Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
“NON VOGLIO FARE NOMI. MA CREDO DOVRESTE SVILUPPARE STRUMENTI ANTI-PROPAGANDA RUSSA BEN PIÙ EFFICACI”… “VINCERE LA GUERRA IN UCRAINA? CREDO CHE ABBIAMO PERSO LA POSSIBILITÀ ALL’INIZIO, QUANDO SI È ESITATO A SOSTENERE PIENAMENTE KIEV. LO STESSO VALE PER LE ÉLITES RUSSE: ORA È TROPPO TARDI PER FARLE RIVOLTARE CONTRO PUTIN”
Mikhail Khodorkovsky, incarcerato da Vladimir Putin per oltre dieci anni, ora vive a Londra e parla delle elezioni generali che si terranno in Russia da domani a domenica 17 marzo
Khodorkovsky, che cosa si aspetta dal voto?
«Putin non è così forte come sembra. Quando decide di uccidere qualcuno, ultimo Navalny, vuol dire che ha qualche problema. Perché l’opposizione è molto più ampia di quanto si pensi in Russia: secondo le ultime rilevazioni, c’è un 17% della popolazione che vorrebbe fermare la guerra e restituire i territori occupati all’Ucraina, mentre coloro che chiedono la pace sono il 52%».
Eppure Putin sembra solidissimo.
«Anche per l’atteggiamento sbagliato dell’Occidente. Tutti i Paesi, e non solo qualcuno, non devono riconoscere il risultato delle elezioni. Questo sarebbe un grande segnale di unità. Invece il Cremlino gioca su queste divisioni interne in Europa e in America».
A tal proposito, qualche giorno fa Putin ha detto che “in Italia si è sempre sentito a casa, anche perché è un Paese molto vicino alla Russia”. Lei come interpreta queste parole?
«È una chiara strategia di Putin per allargare le fratture, in Italia ma anche nel resto d’Europa. Certo, in Italia il terreno per lui è ancora più fertile, per la vostra storia, ma non solo. I sondaggi mostrano un Paese diviso a metà sulla guerra in Ucraina. E, da quel che vedo, ci sono agenti al soldo del Cremlino in Italia che fanno un lavoro di propaganda eccellente. Non voglio fare nomi. Ma credo dovreste sviluppare strumenti anti-propaganda russa ben più efficaci».
L’opposizione in Russia potrà essere davvero unita un giorno?
«È quasi impossibile perché ha varie anime. Non è una struttura verticale come quella che domina Putin. Ma voi occidentali dovete capire che non esiste uno zar buono. Anche se cadesse Putin, ci sarebbe comunque un altro al suo posto, pericoloso come lui. Per questo bisogna sostenere il processo democratico in Russia, e fomentare e accogliere la diaspora, soprattutto dei russi più intelligenti e i professionisti».
Putin ieri di nuovo ha minacciato l’uso di armi nucleari. È credibile?
«Non credo Putin sia così suicida. Ci tiene alla sua vita. Farebbe una cosa del genere solo se credesse nella sua impunità. Per questo è cruciale che l’Occidente non lo implori mai di non usare l’atomica, bensì lo minacci con enormi conseguenze, qualora si azzardasse. Gli scenari che potrebbero presupporre un suo ricorso alla bomba nucleare, come la perdita della Crimea, sono al momento sono irrealizzabili».
Secondo lei Kiev può ancora vincere la guerra contro la Russia?
«Credo che abbiamo perso la possibilità all’inizio, quando si è esitato a sostenere pienamente Kiev. Lo stesso vale per le élites russe: ora è troppo tardi per farle rivoltare contro Putin. E anche se finisse oggi il conflitto in Ucraina, Russia e Occidente entreranno in una guerra fredda di almeno 10 anni. Si potrà trovare un compromesso con Mosca sulla guerra, anche sulle attuali posizioni, solo inviando a Kiev altre centinaia di miliardi in armi e aiuti. Non il contrario, come potrebbe presupporre una vittoria di Trump in America. Perché, altrimenti, Putin andrà avanti. E se non ha attaccato la Moldavia o i Paesi baltici, è solo perché lo stiamo tenendo “impegnato” in Ucraina».
