Marzo 15th, 2024 Riccardo Fucile
LA NOTIZIA È INQUIETANTE ALLA LUCE DEL TENTATO GOLPETTO DELL’AGOSTO 2020, QUANDO UN GRUPPO DI NEONAZISTI E NO VAX TENTARONO L’ASSALTO AL REICHSTAG, E DELLA SCOPERTA DELLA CELLULA COMPLOTTARA CAPEGGIATA DAL PRINCIPE REUSS
Oltre cento collaboratori parlamentari dell’Afd sono estremisti di
destra. E qualcuno ha anche legami con i neofascisti italiani di CasaPound. E’ quanto emerge da una ricerca del Bayerischer Rundfunk (BR) che getta una luce inquietante sul personale legato all’ultradestra che ha libero accesso al Bundestag.
Sono cinquecento persone in tutto per le quali l’ultradestra ha a disposizione ben 30 milioni di euro all’anno. E tra gli oltre cento collaboratori con simpatie brune ci sarebbero anche alcuni impiegati negli uffici dei leader del partito, Alice Weidel e Tino Chrupalla. Secondo il BR, metà dei 78 deputati dell’Afd nascondono militanti di destra estrema nei loro uffici.
Il Bayerischer Rundfunk ha ricostruito che ci sono 500 collaboratori del partito capitanato da Weidel e Chrupalla. E uno su cinque è ascrivibile a organizzazioni definite dal Verfassungsschutz (i servizi segreti interni) “di estrema destra”: neonazisti, Identitari, membri di confraternite brune, influencer radicali ed esponenti della Junge Alternative, l’organizzazione giovanile dell’Afd finita già sotto osservazione perché ritenuta troppo radicale.
La notizia riporta alla mente il fallito assalto dell’agosto 2020 al Reichstag, quando circa quattrocento neonazisti e no vax tentarono di forzare l’ingresso dell’edificio che ospita la plenaria parlamentare sventolando bandiere del Terzo Reich. E fa venire la pelle d’oca anche alla luce della cellula dei Reichsbuerger e neonazisti capeggiata dal principe Reuss scoperta nel 2022.
Tra i venticinque complottisti che avevano pianificato proprio un attacco al Bundestag per rovesciare il governo, anche l’ex deputata Afd Birgit Malsack-Winkemann. L’ex parlamentare aveva organizzato negli scorsi anni un giro dell’edificio parlamentare con alcuni estremisti di destra che hanno avuto così l’occasione di studiarlo da vicino. Un incubo da sei gennaio americano.
La presidente del Bundestag, Baerbel Bas (Spd), ha detto che bisognerà rafforzare le misure di sicurezza “per evitare che estremisti che puntano al rovesciamento dell’ordine liberale e democratico vadano e vengano dal Bundestag”.
Per la vicepresidente Katrin Goering-Eckart la notizia dei cento estremisti che si celano nel Bundestag è “sconvolgente”. E la deputata dei verdi ha aggiunto che occorrerà fare una riflessione sull’opportunità che nemici dichiarati della costituzione vengano pagati con soldi dei contribuenti.
Uno degli estremisti su cui l’emittente bavarese ha acceso un faro è John Hoewer, collaboratore di Sebastian Muenzenmaier, il vicecapogruppo dell’Afd. Il 36enne è uno degli animatori della piattaforma “Ein Prozent” che raccoglie fondi per sostenere le cause legali di estremisti e supportare l’attivismo radicale. In passato ha fatto parte di confraternite brune ed è stato immortalato a un allenamento di arti marziali con neonazisti del partito Npd.
Soprattutto, Hoewer coltiva stretti legami con i neofascisti italiani di CasaPound. Nel 2017 ha fatto parte di una delegazione di “Ein Prozent” che ha partecipato a un evento a Roma di ‘Blocco studentesco’, l’organizzazione giovanile di CasaPound. E secondo il portale Sachsen-Anhalt-Rechtsaussen, il 7 gennaio del 2019 Hoewer potrebbe essere tornato a Roma per partecipare alla commemorazione neofascista di Acca Larentia, nascosto tra una selva di saluti romani.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 15th, 2024 Riccardo Fucile
“SERVE UN POLITICO CHE HA UNA STATURA E UNA CHIARA IDENTITÀ EUROPEA. IL PROFILO DI DRAGHI CONTRIBUIREBBE A RISTABILIRE L’EQUILIBRIO TRA COMMISSIONE E CONSIGLIO. È STATO IL SUO “WHATEVER IT TAKES” A SALVARE L’EUROZONA. E I LEADER DELL’UE DOVREBBERO SFODERARE LO STESSO SPIRITO”
Il segreto peggio custodito di Bruxelles è che Ursula von der Leyen si assicurerà un altro mandato di cinque anni come presidente della Commissione europea. In effetti, con l’Unione cristiano-democratica tedesca che l’ha nominata candidata del Partito popolare europeo (PPE) di centro-destra alle prossime elezioni europee di giugno, questo risultato è quasi inevitabile.
