Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
“LE MOTIVAZIONI GIURIDICHE DELLA RIFORMA SONO TOTALMENTE INCONSISTENTI”
Senatore Roberto Scarpinato, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ieri ha abbandonato l’aula di Palazzo Madama durante il suo intervento in cui ha accusato il governo di attuare una “politica criminale classista”. Parole forti, ma può un ministro lasciare l’aula parlamentare?
Io ho svolto una critica politica del suo operato. Lui ha dimostrato di non avere autocontrollo e di non saper gestire il proprio ruolo istituzionale che gli imponeva di restare in aula. Non ha mancato di rispetto a me, ma al Senato.
Ha definito Nordio “l’uomo giusto al posto giusto”. Perché?
Questo nuovo ordine politico e sociale antidemocratico che avanza, per realizzarsi compiutamente necessita di un ministro che si attivi per ricondurre l’ordine giudiziario sotto il controllo dei vertici politici; che dia impulso a una nuova politica criminale che adegui il sistema penale all’assetto classista della società. In questo contesto il ministro ha dato un importante impulso per la creazione di un doppio binario del sistema penale: uno minimo per i ceti privilegiati e uno massimo per tutti gli altri.
Nel senso che c’è impunità garantita per i colletti bianchi?
Il ministro si è attivato per depenalizzare vari reati contro la P.a. Con la cancellazione dell’abuso di ufficio non solo ha legittimato lo sfruttamento del potere pubblico per fini clientelari, nepotistici, e ritorsivi, ma anche il conflitto di interessi e ha riabilitato tutti i 3.600 condannati per questo reato dal 1996 al 2020. Ha fortemente ridotto il raggio di azione del reato di traffico di influenze, ampliando così gli spazi di impunità per tanti faccendieri. Ha limitato in vari modi l’utilizzazione delle intercettazioni nelle indagini sui reati dei colletti bianchi sempre più spesso legati da segreti matrimoni di interesse con le mafie. E potrei continuare a lungo con gli esempi di riforme caratterizzate da un elevatissimo tasso di discrezionalità politica di stampo classista, dissimulato dietro il paravento di motivazioni tecnico-giuridiche ritenute inconsistenti dalla quasi totalità degli esperti uditi dalle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato.
Critiche sono arrivate anche dalla Commissione europea…
Sì, nel rapporto sullo stato del diritto del luglio 2023 ha mosso seri rilievi critici ad alcune sue proposte di riforma perché disallineate e regressive rispetto agli standard europei nella prevenzione e nel contrasto alla corruzione.
Lei ha contestato anche la riforma “inderogabile” per il ministro di separare la carriera di pm e giudici..
Componenti del mondo politico e dell’establishment con la separazione delle carriere, con l’abolizione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, con la modifica della composizione del Csm elevando da un terzo alla metà il numero dei componenti laici di nomina politica, con la restaurazione della gerarchia nella magistratura, perseguono un disegno organico di eversione dell’ordine costituzionale esistente, un ordine che ha uno dei suoi pilastri portanti proprio nella indipendenza della magistratura.
In aula, al Senato, ha usato parole altrettanto forti per descrivere in generale la condizione della nostra democrazia.
Chiusa la parentesi dello Stato democratico costituzionale del Secondo Novecento, frutto di rapporti di forza sociale ormai mutati, stiamo tornando alla vecchia società classista dei primi del Novecento. Una società nella quale la diseguaglianza economico-sociale e l’impossibilità della soddisfazione dei bisogni essenziali di milioni di cittadini, sprofondati in uno stato di povertà assoluta (ben 5 milioni secondo gli ultimi dati Istat) non sono più considerati una patologia da rimuovere, ma una fisiologia con la quale convivere.
Come è possibile?
È la conseguenza coerente di un ordine sociale che si fonda sulla concentrazione della ricchezza e del potere politico che ne consegue, in ristrette oligarchie insediate ai vertici della piramide sociale.
Ma questa è la storia del nostro Paese. Cosa c’è di diverso oggi?
Oggi accanto alla vecchia razza padrona di casa nostra, è scesa in campo una nuova razza padrona altrettanto vorace e pericolosa, frutto del processo di globalizzazione economica. Alle lobby, ai comitati di affari, si affiancano oggi potentati economici sovranazionali nel settore bancario, dell’energia, delle comunicazioni, della farmaceutica e in altri settori. Vecchi e nuovi padroni che vanno a braccetto quando si tratta di schiacciare i salari e i diritti dei lavoratori e dei cittadini senza potere.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
COME CONFONDERE LA PRESUNZIONE D’INNOCENZA CON LA LICENZA D’IMPUNITA’ SE SI TRATTA DI COLLEGHI E POTERI FORTI… SOVRANISTI INDEGNI DI SOLO PROFERIRE IL NOME DI PAOLO
Giorgia Meloni sostiene che la strage di via d’Amelio, in cui
vennero uccisi dalla mafia Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, «è stato il motivo per il quale ho iniziato a fare politica».
