Marzo 5th, 2024 Riccardo Fucile
NEI CONFRONTI DEI DOCENTI, UN DATO CHE E’ IN COSTANTE AUMENTO NEGLI ULTIMI ANNI
Gli assalti ai docenti da parte degli studenti non accennano a diminuire: anche in quest’anno scolastico ben un alunno delle superiori su cinque ha assistito ad aggressioni per lo più verbali, ma anche fisiche, nei confronti dei professori; e, in un caso su tre, ciò avverrebbe addirittura frequentemente. E’ quanto rivela il periodico monitoraggio sul fenomeno effettuato dal portale Skuola.net, che ha coinvolto un campione di 2.000 studenti delle classi secondarie superiori.
Il dato complessivo che emerge appare in linea con quanto riscontrato esattamente un anno fa. Rispetto ad allora c’è però sicuramente maggiore attenzione rispetto a questi comportamenti, segnala Skuola.net, ma gli inasprimenti sanzionatori a cui sta lavorando il Parlamento entreranno in vigore solo a partire dal prossimo anno scolastico. Un giro di vite che, secondo 1 alunno su 4, potrebbe aiutare a ridurre la frequenza di tali episodi. Ma non tutti ne sono pienamente convinti: per la metà degli intervistati l’inasprimento degli aspetti sanzionatori è solo una parte della soluzione, mentre la restante parte la giudica assolutamente inutile.
Anche perché, la maggior parte di loro – il 66% – è concorde nell’affermare che negli ultimi anni c’è stato un aumento dell’aggressività degli studenti verso i docenti. Allo stesso tempo in tanti ci tengono comunque a “scagionare” la propria generazione. Solo 1 su 4 pensa che il fenomeno sia legato al fatto che i giovani di oggi sono meno tolleranti rispetto a un’autorità superiore quale può essere un professore. Ma la fetta più grande (37%) individua nella società nel suo complesso la fonte della violenza: l’aggressività è ovunque e i giovani non sfuggono al ‘contagio’. Tornando all’attualità, per fortuna la stragrande maggioranza degli scontri tra alunni e docenti si limita sul piano verbale: così in 3 casi su 4.
E qui abbiamo una prima buona (si fa per dire) notizia: la quota di scontri solo “a parole” – sicuramente deprecabili ma preferibili a quelli fisici – è cresciuta dal 70% al 76%. “Purtroppo le aggressioni verbali e fisiche messe in atto dagli studenti all’indirizzo dei docenti non accennano a diminuire”, afferma così Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net. “Anche quest’anno – aggiunge – il 18% degli alunni delle superiori ne è stato testimone. Sanzioni più severe, anche a detta dei diretti interessati, possono aiutare a contrastare il fenomeno ma non sono risolutive. Le famiglie potrebbero giocare un ruolo decisivo, ma spesso non lo fanno: solo una minoranza dei genitori si schiera apertamente dalla parte del professore”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 5th, 2024 Riccardo Fucile
LE OPPORTUNITA’ E LE DIFFICOLTA’ DI UN SETTORE IN GRANDE EVOLUZIONE
L’Italia non è un Paese per giovani agricoltori. Lungo la penisola
soltanto il 9,3% di chi possiede un’azienda agricola ha meno di 40 anni, meno della metà rispetto alla Francia e poco più di un terzo rispetto all’Austria.
A rivelarlo sono i dati di Istat ed Eurostat elaborati dal centro studi Gea, che Open ha visionato in anteprima e domani saranno presentati a Bruxelles durante un convegno con alcuni eurodeputati e il commissario europeo all’Agricoltura, Janusz Wojciechowski. La ricerca mostra che l’Italia è al 20esimo posto tra i Paesi Ue per imprese agricole gestite dai giovani. Sul podio ci sono Austria, Polonia e Slovacchia, con la Francia che occupa il quinto posto e la Germania il decimo. Eppure, c’è da tenere in considerazione anche il rovescio della medaglia. Pur rappresentando meno del 10% del totale degli agricoltori, gli under 40 gestiscono in media aziende più produttive, sia in termini di quantità di ettari coltivati sia in termini di fatturato.
Pochi ma buoni
Il dato medio nazionale dice che un’impresa agricola gestita da under 40 fattura 1,7 volte di più. Il valore medio della produzione per queste aziende supera agilmente gli 80mila euro annui, mentre tra le imprese guidate dagli over 40 il dato scende sotto i 50mila. Non solo. I dati elaborati dal centro studi Gea mostrano che le imprese under 40 lavorano su quasi il doppio degli ettari: 18,29 contro i 9,87 dei loro colleghi più anziani. Anche a livello territoriale, le differenze sono notevoli. La Valle d’Aosta è la regione con la percentuale più alta di aziende agricole gestite dai giovani (15,74%), seguita da Sardegna (15,09%) e provincia autonoma di Bolzano (14,12%). A guadagnarsi la maglia nera è la Puglia, dove le imprese guidate da under 40 rappresentano appena il 6,76% del totale. Il divario generazionale si riflette anche sul livello di istruzione: quasi un giovane agricoltore su cinque (il 19,4%) è laureato, contro l’8,7% degli agricoltori over 40. Questo fa sì che siano soprattutto le aziende guidate dalle nuove generazioni a spingere il settore agricolo verso pratiche più sostenibili dal punto di vista ambientale.