Il PPE rimane in netto vantaggio nei sondaggi e si prevede che conquisterà circa 176 seggi, rispetto ai 138 dei socialisti. Il partito che si piazzerà al primo posto nominerà il prossimo presidente della Commissione.
Più interessante della Commissione, tuttavia, è chi sceglieranno i leader dell’UE per gestire il Consiglio europeo – e cosa ci dice esattamente sulla serietà delle capitali europee quando si tratta di affrontare le priorità del continente nei prossimi cinque anni.
Dopo aver scelto di gestire il portafoglio dell’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’UE negli ultimi tre mandati – prima con la britannica Cathy Ashton, poi con l’italiana Federica Mogherini e attualmente con lo spagnolo Josep Borrell – i socialisti ora puntano al Consiglio per avere maggiore influenza sugli affari dell’UE.
Questo spostamento è in parte dovuto al fatto che l’influenza dell’Alto rappresentante si è gradualmente ridotta negli ultimi anni, non solo perché le capitali dell’UE custodiscono gelosamente la loro sovranità sugli affari esteri, ma anche perché la Commissione è diventata un attore geopolitico molto più importante dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. E con la von der Leyen che intende porre la difesa al centro del suo prossimo mandato, è probabile che la tendenza continui.
Quindi, dato che i socialisti probabilmente arriveranno secondi alle elezioni europee, questo darà loro il diritto di gestire il Consiglio, se lo sceglieranno. Ma il loro problema più grande è la scarsità di candidati disponibili per il ruolo.
Dato che la posizione prevede presiedere le discussioni e trovare il consenso tra i leader dell’UE, questa persona dovrebbe essere un capo di Stato in carica o un ex capo di Stato. Per i socialisti, i nomi credibili attualmente in lizza sono l’ex primo ministro portoghese António Costa, l’ex primo ministro svedese Stefan Löfven, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il primo ministro danese Mette Frederiksen. Un sondaggio tra alti funzionari dell’UE ben informati, condotto a Bruxelles il mese scorso, ha indicato Costa come il favorito.
Ciò non sorprende. Costa non solo ha guidato con successo il Portogallo attraverso la crisi dell’eurozona, ma mantiene anche buoni rapporti con tutti i leader dell’UE, compreso il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Le sue due sfide, tuttavia, sono l’indagine di corruzione in corso che lo ha costretto a dimettersi (anche se potrebbe essere scagionato entro giugno) e le elezioni nazionali che hanno portato alla vittoria di una coalizione di centro-destra in Portogallo.
Quest’ultima notizia, tuttavia, non rappresenta necessariamente un vincolo rigido. Ad esempio, l’ex presidente della Commissione José Manuel Barroso (2004-2014), di centro-destra, è stato sostenuto dal primo ministro José Socrates, di centro-sinistra.
Ma nonostante i chiari punti di forza politici e diplomatici di Costa, c’è un nome probabilmente ancora più interessante in corsa: l’ex presidente della Banca centrale europea e primo ministro italiano Mario Draghi.
Sia a Bruxelles che nelle capitali dell’UE, è ampiamente riconosciuto che l'”esperimento Michel” – riferito al mandato del presidente in carica Charles Michel – è stato un fallimento. Questo ha portato a una crescente sensazione che il Consiglio sarebbe meglio guidato da un politico alla fine della sua carriera politica – uno che ha una statura, una chiara identità europea e, secondo alti funzionari dell’UE, “non sarà guidato dai titoli dei giornali”.
Il profilo di Draghi sarebbe adatto a questo scopo e contribuirebbe a ristabilire l’equilibrio tra le due istituzioni più potenti dell’UE. Come si dice a Bruxelles: quando il rapporto funziona bene, la Commissione ha il potere, il Consiglio l’autorità.
Ma, come sempre, i leader dell’UE non vorranno essere messi in ombra da una persona con il peso di Draghi. Come ha detto un alto funzionario dell’UE che ha chiesto di rimanere anonimo: “Draghi controllerebbe l’agenda. Ma chi controllerebbe Draghi?”.
L’altro problema del politico italiano è che non è politicamente schierato e, nella tribale politica di potere che domina il processo decisionale a Bruxelles, questo è un grave handicap per le sue possibilità – soprattutto perché i socialisti vogliono chiaramente rivendicare il Consiglio per uno dei loro.
Tuttavia, quello che viene considerato il più grande svantaggio di Draghi è ciò che dovrebbe destare maggiore preoccupazione: la prospettiva sostanziale che rappresenta, in particolare il suo esplicito sostegno a un maggiore indebitamento comune dell’UE per affrontare le sfide geopolitiche che l’Europa sta affrontando.
Sebbene l’idea di un maggiore indebitamento dell’UE abbia guadagnato terreno negli ultimi mesi, probabilmente si rivelerà eccessiva per la Germania e gli altri membri settentrionali dell’UE. In effetti, il nome dell’ex primo ministro italiano Enrico Letta era in lizza per dirigere il Consiglio nel 2014, ma è stato posto il veto dall’ex cancelliere tedesco Angela Merkel proprio per questo motivo, aprendo la strada a Donald Tusk per assumere il ruolo.
Ma ciò che il probabile fallimento di Draghi nell’ottenere il posto di vertice suggerisce realmente è che l’agenda dell’UE per la competitività, la difesa e la geopolitica per il periodo 2024-2029 non avrà i denti affilati che potrebbe avere altrimenti.
Senza un piano di finanziamento più credibile – e data l’attuale opposizione al sequestro delle riserve statali russe – non c’è una risposta chiara su come il blocco intenda contribuire a pagare per l’Ucraina oltre il 2027, per l’eventuale ricostruzione del Paese o, più in generale, per rafforzare l’architettura di sicurezza e difesa dell’UE alla luce della sfida posta dalla Russia.
Per quanto riguarda la competitività, ad esempio, la recente dichiarazione di Anversa è di fatto un rimaneggiamento degli obiettivi dell’UE già esistenti – in materia di emissioni, sicurezza delle materie prime, completamento del mercato unico e promozione dell’innovazione. Questi impegni vaghi e riconfezionati non daranno la spinta alla competitività di cui le economie europee hanno disperatamente bisogno.
È stato l’approccio “whatever it takes” di Draghi a salvare l’eurozona. E i leader dell’UE dovrebbero sfoderare lo stesso spirito per affrontare le sfide esistenziali che il blocco si trova nuovamente ad affrontare.
(da Politico.Eu)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 15th, 2024 Riccardo Fucile
IN ITALIA ADOTTARLI SEMBRA UN DELITTO DI LESA MAESTA’, QUANDO INVECE SONO A TUTELA DI TUTTI
Agenti che manganellano gli studenti, militari che colpiscono uno
straniero indifeso, forze dell’ordine che usano la forza in un modo in cui il cittadino si sente impotente, e vittima, piuttosto che tutelato. Accade in Italia, ma accade anche in altri Paesi del mondo.
Ma in tanti Paesi di Europa, e non solo, le donne e gli uomini che fanno parte delle forze di polizia hanno sulla divisa un codice identificativo, in grado di dare a quei volti un nome e un cognome. Una tutela per il cittadino, ma anche per gli stessi agenti che possono avere a che fare con colleghi che non conoscono in tanti contesti.
Su 28 Stati in Europa, 20 hanno adottato provvedimenti di questo tipo: numeri identificativi affissi sulla divisa degli agenti. I codici identificativi sono una realtà in Francia, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Belgio, Danimarca, Grecia, Irlanda, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Romania.
In Germania l’obbligo è previsto soltanto in alcune regioni, non a livello globale (in 9 regioni su 16). Lo stesso in Ungheria e Svezia, dove peraltro non c’è una legge, ma una consuetudine, almeno in alcune occasioni di servizi particolari.
Nel dettaglio per esempio, in Belgio gli agenti portano una targhetta con nome e grado ma l’idea è quella di passare a un codice numerico per garantire l’anonimato.
In Francia gli agenti espongono il codice sia in uniforme che in borghese, ma ci sono eccezioni per alcuni servizi.
In Grecia sono state fatte polemiche sulla collocazione del codice, che si trova nella parte posteriore del casco e che secondo alcuni aggirerebbe la norma di essere identificabili.
Alcuni Paesi utilizzano semplici codici numerici, altri targhette che hanno direttamente il nome dell’agente. In questo panorama europeo in cui le forze dell’ordine sono identificate in modo certo e per legge, cinque Paesi non hanno normative in tal senso: oltre all’Italia anche Austria, Olanda, Lussemburgo e Cipro.
