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VIRGINIA RAFFAELE SOTTO ACCUSA PER L’IMITAZIONE DI BEATRICE VENEZI, DIRETTORE D’ORCHESTRA E CONSULENYE DEL MINISTERO

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

AI SOVRANISTI NON PIACE LA SATIRA, VOGLIONO I MEDIA ASSERVITI AL PENSIERO UNICO COME A MOSCA

Lo show di Virginia Raffaele rischia di diventare un caso politico in Rai. Colpo di Luna, il programma del venerdì sera di Rai1, segna il ritorno in Tv della comica e imitatrice che, tra i numeri proposti nella prima puntata del programma andato in onda lo scorso 12 gennaio ha proposto un’imitazione di Beatrice Venezi, direttore d’orchestra e consulente per la musica del ministro della Cultura.
Stando a quanto riporta Repubblica nell’edizione di questa mattina, il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano non avrebbe digerito la parodia di Virginia Raffaele, che nel suo numero della prima puntata ironizza su Beatrice Venezi per la sua vicinanza al mondo della destra (“siccome sono una donna di destra mi hanno dato della fascistella”) e su una serie di pregiudizi che la riguardano. Il quotidiano riporta l’indiscrezione secondo cui sarebbe stato proprio il Ministro a chiedere alla Rai un intervento nei confronti di Giovanni Anversa, capostruttura del programma in onda su Rai1 per quattro settimane. Al momento non ci sono conferme nel merito della questione e non si sa se nel corso della seconda puntata Virginia Raffeale riproporrà ancora l’imitazione Lo show di Virginia Raffaele, con la partecipazione di Francesco Arca, è partito lo scorso venerdì 12 gennaio su Rai1. Nella serata di debutto il programma ha registrato 3.320.000 spettatori pari al 20% di share. Nel corso della puntata tantissimi ospiti, tra cui Carlo Conti, Gianni Morandi, Pietro Castellitto e Benedetta Porcaroli. Nel corso della seconda puntata, invece, Virginia Raffaele ospiterà la cantante Arisa, l’attrice Carla Signoris, l’attrice Emanuela Fanelli, i comici e attori Lillo & Greg, il cantante Massimo Ranieri, il conduttore Michele Mirabella.
(da Fanpage)

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L’ACCORDO CON L’ALBANIA È UNA PATACCA SENZA PRECEDENTI: COSTERÀ UN SACCO DI SOLDI E NON SERVIRÀ A NIENTE

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

IL GOVERNO METTE NERO SU BIANCO UN DOCUMENTO DI QUATTRO PAGINE: NEI DUE CENTRI IN TERRITORIO ALBANESE PORTANNO ESSERE PORTATI SOLTANTO I NON VULNERABILI. QUINDI, DI FATTO, NESSUN PROFUGO IN ARRIVO DALLA LIBIA … I MIGRANTI DESTINATI IN ALBANIA SARANNO MOLTI MENO DEI 36MILA DI CUI PARLA IL PROTOCOLLO. IL RISULTATO? UN VIA-VAI CONTINUO DI NAVI NELL’ADRIATICO