Una corsa a ostacoli
Nella maggior parte dei casi, gli under 40 che gestiscono un’azienda agricola hanno ereditato l’attività dai propri genitori. «Per molti giovani l’agricoltura è una scelta di vita dettata dalla passione e dall’amore per il proprio territorio. Più facile se si è già parte di una famiglia che gestisce un’azienda, molto complicato se si vuole avviare una nuova attività», osserva Franco Ferroni, coordinatore dell’associazione Cambiamo Agricoltura. Ad oggi sono due i principali ostacoli a cui vanno incontro gli aspiranti agricoltori. Primo: la necessità di una buona dotazione finanziaria per far fronte agli investimenti iniziali. Secondo: i costi elevati dei terreni agricoli. In Italia, stando ai dati Eurostat, un ettaro di terreno coltivabile ha un prezzo di 22.600 euro, contro una media europea di 10.578. «Servono interventi per agevolare l’accesso al credito da parte dei giovani, in particolare per gli investimenti iniziali, senza dover fare affidamento sulle garanzie di parenti e conoscenti», aggiunge Ferroni. Quello economico, però, non è l’unico aspetto da considerare. A incidere sullo scarso ricambio generazionale contribuisce anche lo scarso appeal che la professione dell’agricoltore esercita sui più giovani, scoraggiati dalla prospettiva di entrare in un settore con ritmi di lavoro serrati e un ritorno economico spesso deludente.
Le proteste dei trattori
Molti di questi problemi sono finiti sotto i riflettori del dibattito pubblico grazie alle proteste dei trattori che da inizio anno si sono diffuse a macchia d’olio in tutta Europa. I motivi che hanno spinto gli agricoltori a scendere in piazza sono essenzialmente di tipo economico e ambientale. Sulla questione del reddito delle imprese agricole, osserva Ferroni, «c’è un’opinione unanime tra agricoltori giovani e più anziani». La situazione è la seguente: negli ultimi anni i costi di produzione per chi lavora la terra sono aumentati a dismisura, ma i prezzi di vendita non hanno seguito la stessa traiettoria, lasciando agli agricoltori margini di guadagno quasi inesistenti. L’altro motivo delle proteste è legato invece alla nuova Pac, la Politica agricola comune dell’Unione Europea, che condiziona l’accesso ai sussidi al rispetto di alcuni vincoli di sostenibilità ambientale. Su questo fronte però, precisa Ferroni, non tutti gli agricoltori la vedono allo stesso modo. «I giovani – osserva il coordinatore di Cambiamo Agricoltura – dovrebbero essere più propensi al cambiamento e attenti alla sostenibilità ambientale e sociale della loro attività. Non è sempre così purtroppo, molto dipende dal livello di istruzione e dalle esperienze personali».
Il richiamo della terra e l’incertezza economica
A confermare questa lettura sono gli stessi agricoltori. «Potenzialmente il nostro è il lavoro più bello del mondo, in realtà è il più difficile», fa notare Filippo Schiavone, 40 anni, titolare di un’azienda agricola e presidente di Confagricoltura Foggia. «Molti di noi – aggiunge – fanno questo lavoro per tradizione di famiglia. È il mestiere che hai sempre visto fare in casa e lo porti avanti in segno di continuità». La sua azienda agricola coltiva principalmente grano duro, ortaggi invernali e zafferano, ma con il passare degli anni il lavoro è diventato sempre più frenetico. «Ho iniziato a fare l’agricoltore quando avevo 21 anni e i ritmi economici erano molto più favorevoli. Oggi manca la certezza del reddito», spiega Schiavone.
È della stessa idea anche Martina Codeluppi, che a 28 anni gestisce l’azienda agricola di famiglia in Emilia-Romagna ed è capo della sezione regionale di Agia, l’associazione giovani imprenditori della Cia (Confederazione italiana agricoltori). «Oggi come oggi, non puoi permetterti di sbagliare – spiega Codeluppi -. Noi ce la mettiamo tutta per salvaguardare il Made in Italy ma è difficile districarsi tra costi di produzione in aumento, fitopatie e cambiamenti climatici».