Ma la direzione sembra questa. Amnesty International chiede all’Italia di normare la questione e di introdurre il codice identificativo per le forze dell’ordine. La campagna è esplosa nel 2011, decimo anniversario del G8 di Genova, ricordando i fatti tragici della caserma Diaz e che allora alcuni agenti che accusati di aver picchiato i ragazzi non furono mai identificati e dunque mai puniti. E periodicamente la questione si ripropone, soprattutto quando accadono eventi particolari.
A dire un netto no ai codici identificativi per le forze dell’ordine ci sono i sindacati di polizia, che interpreta questa come una “schedatura” di agenti e militari, che porterebbe a una conoscenza aperta di nomi, abitazioni, abitudini e che porterebbe, anche, a procedimenti nei loro confronti che comprometterebbero carriera e vita. Ma anche le voci politiche del centrodestra si sono espresse contro i codici.
In questo panorama, ci sono i pareri positivi di Ue e Onu. Il Parlamento Ue aveva votato una risoluzione in cui mostrava preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia in eventi e manifestazioni ed esortava gli Stati membri a garantire proprio il numero identificativo per tutti gli agenti. Parimenti, nel 2016 anche l’Onu ha suggerito questi codici, con targhetta con numeri o le generalità del personale.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
IL NUOVO “PATTO” CON GLI ALLEATI: LEI SI PRENDE IL PREMIERATO, FORZA ITALIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE E LA LEGA LA DIVISIONE DEL CSM
Guardasigilli sì, ma “dimezzato”, come il visconte di Calvino. Resta ministro della Giustizia Carlo Nordio, perché Giorgia Meloni non può smentire sé stessa. Ma da due settimane lui è sotto “tutela stretta”. Sulla giustizia comanda Chigi. Perché «quello di politica non sa nulla e si muove come un elefante nella cristalliera ». Eh già, come dimostra l’ultima pièce. Che non si celebra in via Arenula, ma nelle stanze della premier. Com’è già avvenuto 15 giorni fa per il primo vertice sulla giustizia.
E lì Meloni, lunedì dopo il Cdm, rafforza il patto di governo in vista del voto europeo sulla testa dei giudici. Aggiungendo un capitolo nella strategia delle riforme. Una a me, una a te, una a lui, avrebbe detto Davigo. Ai meloniani il premierato, a Forza Italia la separazione delle carriere, cioè da sempre il sogno di Berlusconi. Alla Lega non solo l’autonomia differenziata, ma anche la divisione in due del Csm, uno per i giudici e uno per i pm.
Quest’ultimo capitolo affidato alle mani della leghista Giulia Bongiorno, che la chiede da vent’anni. In asse con il forzista Pierantonio Zanettin, proprio lei ha già messo sul tavolo, per ingabbiare le correnti, il sorteggio come futura legge elettorale per il Csm.
Inutilmente, Nordio e i suoi, cercano di vendere come una propria vittoria la loro débâcle. Da via Arenula esce la notizia che il ministro lavorerà alla separazione delle carriere, che piazzerà l’abuso d’ufficio per il voto definitivo alla Camera il 25 marzo (impossibile, perché non è ancora partito l’iter in commissione).
Ma la versione delle “fonti” di Chigi è tutt’altra. Anche perché Nordio ha commesso l’ennesima mossa falsa, parlando a piazzale Clodio. Gliela rimproverano, chiedendone conto a Meloni, Pd e M5S, che citano le sue parole “molto gravi”: «Le risorse sono limitate perché vi è scarsa attenzione finanziaria, è un ministero importante nella forma e non gradito nella sostanza». Parla del “suo” dicastero. Nordio “deve” smentire – «Sono indignato dal grave e strumentale travisamento » – ma la frittata è fatta.
Nelle stesse ore il Csm lo boccia per via dell’app che dovrebbe garantire l’evoluzione telematica del processo penale e che i procuratori delle sei più grandi città criticano perché si sta rivelando un disastro.