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
C’È DA STUPIRSI SE OGGI IL GOVERNO MELONI FAVORISCE AGLI EVASORI?
«Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani»: la passione della
destra per gli slogan che ammiccano agli evasori sta tutta in uno dei memorabili richiami per le allodole di Silvio Berlusconi. Lui, il Cavaliere, l’uomo del “meno tasse per tutti” la cui parabola politica si è interrotta per una condanna per frode fiscale, è anche da defunto il portabandiera ideale di una campagna obliqua a favore di chi aggira l’obbligo di versare le imposte. C’è, in fondo, ancora la sagoma del tycoon scomparso a giugno dietro gli atteggiamenti dei leader di governo.
Non ultimo quello di Giorgia Meloni, che ha avvertito sui rischi di un fisco che disturba chi produce ricchezza: «Non dirò mai che le tasse sono bellissime». Concetto estrapolato da ragionamento più ampio, va sempre così, però il messaggio passa in ogni caso. Ed è una rassicurazione per chi viola la legge, in un Paese che produce 80 miliardi di euro l’anno di evasione fiscale. La stessa premier, d’altronde, nel chiudere a maggio 2023 la campagna elettorale siciliana, andò abbastanza dritta: «Non puoi chiedere al piccolo commerciante il pizzo di Stato ». Per l’opposizione, nella terra segnata dal marchio di Cosa nostra, non fu esattamente un’uscita felice. Ma quella fu.
Che sia un tema di sicuro impatto popolare, quello dell’eccessiva pressione fiscale, è certo. E i condoni — fatti o annunciati, poco conta perché basta sfruttarne l’effetto — sono sempre stati un cavallo di battaglia del centrodestra. In realtà, il padre di tutti i condoni è considerato quello varato dal socialista Rino Formica nel 1982, in un’Italia ancora sotto sbornia per la vittoria al Mundial, che in due anni fruttò qualcosa come 11 mila miliardi di lire di allora.
Nella Seconda repubblica, è stata indicata come un successone la sanatoria fiscale inserita nella Finanziaria 2002, premier Berlusconi e ministro Giulio Tremonti, che permetteva con il pagamento dell’imposta lorda dal 1996 al 2002, di chiudere una volta per tutte i conti con l’erario. Incassi record: 34 miliardi di euro. Poco conta che, cinque anni dopo, la Corte di giustizia europea condannò l’Italia per quella legge che «induce fortemente gli italiani a dichiarare solo una parte del debito dovuto… evitando qualsiasi accertamento o sanzione ». Berlusconi prese atto e andò avanti. Rieletto nel 2008, il Cavaliere riapparve subito in alcuni video con la posa del buon padre di famiglia: dicendo che è «moralmente autorizzato a evadere» chi è soggetto un’elevata pressione fiscale.
D’altronde, la letteratura elettorale del centrodestra è piena di attacchi alla sinistra che impone le tasse. E pazienza se anche Matteo Renzi, da premier e segretario del Pd, approvò una voluntary disclosure che ha in sé i caratteri del condono. Il modello rimane Silvio Berlusconi, quella sua promessa di «non mettere le mani nelle tasche degli italiani» che è stata ripresa, senza rossore, da Renzi medesimo e persino da Luigi Di Maio.
C’è da stupirsi se un governo di centrodestra, oggi, strizza l’occhio nuovamente agli evasori? La «pace fiscale» di Salvini, per esempio, è un tormentone che accompagna la vita dell’attuale esecutivo, e non ha mancato di creare frizioni nei rapporti mai felici con Meloni.
(da la Repubblica)
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Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
ANCHE IN EUROPA LA MELONA HA UN PROBLEMA DI ALLEANZE: ORBAN E ZEMMOUR SONO LA ZAVORRA PIÙ INGOMBRANTE PER I SUOI SOGNI DI GLORIA IN UE. CHE FARE? RESTARE CON LORO È UN SUICIDIO MA SFANCULARLI VUOL DIRE PERDERE LA FACCIA
Si è aperto un dibattito nella “Fiamma tragica” di Palazzo Chigi dopo il voto in Abruzzo. La spallata a quel cagacazzi di Matteo Salvini je la damo o nun je la damo?