La sfida di un’agricoltura più sostenibile
L’azienda agricola di Codeluppi si estende su oltre 40 ettari di terreno e produce cereali, ortofrutta e non solo. «È una realtà prettamente femminile, abbiamo circa una ventina di dipendenti», racconta la giovane agricoltrice. Eppure, quando era ancora adolescente, Codeluppi non sognava di seguire le orme dei suoi genitori: «Ho studiato ingegneria all’Università di Padova, perciò ho un’istruzione scientifica. Quando ho finito gli studi, ho sentito il richiamo della terra e ora da circa 8 anni gestisco l’azienda di famiglia». Sulla questione dell’incertezza economica, Codeluppi e Schiavone la vedono tutto sommato allo stesso modo. Quando si passa ai temi ambientali, però, i punti di vista prendono strade diverse. «Gli agricoltori sono i primi ambientalisti al mondo. Hanno già fatto abbastanza e oggi è difficile chiedere loro di fare ancora di più», spiega Schiavone. La 28enne emiliana ha un approccio diverso: «Noi supportiamo la transizione ecologica e siamo più che pronti ad accogliere le direttive europee. Chiediamo soltanto che ci vengano dati gli strumenti adeguati», osserva Codeluppi. Per spiegare il proprio punto di vista, l’agricoltrice emiliana cita uno dei provvedimenti europei più contestati dal settore: la proposta di legge sui pesticidi ritirata dalla Commissione europea. «Siamo i primi a voler crescere prodotti più salubri, ma se le malattie continuano a presentarsi – si chiede Codeluppi – che alternative abbiamo?».
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile
TUTTO ERA GIA’ SCRITTO E CHIARO: LA NOSTRA RISPOSTA ALL’ARTICOLO DI WALTER SITI
L’articolo di Walter Siti merita un breve approfondimento, se non altro perchè rifugge dalla banalità di analisi e tocca alcune corde reali: il narcisismo che si intercala con l’arroganza, la frequentazione dei poteri forti che un tempo sarebbero stati considerati “ripugnanti” per la base giovanile missina, tanto anticapitalista che anticomunista.
Siti compie, al di là della valutazione “psicologica” del personaggio Meloni, alcuni errori di base, come peraltro accade spesso ai suoi colleghi giornalisti. che cerco di riassumere:
1) Meloni non è figlia del Msi ma di An. Il Msi fu sciolto alle 16.30 del 27 gennaio del 1995, Giorgia Meloni è nata il 15 gennaio del 1977, quindi aveva 18 anni. Aderisce al Fdg s 16 anni, due anni prima dello scioglimento. La sua carriera però inizia nel 1996 in An diventando segretaria di Azione Studentesca, organizzazione giovanile di An, con il determinante appoggio di Gianfranco Fini.
A differenza del Msi (Movimento “sociale”), la linea di Alleanza Nazionale non aveva alcuna remora “anticapitalista”, ma si collocava già su posizioni di partito conservatore-liberale-nazionale, ben visto dai poteri forti. Non a caso molti ex missini non aderirono alla nuova formazione, Meloni sì, e si aprirono per lei persino le porte di un Ministero (quello della Gioventù) nel 2008.
Quindi ne deriva che non esiste alcuna discrasia nel suo percorso: stringere mani di poteri forti non avrebbero creato alcuna “ripugnanza” anche in passato, chiacchiere a parte.
Molti media infatti vivono ancora nell’equivoco che la Meloni rappresentasse all’interno di An una corrente, quella della “destra sociale” che in realtà non è mai esistita, altrimenti non sarebbero stati in An.
E quando tale corrente esisteva (ovvero nel Msi) lei non ne ha mai fatto parte per ragioni anagrafiche e così pure i suoi “riferimenti” (La Russa, Urso, tra i più noti, militavano in altre componenti).
Lo stesso percorso sotto i governi Berlusconi ha visto lei e i suoi riferimenti sempre come bravi soldatini al servizio del Cavaliere, pronti a certificare che Ruby fosse la nipote di Mubarak.
Per chi ha avuto modo di vivere a un certo livello nel Msi nessun stupore, tutto era prevedibile e già scritto: le ambizioni personali che avrebbero portato a mille compromessi, l’imborghesimento e l’attaccamento alla poltrona, la politica camaleontica e la presa per i fondelli del vecchio elettorato che andava blandito perchè essenziale alla conquista di una poltrona ben remunerata.
Non esistono “buoni costretti a diventare cattivi”, ma solo opportunisti che colgono opportunità per raggiungere un obiettivo.
Non esistono combattenti anticomunisti perchè quando sono arrivati a fare politica il comunismo era finito in soffitta da un pezzo.
Non esistono “anticapitalisti” che ambiscono (e riescono) a vestire Armani.
Non esistono destre “alternative al sistema” quando nel “sistema” ci sguazzi traendone profitto.
Esistono, e in questo concordo con Siti, “istrioni” capaci di rappresentare una parte degli italiani per il tempo che dureranno, poi si passerà ad altri.
Quando certe lobby e certi poteri forti decideranno che certi caratteristi non sono più funzionali ai propri interessi, provvederanno a cambiare ronzini, adeguando il copione ai tempi nuovi.
Nella vita non conta durare il più a lungo “in sella”, ma la direzione “giusta” verso cui indirizzarsi e servire il proprio Paese.
E anche quando è il momento di scendere se la direzione è quella sbagliata.
Una vita coerente vale più di una esistenza fatta di compromessi.