Se il governo rispetterà la legge (e ovviamente non potrà che essere così), di fatto nessun migrante proveniente dalla Libia potrà essere portato nei centri in Albania. Perché «i migranti che saranno indirizzati nelle aree concesse in uso allo Stato italiano sono i richiedenti asilo sottoposti alle procedure accelerate di frontiera e quelli destinati al rimpatrio». Dunque, per legge, i non vulnerabili, categoria in cui la normativa italiana include «minori, donne, disabili, anziani, genitori single con figli minori, persone malate, vittime di tratta, vittime di stupri, violenza psicologica, fisica, sessuale, vittime di mutilazioni genitali». Cioè praticamente tutti i migranti che arrivano dai lager libici.
A metterlo nero su bianco, con un documento che di fatto ridimensiona in maniera consistente la reale portata dell’operazione Albania, è un documento di quattro pagine depositato dal governo alle Commissioni Affari istituzionali e Affari esteri della Camera che, la notte scorsa, con la protesta delle opposizioni (il Pd ha abbandonato i lavori) hanno dato il via libera al disegno di legge di ratifica del protocollo Italia-Albania ora atteso in aula lunedì.
Il governo definisce con chiarezza, per la prima volta, la tipologia di migranti che — soccorsi in mare in acque extraeuropee da navi militari italiane — potrà essere direttamente portata in Albania e, dopo il passaggio in hotspot, essere detenuta per 28 giorni in attesa dell’esito delle procedure accelerate di frontiera o, più a lungo, per chi è già destinatario di un ordine di espulsione e di rimpatrio in uno dei pochissimi Paesi con i quali l’Italia ha accordi.§
I dettagli, dunque: lo screening di chi potrà finire in Albania avverrà direttamente sulle navi militari italiane che avranno dunque una doppia destinazione: il porto di Shengjin per chi (solo uomini maggiorenni, non vulnerabili e provenienti da Paesi sicuri) potrà essere sottoposto a procedure accelerate di frontiera e poi un porto italiano dove far scendere tutti gli altri. Con (ancora non sciolto) il punto di eventuali nuclei familiari che di certo non potranno essere divisi.
Ma una nave militare italiana sarà sempre presente nel porto albanese pronta a fare la spola con l’Italia per portare subito al di qua dell’Adriatico i migranti che, ad un secondo screening , dovessero risultare vulnerabili. Perché una cosa è chiara; tra le condizioni del premier albanese Edy Rama c’è che nessuno dei migranti soccorsi dalle navi italiane potrà mai mettere piede su suolo albanese.
Dalle navi andranno direttamente nei due centri (uno equiparato ad hotspot e l’altro a centro per i rimpatri) e poi o saranno rispediti nei Paesi d’origine o subito in Italia. Dove verranno successivamente portati anche non solo i richiedenti asilo che, al termine della procedura accelerata di frontiera, dovessero vedersi riconosciuta la protezione internazionale ma anche quelli che (avuto il diniego) decidessero di fare ricorso all’autorità giudiziaria. A quel punto — si legge nel documento — attenderanno l’esito dell’appello nei centri di accoglienza. Insomma, un continuo e costosissimo va e vieni di navi da una sponda all’altra dell’Adriatico.
Fatta così la tara ai proclami del governo, i migranti effettivamente destinati all’Albania saranno sicuramente molti meno dei 36.000 di cui parla il protocollo. E, sostanzialmente, si tratterà quasi esclusivamente di uomini tunisini e marocchini, gli unici che l’Italia riesce a rimpatriare avendo accordi con i Paesi d’origine. Gli altri finiranno comunque in Italia. Sempre che la Corte costituzionale di Tirana dia il via libera all’approvazione dell’accordo da parte del parlamento.
(da La Repubblica)

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DOPO LA SARDEGNA, L’UMBRIA: GIORGIA MELONI VUOLE PRENDERSI TUTTO, E UMILIARE SALVINI

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

LA REGIONE DEL CENTRO ITALIA, IN CUI SI VOTERÀ A FINE 2024, È IN MANO ALLA LEGA, CON DONATELLA TESEI

Per lungo tempo lo slogan pubblicitario per attirare il turismo in Umbria è stato «Il cuore verde dell’Italia». Ora, quel cuore rischia di diventare nero: nel grande schema delle alleanze del centrodestra alle prossime regionali può infatti rientrare anche la trattativa sulle elezioni umbre, anche se l’appuntamento è per la fine del 2024, se non addirittura per la primavera del 2025.
Attualmente la regione è in mano alla Lega, ma la situazione rischia di svilupparsi in maniera speculare a quella sarda, dove la barra dritta di Giorgia Meloni ha spaccato il centrodestra: il presidente uscente Christian Solinas farà un passo indietro e Fratelli d’Italia otterrà il sostegno unitario della coalizione a Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari
La destra aveva conquistato l’Umbria per la prima volta nel 2019, a valle di una stagione di scandali e arresti del centrosinistra. L’ipotesi che la maggioranza possa spaccarsi fa nutrire nuova speranza alla sinistra, che ha potuto approfittare dei conflitti interni della destra a Spoleto e spera di farlo anche a Città di Castello, dove la giunta è in rotta.
La questione si complica ulteriormente dopo un quinquennio non specchiato della presidente leghista Donatella Tesei, che anche a destra non suscita entusiasmi esagerati, soprattutto per quanto riguarda la gestione della sanità regionale
Soprattutto dalle parti di Fratelli d’Italia, però, alla presidente non viene perdonato che non abbia allargato la giunta dopo la vittoria alle politiche del 2022: nel 2019 il partito di Meloni era al 10 per cento, secondo i sondaggi regionali adesso sfiorerebbe il triplo dei consensi.
Ora, però, a pochi mesi dalle elezioni, la compagine di governo regionale potrebbe cambiare: l’assessora alla Cultura e al Turismo, Paola Agabiti, è infatti in odore di passaggio a Fratelli d’Italia.
Originariamente eletta come civica, Agabiti è stata in passato sindaca di Scheggino, ed è considerata efficiente e abile conoscitrice dei meccanismi dell’amministrazione regionale. Il suo passaggio viene salutato con favore dal partito. «Porta sicuramente un’expertise che a noi manca. Siamo bravi a fare opposizione, ma ci serve qualcuno che sappia muoversi negli assessorati», spiegano a taccuini chiusi i meloniani umbri.
Ma il tempismo appare sospetto: «Certo, non si entra in un partito a pochi mesi dalle elezioni per niente». Come minimo, è il ragionamento, Agabiti punta a un assessorato nella prossima giunta, anche se tanti sospettano che le ambizioni della ternana non si fermino qui.
Agabiti, in effetti, ha un ottimo sponsor a palazzo Chigi: si tratta di Angelo Mellone, fedelissimo di Meloni e direttore del day time della Rai nonché di Umbrialibri, uno dei principali eventi culturali della regione, che gli ha permesso di costruire un solido rapporto con l’assessora.
La Sardegna sta cancellando la regola secondo cui il presidente uscente viene automaticamente ricandidato. Un’eventualità a cui guardano con grande interesse ovviamente i meloniani, anche se il segretario regionale della Lega, Riccardo Marchetti, annuncia che non mollerà così facilmente: «Stiamo tranquilli e proseguiamo per la nostra strada. Ricevo quotidianamente rassicurazioni sulla ricandidatura di Tesei, se qualcuno decidesse di spaccare il centrodestra se ne prenderà la responsabilità».
Ma la scadenza ancora lontana costringe tutti a guardare al domino delle regioni che vanno al voto prima dell’Umbria: se la Sardegna finirà a FdI, Matteo Salvini ha già anticipato di voler mettere le mani sulla Basilicata, dove però Forza Italia non è disposta a rinunciare a Vito Bardi.
L’Umbria non è la partita della vita per il segretario leghista, che ha la grossa preoccupazione di non scendere sotto al 10 per cento alle europee, ma se dovesse perdere le altre partite regionali la tolleranza su proposte alternative a Tesei per l’Umbria sarebbe prossima allo zero
Dalle parti della Lega poi non perdono occasione per segnalare che l’ultima volta che si è deciso di puntare su un nome nuovo invece di rinnovare la fiducia nel candidato uscente le cose non andarono proprio a meraviglia: il riferimento è alle elezioni comunali di Terni, dove FdI impose a una Lega già stanca del suo sindaco uscente, Leonardo Latini, un candidato d’area.
L’esito è stato disastroso, con un ballottaggio perso contro Stefano Bandecchi, homo novus populista che ha lanciato il suo vicesindaco anche alle regionali e sta drenando consensi alla Lega. Per il momento le sue possibilità realistiche sono di entrare in Consiglio, forse anche in giunta, se riuscisse a giocarsi bene le sue carte all’indomani del voto.
(da Domani)