La debolezza della Lega, certificata dalle ultime tornate regionali, è uno zolfanello acceso sotto le chiappe del Capitano degradato a piantone a guardia del bidone.
La tentazione della Thatcher immaginaria, visto il suo carattere rude e fumantino, è quella di chiudere la partita una volta per tutte, infliggendo a Salvini l’ultima umiliazione: sulle prossime nomine (Rai, Ferrovie, Cdp): avanti tutta vuole procedere in solitaria impedendo al rompicojoni di mettere mano e bocca.
Di diverso parere è il resto del suo “inner circle”, ovvero il sottosegretario, Giovanbattista Fazzolari, la segretaria-tuttofare Patrizia Scurti e la sorella d’Italia, Arianna Meloni.
Los tres caballeros spingono per raggiungere il medesimo risultato attraverso una strada meno cruenta, consapevoli che un animale ferito è anche più pericoloso. La triade consiglia di isolare gradualmente Salvini attirando e favorendo, una volta entrati nell’orbita dei Fratellini d’Italia, i suoi fedelissimi.
Una volta sedotti i vari Fedriga, Molinari e Romeo, saranno loro a fare il “lavoro sporco”, liberandosi del Salvini impazzito.
Non è un mistero, infatti, che i vertici di Fratelli d’Italia sognino una Lega moderata, localista, circoscritta al loro giardinetto del Nord, quindi meno intrusiva nelle grandi questioni di potere nazionale.
Un’operazione davanti al quale Salvini non resta con le mani in mano. Il segretario ha voglia di battagliare fino alla fine per salvare la sua leadership e portare a casa qualche bandierina da utilizzare per la campagna elettorale delle elezioni europee.
Il “Capitone” vuole giocare, dall’alto della sua debolezza, la partita sulle nomine in Ferrovie, il cui cda scade ad aprile, che lui considera una propaggine del ministero delle Infrastrutture, da lui guidato.
L’obiettivo è arrivare a discutere dei nomi e a dare gli incarichi prima del 9 giugno, quando cioè si potrebbe materializzare l’ennesima scoppola, quella definitiva, per la Lega.
Giorgia Meloni fa muro, convinta che sia più opportuno rinviare le nomine a dopo il voto: davanti all’ennesima debacle elettorale del Carroccio, pensa la Ducetta, anche i più testardi salviniani dovranno rendersi conto che un cambio di leadership è necessario.
Salvini s’aggrappa a quel semolino di Giorgetti, visto che formalmente le nomine spettano al Mef. Il ministro dell’Economia, al suo solito, traccheggia, e prova a prendere tempo, sia con Salvini, sia con la Meloni, magari con un compromesso: procedere con le nomine a metà maggio, quando nei sondaggi sarà chiarissimo cosa accadrà alle elezioni Europee.
I problemi che disturbano gli otoliti fragili della “Evita Peron della Garbatella” non arrivano solo dal suo spaccapalle di governo: a Bruxelles si trova quei due legni storti di Orban e Zemmour che rischiano, con le loro prese di posizione, di complicare non poco i suoi piani in vista della prossima Commissione europea.
Il premier ungherese, filo-putiniano e futuro acquisto dopo le Europee, su invito del presidente di Ecr Meloni, è andato a baciare la pantofola di Trump a Mar-a-lago, a dire “Portaci la pace, salvaci tu”, facendo incazzare nonno Biden.
Alla Casa Bianca hanno masticato amaro, non pensavano che un amico della super atlantista Giorgia, a cui Biden ha pure concesso bacini sulla cofana bionda in segno di apprezzamento, arrivasse a tanto.
Dall’altro lato, il giornalista francese Zemmour e la sua bombastica ancella, Marion Marechal Le Pen, imbarazzano la Ducetta con le loro posizioni estremiste contro neri, migranti e “l’islamizzazione” del Continente.
L’ultimo caso sono le critiche alla cantante, Aya Nakamura, originaria del Mali ma naturalizzata francese, arrivate dalla nipote di Marine Le Pen: “Si vuole rappresentare la Francia multiculturale, la Francia che non canta in francese. Perché si può amarla o meno, ma questa cantante non canta in francese”.
Gli alleati della coatta premier rappresentano, probabilmente, la più ingombrante zavorra nella euro-partita di potere che la Meloni sta giocando: se vuole davvero contare a Bruxelles, aver potere in Commissione, può accollarsi due puzzoni oltranzisti come Orban e Zemmour, a cui si aggiungono, tanto per gradire, anche i neo-franchisti di Vox dell’amato Santiago Abascal?
Macron e Scholz, viste le sue alleanze, accetteranno la “Camaleonte” del Colle Oppio nella futura maggioranza, probabilmente guidata da Ursula von der Leyen? Che fare? Uscire dal gruppo dei Conservatori? Restare in quel manipolo di mal-destri è un suicidio ma sfancularli vuol dire perdere la faccia…
(da Dagoreport)
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Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
IL PRIMARIO DI OCULISTICA DEL SAN CARLO DI POTENZA CHE ALLE 5,45 E’ GIA’ IN OSPEDALE E CHE E’ RIUSCITO AD ABBATTERE LE LISTE DI ATTESA: “UN MIO OBIETTIVO? CHE I GIOVANI LAUREATI LUCANI NON SIANO PIU’ COSTRETTI A EMIGRARE ALTROVE”
Domenico Lacerenza, primario di oculistica all’ospedale San Carlo di
Potenza. Con lei i progressisti in Basilicata possono cominciare finalmente a vedere la vittoria alle elezioni del 21 e 22 aprile?
“Voglio far vedere che c’è la possibilità, in questa regione, di tirar fuori potenzialità che solo parzialmente sono espresse. E l’obiettivo è vederla sorridere, perché qui non si sorride più tanto”.
Originario di Barletta ma residente a Venosa, sessantasei anni, una lunga esperienza come direttore di dipartimento nelle aziende sanitarie lucane e consulente dell’assessorato regionale alla Sanità, trentamila interventi chirurgici all’attivo, due figli che per lui sono un pezzo del suo programma, riportare i ragazzi lucani che sono andati via: uno lavora a Barcellona, l’altro studia a Ferrara.
Ecco chi è il candidato alla presidenza della Regione Basilicata che tenterà di sfidare l’uscente Vito Bardi, di Forza Italia. Con lui Il Partito democratico, il movimento “Basilicata Casa Comune” di Angelo Chiorazzo, i Cinquestelle, l’Alleanza Verdi-Sinistra, +Europa.
Dottore, quando ha scoperto di essere candidato?
“L’ho saputo ieri pomeriggio, poche ore prima che la notizia diventasse di dominio pubblico”.
Dove si trovava?
“Fino alle 15 stavo facendo il mio lavoro. Mentre uscivo dall’ospedale, come faccio tutti i giorni, dopo aver fatto otto interventi chirurgici di alta specialità, mi è arrivata la telefonata. Posso puntualizzare che io non ho fatto niente”.
Niente per proporsi come candidato?
“Assolutamente. Hanno ritenuto che io sia la persona giusta e ne prendo atto. Questo mi carica di responsabilità che spero di riempire di massimi contenuti”.
Davvero non ha mai fatto politica prima?
“Mai, glielo assicuro. Certo, ho delle importanti amicizie con tanti politici di quest’area, in particolare con Vito De Filippo, l’ex presidente della Regione. Forse sarà stato lui una delle figure che avrà spinto, penso. Con Chiorazzo ci siamo visti oggi la prima volta, ho avuto il piacere di conoscerlo. Avrà fatto una valutazione, se ha puntato sulla mia figura, e gli sono molto riconoscente”.
Come si sente?
“Da stasera mi sto catapultando in un’esperienza nuova, in un impegno civile e sociale importante. Lo faccio perché nella mia attività, interagendo con tantissimi pazienti, tocco con mano le tante situazioni critiche che vivono i cittadini di questa regione”.
Quali la preoccupano di più?
“Innanzitutto la sanità, le liste d’attesa infinite che noi, invece, con un’organizzazione oculata siamo riusciti ad abbattere. E poi il dramma dei giovani che sono costretti ad andar via”.