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile
LA SODDISFAZIONE DELL’EGO, GLI ABITI ELEGANTI, LA FREQUENTAZIONE DEI POTENTI DELLA TERRA PROVOCA BRIVIDI DI NARCISISMO…ORA STRINGE LA MANO A POTERI CHE 25 ANNI FA AVREBBE CONSIDERATO RIPUGNANTI
Facciamo un gioco: proviamo a considerare la persona Giorgia
Meloni come se fosse un personaggio letterario. I personaggi letterari spesso si rivelano in qualche episodio laterale più che nelle scene madri, proprio perché in quei casi si controllano meno.
L’altro giorno, nell’incontro con la stampa estera, Meloni ha detto: «Non amo stare dove sono». Era naturalmente un assist a se stessa per poter proseguire col resto della frase («ma forse proprio per questo potrei restarci più degli altri»), quindi è giusto intenderlo innanzitutto come un’attestazione di disinteresse nei confronti del mestiere di premier – quel disinteresse («lucido», ha aggiunto dopo) che consente più duttilità e più audacia nello sperimentare.
L’occasione aveva una coreografia parzialmente giocosa, di marca anglosassone, dove sono permessi e anzi suggeriti atteggiamenti ironici o amichevolmente aggressivi, un modo per sdrammatizzare l’ufficialità.
Lei ne ha approfittato per prendersi un po’ in giro sulla fresca sconfitta alle regionali sarde. Ma in letteratura, si sa, succede che alcune verità profonde del testo affiorino proprio in frasi apparentemente svagate o scherzose – dunque prendiamo sul serio l’affermazione: Giorgia Meloni non ama stare dov’è, cioè al vertice della compagine parlamentare.
La cosa è perfettamente comprensibile sul piano della vita privata: non dev’essere facile passare le settimane in giro per il mondo strapazzandosi la salute, dovendo sacrificare il calore degli affetti familiari. Specie se a volte si ha l’impressione che i propri collaboratori non abbiano il medesimo spirito di servizio e quasi si mettano d’impegno per creare problemi.
Nella mia ricostruzione fantastica è compresa una rinuncia all’amore: immagino che in qualche piega della psiche Giorgia Meloni sia ancora innamorata del proprio compagno e padre di sua figlia, e che nei momenti bui le venga in mente che se lei non fosse stata così esposta le cose avrebbero potuto essere trattate in modo meno tranchant e più, come dire, umano.
Certo, quanto a soddisfazione dell’ego, gli abiti eleganti, la frequentazione dei potenti della Terra, la confidenza con questa o quella star non possono non pesare sulla bilancia – mentre cazzeggiava con la stampa straniera a proposito dei propri sogni adolescenziali (stonata per il canto, nana per la pallavolo) ha detto che avrebbe voluto conoscere Michael Jackson ma che «è morto troppo presto»; come dire che ora forse avrebbe potuto realizzare quel sogno.
Soprattutto, per una ex ragazza che ha cominciato a far politica da adolescente, il fatto di essere stimata e apprezzata al di là dei confini nazionali, di essere considerata in Europa, non può non procurare brividi di narcisismo, accompagnato dalla convinzione che far prevalere certe idee su altre possa migliorare lo stato di cose presente.
La simpatia istintiva che provo per il suo personaggio deriva proprio dal misto di stupore e di arroganza, come una Alice che abbia ingoiato la pillola sbagliata e ora si trovi a essere troppo cresciuta, poi d’improvviso piccola e portata via dal vento, poi di nuovo pesantissima in una continua necessità di riadattarsi («impareremo»).
Ma il lato più interessante del personaggio, come succede, è lo stratificarsi del suo carattere nel corso della storia.
Non mi convince del tutto la banalizzazione di chi distingue una “Meloni di lotta” e una “di governo”, col solito corollario che una cosa è fare l’opposizione, quando puoi spararle grosse, e altra cosa è rendersi conto che certe promesse non possono essere mantenute; insomma la comiziante da Abascal, l’amica di Orbán da un lato e la atlantista convinta che stringe la mano di Biden dall’altro, la “draghiana” in politica economica.
C’è anche questo, naturalmente, ma sarebbe farle torto attribuirle soltanto una notevole capacità di annusare il vento e di adattarsi alle circostanze. La contraddizione semmai è più profonda e più letterariamente produttiva.
Vorrei ripartire da una frase che disse proprio negando la fiducia a Draghi: «Ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati». Una militante di estrema destra che cita Brecht, si scandalizzarono tutti e pensarono che si trattasse di appropriazione indebita. Se torniamo con la mente a quei tardi anni Novanta in cui Giorgia Meloni si è formata, la frase brechtiana acquista subito un’altra più psicologica verità.
I ragazzi di destra che si formarono allora, tra una neonata Alleanza Nazionale e i ricordi del Movimento Sociale almirantiano, avevano davvero la sensazione che il mondo stesse andando verso una direzione sbagliata godendo dell’approvazione di tutti; che esistesse una lega dei finti buoni, ipocriti, che si ammantavano di belle parole mentre a loro non restava che la provocazione paradossale. La parte del torto, appunto.Fare politica significava crearsi valori alternativi, leggermente tribali, capaci di opporsi a una democrazia imperante che negava se stessa trasformandosi in affarismo e tecnologia. Gli odierni attacchi al “buonismo” e al “pensiero unico”, e perfino quelli contro la cultura “woke”, hanno laggiù la loro radice. È per questo che ci tengono tanto a “rovesciare l’egemonia culturale”, che nei fatti era tutt’altro che di sinistra.
