Entrambe sono state sequestrate il 12 gennaio. Sono in corso accertamenti tecnici e perizie.
5. L’ esportazione illecita – Nel 2019 la Procura di Siracusa indaga su un giro di dipinti falsi messi in mostra da un impresario vicino a Sgarbi. Intercettandolo, salta fuori che insieme alla compagna Sabrina Colle stava tentando di esportare illegalmente un caravaggesco attribuito a Valentin de Boulogne sequestrato a Montecarlo. Sgarbi dirà alla procura di Imperia che non era suo, ma l’ex restauratore Mingardi lo smentisce. Una mail partita dalla segreteria di Sgarbi ne attesta l’autenticità. Tenterà di attribuirne la proprietà a un morto (Augusto Agosta Tota), ma la figlia nega: “Mai visto quel quadro”.
6. La figuraccia mondiale – “Ladròn de cuadros?’: la notizia su Sgarbi indagato fa il giro del mondo. I giornali sottolineano il silenzio di Giorgia Meloni. Anche il New York Times gli dedica un articolo. Sconcerta che un uomo di governo sia indagato per reati specifici della sua funzione: il ministero della Cultura dovrebbe tutelare i beni culturali.
7. Un topo nel formaggio – Sgarbi ha sempre rivendicato una concezione “privatistica” dell’arte a favore di mercanti, collezionisti e antiquari, teorizzato regole e prassi diverse da quelle previste dalla legge sulla tutela e dal Codice dei beni culturali. Nel frattempo – stando alle inchieste – le praticava come collezionista, pro domo sua.
8. La debolezza del governo – “I ministri sono tutti incompetenti”. Da subito Sgarbi è emerso come anomalia: nessuno lo vuole, nessuno lo caccia. Alle uscite imbarazzanti e alle inchieste è seguita la consegna del silenzio, segnale di debolezza anziché forza.
9. Attacchi a stampa e magistratura – La sgangherata difesa di Sgarbi è fatta di attacchi ai giornalisti che insulta e diffida sistematicamente. Dei carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio il 7 gennaio dice: “Lavorano con me, per me”. Cinque giorni dopo se li ritrova in casa, ma per perquisirla e sequestrargli quadri e telefoni. Attacca anche la pm di Imperia, Barbara Bresci.
10. Le bugie –Grazie a trasmissioni senza contraddittorio e giornali “amici”, continua a mentire. Sul ritrovamento fortuito del Manetti cita un “testimone”, Pietro Pambianco, che lo smentisce nel giro 24 ore: “Mai visto quel quadro”. Testimoni come il restauratore Mingardi e i riproduttori De Pietri sono sempre “incapaci” e “mossi da livore”. In realtà, rei di non avergli retto ancora il gioco.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
FORTUNE IMPROVVISE O CARRIERE CONSOLIDATE SOTTO IL SEGNO DEL PARENTE
Mogli, figli, fidanzate, compagni, amanti. In Rai è pieno di
parentele illustri, vicinanze familiari che in alcuni casi possono esser stati decisivi nello spingere le carriere dei protagonisti del piccolo schermo e in altri casi magari no. Sta di fatto che tra i volti noti sono tante le parentele eccellenti, come anche a Mediaset del resto. L’ultima notizia in tal senso riguarda Federico Vespa, primogenito di Bruno, sbarcato su Radio 2 con Sogni di gloria. Ma Vespa jr, giornalista da molti anni (Rtl 102.5 e altro), in Rai era già approdato, a Isoradio. “Mi spiace che per lui ci sia un tetto di cristallo. Usando uno pseudonimo lavorerebbe di più. Eppure, in Rai i ‘figli di’ non mancano”, si era lamentato il genitore intervistato dal Corriere nel 2022.
Le cronache riportano anche un altro episodio recente. Perché qualche maligno s’è chiesto per quale motivo Rita Dalla Chiesa, ora deputata forzista, in Vigilanza Rai si sia lanciata in un’intemerata difesa di Michele Guardì dopo le polemiche sui fuori onda misogini trasmessi dalle Iene. Ebbene, qualcuno ha collegato le parole di Dalla Chiesa al fatto che sua figlia, Giulia Cirese, lavori come consulente a I fatti vostri, dopo esser stata a lungo autrice di Unomattina, tra l’altro molto stimata all’interno dell’azienda.
Sempre la recente cronaca ha portato alla ribalta pure Incoronata Boccia, autrice di un triplo salto carpiato dalla redazione del Tgr Sardegna a vicedirettrice del Tg1. Incoronata ha un marito assai noto: si tratta del giornalista Rai Ignazio Artizzu che, dopo aver fatto da portavoce dal governatore Christian Solinas, è tornato in azienda come capo della sede di Cagliari, non senza qualche polemica interna.
Un altro Boccia,Francesco, capogruppo Pd in Senato, è invece sposato dal 2011 con Nunzia De Girolamo: la loro unione (lei all’epoca di Forza Italia), fece scalpore, con tanto di benedizione a denti stretti strappata a Berlusconi. Nulla ha potuto, però, il senatore di fronte al fallimento di Avanti popolo, di cui fu ospite nella prima puntata, con un’intervista tra moglie e marito già entrata nella storia della tv.
Tra i volti di recente successo c’è poi quello di Annalista Bruchi: ReStart quotidiano ha un discreto riscontro di pubblico e piace alla gente che piace (Aldo Grasso). Bruchi è sposata con Mario Valducci, ex parlamentare di FI, un tempo assai potente nella corte di Berlusconi. Altro volto di successo quello di Ingrid Muccitelli, conduttrice di Unomattina in famiglia, nota anche per la storia d’amore col potentissimo e berlusconiano ex direttore generale Rai, Mauro Masi (telefonata in diretta a Santoro, ricordate?). Ora Masi è presidente di Consap. Tra i volti con parentela illustre c’è anche Vira Carbone, storica conduttrice di Buongiorno benessere, il cui marito è l’ex parlamentare del Pd e dell’Udc Renzo Lusetti. In grande ascesa pure la moglie di Amadeus, Giovanna Civitillo, ospite fissa in svariati programmi e ha condotto alcune serate speciali: galeotta fu proprio mamma Rai, perché i due si conobbero nel 2003 sul set dell’Eredità, dove lei faceva la ballerina. A proposito di Amadeus, ha fatto scalpore la sua recente rottura col manager Lucio Presta, che dal 2011 è sposato con un’altra star della tv, Paola Perego, ora conduttrice di Citofonare Rai2.
Altre coppie famose sono Paola Ferrari e il marito Marco De Benedetti (ma i rapporti fra lei e l’Ingegnere sono pessimi) e Caterina Balivo con il genietto della finanza Guido Maria Brera. Mentre una conduttrice Rai con parentela importante è Elisabetta Ferracini, primogenita di Mara Venier. La storica inviata di Porta a porta, Vittoriana Abate, invece, nel settembre scorso è convolata a nozze col deputato leghista Simone Billi, con tanto di gran festone zeppo di vip documentato da Dagospia. Tra le parentele ultra eccellenti non si possono poi dimenticare Natalia Augias (figlia di Corrado), ora corrispondente da Londra, e Alberto Angela, che ha collaborato a lungo col padre Piero per poi succedergli. Ma, almeno lui, con onore.
(da ilfattoquotidiano.it)
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