E’ totalmente estraneo alla politica. Ma farà parte almeno di qualche associazione…
“No, non ho neanche hobby. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace tantissimo. Mi alzo la mattina alle 5, all’ospedale arrivo alle 5.45. Parto da Venosa e faccio con piacere ogni giorno tutti questi chilometri. E siccome lavoro full time, non ho il tempo di fare altro”.
Ha all’attivo tanti interventi chirurgici. L’hanno scelta perché è un bravo medico?
“Non credo solo per questo. Nella sanità ho svolto ruoli anche di tipo dirigenziale in momenti di oggettive difficoltà. Non solo al San Carlo di Potenza, ma anche a Venosa, Chiaromonte, Melfi e in altri centri della Basilicata. Nel 2015 quando arrivai a Venosa riuscimmo a effettuare 4500 interventi, 1500 dei quali da fuori regione. In molti casi siamo riusciti a diventare competitivi con le strutture private”.
Il suo nome è spuntato nel tavolo delle trattative tra Chiorazzo, Elly Schlein e Giuseppe Conte. Conosce i due leader nazionali?
“Non ho mai avuto l’onore. Se hanno avuto buone informazioni su di me è perché sono un pragmatico. Se vinceremo? Se andremo avanti metteremo a fuoco problemi e soluzioni. Come ho sempre fatto”.
(da La Repubblica)
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Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
I TRE ADOLESCENTI (DUE RAGAZZI E UNA RAGAZZA) HANNO FATTO SCUDO ALLA DONNA, POI HANNO AFFRONTATO L’UOMO VIOLENTO… NEL FRATTEMPO UNA DOCENTE HA CHIAMATO I CARABINIERI
La violenza di genere non si ferma nemmeno l’8 marzo. Ma forse qualcosa sta cambiando, nella cultura e nelle nuove generazioni: almeno questo è quanto lascia sperare un episodio avvenuto a Roma, dove una donna è stata salvata dalle botte del marito grazie all’intervento di tre adolescenti.
Era proprio la mattina della Giornata internazionale della donna, quando tre ragazzini che passeggiavano nel quartiere Pigneto hanno assistito al litigio di una coppia, come riporta il Messaggero.
L’uomo avrebbe sferrato un calcio alla moglie, facendola cadere a terra. A quel punto i tre ragazzi sarebbero intervenuti senza esitazione: hanno dapprima fatto scudo alla donna, circondandola, e poi hanno sfidato l’uomo violento che continuava a inveire contro di loro.
I giovani, due ragazzi e una ragazza, si trovavano in zona perché stavano andando con la scuola a vedere un film al cinema. Appena sono riusciti a richiamare l’attenzione dei professori, hanno chiesto loro aiuto per contattare le forze dell’ordine. Nel frattempo hanno aiutato la donna ad alzarsi, e lei ha confessato che non era la prima aggressione che subiva da parte del marito.
Il racconto
Stefania Cutolo, la docente che ha contattato i carabinieri, ha raccontato: «Stavamo andando al Nuovo cinema Aquila a vedere proprio un documentario contro la violenza di genere. Li stavo aspettando all’ingresso e li ho visti arrivare, agitati, sono stati molto coraggiosi».
«Non hanno subito contattato il 112 perché temevano di non essere creduti – ha spiegato ancora l’insegnante -. Ho chiamato il numero unico di emergenza, mi hanno risposto i carabinieri e gli ho dato il contatto della signora. In un primo momento non ha risposto alle loro domande ma poi, quando è riuscita ad allontanarsi dal marito, li ha richiamati».
Il giorno dopo, la signora ha scritto un messaggio agli studenti, ringraziandoli e dicendo loro di essere al sicuro. Un episodio che lascia ben sperare, come ha dichiarato anche la vicepreside dell’istituto dove studiano i ragazzi, il Virginia Woolf, a margine della proiezione: «Noi come scuola facciamo un enorme lavoro per sensibilizzare i giovani su queste tematiche, vuol dire che ci stiamo riuscendo».
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
AVEVA 54 ANNI ED E’ MORTO “IMPROVVISAMENTE” … STAVOLTA SI VEDE CHE LE FINESTRE ERANO SIGILLATE E NON LO HANNO POTUTO BUTTARE GIU’
Il vicepresidente del gruppo petrolifero russo Lukoil, Vitaly
Robertus, è morto improvvisamente all’età di 54 anni. Secondo il comunicato diffuso dalla compagnia, rilanciato da Sky News, il dirigente è morto “improvvisamente”.
Alcuni canali russi, tra i quali Astra e Baza, hanno poi aggiunto che l’uomo si sarebbe suicidato.
Quella di Robertus è l’ultima in una serie di morti misteriose tra gli alti dirigenti del settore petrolifero e del gas russo. Il corpo di Robertus è stato trovato nell’ufficio della Lukoil a Mosca.
Secondo le ricostruzioni circolate, prima della sua morte, aveva chiesto delle pillole per il mal di testa e si era chiuso nel suo ufficio per diverse ore. I dipendenti avrebbero trovato il suo cadavere dopo aver forzato la porta. La causa della morte sarebbe asfissia.
Nel suo comunicato, Lukoil ha ricordato come Robertus avesse lavorato per più di 30 anni nella società, guadagnandosi il rispetto dei suoi colleghi e ricevendo premi per il suo successo nello sviluppo del settore dei combustibili ed energia. L’azienda lo descrive come un leader di talento, una persona versatile e un compagno comprensivo.
L’azienda contro la guerra
Ma è facile ricordare come questa sia la quarta morte tra i vertici della compagnia petrolifera e la ventesima nel settore petrolifero. Nel 2023, il presidente del consiglio Vladimir Nekrasov è morto per insufficienza cardiaca, mentre Ravil Maganov, ex presidente, è morto a causa di ferite riportate cadendo dalla finestra di una stanza d’ospedale. Un altro dirigente di alto livello, Alexander Subbotin, è stato trovato morto causat da un attacco cardiaco provocato, secondo alcune teorie, dal veleno di rospo.
Lukoil è stata una delle poche aziende a opporsi alla guerra in Ucraina, esprimendo il sostegno a una soluzione pacifica attraverso negoziati e mezzi diplomatici. Negli ultimi anni, altri top manager e ex manager di aziende russe sono stati trovati morti in circostanze sospette.
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
“NON AVEVA DOCUMENTI CON SE’, AVEVA CHIESTO DI POTER TELEFONARE A UN AMICO CHE GLIELI AVREBBE PORTATI: CHE SENSO AVEVA QUESTA VIOLENZA?”… IN CORSO VERIFICHE NELL’ARMA
C’è un video che sta circolando in queste ore sui social. Proviene dalla pagina “Welcome to favelas” e mostra l’aggressione durante un fermo, a Modena, da parte di un militare dell’Arma dei Carabinieri verso un ragazzo originario della Guinea.
Nelle immagini si vede l’uomo, già fermo davanti all’auto dei militari, ricevere pugni sul volto da parte del carabiniere. «Voglio denunciare. Mi hanno picchiato senza motivo, io non ho fatto nulla», ha detto all’Ansa il 23enne arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento di un’auto dei carabinieri.
“Il mio assistito era alla pensilina dell’autobus che prende tutti i giorni per andare al lavoro in un ristorante fuori Modena, dove è aiuto cuoco. È stato avvicinato dai carabinieri, uno dei quali nel corso dell’udienza di convalida del fermo ha dichiarato di essersi insospettito perché il mio cliente si guardava intorno con fare a suo dire circospetto, come per cercare qualcuno. Gli hanno chiesto i documenti, lui ha risposto che li aveva dimenticati a casa e che avrebbe chiamato un amico per farseli portare. Da lì, la violenza delle forze dell’ordine”. È la ricostruzione fornita dall’avvocata Barbara Bettelli, che difende il giovane picchiato ieri dai carabinieri durante un controllo nel centro di Modena. Un vero e proprio pestaggio ripreso in un video girato da un testimone e diventato virale.
Calci e schiaffi, secondo la ricostruzione dell’avvocata Bettelli, sarebbero stati la risposta dei militari al rifiuto del 23enne di essere trasportato in caserma per il fotosegnalamento e l’identificazione. Tuttavia, evidentemente, i carabinieri hanno ecceduto in modo del tutto immotivato nell’uso della forza. I due, infatti, avevano davanti un ragazzo di 23 anni, spaventato e minuto: “Il mio assistito – spiega la legale – è alto circa un metro e cinquanta e molto gracile. Non avrebbe mai potuto costituire un pericolo per due militari in uniforme e dubito fortemente che possa aver danneggiato l’auto dei carabinieri”.
Il giovane è in Italia da sette anni, non ha precedenti penali, è in possesso di regolare permesso di soggiorno e contratto di affitto: è sbarcato nel nostro Paese ancora minorenne arrivando a bordo di un barcone. Non ha avuto modo di studiare, tanto che sa a fatica leggere e scrivere, e fin da subito si è dato da fare per cercare un lavoro, trovandolo in un ristorante della provincia di Modena prima come lavapiatti, poi come aiuto cuoco. Ogni mese invia una parte dello stipendio alla sua famiglia rimasta in Guinea. “Il suo datore di lavoro è un signore meridionale che gestisce un ristorante. Mi ha detto che lo ha praticamente cresciuto come un padre, che è un bravissimo ragazzo, puntuale sul lavoro e gentile anche fuori”.
Dopo essere stato rimesso in libertà dal giudice, che non ha ravvisato nel 23enne nessuna pericolosità, il giovane ha dovuto fare ricorso alle cure mediche per curare le botte ricevute dal carabiniere. “Voglio denunciare, non ho fatto nulla, mi hanno picchiato senza motivo”, ha detto all’Ansa.
«Modena non si è mai vista una cosa del genere, finora cose così le avevo viste solo nei filmati americani. Si sono accaniti con una violenza non necessaria. Se una persona si oppone a un controllo legittimo va contenuta, non picchiata», spiega la legale.
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
AMMESSI SOLO QUELLI CHE SI SONO IMPEGNATI A NON CRITICARE PUTIN DURANTE LA CAMPAGNA ELETTORALE E CHI SOSTIENE L’INVASIONE DELL’UCRAINA
Le elezioni presidenziali russe si terranno da venerdì 15 a domenica
17 marzo 2024. Il voto sembra scontato, con un Vladimir Putin, ovviamente favorito per il suo quinto mandato contro un’opposizione di fatto favorevole.
Basti pensare che gli unici contrari all’invasione dell’Ucraina sono stato di fatto esclusi nonostante avessero raccolto migliaia di firme per presentare la propria candidatura.
A rendere ancora di più incontrastata la vittoria del leader russo, in carica dal 1999 e con la possibilità di mantenere il potere almeno fino al 2036, è l’assenza degli osservatori europei a cui non verrà dato accesso per monitorare il voto di questo fine settimana. Nulla è lasciato al caso, come dimostrato dall’inchiesta “Kremlin leaks” che svela come il Cremlino abbia speso oltre un miliardo di euro per garantire il successo di Vladimir Putin.
L’opposizione negata
Prima di elencare i nomi dei “candidati” ammessi, bisogna tenere in considerazione quelli esclusi. Si tratta degli oppositori Boris Nadezhdin e Yekaterina Duntsova, gli unici contrari all’invasione russa in Ucraina. La loro domanda di ammissione è stata respinta per presunte irregolarità durante la raccolta delle firme. Nel caso di Nadezhdin, il quale ha presentato ricorso presso la Corte Suprema della Federazione russa, la Commissione elettorale ha contestato il 15% delle 105 mila firme raccolte (su 100 mila minime necessarie) ritenendo che appartenessero in parte a persone decedute.
Chi ha già perso il ricorso presso la Corte Suprema è Yekaterina Duntsova, ex giornalista e pacifista russa. La Commissione elettorale aveva rifiutato la sua candidatura sostenendo che vi fossero errori, in particolare ortografici, nei documenti utili alla presentazione. Duntsova, a seguito dell’esclusione, aveva invitato i suoi sostenitori a votare per Boris Nadezhdin.
I candidati “favorevoli” a Vladimir Putin
Rispetto agli esclusi, i tre candidati ammessi hanno sostenuto l’invasione russa in Ucraina e risultano tutti sanzionati dall’Occidente.
Nikolai Kharitonov
Tra i meno favoriti troviamo il 75enne Nikolai Kharitonov, deputato della Duma dal 1993 e rappresentante del Partito Comunista Russo. Kharitonov si candidò alla presidenza nel 2004 arrivando secondo dietro a Putin con il 13% dei voti, ma secondo i “sondaggi” potrebbe arrivare al 4% durante questa tornata contro un 75% a favore dell’attuale leader russo. Uno dei motivi per il quale non può essere considerato un “oppositore” dell’attuale governo sta nel fatto che si è impegnato a non criticare Putin durante le elezioni presidenziali russe del 2024.
Leonid Slutsky
Altro sfavorito è il 56enne Leonid Slutsky, leader nazionalista del partito di estrema destra LDPR. Deputato dal 2000, i sondaggi lo vedono toccare appena il 3% dei voti. Nel 2018 venne accusato di molestie sessuali nei confronti di tre giornaliste, ottenendo il soprannome di “Harvey Weinstein russo”, ottenendo l’assoluzione dalla Duma. In un’indagine svolta dal gruppo di Navalny, Slutsky sarebbe in possesso di alcune auto di lusso eccessivamente costose rispetto al suo reddito ufficiale. Noto per essere uno dei sostenitori dell’invasione russa in Ucraina, già sanzionato nel 2014 per il suo sostegno all’annessione illegale della Crimea, ha fatto parte della delegazione russa nei “colloqui di pace”.
Vladislav Davankov
La “nuova figura” per l’elettorato russo sarebbe il 40enne Vladislav Davankov, imprenditore agricolo esponente del partito “Nuovo popolo” e coautore di norme che hanno reso ancora più difficile la vita della comunità LGBT+ in Russia.
Già candidato sindaco a Mosca nel 2023, perdente con appena il 5% dei voti, è Vice presidente della Duma dal 2021. Risulta essere il più giovane candidato presidente in queste elezioni presidenziali russe del 2024. Rispetto agli altri concorrenti, Davankov cerca di ottenere i voti degli esclusi Nadezhdin e Duntsova ponendosi come favorevole alla pace, nonostante abbia votato a favore del riconoscimento delle autoproclamate Repubbliche del Donbass e risulti sanzionato dall’Occidente proprio in merito all’invasione su vasta scala in Ucraina.
Secondo i sondaggi, Davankov potrebbe ottenere appena il 6% dei voti arrivando primo tra gli “avversari” di Vladimir Putin. Dopo la pubblicazione su Twitter/X dell’intervista rilasciata a Tucker Carlson, ha chiesto formalmente all’autorità Roskomnadzor di rimuovere Twitter/X dalla lista dei media proibiti in quanto non ostile a Mosca.
(da Open)
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Marzo 14th, 2024 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI NAPOLI AL CENTRO DI UN’INDAGINE INIZIATA NEL 2019
Cinque misure di sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno nei comuni di residenza, sono state emesse dal tribunale di Napoli contro altrettanti componenti dell’Ordine di Hagal, un’associazione di estrema destra che secondo gli investigatori ha fini terroristici ed eversivi.
L’inchiesta sul gruppo, che aveva la propria base operativa nel Casertano ma operava prevalentemente in provincia di Napoli, è iniziata nel 2019 e nel 2022 ha portato alla custodia cautelare in carcere di tutti gli appartenenti individuati dagli investigatori e arrestati durante un blitz.
Le nuove misure sono di 3 anni per uno degli affiliati, e di 3 anni e sei mesi per gli altri quattro.
Le indagini hanno accertato che l’Ordine di Hagal è un’associazione terroristica di stampo neonazista, suprematista e negazionista.
Nei messaggi scambiati in chat i componenti si dicevano pronti ad azioni militari con armi ed esplosivi contro una caserma dei carabinieri in provincia di Napoli e anche contro obiettivi civili.
Il gruppo si proponeva di promuovere un nuovo ordine mondiale, ispirandosi agli scritti del gerarca nazista Goebbels, e secondo gli investigatori alcuni componenti sarebbero andati all’estero per addestrarsi ai combattimenti corpo a corpo e all’uso delle armi.
(da agenzie)
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