Avevano vent’anni, vivevano come molti ventenni nel mito. Non si rendevano conto di quanto i loro valori nostalgici fossero stati a loro volta intrinseci e omologhi a quel nuovo Potere consumista e finanziario che additavano come nemico. La parola “fascismo” era insieme una tentazione e qualcosa da superare per dimostrare maturità. La “democrazia” bisognava reinventarla sganciandola dalla dittatura del capitalismo cosmopolita e trovando una sua dimensione nazionale (loro dicevano “patriottica”).
Giorgia Meloni è cresciuta dibattendosi tra questi problemi
Ha assorbito lezioni di conservatorismo liberale ma continua a sentire il distacco dagli amici d’avventura come qualcosa che assomiglia al tradimento.
È questo il vero pericolo che la minaccia e che la rende interessante, perché ambigua, sul piano letterario: ora al capitalismo internazionale ci sta dentro, stringe la mano a Poteri che venticinque anni fa avrebbe considerato ripugnanti.
È questo forse il disagio intimo, a parte i fattori esterni, per cui lei non ama stare dov’è; altro che ottenere dall’Europa le rate del Pnrr. È a questo punto che deve saper dimostrare di essersi liberata dalle scorie del revanscismo, di non essere più chiusa nell’angolo della reazione rabbiosa.
La Giorgia Meloni che scherza sul proprio essere in Quaresima e sul non potersi consolare con l’alcol si oppone con la Meloni livorosa di certi comizi in Sardegna, che irride agli avversari e rinfaccia ogni episodio facendo le faccette.
Che cosa intende quando parla di «buoni costretti a diventare cattivi»? Costretti da chi, e cattivi come? Con la grinta autoritaria?
Se lasciasse prevalere il suo penchant lividamente istrionico, confondendo il tenere la barra dritta col fare la faccia feroce, deluderebbe (gl)i (e)lettori, sarebbe come certi personaggi romanzeschi che non sanno restare all’altezza di se stessi – da Stendhal si precipiterebbe tragicamente nell’ultimo Dickens, o addirittura in Fitzgerald e in Sologub.
Walter Siti
(da EditorialeDomani)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO VARI SONDAGGI, CIRCA L’80% DELL’OPINIONE PUBBLICA FRANCESE È FAVOREVOLE ALLA MODIFICA COSTITUZIONALE…IL PRIMO MINISTRO ATTAL: “ABBIAMO UN DEBITO MORALE NEI CONFRONTI DI TUTTE LE DONNE CHE HANNO SOFFERTO NELLA LORO CARNE”
La Tour Eiffel si è illuminata nel momento in cui il Congresso (deputati e senatori) riunito a Versailles ha approvato la revisione costituzionale che garantisce la libertà delle donne a ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. La Francia diventa il primo Paese al mondo a introdurre nella sua costituzione la tutela della libertà di abortire.
Mathilde Panot, la capogruppo della France Insoumise all’Assemblée Nationale che è all’origine del processo politico e costituzionale, ha dichiarato che l’inserimento della libertà di aborto nella Costituzione è una «promessa» per «le donne di tutto il mondo».
«Oggi la Francia rinnova la sua vocazione di faro dei diritti umani». «La vostra lotta è la nostra lotta», ha detto la deputata alle militanti femministe, indossando un abito verde e un foulard verde al polso sinistro, in omaggio alle donne argentine che lottano per questo diritto. L’iniziativa di Mathilde Panot è stata sostenuta e fatta propria dal presidente Emmanuel Macron, e molti senatori della destra, in origine contrari, hanno finito con il votare a favore assecondando un sentimento largamente diffuso nella società francese.
Mentre i parlamentari francesi votavano, alcune centinaia di manifestanti anti-aborto si sono riuniti nei pressi del Congresso a Versailles, la città alle porte di Parigi che ha da sempre una forte componente tradizionalista cattolica. Secondo vari sondaggi, circa l’80 per cento dell’opinione pubblica francese è invece favorevole alla modifica costituzionale.
«Abbiamo un debito morale» nei confronti di tutte le donne che «hanno sofferto nella loro carne», ha dichiarato il primo ministro Gabriel Attal, che ha reso omaggio a Simone Veil (scampata ad Auschwitz, ex presidente del Parlamento europeo e ministra della Sanità scomparsa nel 2017), e alla sua lotta per la legalizzazione dell’aborto. Il capo del governo è arrivato accompagnato da Jean Veil, uno dei tre figli di Simone.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile
ISOLAMENTO, IPNOSI E PREGHIERE
Dodici “cliniche” in tutto il Paese, dalla regione di Mosca a quelle
del Caucaso, dove si “cura” l’omosessualità con l’isolamento prolungato e le preghiere. A svelare gli istituti top secret che praticano le cosiddette «terapie di conversione» è una inchiesta di Current Time Tv, un canale in lingua russa fondato nel 2017 da Radio Free Europe/Radio Liberty e Voice of America. La crociata di Vladimir Putin contro l’omosessualità è ben nota.