Senza licenziarlo, la premier lo ha commissariato. Lui non parla più della commissione d’inchiesta, ormai archiviata perché tutto è in mano all’Antimafia di Chiara Colosimo. La premier vuole gestire da sola il dossier sulla giustizia. Assieme ad Alfredo Mantovano. La separazione delle carriere avrà un timing strettissimo, il testo andrebbe già al primo Consiglio dei ministri dopo Pasqua. La mossa dà ad Antonio Tajani una bandiera da sventolare in campagna elettorale. Ed è nota la volontà di Meloni di rafforzare Forza Italia a scapito di Matteo Salvini, dando però alla Lega la partita del futuro Csm. Almeno sulla carta la premier assicura al Carroccio l’accelerazione sull’autonomia, arenata da tempo. Ma sarà lei a gestire tutto. E non Nordio.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
IL MERITO E’ DI DRAGHI, QUESTO DICONO I FATTI…. L’ALLARME DELLA TESORERIA DI STATO: “CON LE MAXI-RATEIZZAZIZONI MINOR GETTITO PER 2,5 MILIARDI IN 12 ANNI”
Altro che regali agli evasori, condoni e maglie larghe. “Ringraziando
Dio – incalza Giorgia Meloni – a smentire queste accuse ci sono i numeri: dicono che il 2023 è stato un anno record nella lotta all’evasione fiscale”. E, aggiunge, il merito è dell’Agenzia delle Entrate e delle “norme specifiche introdotte da questo governo”.
Peccato però che l’incasso senza precedenti sia frutto del lavoro di altri.
Basta leggere il report delle Entrate sui risultati dell’anno scorso: quasi 16 dei 24,7 miliardi recuperati fanno riferimento ai versamenti diretti e alla compliance, l’adempimento spontaneo che matura dopo la possibilità offerta dall’Agenzia ai contribuenti di correggere errori ed omissioni contenuti nella dichiarazione dei redditi. Su entrambi i meccanismi il governo di destra non può rivendicare alcuna paternità.
Può farlo l’esecutivo che l’ha preceduto: fu Mario Draghi a inserire l’incremento delle lettere di compliance tra gli obiettivi del Pnrr.
E neppure un euro figura come recuperato attraverso la norma per arginare il fenomeno delle partite Iva “apri e chiudi”, che cessano l’attività prima di essere intercettate dal Fisco. Persino la tanto sbandierata pace fiscale è stata un flop: le somme raggranellate ammontano ad appena 200 milioni.
Ecco allora che per provare a tenere a galla l’autocelebrazione della premier sull’incasso record, il fedelissimo viceministro dell’Economia Maurizio Leo gioca la carta della rottamazione quater, che ha portato 6,8 miliardi nelle casse dell’erario. Il “jolly” è alquanto singolare: il contrasto al “nero” con una sanatoria, come è l’ultima edizione della rottamazione che permette di saldare i debiti con il Fisco senza versare le somme dovute per sanzioni e interessi, compresi quelli di mora e l’aggio.
Tra l’altro circa il 45% dei soggetti che ha aderito all’agevolazione a un certo punto ci ha ripensato e ha interrotto i versamenti, generando così un “buco” da 5,4 miliardi.
E altri soldi rischiano di andare persi. Questa volta sì per le misure adottate dall’attuale governo.
È la relazione tecnica al decreto che riscrive la riscossione a certificare l’azzardo della maxi-rateizzazione, fino a dieci anni, per chi ha problemi economici: un minor gettito per 2,5 miliardi nei prossimi dodici anni. Quaranta milioni in meno l’anno prossimo, fino al picco del 20230, quando si rinuncerà a 411 milioni. Eccolo l’alert della Ragioneria: “È prevedibile – si legge nel documento – un impatto finanziario negativo in conseguenza della riduzione dell’importo delle rate da corrispondere in ciascun anno legato alla maggior durata del piano di rateazione concesso”.
A beneficiare dell’allungamento dei pagamenti saranno gli autonomi. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti invita a “non vedere un covo di evasione dietro le attività delle piccole partite Iva e dei commercianti”. Ma che la propensione a evadere degli autonomi sia intorno al 70% è scritto nella Relazione sull’economia non osservata e l’evasione fiscale e contributiva che arriva dal Mef. L’ennesimo cortocircuito di un governo “vittima” dei numeri che dovrebbero provare la grande caccia agli evasori.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
L’INFLUENCER, AL SECOLO FILIPPO ROMEO, E’ IL FRATELLO DEL CAPOGRUPPO DELLA LEGA IN SENATO
L’influencer Champagne – all’anagrafe Filippo Romeo, fratello del capogruppo della Lega in Senato, Massimiliano Romeo – contro Matteo Salvini: in un video pubblicato nelle stories su Instagram, dov’è seguito da quasi 500mila persone, Champagne si scaglia contro il ministro dei Trasporti e delle infrastrutture per la condizione dell’autostrada Como – Chiasso e prende come pietra dello scandalo il Ponte sullo Stretto.
“Facciamo il Ponte, facciamo le autostrade. Fai sempre il cinema. Dove sei, fenomeno? – domanda provocatoriamente l’influencer, rivolgendosi direttamente al leader leghista, che è anche stato taggato in modo che il messaggio non rischi di sfuggirgli – Sono 20 anni che sulla Como-Chiasso fanno i lavori e la galleria è chiusa quasi tutte le sere, questa è la situazione”.