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PERCHE’ IL TESORO VUOLE CEDERE IL 4% DI ENI, CON INCASSO PREVISTO DI DUE MILIARDI? L’ITALIA E’ INDEBITATA FINO AL COLLO E DEVE CONVINCERE I GRANDI FONDI INTERNAZIONALI A COMPRARE I NOSTRI BTP

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

PER RASSICURARE I MERCATI, IL GOVERNO VUOLE MOSTRARE BUONA VOLONTA’ SULLA RIDUZIONE DEL DEBITO PUBBLICO

Quando l’agenzia di stampa americana Bloomberg ieri ha lanciato la notizia in rete, il Tesoro ha fatto trapelare un laconico «no comment». Tutti gli indizi però convergono: il governo Meloni è pronto a cedere il quattro per cento di Eni per ricavarne due miliardi di euro. […] Giancarlo Giorgetti al vertice del World Economic Forum di Davos […] aveva incontrato fra gli altri il numero uno di Bridgewater Ray Dalio, l’amministratore delegato di Bank of America Brian Moynihan, quello di Jp Morgan Jamie Dimon, il segretario alle Finanze di Hong Kong.
Mai come in questo momento il governo Meloni ha bisogno di dare l’immagine di un Paese pronto a ridurre la montagna di debito che pesa sulle spalle degli italiani. La nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza dice che di qui al 2026 non scenderà: in rapporto alla crescita del Pil era previsto al 140,2 per cento a fine 2023, al 140,1 per cento nel 2024, appena mezzo punto più sotto (al 139,6) nel lontano 2026, l’ultimo anno in cui potremo contare sulle ricche provviste (in parte anch’esse a debito) del Recovery Plan europeo.
Solo quest’anno il Tesoro deve collocare sui mercati 350 miliardi di euro di titoli, più o meno lo stesso ammontare del 2023. E benché ci sia la concreta speranza di un calo dei tassi di interesse nella seconda parte dell’anno, quest’anno sarà tutto molto più complicato.
La Banca centrale europea abbasserà fino ad azzerare il sostegno mantenuto per anni attorno al debito italiano. Sin dal 2014 – quando Mario Draghi rese concreto il noto whatever it takes – Francoforte ha acquistato quote crescenti di titoli pubblici: fino a un quinto del totale. la Bce si è in parte sostituita al mercato: quei titoli sono stati acquistati e reinvestiti, calmierando rischi e rendimenti.
Ebbene, finita l’era dei tassi zero ora la Bce sta vendendo titoli italiani, e non. Nel corso dell’anno avverrà al ritmo di 7,5 miliardi al mese, fino a quando non li avrà ceduti tutti. A quel punto l’unico acquirente di Btp saranno i privati, coloro che valutano il rischio Italia e a quel rischio danno un prezzo.
Le precondizioni perché non salga è anzitutto un debito in discesa, anche se lieve. È la ragione per cui Giorgetti ha promesso venti miliardi di privatizzazioni entro il 2026, e ieri è arrivata la notizia della cessione di una quota seppur minore di Eni.
Fin qui l’unico passo concreto del governo era stata la vendita del 25 per cento del Monte dei Paschi di Siena, valsa poco meno di un miliardo. Per fare sul serio occorre mettere sul mercato altro. Ai primi di gennaio Meloni ha citato espressamente Poste e Ferrovie, ma si tratta in entrambi i casi di decisioni che richiedono tempo. Nei palazzi romani si dà per probabile la cessione di un terzo di Poste a marzo, mentre per Ferrovie i tempi potrebbero essere più lunghi Italia ha bisogno del sostegno dei grandi fondi internazionali.
L’ipotesi di una cessione di una quota di Eni era trapelata a novembre. Gli esponenti di alcune banche d’investimento suggerirono a Giorgetti di approfittare di un’operazione che in gergo tecnico si definisce buyback, in sostanza l’acquisto di azioni proprie. Lo fanno tutte le grandi società, e le ragioni possono essere le più varie: quando si fanno acquisizioni pagate in azioni e non in contanti, o più banalmente per sostenere il titolo in Borsa: meno azioni circolano, più sale il valore.
Sia come sia, una volta completata quell’operazione, lo Stato non rischia di perdere il controllo sul gruppo: oggi è azionista attraverso il Tesoro con il 4,4 per cento, mentre il pacchetto di maggioranza (il 26,2) è in mano alla controllata Cassa depositi e prestiti. A finire sul mercato sarebbe solo la quota del ministero
(da la Stampa)

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LE COSTE ITALIANE SVENTRATE DAI BALNEARI, UN DISASTRO PER L’AMBIENTE E PER L’ECONOMIA

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

LO STATO INCASSA APPENA 100 MILIONI DI EURO, I CONCESSIONARI HANNO UN GIRO D’AFFARI DA 30 MILIARDI… IL 60% DELLE SPIAGGE DEVE ESSERE LIBERO

I connotati paradossali della vicenda delle concessioni demaniali delle spiagge italiane sono già ampiamente noti, mentre sembrano sottovalutati gli aspetti ambientali che, a guardar bene, sono quelli davvero essenziali. E che riguardano la tutela e la conservazione delle spiagge che sono patrimonio inalienabile di ciascun italiano. Che non solo non sono state garantite dai concessionari, ma sono state addirittura ignorate e disattese. Soprattutto le costruzioni non removibili, in cemento e mattoni, messe in opera dai concessionari nei decenni. Varrà la pena di ricordare che l’articolo 1161 del Codice della Navigazione parla di «esclusione del diritto collettivo d’uso … in modo da impedire la fruibilità… o da comprimerne in maniera significativa l’uso…» e che, in questo contesto, nessuna costruzione è legittima sulle spiagge demaniali.
Sarebbe stato il caso di approfittare della direttiva europea non solo e non tanto per censire i chilometri di spiaggia italiani liberi da concessioni, ma soprattutto per censire quante e quali costruzioni non removibili sono state erette sul patrimonio di tutti quanti noi per favorire il guadagno di pochissimi. Ma anche il censimento delle spiagge si è rivelata una simpatica buffonata: se devo censire un bene comune dovrei appellarmi agli organismi preposti e, in campo ambientale, in Italia, per fortuna, ce ne è uno davvero autorevole che è l’Ispra, per non dire di Cnr, Università, istituti oceanografici e marini, osservatori geofisici. E poi ci sarebbe il buon senso, che indica che non puoi considerare tutta la linea di costa della penisola e delle isole, ma devi censire le spiagge, tenendo però fuori le aree marine protette, i tratti non balneabili, le spiagge abbandonate, quelle dove sorgono le città, per un totale di tratti di costa bassa e sabbiosa non disponibili in concessione a priori di circa il 30% (sottostimando) o meno.
Non stupisce che né l’una né l’altro abbiano guidato il censimento governativo, che nella “Relazione sullo stato di avanzamento dei lavori del tavolo tecnico consultivo” sulle concessioni è arrivato a stimare il totale delle linee di costa in 11.172,794 metri. Una cifra così precisa che fa presumere che tutte le coste italiane siano difese da un perimetro di cemento, perché, se fossero davvero naturali, nessuno potrebbe conteggiarle in maniera esatta, visto che sono in grado di variare di un centinaio di chilometri in pochissimi anni. E, in extremis, a cercare di propalare l’idea che si possano dare in concessione anche le coste rocciose, prefigurando scenari ambientali da incubo, prima che impossibili, perché ciò significherebbe coprire letteralmente di infrastrutture tubulari, metalliche e di legno, fissate, rocce e scogliere (cosa che già accade dovunque si tentano queste sciagurate strade).
Un risultato fantastico, un allungamento delle spiagge senza precedenti, visto che tutti sappiamo che l’Italia ha circa 8.000 chilometri di spiaggia: come hanno fatto a diventare oltre 11.000? Ci sono riusciti grazie agli stessi balneari che erano ben rappresentati al tavolo tecnico, in cui non hanno avuto alcuna voce in capitolo scienziati e ricercatori degli istituti sopra menzionati. Così risulterebbe che solo il 19% delle spiagge è attualmente dato in concessione nel nostro Paese, quando i dati reali ammontano al 69%, una discrepanza che fa tutta la differenza del mondo: nel primo caso non c’è alcun bisogno di applicare la direttiva europea, perché la risorsa non è scarsa, nel secondo bisogna applicarla immediatamente, perché altrimenti la consumiamo tutta.
Fortunatamente la Ue ha già smascherato la presa in giro che è stata messa in piedi e ricordato che c’è già una procedura di infrazione in atto, che ricadrà sulle spalle di tutti noi, che quelle spiagge le vorremmo e le vogliamo libere perché sono di tutti. Per questa ragione propongo un manifesto per la liberazione delle spiagge patrie che si articola nei seguenti punti:
1. Tutte le coste italiane sono patrimonio inalienabile dello Stato e non possono essere privatizzate
2. Il 60% delle spiagge deve essere, tornare o restare libero
3. Il restante 40% può essere gestito in concessione demaniale dai Comuni che possono attrezzarle e metterle a disposizione a prezzi calmierati. I servizi sono gratuiti. Come accade in Francia, Spagna, Grecia e Portogallo
4. Una parte di quel 40% residuo può essere data in concessione ai privati che possono attrezzarla a canoni consistenti con il valore e la scarsezza del bene, con garanzie ambientali rigorose e con gare rinnovate su tempi brevi. A tutt’oggi, a fronte di 100 milioni circa di canoni riscossi, il fatturato dei quasi 13.000 concessionari balneari è di 30 mmiliardi di euro (ammesso che non ci siano entrate non dichiarate). Stabilimenti e lidi devono garantire l’accesso libero alla battigia. Portarsi cibo e bevande in quei contesti deve essere consentito
5. Nessuna struttura permanente (cemento, mattoni o acciaio) può essere imposta sul demanio costiero. Cabine, chioschi, spogliatoi, ristoranti e quanto altro devono essere rimovibili. Eventuali strutture permanenti già presenti vanno abbattute a spese di chi le ha costruite. Il reato di abusivismo sulle linee di costa non è sanabile da alcun condono statale. Per troppo tempo i concessionari si sono sentiti padroni di un bene che è di tutti e hanno costruito dove non avrebbero dovuto, arrivando a risultati clamorosi, come il “lungomuro di Ostia” o gli scempi adriatici
6. Da novembre a marzo nessuna struttura, neanche rimovibile, può persistere sulle spiagge e i litorali vanno sgombrati a ogni stagione.
Così una nazione tutela il proprio patrimonio inalienabile e ne fa attrazione culturale, paesaggistica, ambientale e turistica (e economica) collettiva in nome di un bene comune che non può essere la sommatoria di singoli interessi corporativi. Sottrarre alla speculazione le coste è motivo di soddisfazione per tutti gli italiani, garantirne la libera fruizione e tutelarne le caratteristiche fisiche sono un obbligo di chi amministra. Per fortuna già molti concessionari si comportano così, qui non ci si rivolge a loro, ma a tutti gli altri. E a chi finge di non sentire.
(da lastampa.it)

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“SE VUOI STRAPPARE PER SOLINAS FAI PURE”: MARTEDÌ, GIORGIA MELONI HA MESSO AL MURO MATTEO SALVINI: “NOI IN SARDEGNA ANDIAMO SU PAOLO TRUZZU. TI PRENDI TU LA RESPONSABILITÀ DI ROMPERE LA COALIZIONE PRIMA DELLE EUROPEE”

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

LÌ IL “CAPITONE” HA DIMOSTRATO DI NON AVERE CORAGGIO E HA RINCULATO… LE TENSIONI CON FEDRIGA E ZAIA

Giorgia Meloni è in modalità combat. Sapeva che la prova di forza per rovesciare i vecchi equilibri a destra, prima o poi, sarebbe stata necessaria. Dunque meglio cominciare subito, con questa tornata di Regionali.
Per via della Scrofa, Matteo Salvini dall’inizio non aveva altra strada che questa: ingoiare il rospo. La premier l’ha fatto presente al suo vice già martedì, durante il faccia a faccia a Palazzo Chigi: «Noi in Sardegna andiamo su Paolo Truzzu. Se vuoi strappare per sostenere Solinas fai pure, ti prendi tu la responsabilità di rompere la coalizione prima delle Europee».
E Salvini lì ha capito che non c’era più margine. Il vice-premier è lo sconfitto di questa mano di nomine. Si mostra «generoso» verso il centrodestra, ma poi fa chiedere ai suoi di rimettere in discussione la Basilicata. Non tanto per incassarla in quota Lega, ma più per sottrarla a Forza Italia, che difende l’uscente Vito Bardi, fedelissimo di Antonio Tajani. Della serie: mal comune, mezzo gaudio. Il partito di Meloni un po’ asseconda questa richiesta, facendo capire che FdI potrebbe indicare un civico, un po’ cerca di tenere buoni gli azzurri, alleati nel «no» al terzo mandato per i governatori.
La premier nelle ultime 24 ore ha risentito entrambi i vice. Ma separatamente. La telefonata con Salvini non è stata un successo, se subito dopo FdI ha fatto trapelare che sarebbe stata ritirata dal decreto sull’Election day […] la parte che sdogana il terzo mandato per i sindaci dei piccoli Comuni, sotto i 15mila abitanti.
Salvini ha fatto presente che la Lega intende insistere su questa battaglia. Dunque il decreto […] per la maggioranza sarebbe diventato un Vietnam: i salviniani avrebbero provato tramite emendamento a far saltare il limite dei residenti, allargando la norma alle città.
Un provvedimento “apripista” per i presidenti di Regione. Che FdI non vuole, come fa intuire il capogruppo Tommaso Foti: «Stiamo ragionando se mettere il limite dei due mandati perfino al premier…». Salvini è costretto a battere su questo chiodo un po’ per far vedere che il match non è chiuso (e che non l’ha perso). Un po’ perché Luca Zaia vuole sapere che ne sarà della sua ricandidatura.
Sono i governatori del Nord il grande cruccio del vice-premier. Aveva chiesto a tutti e tre – il friulano Max Fedriga, il veneto Zaia e il lombardo Attilio Fontana – di candidarsi alle Europee. Ma gli interessati non ci pensano proprio.
Fedriga l’ha già ripetuto un paio di volte in chiaro: «Non mi candido. Salvini non me l’ha chiesto». Anche se nel “federale” della Lega di lunedì se n’è discusso, eccome. Fedriga ieri ha preso in qualche modo le distanze pure da Roberto Vannacci, il generale su cui Salvini punta come frontman per la corsa verso Bruxelles: «È sbagliato dire che i gay non sono normali», le parole di Fedriga.
Per cui va benissimo candidare «persone che possano portare visibilità» alla Lega ma «dobbiamo anche seguire una linea politica coerente». Negli stessi minuti Zaia tornava sulla legge sul fine vita cassata nel suo Veneto, con mezzo partito, l’ala salviniana, che ha votato contro: «Se da un lato Salvini ha detto che lui avrebbe votato no, il segretario regionale della Lega, il deputato Stefani, ha detto che avrebbe votato sì».
Il clima è questo a via Bellerio, che un tempo era una caserma. Le fibrillazioni cominciano a venire a galla, trailer di quello che potrebbe andare in onda dopo le Europee, se il partito sarà lontano dall’8,8% delle Politiche (Fedriga ieri sperava di scavallare addirittura il 10%).
Da qui al voto, a Salvini non resta che cercare di ottenere qualcosa, dopo l’amarezza per la Sardegna e quella probabile sul terzo mandato.
Ma dove? Una pista porta alle nomine dei prossimi mesi: difficile Anas, causa inchiesta sui Verdini. Ma sono in ballo anche i vertici di Ferrovie e Cdp. E la Rai, in cui, non è un mistero, il capo della Lega ha un buon rapporto con l’ad Roberto Sergio, contraltare del dg iper-meloniano Giampaolo Rossi, in odore di promozione.
Intanto dal Parlamento arrivano segnali: ieri il capogruppo leghista, Riccardo Molinari, ha fatto approvare nella commissione Cultura di Montecitorio una proposta di legge sull’azionariato popolare nello sport, su cui il ministro meloniano Andrea Abodi aveva dato parere negativo. FdI riduce tutto a «dialettica parlamentare», ma il sospetto di una prima ritorsione resta. Terreno scivoloso, perché nelle prossime settimane saranno calendarizzati voti delicati: lunedì alla Camera la mozione di sfiducia per Vittorio Sgarbi, che FdI vuole blindare nonostante sia indagato per riciclaggio di beni rubati.
(da agenzie)

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SALVINI HA CEDUTO SULLA SARDEGNA E ORA MINACCIA FORZA ITALIA SULLA BASILICATA: L’OBIETTIVO DELLA LEGA È COSTRINGERE IL GOVERNATORE VITO BARDI, FEDELISSIMO DI TAJANI, A RINUNCIARE ALLA CANDIDATURA

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

DOPO LA CAPORETTO SU SOLINAS, IL “CAPITONE” RISCHIA DI PERDERE ANCHE L’UMBRIA (E CHE ALLA FINE, IN BASILICATA, LA MELONI PROPONGA UN TECNICO)

Un minuto dopo la resa sulla Sardegna, Matteo Salvini ha dato l’ordine: «Ora sarà battaglia». La Lega non ha ottenuto nulla per il suo “sacrificio”, non il terzo mandato dei governatori e nemmeno un’altra Regione e quindi non finisce qui. Il terreno, sfumata la conferma di Christian Solinas sull’isola, diventa la Basilicata.
«Ora spingiamo», dice il vicepremier ai colonnelli del partito. Insomma, l’appoggio senza entusiasmo dato al candidato governatore di Giorgia Meloni non significa affatto che la partita complessiva delle regionali sia conclusa. Anzi, i segni della tensione si sfogano anche sull’attività del governo: Fratelli d’Italia ha deciso di stralciare dal decreto sull’election day la norma che portava a tre i mandati dei sindaci dei Comuni sotto i quindicimila abitanti.
Il Carroccio rivendica «la generosità dimostrata». Il sottotesto è: adesso tocca agli altri. «Spingere», infatti, nel gergo leghista, vuol dire per esempio pretendere «di non essere noi gli unici a pagare», dice Andrea Crippa, nel corridoio dei fumatori di Montecitorio.
Il vicesegretario allude a una sorta di ritorsione su Forza Italia. «Faccio un ragionamento semplice – dice, prima di ripartire per la Sardegna – la regola della conferma dei presidenti uscenti è saltata prima in Sicilia, a danni di un governatore di Fratelli d’Italia, e ora in Sardegna dove è saltato uno nostro. Ora a chi tocca?».
Secondo Crippa è una domanda retorica: tocca a Forza Italia, quindi alla Basilicata del governatore Vito Bardi. E a chi deve andare questa Regione? Crippa risponde: «Fratelli d’Italia dice che bisogna rispettare le proporzioni elettorali, benissimo, loro hanno avuto la Sardegna e adesso veniamo noi. Ci tocca la Basilicata». Il candidato è già stato individuato dal Carroccio: Pasquale Pepe, ex senatore e commissario del Carroccio a Potenza.
Meloni è soddisfatta di aver ottenuto il via libera di Salvini a Truzzu e pensa che per il momento basti così. La soluzione che la premier ha in mente per la Basilicata non è quella di Forza Italia, Bardi non ha il gradimento di FdI, ma i piani non prevedono di assegnare la regione alla Lega.
La terza via è optare per un candidato civico, con un profilo simile a quello del presidente della Confindustria regionale Francesco Somma, che per il momento si è tirato indietro dalla corsa. Se non sarà Somma, insistono in Fratelli d’Italia, si troverà un profilo simile.
La linea in ogni caso è quella di smarcarsi dalle polemiche tra alleati, far depositare la polvere, evitando nuovi strappi nell’immediato, per andare all’incasso nei prossimi mesi, considerando che in Basilicata si voterà con tutta probabilità a giugno.
Meloni ha tutto l’interesse di non indebolire un partito che per la prima volta dopo la morte di Silvio Berlusconi, si confronterà con le urne, con tutti i rischi che comporterà, anche per la stabilità della maggioranza. Una delle vittime di queste tensioni […] è la norma che doveva aumentare il numero di mandati dei sindaci dei centri che vanno dai 5 ai 15 mila abitanti. Il provvedimento […] era contenuto in un decreto che accorpa le date delle elezioni amministrative ed europee. La paura di Fratelli d’Italia è che al momento di convertire il decreto la Lega possa avere la tentazione di presentare un emendamento per estendere il terzo mandato anche ai presidenti di Regione
(da La Stampa)

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A FIANCO DI ORBAN CI SONO RIMASTI SOLO SALVINI E MELONI: COMPLICI DEL SERVO DI PUTIN

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

IL PARLAMENTO EUROPEO HA VOTATO UNA RISOLUZIONE CONTRO IL PRIMO MINISTRO UNGHERESE, CHE CONTINUA A TENERE SOTTO SCACCO OGNI DECISIONE CON I SUOI VETI: LEGA E FRATELLI D’ITALIA HANNO VOTATO CONTRO

Non è servito a nulla il tentativo degli eurodeputati della Lega e di Fratelli d’Italia di correre in difesa di Viktor Orban: il Parlamento europeo ha lanciato un duro attacco contro il governo ungherese che «minaccia i valori, le istituzioni e i fondi dell’Ue».
La risoluzione, seppur non giuridicamente vincolante, chiede al Consiglio di andare avanti con la procedura prevista dall’articolo 7, invita le altre istituzioni a «non cedere al ricatto» di Orban e minaccia azioni legali contro la Commissione per lo sblocco dei fondi.
La reazione del leader di Fidesz non si è fatta attendere. Orban è tornato a criticare il Parlamento europeo e ha ribadito la sua contrarietà al piano di aiuti da 50 miliardi per l’Ucraina che sarà discusso al vertice straordinario del 1° febbraio. «Se vogliamo aiutare Kiev – ha detto – facciamolo al di fuori del bilancio Ue e su base annuale». Una mossa per poter così usare ogni anno il potere di veto in occasione del via libera ai fondi.
La risoluzione adottata dal Parlamento punta il dito contro l’atteggiamento di Orban che sta tenendo sotto scacco il Consiglio europeo ed esprime «profonda preoccupazione per l’ulteriore erosione della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritto fondamentali, in particolare attraverso il cosiddetto pacchetto di Protezione della sovranità nazionale».
Per questo, il Parlamento invita il Consiglio Ue a determinare se l’Ungheria abbia commesso «gravi e persistenti violazioni dei valori Ue», anche se difficilmente l’iter previsto dall’articolo 7 andrà avanti: dal 1° luglio sarà proprio Budapest a guidare la presidenza di turno dell’Unione.
C’è poi il capitolo relativo ai fondi, con il Parlamento che «deplora» la decisione della Commissione di sbloccare fino a 10,2 miliardi precedentemente congelati «nonostante l’Ungheria non abbia adottato le riforme richieste sull’indipendenza della magistratura».
Il testo della risoluzione è stato approvato con una larghissima maggioranza: 345 i voti a favore […] 104 contrari (sostanzialmente i conservatori e il gruppo Identità e Democrazia), oltre a 29 astenuti. Fatta eccezione per i leghisti e i meloniani, tutti gli altri italiani (tranne l’ex leghista Francesca Donato) hanno votato a favore. Anche gli eurodeputati di Forza Italia che erano presenti al momento del voto.
(da agenzie)

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TRAVAGLIO: “QUANDO SENTO PARLARE NORDIO CERTE VOLTE MI AUGURO CHE SIA UBRIACO, PERCHE’ COSI’ ALMENO AVREBBE DELLE ATTENUANTI”

Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile

“DOV’E’ FINITA LA DESTRA LEGALITARIA CHE DIFENDEVA CERTI PRINCIPI?”

“Quando sento parlare ministri come Nordio, e non solo lui, certe volte mi auguro addirittura che siano in stato di ebbrezza perché, se fossero lucidi, ci sarebbe da preoccuparsi. Ma io mi domando dove sia finita quella destra legalitaria che, quando la destra era fascista, almeno difendeva certi principi. A un certo punto, uno dice: ma questa destra è peggio del peggior berlusconismo se poi mette in pratica le cose che ieri Nordio delirava in Parlamento”. Così, a Otto e mezzo (La7), il direttore del Fatto Quotidiano commenta le comunicazioni rese dal Guardiasigilli Carlo Nordio alla Camera sullo stato dell’amministrazione della giustizia.
“È riuscito a dire – continua Travaglio – che l’Italia che è in fondo alle classifiche internazionali sulla corruzione perché i parametri di rilevamento sulla percezione della corruzione sono sbagliati, come se i parametri di rilevamento valessero solo per l’Italia e non per tutti gli altri paesi. Ma la cosa più inquietante, a parte il folclore di Nordio – continua – è che a un certo punto il cosiddetto ministro della Giustizia ha dichiarato che i reati contro la pubblica amministrazione sono obsoleti e che vanno riformati. Quindi, non solo l’abuso d’ufficio, ma anche la corruzione, la concussione, la truffa ai danni dello Stato, il traffico di influenze illecite e il peculato“.
Il direttore del Fatto aggiunge: “Nordio ha detto anche che la mafia non parla di stragi al telefono e quindi bisogna dare un’altra scorciata alle intercettazioni. E non solo: oggi il governo in Europa si è di nuovo schierato a favore delle intercettazioni a carico dei giornalisti. Qui – prosegue – c’è qualcosa di profondamente malato: un governo che vuole togliere le intercettazioni ai mafiosi, ai corrotti e a coloro che commettono reati contro la pubblica amministrazione, poi chiede alla Ue di intercettare i giornalisti. Per scoprire le fonti? Cioè per fare una cosa che non si può fare nemmeno in Ungheria?”.
E conclude: “Per quanto riguarda l’impunità dei colletti bianchi, stiamo diventando Tortuga, la Cuba di Fulgencio Batista che era la bisca degli Usa, e nello stesso tempo stiamo diventando un regime che intercetta i giornalisti. Ma stiamo scherzando? Si rendono conto di quello che dicono e che fanno? Per questa ragione, io spero che siano ubriachi, perché almeno avrebbero un’attenuante”.
(da agenzie)

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