A giugno gli attivisti denunciavano una direttiva presidenziale che faceva menzione delle terapie di conversione e lo scorso novembre, sulla scia di una battaglia iniziata da tempo, la Russia ha vietato l’attività dell’inesistente «movimento Lgbt+ internazionale» per «estremismo», con una sentenza che dà la possibilità di intervenire in maniera abbastanza indiscriminata contro attivisti e persone comuni, anche con il carcere.
Nell’inchiesta emerge come questi centri di “cura”, tra istituzioni e studi privati, godano anche dell’appoggio di numerosi medici e leader religiosi. In queste cliniche, alcune delle quali si occupano anche di tossicodipendenza, il “paziente” – che spesso viene fatto rapire su input della famiglia per farlo “ricoverare” – viene messo in isolamento forzato «almeno 6 mesi», senza alcun contatto con l’esterno.
Le uniche attività quotidiane sono i colloqui con gli psicologi e le sedute di preghiera. Il costo dei trattamenti è di circa 1.400 dollari al mese. Uno di questi centri certificati, che opera però segretamente come gli altri, offre dei trattamenti di ipnosi in video collegamento.
Come riferisce l’emittente, secondo un rapporto del gruppo Coming Out e della Fondazione Sphere nel 2022 una persona su tre delle 6.500 della comunità Lgbtqia+ intervistate ha dichiarato di aver subito violenze o discriminazioni in Russia. E il 58 per cento degli intervistati ha ammesso che, nel caso dovesse subire una molestia, non denuncerebbe per paura di condividere le proprie informazioni con la polizia.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile
LE TESTIMONIANZE DEI 14 DEPUTATI ITALIANI CHE STANNO MONITORANDO LE OPERAZIONI UMANITARIE
«Xavier Doncell, medico di Msf, ci ha raccontato di una famiglia un tempo benestante rimasta nel centro di Gaza. Da oltre una settimana non hanno nulla da mangiare. Il padre dà ai figli tre cucchiai di cibo per cani al giorno, scaduto». Un’immagine, una storia vera, per restituire il senso della disperazione di un popolo. Parte da lì Laura Boldrini, deputata Pd e presidente del Comitato permanente sui diritti umani della Camera, in Egitto con altri tredici colleghi parlamentari con l’obiettivo di arrivare a Rafah nei prossimi giorni.
La delegazione, in missione con la rete di ong italiane AOI che ha già inviato convogli nella Striscia, seguirà il percorso dei camion al valico, unico punto di accesso dall’Egitto a Gaza. La prima giornata, al Cairo, è stata dedicata agli incontri con i rappresentanti delle organizzazioni umanitarie operative in Palestina e a Gaza, MSF Gaza response, MSF Egypt, Palestinian Center for Human Rights, Mezan center for human rights, Palestinian Medical Relief Society, Omar Ghrieb di Oxfam. «Il filo rosso di tutti gli interventi che abbiamo ascoltato – racconta Boldrini a La Stampa – è stato uno solo: la richiesta urgente di un “cessate il fuoco”. È la precondizione per continuare ad operare, l’unico presupposto per poter fornire assistenza alla popolazione ridotta allo stremo delle forze».
La delegazione comprende quattordici deputati dell’opposizione: otto del Partito democratico (Laura Boldrini, Andrea Orlando, Ouidad Bakkali, Sara Ferrari, Valentina Ghio, Rachele Scarpa, Arturo Scotto e Alessandro Zan), tre del M5s (Stefania Ascari, Carmela Auriemma e Dario Carotenuto) e tre di Avs (Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Franco Mari). Con loro viaggiano giornalisti, operatori umanitari, accademici ed esperti di diritto internazionale.
Secondo la tabella di marcia, il gruppo dovrebbe arrivare a Rafah martedì mattina. «Gli aiuti gettati dall’alto non sono la soluzione, – ragiona Boldrini – i viveri ci sono ma vengono bloccati a Rafah, è necessario che Israele acconsenta al passaggio di centinaia di convogli fermi al valico. La fame è usata come arma di guerra e questo è un crimine, il cibo e i medicinali devono poter entrare». Lunedì i parlamentari incontreranno i rappresentanti dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, che tornerà a ricevere i fondi europei congelati per mesi dopo le accuse di un presunto coinvolgimento di 12 dipendenti locali nella strage del 7 ottobre. Secondo Boldrini il sostegno all’Agenzia è imprescindibile: «Unrwa è fondamentale alla sopravvivenza di oltre cinque milioni di rifugiati palestinesi non solo a Gaza e Cisgiordania ma anche Giordania, Libano e Siria. Fornisce la sanità, il cibo, le scuole, gli alloggi. Senza UNRWA, queste persone non avrebbero nessuna rete di salvataggio».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile
“NAVALNY È STATO USATO COME CAVIA. HANNO VOLUTO PORTARE A TERMINE IL LAVORO LASCIATO A METÀ QUATTRO ANNI FA”
«Aleksej Navalny è stato usato come una cavia umana. Hanno
voluto portare a termine il lavoro lasciato a metà quattro anni fa col Novichok». Vil Mirzajanov modella la sua teoria man mano che risponde alle nostre domande al telefono dal New Jersey, negli Stati Uniti.