Filippo Romeo, noto anche per le sue partecipazioni al programma radiofonico ‘La Zanzara’, rincara poi la dose: “Dai facciamola questa cosa, aggiustiamo questa strada, forza”. Su Instagram l’influencer si presenta così: “Il fatto che ogni sera mi voglia ubriacare di champagne non significa che io sia alcolizzato”.
Nell’attacco via Instagram a Salvini, che procurerà non poco imbarazzo in casa Lega visti i rapporti di parentela dell’influencer, è affiancato da Nevio Lo Stirato (altro personaggio ben noto agli ascoltatori de ‘La Zanzara’): “Visto che io e Nevio dobbiamo andare a ballarci la fresca al casinò, vogliamo dopo 20 anni sistemare una galleria?”.
Segue un secondo video della galleria in questione, con Champagne che in questo caso si limita a commentare: “Non ho parole”.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO CHE LA CASSAZIONE HA STABILITO CHE LA LIBIA NON E’ UN PORTO SICURO QUALCUNO VORREBBE VIOLARE LA LEGGE, IMPONENDO UN RESPINGIMENTO IN LIBIA? … LA ONG: “PROVVEDIMENTO OLTRAGGIOSO IN VIOLAZIONE DI LEGGE, CI PENSERANNO I NOSTRI AVVOCATI”… NEL FRATTEMPO ALTRI AFFOGHERANNO PER MANCANZA DI SOCCORSI
È finita in fermo amministrativo per venti giorni la Sea Watch 5, nave
della Ong tedesca Sea Watch che negli scorsi giorni ha soccorso in mare 56 persone migranti e le ha trasportate fino a Pozzallo.
Le informazioni diffuse finora indicano che la colpa della nave sarebbe quella di non essersi coordinata con le autorità della Libia, come invece era stato richiesto dal Centro coordinamento salvataggi in mare di Roma.
Al contrario, l’equipaggio ha navigato fino all’Italia, e qui la Guardia costiera è intervenuta portando a terra su una motovedetta quattro persone che avevano necessità mediche urgenti.
Il caso della Sea Watch 5 aveva attirato l’attenzione pubblica negli scorsi giorni, soprattutto perché militari della Guardia costiera durante il loro intervento hanno rifiutato di prendere con sé il corpo di un ragazzo (l’età stimata è tra i 17 e i 18 anni) che era morto a bordo, senza spiegare il perché. In quel momento, il porto assegnato alla nave era quello di Ravenna: si prospettavano quindi circa quattro giorni di navigazione con un corpo a bordo, su un’imbarcazione che non è dotata di una cella frigo grande abbastanza per conservarlo.
Per ore, l’equipaggio aveva dovuto sostituire manualmente il ghiaccio all’interno della sacca in cui era tenuto il corpo, per evitare che si deteriorasse. A seguito delle proteste, alla nave è stato assegnato il porto di Pozzallo, dove ha fatto sbarco nella notte tra giovedì e venerdì. Poi è arrivato il fermo amministrativo.
Non è il primo caso di fermo ai danni di una nave Ong che non rispetta le indicazioni delle autorità italiane.
Soprattutto nell’ultimo anno, da quando il governo Meloni ha stretto le regole sul soccorso in mare e ha previsto sanzioni più pesanti per le Ong, ci sono stati diversi esempi.
Si tratta, in molti casi, di punizioni nei confronti di navi che effettuano procedure necessarie a garantire la sicurezza delle persone a bordo o che necessitano di soccorso. Nel caso della Libia, poche settimane fa la Corte di Cassazione ha ribadito che si tratta di un porto non sicuro per le persone migranti.
La stessa Sea Watch aveva fatto sapere di aver provato a mettersi in contatto con le autorità tunisine, ma senza successo: in un primo caso l’interlocutore non parlava inglese, mentre più tardi la stessa Tunisia aveva dato indicazione di coordinarsi con Roma.
La Ong ha commentato: “Dopo il dramma, la beffa: le autorità italiane hanno notificato alla Sea-Watch 5 un oltraggioso fermo amministrativo che bloccherà la nave in porto per venti giorni. Siamo al lavoro per contestare la misura nelle opportune sedi legali: basta con gli ostacoli a chi salva vite in mare”.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DELL’UGL PAOLO CAPONE A PROCESSO A ROMA PER I NUMERI GONFIATI DEGLI ISCRITTI… SOLO TRA I PENSIONATI GLI ISCRITTI RISULTANO UN DECIMO DI QUELLI DICHIARATI
Il 12 febbraio scorso, davanti alla quarta sezione penale del tribunale di Roma, è cominciato il processo contro il segretario dell’Ugl Paolo Capone, per le presunte irregolarità nelle comunicazioni al ministero del Lavoro, sui dati degli iscritti al sindacato “di destra”.
Capone è chiamato a rispondere del reato di falso ideologico in atto pubblico. Il procedimento riguarda i numeri, degli anni che vanno dal 2015 al 2019, periodo nel corso del quale a ricoprire la carica di vicesegretario dell’Ugl è stato anche Claudio Durigon, attuale sottosegretario al Lavoro e uomo forte della Lega nel Centro e Sud Italia. Durigon non è coinvolto nel processo e non è mai stato indagato per questa vicenda.
L’indagine che ha portato Capone sul banco degli imputati nasce da un esposto di un ex Consigliera nazionale dell’Ugl, Maria Rosaria Selliti ed è stata rivelata per la prima volta da Fanpage.it nell’ambito dell’inchiesta Follow the Money, sui rapporti tra il sindacato e il partito di Matteo Salvini.
Negli anni presi in considerazione, il numero degli iscritti autocertificato dall’Ugl al ministero del Lavoro è oscillato, tra circa un milione e 700mila e un milione e 800mila. Secondo l’esposto, si tratterebbe di un dato largamente sovrastimato, rispetto alla realtà. La quantità dichiarata di aderenti alle diverse confederazioni sindacali serve al ministero per valutare la loro rappresentatività. Da essa, deriva la possibilità di accedere ai tavoli di trattativa governativi, ma anche la concessione di diversi incarichi pubblici retribuiti, come quelli nei Consigli di Vigilanza di Inps e Inail. Nella tesi della querelante, questi posti sarebbero stati ottenuti anche sulla base di dati falsi o comunque privi di un effettivo riscontro.
Il cuore del lavoro dei pm – durato oltre due anni – si trova nella relazione del consulente tecnico dell’accusa, che Fanage.it ha potuto visionare. La conclusione dell’attività investigativa è che i numeri degli iscritti comunicati dall’Ugl al ministero del Lavoro sono privi di riscontro. C’è quindi un’incongruenza tra dati forniti autocertificati dal sindacato in sede ufficiale e l’incapacità – di fronte alle ripetute richieste del pubblico ministero – di fornire le prove e le pezze d’appoggio, per dimostrare che questi corrispondano alla reale consistenza della confederazione.
Il caos delle tessere
Per arrivare a questa conclusione, il perito si è concentrato sulla quantità delle tessere rilasciate dall’Ugl – negli anni presi in considerazione dall’inchiesta -, legato al regolare versamento delle quote associative. Il numero delle tessere rilasciate di anno in anno infatti sarebbe l’unico in grado di comprendere tutte le diverse modalità, con cui è possibile iscriversi al sindacato. Peccato che nemmeno l’Ugl sa (o quantomeno non è stata in grado di provare) quanti sono gli effettivi tesserati.
Dall’interrogatorio dell’attuale vicesegretario Luca Malcotti infatti è emerso come “non esiste una procedura formale di raccolta dati, vengono acquisti in vari modi formali e informali”. E soprattutto, “i dati non sarebbero informatizzati e archiviati in modo da poter ricondurre la tessera al singolo iscritto”. In altre parole, non esiste un database che permetta di associare ogni tessera rilasciata in modo univoco a un iscritto al sindacato. E neppure – annota il consulente dei pm – è possibile stabilire con certezza il numero effettivo di tessere rilasciate ogni anno.
Di fronte a questo, nella consulenza si sottolinea un’incongruità tra “l’assenza di sistemi di memorizzazione dei dati degli associati”, con la necessità “di verificare la sussistenza e il mantenimento delle condizioni di validità dell’iscrizione”, come il regolare versamento delle quote. Insomma, ci si chiede nella relazione, senza un sistema che tenga traccia degli associati, come possono gli uffici della confederazione stabilire chi ha diritto ogni anno ad aderire e chi no? E si prosegue con un’altra domanda, che arriva al cuore della questione: come è possibile certificare al ministero il numero degli iscritti, suddiviso tra le diverse categorie, senza avere la possibilità di verificare, con una documentazione precisa, il numero degli associati?
Di fronte a questi interrogativi, i documenti prodotti dall’Ugl nel corso delle indagini non avrebbero dissipato i dubbi, ma anzi sembrerebbero confermare il caos sulle cifre. Si legge nella relazione: “Sono stati prodotti elenchi nominativi privi delle generalità degli iscritti, del codice fiscale, non è stato fornito l’elenco delle tessere confederali emesse/rinnovate in ciascun anno di interesse, non è stato prodotto l’elenco che associa la tessera al nominativo dell’iscritto al sindacato”.
Il caso dei pensionati
Nell’unico caso in cui è stato possibile effettuare una controprova efficace con dati esterni, è risultata un’ampia differenza tra i numeri autodichiarati dall’Ugl al ministero del Lavoro e quelli reali. Si tratta della federazione dei pensionati, per cui è possibile ricavare la quasi totalità del numero degli iscritti reali al sindacato, in base alle trattenute effettuate dall’Inps sulle retribuzioni. Ecco, tra il 2015 e il 2019 all’Istituto di previdenza risultano poco più di 58mila aderenti annuali alla confederazione, a fronte di cifre comunicate al ministero che variano da un minimo di 462.555 nel 2017, a un massimo di 511.893, nel 2015.
Come anticipato sopra, la conclusione della consulenza è impietosa: “non appaiono congruenti, sul piano logico le certificazioni sul numero degli iscritti al ministero del Lavoro dal sindacato, con l’apparente incapacità dello stesso di fornire/ documentare il sottostante elenco delle tssere confederali (in corso di validità negli anni di interesse) emesse/ rinnovate e dei correlati nominativi (completi di dati identificativi: luogo, data di nascita, codice fiscale) degli iscritti/associati”.
Nel corso dell’udienza predibattimentale del 12 febbraio, gli avvocati del segretario dell’Ugl Capone hanno sollevato una questione preliminare, sostenendo che non basta eccepire la veridicità delle autodichiarazioni, se non si contesta un beneficio per cui queste sarebbero state fatte. I pm si sono opposti, ritenendo che per i reati di falso non sia necessario dimostrare un danno effettivamente verificato, ma basta il solo fatto di non dichiarare il vero. Il prossimo 6 maggio il giudice dovrà sciogliere la questione e decidere se portare o no il processo nella fase del dibattimento vero e proprio.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
CON I VECCHI CONDONI ALMENO SI FISSAVA UN TERMINE ENTRO IL QUALE ERA PREVISTO L’INCASSO DI UNA PERCENTUALE. CON LA NUOVA RATEAZIONE SUPER PROLUNGATA, I RISULTATI SI VEDRANNO DOPO ANNI… L’ESSENZIALE CHE, ENTRO LA LARGA AREA SOCIALE IN CUI MELONI CONTA DI RACCOGLIERE CONSENSI, I CONTRIBUENTI NON SEMPRE ESEMPLARI PERCEPISCANO CHE IL GOVERNO È AMICO
Meloni lo ha detto con parole chiare, che più chiare non avrebbero
potuto essere: la politica fiscale del governo è l’esatto opposto di quella che immaginava Padoa Schioppa, lo scomparso ministro dell’Economia del secondo governo Prodi (2006-2008), che fu impiccato a una frase pronunciata forse con troppa ingenuità in un Paese a forte evasione come l’Italia: «Le tasse sono bellissime». Meloni ha insistito sulla difesa degli autonomi (piccoli e medi imprenditori, popolo delle partite Iva che raccoglie gran parte degli elettori di centrodestra).
Si può dire infatti che quella annunciata da Leo due giorni fa, con la possibilità di rateizzare fino a dieci anni le tasse dovute, sia una seconda tappa in direzione dei contribuenti-elettori cari alla premier. La prima, con la legge di Stabilità dell’anno scorso, è stato il rialzo da 50 a 85mila euro della fascia di autonomi agevolati con la flat-tax al 15 per cento. La seconda sarà compiuta con la rateizzazione fino a 120 rate del dovuto.
Che poi sia un modo di sfoltire la massa dei 1.200 miliardi di tasse non pagate, o evase, che lo Stato, attraverso l’Agenzia delle Entrate, non è più in grado di esigere sarà da vedere. Con i vecchi condoni almeno si fissava un termine entro il quale era previsto l’incasso di una percentuale. Con la nuova rateazione super prolungata, i risultati si vedranno dopo anni.
E nel frattempo gli evasori incalliti avranno il tempo di studiare nuovi espedienti per sfuggire ai propri doveri fiscali, o per compierli al minimo. L’essenziale che, entro i confini della larga area sociale in cui Meloni conta di raccogliere ancora a lungo i propri consensi, i contribuenti non sempre esemplari percepiscano che il governo è amico e saprà venir loro incontro.
(da la Stampa)
argomento: Politica | Commenta »