Un’affermazione che ha ribadito anche lo scorso 19 luglio, stavolta da presidente del Consiglio in carica. A leggere le cronache giudiziarie in cui sono incappati i membri del governo e le infauste proposte sulla riforma della giustizia del ministro Carlo Nordio, però, sembra che la premier abbia fatto strame della più importante lezione di etica politica del suo venerato maestro.
Da sempre di indole giustizialista come gran parte dei Fratelli d’Italia, da quando siede a palazzo Chigi Meloni si è trasfigurata in una turbo-garantista sul modello berlusconiano, quello che confonde la sacrosanta presunzione d’innocenza con una licenza d’impunità, riservata soprattutto a colleghi, potenti e colletti bianchi. Da ex fustigatrice, la premier giustifica la sua nuova postura con l’assunto che si è innocenti fino al terzo grado di giudizio, e che la fiducia politica non deve venir meno se non di fronte a una sentenza definitiva di colpevolezza: motivo per cui Andrea Delmastro, Vittorio Sgarbi o Daniela Santanchè, nonostante gli scandali, restano inchiodati alle loro poltrone.
Meloni cita Borsellino spesso e volentieri, ma dimentica che il grande magistrato definì la logica da lei usata «un equivoco» usato dalla classe dirigente peggiore. Tre anni prima di saltare in aria, parlando dei rapporti tra mafiosi e rappresentanti delle istituzioni il pm stigmatizzò infatti i partiti che si nascondevano «dietro “lo schermo” della sentenza»: è sbagliato affermare, ragionava il magistrato, «che se la magistratura non lo ha condannato quel politico è un uomo onesto», perché non sempre la giustizia riesce a raccogliere «le prove per condannare». Borsellino aggiungeva dunque che oltre a quelli «del giudice esistono i giudizi politici», e che davanti a sospetti gravi di contiguità con il malaffare i governanti hanno un solo compito: «Trarre le conseguenze e fare piazza pulita al proprio interno di tutti coloro che sono raggiunti da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato». Nella sua lezione, il giudice non fa riferimento solo alla mafia: i giudizi possono infatti riguardare anche «un alto burocrate che ha commesso favoritismi: potrebbe non aver commesso reato», ma dovrebbe essere messo comunque sotto «procedimento disciplinare perché non ha agito nell’interesse della buona amministrazione».
Ora, non c’è bisogno di una sentenza definitiva per affermare che il sottosegretario Delmastro abbia girato intercettazioni a divulgazione limitata al collega Giovanni Donzelli che con quelle ha poi attaccato in parlamento l’opposizione. Né è necessario un dispositivo di colpevolezza in Cassazione per bancarotta o falso in bilancio per sostenere già oggi che le aziende di Santanchè, piazzata da Meloni al Turismo per rilanciare il settore, sono precipitate in gravissima crisi facendo perdere decine di posti di lavoro, e che la ex socia di Flavio Briatore abbia mentito a lei e al paese sostenendo di non avere conflitti di interessi dopo la vendita delle quote del Twiga, visto che da ministra ha poi fondato una società che incassa una quota dei ricavi proprio dello stabilimento balneare.
Non è tutto. Non esisteranno contestazioni penali, ma è un fatto che il sottosegretario Claudio Durigon a cui Meloni ha affidato la riforma delle nostre pensioni abbia mantenuto rapporti con soggetti, imprenditori e professionisti rivelatisi anche in via diretta in rapporti con il clan Di Silvio di Latina (per questa frase il leghista ha querelato Domani per diffamazione, perdendo), o che Matteo Salvini – seppur mai indagato – abbia dato incarichi politici a filoputiniani che hanno provato a gestire l’operazione Metropol a favore della Lega. Ed è indubbio che il ministro delle Infrastrutture sia in rapporti stretti con i parenti che hanno preso consulenze d’oro per avvantaggiare imprenditori a caccia di appalti pubblici dentro Anas, da quello stesso ministero controllato. «Fatti inquietanti», direbbe Borsellino.
Meloni dell’insegnamento del giudice che ispirò la sua discesa nell’agone politico oggi sembra fregarsene. Lo dimostra la tutela di due condannati in via definitiva come Augusta Montaruli, vicepresidente della commissione di vigilanza sulla Rai, e il numero due del ministero dei Beni Culturali Vittorio Sgarbi, oggi nuovamente indagato per autoriciclaggio di opere d’arte.
Ma soprattutto lo evidenzia l’appoggio incondizionato alla devastazione del processo penale portata avanti da Nordio: dietro le intenzioni garantiste sull’abolizione tout court dell’abuso d’ufficio, sulla limitazione delle intercettazioni e sulla difesa mediatica dei soggetti terzi “non indagati”, c’è la volontà di indebolire le indagini di corruzione sui politici e i colletti bianchi. Sarà una fan di Borsellino, ma l’idea di giustizia ed etica pubblica di Meloni è molto diversa da quella del suo magistrato di riferimento.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
LEI CANDIDATA E CONSIGLIERA REGIONALE DEL PD A SOSTEGNO DI TODDE, LUI DA SOLISTA CHE FAVORISCE DI FATTO I SOVRANISTI
Il “derby” in casa Soru alle regionali della Sardegna del 25 febbraio 2024 oltrepassa i confini della competizione (prettamente) politica. Il rapporto tra l’ex governatore dell’isola e fondatore di Tiscali, Renato Soru, e sua figlia Camilla sembra essere ai ferri corti. I due corrono, infatti, da avversari: lei, candidata a consigliera regionale del Pd; lui, da solista dopo che l’asse dem-M5s ha scelto di puntare tutto su Alessandra Todde, ex sottosegretaria al Mise e oggi deputata pentastellata. «Vogliamo dire la verità? – dice Camilla Soru al Corriere della Sera – è circondato da gente che lo consiglia male ma questo è sempre successo. Si è sempre accompagnato a persone che hanno paura di lui o non sono in grado di dirgli di “no”, di segnalargli un punto di vista diverso dal suo. Avete presente gli adepti di una setta col santone? Così. Non ha lasciato nulla. Zero. Non una classe politica, non un’eredità», è lo sfogo della candidata dem che, tra le altre cose, sottolinea come l’ex presidente della Sardegna aveva detto di non volerla ostacolare.
«E com’è finita? Me lo sono ritrovato candidato contro di noi (Partito democratico, ndr) col rischio che faccia vincere questa destra, senza neanche una telefonata prima. Io, la figlia, l’ho saputo come tutti gli altri. Adesso sa che cosa spero? Che vinciamo. Non solo per la salvezza della Sardegna ma anche per trovare la forza di perdonarlo per la stron…ta che mi ha fatto, che ci ha fatto. Perché solo se vinciamo la troverò».
I due non si sentono da ottobre. Anzi, per l’ex governatore sentire sua figlia «è torturante», ha detto Soru senior, critico contro la candidatura di Todde. Eppure, per Camilla: «Quando facemmo un’iniziativa del Pd con Todde, tempo fa, – racconta – mio padre mi disse che era bravissima. Ora si scopre che non è più brava, che serve che si candidi lui. Le dico come la penso: una specie di redenzione, dal mio punto di vista, papà la ottiene solo se non fa vincere la destra”
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
”IL MIO GIUDIZIO E’ SU COME HA GOVERNATO, SU COME HA TRATTATO I SARDI E SU COME STA LASCIANDO LA NOSTRA TERRA”
Dalla sua idea dell’Isola alla lunga lista di avversari in corsa.
Alessandra Todde, deputata del Movimento 5 Stelle, racconta in una lunga intervista a Fanpage.it il suo punto di vista sulla sua Regione, la Sardegna, che si candida a governare come rappresentate del campo largo di centrosinistra.
Onorevole Todde, manca un mese al voto in Sardegna e ancora non si è capito chi saranno i candidati.
Stiamo affrontando una campagna elettorale senza precedenti dove stiamo sfidando da una parte il centrodestra, che ha distrutto la Sardegna, e dall’altra chi sta favorendo il loro ritorno. La spaccatura nella destra nasce dal loro maldestro tentativo di prendere le distanze dai disastri che hanno fatto. La responsabilità delle mancanze della giunta Solinas è di tutte le forze politiche che l’hanno composta e anche di chi ha simulato un’uscita dopo anni di assoluta e colpevole complicità. Possono candidare Truzzu, Cenerentola, Biancaneve, i 7 nani, ma i sardi non hanno l’anello al naso, non dimenticano cosa hanno fatto negli ultimi 5 anni in Regione: nel caso migliore niente, in quello peggiore danni. Su Soru ho chiarito più volte che se ha a cuore la Sardegna il suo posto era nella coalizione di centrosinistra. Noi vogliamo costruire una coalizione che sia sintesi tra tante e preziose diversità. Un campo ben definito in cui Soru ha militato fino a qualche giorno fa, da fondatore del Pd. Noi vogliamo cambiare la Sardegna per darle un futuro e per farlo, prima, bisogna vincere. Spero che questo lo capiscano tutti finché siamo ancora in tempo.
Nei giorni scorsi Soru ha incassato anche l’appoggio di Italia Viva, è praticamente impossibile che faccia un passo indietro ora. Lei continua a chiederlo?
Ora è tutto alla luce del sole. Renato Soru è il capo di una coalizione che passa da Rifondazione Comunista a Renzi, dagli indipendentisti a Calenda e +Europa. Forse dovremmo ricordarci che Italia Viva in Sardegna esprime l’assessore all’Industria della giunta Solinas. Anita Pili, iscritta proprio al partito di Renzi, è ancora in carica e da 5 anni è tra le protagoniste della crisi della nostra isola. E qui una domanda sorge spontanea.
Quale?
Soru non doveva essere alternativo alla giunta di Christian Solinas? Più volte ha dichiarato la sua discontinuità rispetto all’attuale amministrazione. E allora perché si allea con chi oggi governa vergognosamente la Sardegna?
Questa contrapposizione con Azione, Italia Viva e +Europa, per lei è anche un tema nazionale?
Io mi sto occupando di Sardegna. E di Sardegna voglio parlare. Questi 3 partiti hanno deciso di abbandonare il centrosinistra per favorire la destra. Ma sono cresciuta con la convinzione che il piano personale non è piano politico. Infatti, ad esempio, ho un buon rapporto con Benedetto Della Vedova di +Europa. Mentre Calenda si è commentato da solo. Ieri mi riempiva di complimenti, in privato e sui media, scommettendo sulla mia capacità, oggi mi insulta in tv. La coerenza non è il suo forte.
Nel caos che regna nel centrodestra, chi identifica come suo principale avversario?
I miei avversari sono quelli che hanno governato la Sardegna negli ultimi 5 anni portandola al declino. Basta guardare la posizione di Solinas nel ranking sul gradimento dei presidenti di Regione. Ultime posizioni. E Truzzu, da sindaco, vale lo stesso. I cagliaritani hanno già sperimentato il fallimento della sua amministrazione.
Come cambia la posizione di Solinas alla luce delle evoluzioni dell’inchiesta per corruzione a suo carico, con il sequestro scattato ieri? Dovrebbe ritirarsi?
L’ambito giudiziario deve rimanere tale e non entrare nel dibattito politico. Il mio riscontro è su come ha governato la Sardegna, per come ha trattato i sardi e per come sta lasciando la nostra terra: in totale declino. Le dirò di più. Credo che nessun cittadino sardo potrà mai dimenticare l’immagine della bandiera dei quattro mori sul palco di Pontida. Solinas ha piegato un partito storico e identitario come il Partito Sardo d’Azione alla volontà della Lega Nord di Salvini. Solinas ha calpestato la storia del sardismo per beceri interessi personali. E questo credo che nessun sardo potrà mai dimenticarlo.
Lei sembra aver raccolto un ampio consenso, anche perché ha avuto il vantaggio – o meglio, il merito – di partire per prima con la campagna elettorale. Onestamente, si sente favorita?
Da inizio campagna abbiamo già fatto oltre 40 incontri sul territorio. Puntiamo a farne più di 60. Oltre ai centri più grandi dell’Isola che abbiamo già visitato – Nuoro, Sassari, Oristano e Olbia – stiamo continuando il nostro viaggio anche nei piccoli comuni. Da Nord a Sud, dalla Gallura al Sulcis, dall’Oristanese all’Ogliastra, incontriamo cittadini, associazioni, lavoratori e realtà produttive confrontandoci sul programma e sulla visione di Sardegna. Sto trovando persone che hanno voglia di essere ascoltate, che hanno voglia di essere rimesse al centro dell’agenda politica. I riscontri che abbiamo sono ottimi. Grande entusiasmo e tanta voglia di partecipare. È come un’onda che sta crescendo. Una voglia di cambiamento che è travolgente.
Solinas chiude il suo primo mandato con una pessima considerazione da parte dei sardi, senza che stiamo qui a citare i vari sondaggi di gradimento. Il suo successore, di qualsiasi partito sia, dovrà recuperare la fiducia dei cittadini nella politica, che sembra essersi un po’ persa. È pronta a farlo?
È quello che abbiamo intenzione di fare. Mettere al centro le persone che da 5 anni sono abbandonate e trascurate. Abbiamo una visione molto chiara e soluzioni che stiamo condividendo in ogni incontro organizzato per la Sardegna. La resistenza al malgoverno – nazionale e locale – deve partire da qualche parte. Facciamola partire in Sardegna.
Senta, ci dice qual è la sua idea di Sardegna in una frase?
Un’isola moderna, facile, giusta, pulita e connessa. Con un’economia prospera, capace di competere sui mercati internazionali e con la capacità di riconoscerci, di farci riconoscere ed essere orgogliosi di noi stessi.
Le prime tre cose che farà qualora fosse eletta?
Mi occuperò della salute dei sardi, ricostruendo la sanità territoriale. Lavorerò per una continuità territoriale giusta, per costituire una multiutility regionale che gestisca l’energia e l’acqua per i sardi e per le imprese che vogliono investire in Sardegna.
È inutile nasconderlo, il test Sardegna servirà anche a mettere alla prova l’alleanza con il Partito Democratico, entrata in una ennesima nuova fase. Se dovesse andare bene, cosa cambierà a livello nazionale?
L’alleanza che abbiamo costruito in questi mesi è forte e si incentra su una visione condivisa di Sardegna. E sarebbe stato un risultato impossibile se l’avessero davvero architettato le segreterie dei partiti nazionali o qualche riunione romana, come qualcuno continua a dire. Io sono una donna di sinistra, una donna che ha sempre lavorato per l’unità, una donna che crede in valori totalmente contrapposti a quelli della destra. Io sono una sarda che si è messa a disposizione per rappresentare questa coalizione che ha un unico obiettivo: ridare speranza ai miei concittadini e un futuro dignitoso per i nostri figli.
(da Fanpage)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
PUTIN HA LANCIATO MESSAGGI MINACCIOSI NEI CONFRONTI DELLA LETTONIA. GLI STATI UNITI E DIVERSI GOVERNI EUROPEI TEMONO UN ATTACCO “ENTRO IL 2025” O “NEI PROSSIMI 3-5 ANNI”
«Una minaccia diretta alla nostra sicurezza»: a due anni dall’invasione russa dell’Ucraina, Vladimir Putin punta il dito sui Paesi Baltici, proprio mentre i militari di Berlino confermano di non escludere i piani di un nuovo attacco di Mosca. Che il presidente russo non solo non tenta di smentire, ma sembra quasi confermare, utilizzando un linguaggio minaccioso nei confronti della Lettonia, colpevole di «buttare fuori i cittadini russi».
Non si tratta di minacce esplicitamente militari: per ora Putin ha dato incarico di «proporre misure» al suo ministero degli Esteri. L’Istituto per lo studio della guerra di Washington non ha dubbi: il presidente russo «sta cercando di creare un pretesto per un possibile attacco contro gli Stati Baltici».
Il pretesto formale per ora appare più che fragile: la deportazione, dalla Lettonia, di Boris Katkov, 82enne pensionato militare con passaporto russo, e che faceva l’attivista filo-Mosca. Riga ha annunciato qualche giorno fa di aver inviato un secondo sollecito a 985 cittadini russi residenti in Lettonia, che non hanno voluto adeguarsi alle nuove regole per il permesso di soggiorno, tra cui il superamento dell’esame di lingua lettone.
Una potenziale “quinta colonna”, esattamente secondo lo scenario che il quotidiano tedesco Bild ha pubblicato qualche giorno fa, citando fonti dell’intelligence tedesca, secondo la quale Mosca cercherà di incitare una «rivolta» delle minoranze russofone nei Paesi Baltici. L’invasione, o una «operazione militare speciale», si realizzerebbe nel 2025 o forse addirittura in pochi mesi, e punterebbe in particolare a creare un ponte di terra con l’enclave russa di Kaliningrad.
Ieri, il ministero della Difesa tedesco non solo non ha smentito le rivelazioni di Bild, ma ha confermato di stare prendendo in esame «tutti gli scenari, anche quelli poco probabili, è il nostro lavoro». Sulla probabilità, diversi governi e comandi militari dell’Europa del Nord sono piuttosto pessimisti. Kaja Kallas, la premier estone, ha dichiarato che i Paesi europei «hanno 3-5 anni per prepararsi a un conflitto con la Russia», citando le analisi dello spionaggio di Tallinn.
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius vede un orizzonte appena più ampio, «5-8 anni per portare la produzione militare europea al livello di sufficienza», e invita a «prendere sul serio le minacce di Putin ai Baltici, alla Moldova e alla Georgia». Anche l’ex comandante delle forze armate dei Paesi Bassi Martin Wijnen ritiene che bisogna «essere pronti alla guerra contro la Russia». La Svezia, entrata nella Nato dopo l’invasione dell’Ucraina, è ancora più catastrofista: il suo ministro della Difesa Carl-Oskar Bohlin ha sconvolto gli svedesi dicendo che «la guerra può cominciare», e il comandante delle forze armate Micael Byden ha invitato i cittadini a «prepararsi moralmente, e a chiedersi cosa devono fare se anche qui accadrà quello che è accaduto in Ucraina».
Il punto è proprio quello: è improbabile che il Cremlino lanci un altro attacco, meno che mai ai membri europei della Nato, prima di aver chiuso con l’Ucraina. Non solo perché non possiede il potenziale militare per farlo, ma soprattutto per motivi politici. Un’eventuale caduta di Kyiv sarebbe possibile soltanto nel caso in cui l’Occidente smettesse di aiutarla militarmente e diplomaticamente, dando quindi a Putin un chiaro segnale di debolezza e indifferenza. Il fatto che i leader occidentali parlino esplicitamente di un avanzamento di Putin a Ovest – «punta ai Paesi della Nato», ha dichiarato il segretario di Stato americano Anthony Blinken a Davos – è anche un messaggio di deterrenza a Mosca.
Come ha dichiarato qualche giorno fa il presidente ceco Petr Pavel, «tutti gli eserciti europei stanno prendono sul serio la minaccia, tutti si stanno preparando all’ipotesi di un conflitto ad alta intensità in Europa».
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
LA SODDISFAZIONE DI ETTORE, SILVIA E MIDA: “QUELLA DI OGGI E’ COMUNQUE UNA VITTORIA”
Sono stati condannati a sei mesi i tre attivisti di Ultima
Generazione che vennero arrestati a Bologna lo scorso 2 novembre per aver bloccato la Tangenziale per circa un’ora.
Il gup del Tribunale di Bologna ha condannato i tre ambientalisti per i reati di violenza privata e interruzione di pubblico servizio, mentre li ha assolti dalle accuse di danneggiamento, manifestazione non autorizzata e inottemperanza al foglio di vita.
Dopo l’arresto, a Ettore, Silvia e Mida – questi i nomi dei tre esponenti di Ultima Generazione – erano stato imposti il divieto di dimora e l’obbligo di firma, poi revocati.
Nel corso del processo, gli attivisti hanno rilasciato dichiarazioni spontanee in cui hanno ribadito la loro preoccupazione per i problemi legati ai cambiamenti climatici e hanno spiegato che la loro protesta non ha messo a rischio né la loro incolumità né quella degli automobilisti.
Per loro, la procura aveva chiesto un anno di carcere. Alla fine la condanna è arrivata, ma il gup ha concesso sia le attenuanti generiche che le attenuanti per aver agito per particolari motivi di ordine morale e sociale.
Ed è proprio per il riconoscimento del valore morale dell’azione che Ultima Generazione ha accolto la sentenza di condanna con abbracci e applausi. «Faremo appello per i due reati per cui sono stati condannati, ma da un certo punto di vista siamo già soddisfatti, perché rispetto all’inizio la situazione è sicuramente cambiata, c’è già stato un parziale riconoscimento delle ragioni degli imputati», ha spiegato Elia De Caro, uno dei legali dei tre ambientalisti.
Pur dovendo scontare una condanna di sei mesi, i tre attivisti sentono di aver ottenuto una piccola vittoria in tribunale. E mettono in chiaro fin da subito che le loro azioni di protesta non si fermeranno.
«Oggi hanno condannato noi tre – ha detto Silvia, uno dei tre attivisti a processo – ma domani saremo in 100 o in mille a rifare la stessa azione. È molto importante che la giudice abbia riconosciuto le nostre motivazioni nobili rispetto all’atto compiuto».
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
PIU’ POTERI ALLE REGIONI AUMENTEREBBE IL DIVARIO TRA NORD E SUD
Si scrive «autonomia differenziata» ma si legge «frattura del Paese», sicuramente in sanità. Ecco perché, con l’avvio della discussione parlamentare del ddl Calderoli, è cruciale ribadire che la tutela della salute deve essere espunta dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Perché in caso contrario si finirebbe per legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto alla tutela della salute. Ed esistono almeno sei buone ragioni per farlo.
Primo. Il Servizio sanitario nazionale attraversa una gravissima crisi di sostenibilità e il sotto-finanziamento costringe anche le Regioni virtuose del Nord a tagliare i servizi e/o ad aumentare le imposte per scampare al piano di rientro. E guardando alla crescita economica del Paese, all’impatto atteso del nuovo Patto di Stabilità e all’assenza di misure concrete per ridurre evasione fiscale e debito pubblico, non ci sono risorse né per rilanciare il finanziamento pubblico della sanità, né tantomeno per colmare le diseguaglianze regionali. Inoltre, con l’autonomia differenziata le Regioni potranno trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più redistribuito su base nazionale, impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno.
Secondo. Il Comitato istituito per definire i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) ha ritenuto che non sia necessario assolvere tale compito in materia di salute, perché esistono già i livelli essenziali di assistenza (Lea). Una pericolosa scorciatoia, visto che il ddl Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei Lep secondo quanto previsto dalla Carta costituzionale. Ed è evidente che senza definire, finanziare e garantire in maniera uniforme i Lep in tutto il territorio nazionale è impossibile ridurre le diseguaglianze regionali.
Terzo. In sanità il gap tra Nord e Sud è sempre più ampio, al punto da configurare una vera e propria «frattura strutturale», come dimostrano sia i dati sugli adempimenti ai Lea sia quelli sulla mobilità sanitaria. Il monitoraggio 2021 dei Lea documenta infatti che delle 14 Regioni adempienti solo 3 sono del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica: alla maggior parte dei residenti al Sud non sono dunque garantiti nemmeno i Lea. E queste diseguaglianze alimentano il fenomeno della mobilità sanitaria: nel 2021 4,25 miliardi scorrono prevalentemente dalle Regioni meridionali verso Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi per le maggiori autonomie e che complessivamente raccolgono il 93,3% dei saldi attivi. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità nelle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione inevitabilmente amplificherà le diseguaglianze già esistenti.
Quarto. Le maggiori autonomie già richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto ne potenzieranno le performance sanitarie e, al tempo stesso, indeboliranno ulteriormente quelle delle Regioni del Sud, incluse quelle a statuto speciale. In tal senso risulta ai limiti del grottesco la posizione dei presidenti delle Regioni meridionali governate dal centrodestra, favorevoli all’autonomia differenziata. Una posizione autolesionistica che dimostra come gli accordi di coalizione partitica prevalgano sulla salute delle persone. Alcuni esempi: la maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni più ricche, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente quelle del Sud; così come l’autonomia nella determinazione del numero di borse di studio per scuole di specializzazione e medici di medicina generale determinerà una dotazione asimmetrica di specialisti e medici di famiglia. Ancora, le maggiori autonomie sul sistema tariffario, di rimborso, remunerazione e compartecipazione rischiano di rendere i sistemi sanitari regionali delle entità con regole proprie, sganciate anche da un monitoraggio nazionale, agevolando anche l’avanzata del privato.
Quinto. Nonostante gli entusiastici proclami sui vantaggi delle maggiori autonomie anche per le Regioni del Sud, in sanità è certo che non ne esistono affatto per una ragione molto semplice. Essendo tutte, Basilicata a parte, in piano di rientro o addirittura commissariate (Calabria e Molise), non si trovano nelle condizioni di poter avanzare la richiesta, visto che i piani di rientro di fatto «paralizzano» dal punto di vista organizzativo i sistemi sanitari regionali.
Sesto. Il Pnrr, sottoscritto dall’Italia e per il quale abbiamo indebitato le future generazioni, persegue il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud come priorità trasversale a tutte le missioni. Ovvero, l’intero impianto normativo del ddl Calderoli contrasta il fine ultimo del Pnrr, che dovrebbe costituire un’occasione per il rilanciare il Mezzogiorno, accompagnando il processo di convergenza tra Sud e Centro-Nord quale obiettivo di crescita economica, come più volte ribadito nelle raccomandazioni della Commissione europea.
Ecco perché è fondamentale espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Se così non fosse, saremmo di fronte a una legittimazione normativa della «frattura strutturale» Nord-Sud che comprometterebbe l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla tutela della salute, rendendo le Regioni meridionali sempre più «clienti» dei servizi prodotti dalle Regioni del Nord e assestando il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale. Un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti, che viene oscurato dallo «scambio di favori» tra i fautori dell’autonomia differenziata e quelli del presidenzialismo.
(da lastampa.it)
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Gennaio 19th, 2024 Riccardo Fucile
CON IL NUOVO REDDITO DI INCLUSIONE ABBANDONATE A SE STESSE 600.000 FAMIGLIE POVERE
L’assegno di inclusione (Adi), introdotto dalla riforma del Rdc, ha
prodotto fino ad ora numeri deludenti, circa 450mila domande, inferiore anche alle attese del Governo (che aveva annunciato circa 737 mila famiglie nel programma Adi), e soprattutto inferiore al numero di famiglie con il Rdc nello stesso mese dell’anno scorso, pari a circa 1,2 milioni.
Alle 450mila domande Adi arrivate bisognerebbe aggiungere i beneficiari dello Strumento formazione e lavoro (Sfl), pari a circa 55mila con solo 23mila pagati. Anche questo numero è di gran lunga inferiore rispetto alle attese, che sono, secondo la stima degli “occupabili” pari a circa 400mila, ed anche inferiore al numero di soggetti dichiarati decaduti da parte di Inps con un messaggino la scorsa estate, pari a circa 240 mila
In totale abbiamo circa 500mila domande, tra Adi e Sfl, rispetto a 1,2 milioni di famiglie beneficiarie un anno fa, il 42%.
Considerando che questa cifra possa di poco crescere, si può raggiungere, come somma delle due misure, 600mila famiglie, ovvero circa il 50% di quanto si raggiungeva con il Rdc. E le famiglie povere sono oltre 2 milioni, pari a 5,6 milioni di persone.
Ma perché i numeri delle nuove misure che hanno sostituito il Rdc sono così bassi, lasciando senza sostegni circa 600mila famiglie?
Le ragioni sono diverse ed attengono ai criteri economici più restrittivi, alle soglie più basse di Isee per Sfl, alla scala di equivalenza più bassa in Adi per le famiglie con figli, alle condizioni di contesto sociale e alla mancata informazione, alle discriminazioni che le nuove misure operano sulla base dell’età, e infine anche all’inflazione. Vediamo tutti questi fattori, che sintetizziamo in cinque punti, a partire dall’inflazione.
1. L’inflazione ha generato dei fenomeni di cattiva calibrazione perché le soglie di entrata nella misura non sono state adeguate, conformemente all’inflazione. Per l’Adi si è mantenuto lo stesso Isee di accesso del 2019, pari a 9360 euro e la stessa soglia di reddito di entrata, pari a 6000 euro. Per Sfl l’Isee di accesso è stato pure ridotto da 9360 a 6000 euro. Al contempo i redditi nominali di coloro che all’interno dei nuclei ex beneficiari di Rdc percepiscono redditi da lavoro o prestazioni pensionistiche o assegni di invalidità o altro, sono aumentati, ma non essendo stati adeguati, incomprensibilmente, anche le soglie di accesso a Adi e Sfl, molte di queste persone oggi stanno fuori dal nuovo programma, anche se le loro condizioni reali non sono cambiate, e anzi sono peggiorate. I soggetti coinvolti in questa trappola di esclusione sono oltre 200mila, e sono coloro che prendevano la pensione di cittadinanza o avevano lavoretti, pur rimanendo sotto le soglie del Rdc. Soltanto gli anziani che escono dal programma del Rdc e non entrano in Adi, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) sono il 14,8%, quindi circa 160mila persone.
2. Una seconda ragione riguarda la scala di equivalenza, dentro Adi, che è stata abbassata da 0,2 (o 200 euro per figlio) a 0,15 e 0,10 (150 euro per il primo figlio e 100 euro dal secondo figlio). Questo comporta un abbassamento della soglia di entrata, soprattutto per le famiglie più numerose. Inoltre, i genitori nel nucleo, fanno parte della scala di equivalenza solo se i minori hanno una età inferiore ai 3 anni. Se i minori hanno una età compresa tra 3 e 17 anni, i genitori non prendono l’Adi. Ciò causa l’esclusione di circa 120 mila persone, il 13,7% secondo il rapporto Upb. Mentre il 33,7% dei beneficiari (circa 350 mila) peggiora il beneficio con una riduzione di 140 euro. Quindi contrariamente a ciò che ha annunciato il Governo, che avrebbe protetto le famiglie con figli e gli anziani, quasi la metà dei nuclei con minori (il 47,4%) ha visto cancellato o ridotto l’Adi rispetto al Rdc.
3. La terza categoria di esclusi, la più nota nella narrazione del Governo, sono gli “occupabili”, coloro che non sono tutelati dalla nuova misura, pur essendo poveri, perché discriminati sulla base dell’età. Questa platea è stimata da Upb in circa 400mila nuclei. Questi sarebbero dovuti transitare, secondo il Governo, verso Sfl. Ma ad oggi solo una piccola parte di essi beneficia di questo strumento.
4.Una quarta ragione attiene a Sfl, dove è necessaria la presenza di corsi di formazione per attivare la misura, ma non c’è stata una analisi dei fabbisogni formativi, e i corsi compaiono sulla piattaforma alla rinfusa, in settori non di interesse per i percettori potenziali, e rimangono comunque scarsi.
5. Infine, c’è un fenomeno che ostacola l’espansione della misura ed è il forte ostracismo da parte degli autori della riforma al Governo e non solo, che indicano i percettori come colpevoli del loro stato di povertà. Un atteggiamento colpevolizzante, che crea vergogna nei poveri, e che spesso non fanno domanda pur avendo i requisiti. Questo fenomeno, in una certa percentuale, esiste in tutti i paesi, è la stigma che molti economisti, a partire da Amartya Sen, hanno spiegato bene. Da noi si accompagna anche ad una scarsa trasparenza sui numeri, alla mancanza di osservatori che Inps ha sempre avuto per tutte le misure, alla assenza di una informazione istituzionale da parte del Governo sulla nuova misura, ed anzi ad una continua disinformazione politica che porta anche a credere erroneamente che il Rdc sia stato abolito completamente.
La somma degli esclusi dalle due nuove misure quindi, considerando i beneficiari anche in prospettiva di Sfl e un ulteriore incremento di Adi, è di circa 600mila nuclei, la metà di coloro che prendevano il Rdc. Questo comporta un risparmio di 4 miliardi di euro per il Governo, rispetto al budget destinato al Rdc. Un ritorno al passato, e un risparmio fatto, letteralmente, sulla pelle degli ultimi.
(da La Repubblica)
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