Lasciato nel 1992 l’Istituto statale di ricerca di chimica organica e tecnologica (GosNIIOKhT) di Mosca, amministrato dall’esercito e dal Kgb, lo scienziato oggi 88enne fu il primo a rivelare il programma sovietico per lo sviluppo di armi chimiche, tra cui l’agente nervino letale Novichok, “Novellino” in russo, che ridusse Navalny in coma nel 2020 e che, secondo vedova e collaboratori, potrebbe averne causato la morte il 16 febbraio.
Che cosa le fa pensare che Navalny sia stato ucciso dal Novichok?
«L’uomo che conoscete (Vladimir Putin, ndr) è un killer. Stando alla sua logica, ha voluto portare a termine il lavoro che si era prefissato nel 2020 e lo ha voluto completare nello stesso modo. Il precedente tentativo di avvelenare Navalny nel 2020 non aveva avuto l’effetto desiderato. E non si poteva lasciare incompiuto un altro omicidio col Novichok, su cui era stato investito tanto tempo e denaro.
Ma quando Navalny è stato trasferito nella colonia penale oltre il Circolo Polare Artico ed è stato isolato dal mondo, hanno potuto usarlo come una cavia da laboratorio. Su di lui hanno potuto sperimentare qualsiasi cosa: da piccole dosi a una dose letale. Per evitare futuri imbarazzanti errori».
È possibile che sia stata sintetizzata una nuova versione?
«Ne furono sintetizzate cinque, se ricordo bene. Hanno potuto sperimentarle a loro discrezione sull’uomo-cavia Navalny. Nella colonia penale, avevano possibilità infinite».
Secondo il Servizio penitenziario federale, “Navalny ha perso conoscenza” prima di morire. Alla madre Lyudmila è stato invece detto che il figlio è morto a causa della sindrome da morte improvvisa che causa l’arresto cardiaco. La perdita dei sensi e l’arresto cardiaco possono essere conseguenza del Novichok?
«Le autorità mentono. Credere loro sarebbe ridicolo. Ma la risposta è sì. Il Novichok colpisce il sistema nervoso centrale, perciò è una sostanza tossica molto pericolosa. Quando un uomo riceve una dose di Novichok, letale o no che sia, i primi sintomi sono la restrizione della pupilla, il vomito e la perdita di conoscenza. Se la dose è letale e non si somministra un antidoto, segue l’arresto cardiaco».
E le convulsioni? Un barelliere ha raccontato a “Novaja Gazeta Europe” che il corpo presentava lividi compatibili con convulsioni…
«Le convulsioni sono un sintomo di avvelenamento da agenti nervini, non solo da Novichok. Potrebbero essere provocate anche dal Vx, dal Sarin, dal Soman, da qualsiasi agente nervino organofosforico».
È possibile che le tracce di Novichok scompaiano dal corpo?
«No, non scompaiono. Soprattutto da una salma. Se il Novichok è nel corpo, può essere estratto e la sua presenza può essere dimostrata anche a distanza di anni. Però la salma è pericolosa. Non ci si dovrebbe avvicinare senza maschere e tute».
Chi può dare l’ordine di usare il Novichok?
«L’ordine può arrivare soltanto dai massimi vertici. Da Vladimir Putin in persona. Soltanto il Cremlino può ordinare di usare il Novichok».
Non si pente mai di aver contribuito alla sua creazione?
«Quando Navalny fu avvelenato nel 2020, dissi che mi assumevo ogni mia responsabilità. Ma nessuno ha mai accettato le mie scuse. Né i familiari, né i collaboratori di Navalny».
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile
“VOGLIO SPINGERE I RAGAZZI A PRENDERE IN MANO LA PROPRIA VITA, I SOCIAL SONO PERICOLOSI, TROPPO ODIO. IL RAZZISMO È OVUNQUE, PURTROPPO”
Rafa Leao, il titolo del suo primo libro è «Smile». Appunto.
«Racconto me stesso. Ho solo 24 anni, so bene che c’è ancora tanto da scrivere, soprattutto come calciatore. Vorrei spiegare ai miei fan chi sono davvero. E perché sorrido».
Infatti: perché?
«C’è gente che non ha l’acqua per bere. Quando puoi camminare, hai da mangiare, magari hai qualcuno che ti vuole bene, la vita è “smile”. Io ho tutto, ho anche di più, Dio mi ha dato un dono e io gli sono grato. Il mio lavoro è giocare a pallone, ho coronato il mio sogno di quando ero bambino. Come potrei non sorridere?».
E in cosa deve crescere come calciatore?
«Per crescere devo vincere cose importanti, come la Champions o l’Europa League. Le cose belle si dimenticano troppo velocemente, quindi bisogna vincere ogni anno, il più possibile. Quando sei al Milan devi farlo, non è una scelta, è un dovere. Per lasciare il tuo nome nella storia».
E come cantante in cosa deve crescere?
«No, la musica per ora è solo un hobby. È la mia migliore amica. Appartengo alla generazione Z, quella dei nativi digitali. Mi sono appassionato al rap sentendolo sul telefono.
Impazzivo per Eminem da bambino. Ma la musica era già in casa: mio zio era un dj, suonava alle feste private e in discoteca. Trap, drill. Poi ho iniziato a scrivere canzoni, sono al secondo album. Dopo Beginning, My life in each verse. Ho conosciuto Kanye West prima di Genoa-Milan. Ora c’è il calcio. In futuro, vedremo. Anche la musica è un modo per parlare di me. E per dare un messaggio: voglio spingere i ragazzi a credere nei sogni, a non mollare mai».
Cosa vuol dire?
«Come prendere in mano la propria vita. Le decisioni non sono sempre facili, ma se sono qui è per le scelte che ho fatto. Anche quelle sbagliate. Essere un privilegiato non significa che la vita è sempre stata facile. E non significa essere incapaci di soffrire».
Lei è una star dei social, viaggia verso i 6 milioni di follower su Instagram.
«I social sono pericolosi, non è un mondo positivo. Troppo odio, troppe cattiverie. Le cose che so non le ho imparate lì. Li uso perché devo averli per il mio lavoro, però non mi piacciono. Si sorride poco sui social».
La sua risposta a un hater razzista ha fatto il giro del mondo.
«Sui social e non solo esiste gente così, purtroppo. Manca spesso l’educazione in famiglia, a scuola. Lui non sa nemmeno cosa ha fatto. E questo è un problema: i razzisti spesso non si rendono conto di come sono».
L’Italia è un Paese razzista?
«Il razzismo è ovunque, purtroppo. Ecco perché noi calciatori dobbiamo provare a fare qualcosa, visto che abbiamo tanta popolarità. Dobbiamo sfruttare questa forza, mandando messaggi. Il Milan è molto sensibile al tema. Anche nella vicenda di Maignan a Udine si è visto. Abbiamo fatto bene a comportarci così, giusto uscire dal campo».
E il sogno da calciatore? Che futuro si immagina?
«Il mio futuro è al Milan. Sono qui e ho ancora un contratto di quattro anni. Il Milan mi ha aiutato quando ero in una situazione difficilissima, mi è stato vicino. Io non dimentico, sono leale. Sono arrivato da ragazzino, qui sono cresciuto come uomo e come calciatore. Voglio vincere ancora, la mia testa è qui».
Dalla periferia difficile di Lisbona al grande calcio.
«Ho fatto tanti sacrifici, ma soprattutto li ha fatti la mia famiglia. Mio padre Antonio è partito a 18 anni dall’Angola per lavorare in Portogallo e per darmi un futuro. Mi ha dato molti insegnamenti, prima di tutto l’importanza del lavoro. Ecco perché voglio fare di tutto per restituire ciò che mi hanno dato: ho la possibilità di fare qualcosa con il mio talento. La prima cosa che ho comprato con lo stipendio al Lille è stata una casa per la mia famiglia».
In campo, spesso alza gli occhi al cielo. Che rapporto ha con Dio?
«Molto stretto. Sono credente, cattolico, anche se alcuni pensavano che fossi musulmano, forse per il colore della pelle e per le origini africane. Prima andavo sempre a messa la domenica, ora faccio più fatica perché ci sono le partite. La preghiera fa parte della mia vita».
I primi ricordi?
«Il pallone fra i piedi, a Bairro da Jamaica, oltre il fiume Tago. Un quartiere molto popolare, la maggior parte sono immigrati, in molti dall’Africa. La mia famiglia è in parte angolana e in parte, da quella di mia madre, di São Tomè. Angolani, guineani, capoverdiani abitano il bairro. Non un posto facile. Lì di buono c’era il pallone, ci giocavo dalla mattina alla sera. Interi pomeriggi nel parcheggio del supermercato. A volte penso di essere rimasto su quel campetto. Spesso carte appallottolate o una lattina come palla, mentre un’auto era la porta. Il mio modo di giocare è ancora quello, un calcio di strada, finte, scatti, furbizia».
Piace ai bambini.
«Forse proprio perché gioco come i piccoli, che vogliono divertirsi».
Sull’ultima domanda, se è innamorato, Leao va in dribbling. Una risposta, però, l’ha data nel libro.
«Non riesco ad aprire il mio cuore al 100 per 100, ho una tremenda paura che mi possano ferire. Non riesco a lasciarmi andare, a essere me stesso in tutto e per tutto. Eppure sono certo di volere una famiglia, dei bambini, prima dei 30 anni. Forse ho paura che i figli possano provare quello che ho provato io, la separazione dei miei, e poi crescere come sono cresciuto io. Vorrei trasmettere quella relazione d’amore che non ho mai visto».
(da Il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »