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VIAGGIO NEI PARADISI FISCALI DELLA UE

Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile

ECCO COME MULTINAZIONALI E SUPER RICCHI RIESCONO A PAGARE POCO O NULLA

Dalla palazzina nell’isola di Jersey dove hanno sede i trust che controllano il gruppo siderurgico ArcelorMittal, ancora per poco socio di Invitalia nella gestione dell’ex Ilva, al piccolo edificio di Londra che sulla carta ospita gli uffici di 19mila società. Dal quartiere degli affari di Amsterdam in cui Exor nel 2016 ha trasferito la sede legale e fiscale al business center del Lussemburgo in cui oltre 5mila italiani hanno aperto holding e finanziarie per godere di un trattamento fiscale di favore su dividendi e interessi. Fino alla cittadina di Cipro in cui sono basati i trust esentasse di centinaia di oligarchi e miliardari russi, che controllano patrimoni da decine di miliardi di dollari oltre a yacht, aerei e complessi immobiliari. Tocca una decina di Paesi d’Europa – oltre all’emirato di Dubai – il viaggio del giornalista finanziario del Sole 24 Ore Angelo Mincuzzi per raccontare “come i paradisi fiscali dell’Unione europea ci rendono tutti più poveri”. Che è anche il sottotitolo del suo nuovo libro, Europa parassita (Chiarelettere).
Obiettivo, raccontare i meccanismi che consentono alle multinazionali di pagare meno tasse – e girare dividendi ancora più ricchi ai loro azionisti – e a milionari e miliardari (tra cui oligarchi, criminali e trafficanti) di “non contribuire allo sviluppo dei Paesi dove vivono, dove magari sono anche nati, dove hanno studiato e hanno mosso i primi passi della vita professionale”. Perché “possono stabilire il livello delle imposte da versare, in quale paese pagarle e addirittura se custodire per sé tutta la ricchezza accumulata”. Il punto è che quelli che Mincuzzi definisce abitanti del “Mondo di sopra” evadono o eludono quasi sempre grazie a leggi che glielo consentono e all’assenza di regole comuni nella Ue: una situazione che garantisce loro un’impunità ovviamente negata ai comuni cittadini, soggetti alle normali aliquote delle imposte sui redditi. Che subiscono in silenzio lo status quo, pur pagandone gli effetti sotto forma di servizi pubblici scadenti, disuguaglianze crescenti, sussidi insufficienti, delocalizzazioni che distruggono posti di lavoro.
A livello globale, stando al Global Tax Evasion Report 2024 dell’Eu Tax Observatory, i paradisi fiscali nascondono oltre 11mila miliardi di euro, in parte frutto di evasione, elusione e corruzione. L’Italia, di per sé gravata da un’evasione di massa che sottrae alle casse pubbliche una novantina di miliardi l’anno, subisce un’emorragia di oltre 10 miliardi di euro annui dirottati verso “Stati parassiti”: 7,5 se ne vanno per effetto di abusi ed elusione delle multinazionali, 3 per le frodi di privati cittadini. E un’importante fetta di quegli ammanchi finisce in altri Stati europei noti per le politiche fiscali compiacenti nei confronti di grandi imprese e super ricchi: Olanda e Lussemburgo, non a caso due tappe del viaggio di Mincuzzi insieme a Svizzera e Regno Unito. È la cosiddetta asse dell’elusione fiscale, che assorbe 550 miliardi di dollari di profitti societari ogni 12 mesi ed è responsabile del 65% delle tasse non pagate dalle élite internazionali.
Ma i numeri, per quanto eclatanti, spesso faticano a colpire l’immaginazione. La forza del libro di Mincuzzi sta nel raccontare cosa c’è dietro. Seguendo il cronista nel pellegrinaggio alla ricerca delle sedi irlandesi dei grandi gruppi hi-tech, nella “via dei miliardari” della municipalità belga di Estaimpius e per le strade lussuose del principato di Monaco, che non tassa i redditi delle persone fisiche né i dividendi, ci si fa un’idea concreta di come funzionino l’industria dell’offshore, il business dei trust, le rotte migratorie dei nomadi fiscali in cerca di scudo dalle imposte, le società di comodo con cui si ripuliscono i soldi sporchi e si comprano immobili che nessuno riuscirà a ricondurre al reale proprietario. Non manca un’analisi psicologica e sociologica del perché le persone comuni accettino tutto questo o lo ritengano immutabile, che chiama in causa l’ideologia della meritocrazia, il falso mito della mobilità sociale e l’interiorizzazione dello stato di subalternità.
Sull’altro piatto della bilancia c’è il fatto che qualche passo avanti negli ultimi anni è stato fatto: dall‘accordo sullo scambio automatico di informazioni tra istituti finanziari alla – seppur depotenziata – direttiva sulla tassa minima globale per le multinazionali. Non è neanche lontanamente abbastanza. Il contrasto tra il trattamento riservato a una minoranza di super ricchi e le condizioni di tutti gli altri, scrive Mincuzzi, mette a rischio non solo le economie ma anche le democrazie del Vecchio continente.
(da ilfattoquotidiano.it)

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VERGOGNA TAXI, 1,3 MILIONI DI CHIAMATE INEVASE AL MESE A ROMA, 500.000 A MILANO

Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile

MANCANO NUOVE LICENZE… UNA LOBBY VERGOGNOSA PROTETTA DAI SOVRANISTI

Enrico Mattei quando parlava dei suoi rapporti con la politica non aveva bisogno di girarci intorno: «Per me i partiti sono come i taxi: li utilizzo, pago il dovuto e scendo».
Quasi 65 anni dopo sono i tassisti a decidere come utilizzare i partiti, mentre migliaia di clienti restano in attesa per non perdere una priorità mai acquisita.
Le norme che avrebbero dovuto mettere più taxi in circolazione, emanate dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini e da quello delle Imprese Adolfo Urso, risalgono ad agosto 2023. E allora la domanda è: quando aumenteranno le licenze?
Vent’anni senza nuove licenze
Per legge sono i Comuni ad avere il compito di stabilire quante licenze servono (qui art. 5) e di rilasciarne di nuove a titolo oneroso o gratuito. A Milano l’ultima volta che il sindaco è riuscito a incrementarle risale al 2003, concedendo le licenze senza farle pagare ai tassisti vincitori del bando. Oggi il capoluogo lombardo conta 4.855 licenze. Le chiamate inevase, cioè quelle di cittadini che telefonano per avere un taxi ma non lo trovano, oscillano intorno alle 500 mila al mese, con punte del 40% sul totale delle richieste (qui figura 2 pag. 7).
A Roma non avviene dal 2005, e la scelta è sempre quella di rilasciarle a titolo gratuito. La capitale oggi conta 7.692 licenze. Lo scorso luglio le chiamate andate a vuoto sono 1,3 milioni, il 44% del totale (qui figura 1 pag. 7).
A Napoli l’ultima licenza concessa risale al 1998, al costo di 7.500 lire. In totale sono 2.364, mentre le richieste a vuoto arrivano a quasi 150 mila in un mese, praticamente una su due (qui figura 3 pag. 8). È il motivo per cui l’Antitrust, a fronte dei dati raccolti con un’indagine conclusa nel novembre 2023 sui cittadini rimasti senza taxi, sollecita i tre Comuni ad adeguare il numero delle licenze alla domanda (qui). Non va meglio altrove: nelle 110 principali città italiane le licenze sono 23.139, più o meno le stesse da vent’anni, come emerge dal rapporto al Parlamento dell’Autorità di regolazione dei Trasporti (qui tabella 39 pag. 229).
Vecchie e nuove norme
Insomma, la legge che regola la materia, la 21 del 1992 (qui), viene decisamente poco utilizzata, almeno dai Comuni. La usano invece i tassisti: chi ha una licenza da più di 5 anni, o ha compiuto i 60 anni, o per malattia, può indicare al Comune il soggetto a cui trasferirla.
In caso di morte può essere trasferita a uno degli eredi o a chi indicato da loro (art. 9). Nella pratica il titolare di licenza decide a chi venderla e a quale prezzo: i valori di mercato oscillano fra 150-200 mila euro, a seconda della città.
Di qui la volontà di bloccare qualsiasi iniziativa dei Comuni che, con l’aumento delle licenze, possa in qualche modo deprezzare quelle in circolazione (vedi anche il Dataroom del novembre 2022).
L’altra norma che si aggiunge alla legge-quadro è il decreto Bersani del 2006 (n. 223, art. 6, comma 1, lett. B qui) che prevede la possibilità di un risarcimento per la categoria. Infatti il decreto dice che, se il Comune anziché rilasciare nuove licenze a titolo gratuito decide di farsele pagare, l’80% dell’incasso deve essere ripartito fra i tassisti già in circolazione in quella città, mentre l’altro 20% deve essere investito in politiche sulla mobilità.
Finito nel nulla invece l’articolo 10 del Ddl Concorrenza dell’allora premier Mario Draghi che prevedeva tra l’altro di dare una delega al Governo per riscrivere entro febbraio 2023 le regole sui taxi. Dopo l’ennesima rivolta dell’intera categoria l’articolo viene stralciato (qui il Ddl concorrenza e qui lo stralcio). Infine il 10 agosto 2023 arriva il decreto Salvini-Urso (n. 104 qui, articolo 3 comma 2), definito un provvedimento emergenziale in attesa di una revisione più complessiva del settore.
Le nuove norme non toccano la legge-quadro del 1992, ma offrono a 65 Comuni (capoluoghi di Regione, città metropolitane e sedi di aeroporto) un iter amministrativo-burocratico alternativo e, almeno sulla carta, più veloce per rilasciare nuove licenze.
La procedura prevede un intervento più limitato dell’Autorità di regolazione dei Trasporti e il suo parere arriva entro 15 giorni, contro i 45/60 giorni normalmente necessari per la procedura standard. Questo avviene perché l’Autorità non apre istruttorie per valutare se il numero di nuovi taxi (inclusi quelli per disabili) è adeguato, ma prende in considerazione solo il contributo economico richiesto dal Comune per il rilascio delle nuove licenze.
L’incremento massimo di licenze si ferma al 20% e il Comune che decide di seguire la procedura accelerata non ha più l’opzione di concedere gratuitamente le nuove licenze: è obbligato a venderle e a ripartire il 100% dell’incasso tra i tassisti per compensarli di eventuali minori ricavi dovuti a una maggiore concorrenza. Ma venderle a quanto? Il regolamento dice che occorre basarsi sullo studio fatto dall’Agenzia delle Entrate.
Il caso Milano
Il primo a muoversi utilizzando la procedura straordinaria è il Comune di Milano. E sul prezzo si scopre subito che non c’è nessuno studio dell’Agenzia delle Entrate. La decisione del sindaco Beppe Sala di utilizzare il decreto Salvini-Urso è motivata dalla volontà di «bypassare» Regione Lombardia a cui spetta, in base a norme regionali, l’autorizzazione all’aumento delle licenze, ma è riluttante nel farlo. Il 15 novembre 2023 viene pubblicata la delibera per indire il concorso straordinario finalizzato al rilascio di 450 nuove licenze al costo di 96.500 euro l’una. Come si è arrivati a questa cifra? Secondo i conti del Comune le 450 licenze faranno diminuire del 5,03% le corse evase dai tassisti già in circolazione, con minori incassi per 8.048 euro in un anno. Moltiplicando 8.048 per gli attuali 4.855 titolari di taxi si arriva al risultato di 39.073.040 milioni: è la cifra con cui il Comune vuole risarcire i tassisti milanesi. I 39 milioni divisi per le nuove licenze fanno 86.829 euro che, dunque, per Milano è la cifra a cui vendere ciascuna licenza, che sale a 96.500 perché considera una percentuale di sconto da applicare a chi è in possesso di un’auto abilitata al trasporto disabili o s’impegna per 5 anni a fornire turni notturni e nel fine settimana. I tassisti milanesi hanno risposto con un ricorso al Tar (che si esprimerà il 18 aprile). A loro il calcolo del Comune è indigesto: vorrebbero che le nuove licenze venissero vendute a un presunto valore di mercato di 160 mila euro, in modo anche da scoraggiare la partecipazione degli aspiranti tassisti.
Il caso Roma
Anche il Comune di Roma è alle prese con l’aumento delle licenze. La scelta però è di puntare sulla procedura vecchia (quella della legge del 1992), in modo da non essere obbligati a dare il 100% dell’incasso ai tassisti e poter intervenire su più aspetti di organizzazione del servizio con l’aiuto dell’Autorità di regolazione dei Trasporti. L’obiettivo del sindaco Roberto Gualtieri è di rilasciare mille licenze permanenti e altre 500 stagionali pubblicando il bando prima dell’estate. Roma è la città che più di tutte sta soffrendo il disagio di un servizio carente e inadeguato, ma anche quella più vulnerabile in caso di scioperi.
Le altre città e i problemi di sempre
Bologna sta costruendo il bando per 72 nuove licenze con le norme Salvini-Urso che andranno ad aggiungersi alle attuali 722. Nel 2018 il Comune le ha messe in vendita a 175 mila euro riuscendo ad assegnarne solo 16 su 36. Il tentativo ora è di abbassarne il prezzo e pubblicare il bando a maggio. Modena e Ravenna intendono seguire, invece, la vecchia procedura. Poco o nulla si muove altrove.
Eppure le leggi ci sono tutte, ma resta il problema di sempre. Appena i Comuni provano a mettere mano alla questione per i tassisti è di fatto sempre un no, e bloccano la città. E non vogliono neppure la concorrenza di Uber &C. Dai governi però non è mai arrivata la copertura politica. È necessario ricordare che i taxi svolgono un servizio pubblico la cui prestazione deve essere obbligatoria, capillare sul territorio e accessibile economicamente. Ma nel Paese delle lobby, quella composta da milioni di cittadini che aspettano inutilmente un taxi che non arriva, ancora non c’è.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)

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PER NON PERDERE IN ABRUZZO, MELONI E SALVINI PROMETTONO PURE LA FETTINA DI CULO PANATO

Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile

È STATA RIFINANZIATA LA FERROVIA ROMA-PESCARA, CANCELLATA MESI FA DAL PNRR… SALVINI PROMETTE UN NUOVO CASELLO AUTOSTRADALE A MONTORIO AL VOMANO E EVOCA “MILIARDI DI INFRASTRUTTURE” … MINISTRO DELLA SANITÀ SCHILLACI È ANDATO A SIGLARE UN PROTOCOLLO DA 60 MILIONI PER L’OSPEDALE DI CHIETI, IL VICEMINISTRO PAOLO SISTO ASSICURA IL SALVATAGGIO DEI TRIBUNALI A RISCHIO

Lì, dove tutto nacque. Perché nel 2017 fu un risultato storico la vittoria di Marco Marsilio in una Regione che è sempre stata un «latifondo bianco» Insomma, Regione «Sorella d’Italia», strettamente imparentata al partito romano. Un simbolo. Lì non si era mai vista una tale parata di ministri, una dozzina in tutto, a pochi giorni dal voto, sfavillante conferma, che vale più di qualunque sondaggio, di un’ansia elettorale crescente. Una roba a metà tra una televendita di Giorgio Mastrota e il recupero della tradizione di zio Remo (Gaspari), paradigma di un clientelismo meno truculento rispetto ad Antonio Gava, ma altrettanto impattante sulle casse dello Stato.
Con un timing perfetto e sospetto rispetto alla data del voto, è stata rifinanziata anche la famosa ferrovia Roma-Pescara, cancellata mesi fa dal Pnrr con un tratto di penna, anche se c’è il trucco: il raddoppio del binario è fermo al piano di fattibilità e la tranche di denari arriverà da progetti che il governo ha dimenticato di indicare. Pure un nuovo casello autostradale a Montorio al Vomano ha annunciato ieri Matteo Salvini, pressoché trasferitosi in Abruzzo.
Ovunque promette “miliardi di infrastrutture”, perché sa che si gioca la ghirba e, se non prende almeno il 6 per cento, la fa giocare a tutta l’allegra compagnia. Il ministro della Sanità Orazio Schillaci è andato a siglare un protocollo da 60 milioni per l’ospedale di Chieti, il viceministro Paolo Sisto ad assicurare il salvataggio dei tribunali a rischio, Daniela Santanchè, ca va san dire, il turismo delle meraviglie. E così via, venghino signori venghino
E’ evidente quale sia la posta in gioco, se hai governato per cinque anni e devi ricorrere a questi mezzi perché non sei nelle condizioni di dire «proseguiremo nel lavoro svolto», in quanto su quello ti bocciano. La sconfitta in Sardegna è stata un errore «soggettivo», legato a una sindrome di onnipotenza e alla scelta (sbagliata) di un candidato. La sconfitta in Abruzzo rappresenterebbe una bocciatura «oggettiva» del melonismo praticato a livello regionale.
Che sul melonismo nazionale, dopo la Sardegna, darebbe l’idea di una «china» intrapresa, destinata ad amplificare la fine del momento magico e a squadernare il tema della classe dirigente, sempre scelta con i criteri di fedeltà più che di competenza. Insomma, lei ha tutto da perdere e stavolta non le basta vincere, ma deve anche convincere: la vittoria la metterebbe a riparo dal processo, ma se è di misura non la mette a riparo da dubbi e scricchiolii nella sua coalizione. Gli altri, invece, hanno tutto da guadagnare. Chi l’avrebbe mai detto. Lì dove tutto è iniziato.
(da la Stampa)

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OSPEDALI CHIUSI, MALATI IN FUGA: LA FAIDA FDI-LEGA SULLA SANITA’ RISCHIA DI FAR CADERE I SOVRANISTI IN ABRUZZO

Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile

NELLA REGIONE SONO AUMENTATI I VIAGGI DELLA SPERANZA ED E’ DIMINUITA L’OFFERTA SANITARIA PUBBLICA A VANTAGGIO DEI PRIVATI

Sulla sanità in Abruzzo negli ultimi cinque anni si è giocata una lotta fratricida tra Lega e Fratelli d’Italia. Una lotta di potere e di poltrone – per lottizzare ogni angolo di un settore che muove oltre due miliardi e mezzo di euro di spesa all’anno, tra pubblico e privato accreditato – che proprio ora, alla vigilia del voto, giunge alla resa dei conti finale.
Il tutto avviene in una Regione che a parte l’agricoltura e un po’ di manifatturiero non offre altra economia diffusa. Il risultato di questa lotta non solo ha peggiorato un servizio che già non brillava, spingendo sempre più cittadini ad andare a farsi curare in altre Regioni: ma rischia anche di costare carissimo al governatore uscente e grande amico di Giorgia Meloni, Marco Marsilio.
“Consociativismo di bassa lega”
Sondaggi alla mano, per gli abruzzesi il problema più sentito, ancora di più del lavoro in un territorio che vede sempre più over 50 tra i residenti e giovani in fuga, è la sanità. Peccato però che in questi anni manager e anche figure sanitarie di vertice siano stati nominati all’interno di liste ristrette e composte da nomi legati alla politica locale, senza alcuna apertura al meglio che offre il Paese. «Consociativismo di bassa lega», sintetizza un primario abruzzese. Un metodo, cioè, che non permettere all’assistenza di migliorare, e così sono aumentati i viaggi della speranza ed è diminuita l’offerta sanitaria pubblica sul territorio, a vantaggio dei privati. L’Abruzzo, tra l’altro, è la Regione che ha subito il più grande attacco hacker a un sistema sanitario, che ha bloccato a lungo le attività e costretto il personale a rispolverare carta e penna, salvo scoprire che in alcune di queste semplicemente non erano stati aggiornati i software: esempio lampante di una gestione che fa acqua da tutte la parti.
L’assessora “scippata” alla Lega
Eppure per Fratelli d’Italia la sanità conta talmente tanto da “scippare” alla Lega proprio l’assessora al ramo nella giunta Marsilio: il mese scorso, a ridosso del voto, Nicoletta Verì ha lasciato Salvini per abbracciare Meloni, anche se non ufficialmente. Sei giorni fa ha lanciato a Pescara la sua campagna elettorale da candidata nella lista Marsilio Presidente animata da Fratelli d’Italia, il partito del governatore uscente. La sanità è un settore che conta e dopo cinque anni di gestione adesso si vedrà alle urne quanto vale il lavoro dell’assessora che non porterà più i suoi consensi alla Lega. Ma in casa Fratelli d’Italia si punta molto anche sui consensi dell’assessore al Bilancio, che è un noto chirurgo che lavora per la clinica privata “Immacolata” di Celano, Mario Quaglieri. La sanità è potere, voti, ma anche il tallone d’Achille per la giunta Marsilio: «In questo comparto troverà la sconfitta al voto – dice il senatore del Pd Michele Fina – perché secondo un nostro sondaggio recente è il problema più sentito tra gli abruzzesi, perché il sistema non funziona e il governatore in questi anni ha peggiorato le cose. Qualche esempio? Nelle aree interne le ambulanze del 118 non hanno medici e in alcune province come Rieti sono crollate le prestazioni sanitarie segnando in media un meno trenta per cento».
Approvazione tardiva di bilanci
I primi problemi della sanità sono economici. L’Abruzzo è una delle Regioni finite in piano di rientro. La Corte dei Conti, appena tre giorni fa, ha fatto notare che il bilancio consolidato è solo per gli anni dal 2018 al 2021 «e che, per quest’ultima annualità, il documento definitivo è stato approvato dalla Regione solo a luglio 2023». Non è solo un fatto formale. La tardiva approvazione dei bilanci degli enti del servizio sanitario locale «ha condizionato l’attività di indirizzo e vigilanza dell’ente Regione». Tradotto: la sanità funziona peggio. E del resto, sempre per il presidente della Sezione regionale di controllo della Corte, Stefano Siragusa, ci sono problemi, come «la gestione del recupero delle liste di attesa e il saldo negativo per la mobilità extraregionale». Poi c’è un tema che riguarda i privati convenzionati, per i quali non si fissano i tetti di spesa, cosa che non permette di programmare l’offerta sanitaria e porta a contenziosi con i privati stessi.
Migra un malato di tumore su quattro
Ma a rivelare le difficoltà del sistema sanitario ci sono le fughe dei cittadini per curarsi in altre Regioni. L’Abruzzo è terzultimo in Italia per il cosiddetto “Indice di soddisfazione della domanda interna” (Isdi) creato da Agenas, l’agenzia nazionale sanitaria delle amministrazioni locali, proprio per calcolare quanto sono in grado i sistemi pubblici di rispondere alle esigenze degli abitanti. Peggio vanno solo Basilicata e Calabria. Il saldo dei costi di chi va a curarsi altrove, 29 mila pazienti, e chi arriva da altre realtà (18 mila persone) è negativo per 51 milioni di euro. Una cifra importante. Di questi, 6,6 milioni riguardano persone che hanno il cancro. Significa che un malato di tumore su quattro decide di “migrare”. In pochi in Italia fanno peggio. Del resto, 6 malati su 10 di tumore al fegato e 5 su 10 di tumore alla tiroide lasciano l’Abruzzo.
Il nodo delle liste di attesa
E sempre seguendo ciò che dice la Corte dei Conti, va ricordato il problema delle liste di attesa. La sanità regionale fa meno attività pubblica e convenzionata rispetto all’anno precedente al Covid. Meno offerta significa più liste di attesa. Nel primo semestre del 2023 sono state fatte 628mila visite contro le 730mila del 2019. Si tratta del 14% di attività in meno. Se si guarda agli esami diagnostici il calo è stato del 12%. I cittadini non si fanno controllare o bussano al privato. Per questo sono insoddisfatti della loro sanità.
(da repubblica.it)

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IL CAMALEONTISMO PARACULO DELLA MELONI FA INCAZZARE IL MONDO CONSERVATORE AMERICANO. “FOX NEWS” SVELENA CONTRO LA PREMIER ACCUSANDOLA DI “VOLTAFACCIA”: “DA ANTI GLOBALISTA. A PRO EUROPA. LA COCCA DI BIDEN FA INFURIARE LA BASE”

Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile

SALVINI VEDE L’ENNESIMA OPPORTUNITÀ PER METTERE IN DIFFICOLTÀ LA DUCETTA E ESALTA TRUMP, AUSPICANDO “UN CAMBIAMENTO A WASHINGTON”

Con amici così, chi ha bisogno di nemici? Questo detto americano calza come un guanto sul doppio corto circuito politico, che minaccia di mettere la premier Meloni in rotta di collisione tanto con gli americani democratici, quanto con i repubblicani.
Sul primo fronte, l’imbarazzo lo ha creato l’alleato di governo Matteo Salvini, pubblicando un post su X con cui esalta le vittoria di Trump nelle primarie e si augura «un cambiamento a Washington».
Significa la cacciata di Biden, che ha appena accolto con grande calore Giorgia. La Casa Bianca ha replicato all’Ansa con un no comment, ma il fatto che abbia risposto vuol dire che ha notato l’uscita del capo della Lega.
Il secondo fronte si apre a causa dell’articolo di Fox News, che attacca la premier italiana fin dal titolo: «Il voltafaccia di Meloni da anti globalista a pro Europa. La cocca di Biden fa infuriare la base: non la voteremo più». Come mai la tv di Murdoch, santuario dei conservatori americani, se la prende con Meloni, rimproverandole di aver tradito il verbo anti globalista, per abbracciare il credo filo europeo del capo della Casa Bianca?
L’articolo sottolinea la linea atlantista scelta su Ucraina e Medio Oriente, e le rimprovera anche un mezzo dietrofront sulle deportazioni degli immigrati illegali, con l’appoggio al Migration Asylum Pact della Ue. Poi avverte che con queste scelte moderate rischia di alienare il suo elettorato originale, aprendo spazio a forze più radicali, forse tenendo a mente la Lega di Salvini.
Fox dimostra il complicato equilibrismo a cui è condannata la premier. L’Italia è alleata degli Usa e deve lavorare con chiunque sia alla Casa Bianca. Da qui la scelta pragmatica e saggia di coltivare il rapporto con Biden, sancito dal paternalistico bacio sulla testa durante l’incontro di venerdì. Nello stesso tempo, però, il 5 novembre Trump potrebbe vincere le elezioni, e Meloni deve tenersi pronta all’eventualità di dover lavorare con lui a partire dal prossimo 20 gennaio.
D’altra parte la contraddizione della premier tra l’antica passione politica per Trump e l’attuale sintonia con Biden doveva esplodere, prima o dopo. E lo sta esplodendo in prossimità delle presidenziali americane. Da una parte perché Salvini supporta il tycoon, con la precisa intenzione di metterla in difficoltà. Dall’altra perché è dura conciliare la linea atlantica al fianco di Biden e non entrare in rotta di collisione con Trump.
Un assaggio si è avuto sabato, durante il punto stampa a Toronto. Alla premier è stato chiesto se avesse discusso col presidente Usa i fondi per l’Ucraina, bloccati dai trumpiani: «Di questo stallo non abbiamo parlato, non mi è stato chiesto. E non ne ho parlato con i repubblicani». Per poi aggiungere di non voler ingerire in decisioni interne, ma comunque di «sperare» in una soluzione a favore di Kiev. Sono posizioni distanti dai repubblicani e pure da Salvini, che ha deciso di intensificare sui social il suo supporto alla causa trumpiana. Nei prossimi giorni arriveranno altri interventi. Tutto, pur di indebolire l’alleata.
I conservatori sembrano un po’ offesi dal balletto di Giorgia. Al congresso della Cpac, prima organizzazione trumpista dove aveva parlato in due occasioni, ha inviato una delegazione minore, per non urtare Biden alla vigilia della visita. Però lo spagnolo Abascal e l’argentino Milei sono andati e l’assenza è stata notata. Cpac ora vorrebbe organizzare una conferenza in Italia, mettendo alla prova la sua fedeltà. Fox ha avuto un rapporto complicato con Trump: nel 2016 lo ha appoggiato, all’inizio di questa campagna ha preso le distanze, ora si riallinea. Forse le critiche a Meloni vanno prese come un segnale?
(da La Repubblica)

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DALLE CARICHE DI PISA AL GENERALE VANNACCI: LA SEDICENTE DESTRA CHE RINNEGA ORDINE E GERARCHIE

Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile

E’ SALTATA UNA CULTURA POLITICA CARA ALLA DESTRA

Giorgia Meloni smentisce di aver chiamato in causa il Quirinale quattro giorni fa, quando ai microfoni del Tg2 aveva polemizzato con le istituzioni che «tolgono il sostegno» alle forze dell’ordine. Così facendo riallinea se stessa e il suo mondo all’ordine gerarchico delle cose: quello per cui, davanti ai richiami del massimo rappresentante dell’unità nazionale, si può applaudire, annuire, tacere, ma mai dare l’impressione di entrare in conflitto con lui. È un allineamento che la destra, in teoria, avrebbe dovuto scegliere d’istinto fin dall’inizio.
L’ordine gerarchico delle cose è uno dei capisaldi del suo racconto, insieme con l’idea che la cultura conservatrice sia il regno del rispetto delle “istanze superiori” mentre dall’altra parte, a sinistra, alligna una natura sovversiva e poco incline a riconoscere l’autorità.
Questo tipo di grammatica è saltata almeno due volte negli ultimi mesi, una prima con le polemiche seguite alle bastonature di Firenze e Pisa e una seconda con i mugugni o i silenzi imbarazzati sui provvedimenti disciplinari che hanno colpito il generale Roberto Vannacci. È sorprendente. È curioso.
Nella vicenda delle cariche agli studenti in corteo ogni alto livello della catena istituzionale ha riconosciuto gli eccessi e la necessità di accertamenti. Il capo della Polizia Vittorio Pisani ha parlato di «iniziative che dovranno essere verificate con severità e trasparenza».
Il prefetto di Pisa ha negato l’esistenza di disposizioni sull’uso della forza per contenere i manifestanti. Il responsabile della Questura ha riconosciuto un problema di gestione della piazza dal punto di vista organizzativo e operativo.
A seguire Rettori, presidi e insegnanti: tutte figure che una destra d’ordine, una destra delle gerarchie, una destra delle regole, di solito ascolta con grande attenzione.
Tutta gente che nella visione conservatrice «ha sempre ragione» e viene difesa a gran voce.
Stavolta no. Neanche la linea espressa da Sergio Mattarella e condivisa con un’altra autorità di massimo rilievo gerarchico – il ministro dell’Interno – è riuscita a suscitare il tipo di adesione che la destra riserva di solito alle istanze superiori. Anzi, ogni singola dichiarazione del dopo, comprese le parole di Meloni sui rischi del mettere in dubbio certi operati di polizia, è stata funzionale al contrario: negare le ricostruzioni, criticare le perplessità, delegittimare la necessità di capire espressa da tante fonti diverse e tutte di assoluta autorevolezza.
L’altro caso che intorbida la narrazione è la simpatia per un generale deferito agli organi disciplinari dal ministro della Difesa, di recente colpito da un provvedimento di sospensione per «carenza di senso di responsabilità» e oltraggio «al prestigio e alla reputazione dell’Esercito». Accuse che, da un punto di vista di destra, dovrebbero equivalere a un de profundis. Fellonia, roba da degradazione sul campo.
E invece per mesi si è confuso l’azzardo polemico di Vannacci con l’esercizio della libertà di pensiero, cercando di tenere insieme la difesa dell’ufficiale rockstar con quella del ministro Guido Crosetto (uno dei fondatori di FdI! ) che lo aveva allontanato dall’incarico. E anche in tempi più recenti, troppa accondiscendenza, troppi silenzi, mentre ci si prepara ad accogliere il ribelle – pare cosa già fatta – nel team della maggioranza nel ruolo di europarlamentare eletto con la Lega. Roba da svenimento per un mondo che della disciplina e dell’obbedienza alle regole ha fatto un valore assoluto.
Vista da questa prospettiva, la spiegazione di Meloni sulle parole pronunciate al Tg2 («non ce l’avevo col Presidente ma con la sinistra sempre capace di criticare e mai di difendere le forze dell’ordine») è un passo che guarda alla riconciliazione con il Quirinale, ma anche a una parte del suo elettorato.
Quella parte che da un po’ di tempo si chiede: ma insomma, chi siete? Con chi state, dove vi collocate?
Una destra d’ordine che piccona l’ordine delle cose è un ossimoro difficile da sostenere, persino in una politica spregiudicata e senza memoria come la nostra.
La sensazione che questa confusione abbia un prezzo, anche in termini di consenso, forse comincia a farsi strada.
(da lastampa.it)

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ORDINE E MANGANELLI: IL GOVERNO MELONI CONTRO I GIOVANI

Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile

GLI STUDENTI: “CI DESCRIVONO COME FANNULLONI PER DELIGITTIMARCI”

Passano i mesi e tra giovani e governo aumentano distanze e scontri. Da quando Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi, l’esecutivo guidato dalla ministra per la Gioventù del quarto governo Berlusconi e, prima ancora, presidente di Giovane Italia, Azione Giovani e Azione Studentesca, si è distinto per la solerzia e la costanza nell’intervenire nel mondo di ragazze e ragazzi con un’impronta molto chiara. C’è chi la definisce «puniti e mazziati» e chi parla di «ordine e manganelli» o più semplicemente di «zitti e buoni» scomodando i Maneskin, ma il senso è lo stesso.
L’offensiva è partita con il decreto anti-rave, provvedimento annunciato dal governo Meloni pochi giorni dopo l’insediamento – come se le occupazioni dei terreni rappresentassero il problema principale dell’Italia dell’autunno del 2022 – inserendo nella prima versione del provvedimento un testo che proibiva qualsiasi tipo di manifestazione. E si è arrivati sedici mesi dopo alle manganellate a Pisa su un corteo di studenti che non aveva altre armi che la propria voce.
«In mezzo c’è molto altro – spiega Paolo Notarnicola, 22 anni, studente di Filosofia a Padova e coordinatore della Rete degli Studenti Medi -. C’è il decreto Caivano, il decreto vandali, l’inasprimento delle pene contro chi aggredisce i docenti, la circolare del ministro Valditara che minaccia punizioni per chi occupa o il ddl sulla condotta che inasprisce le sanzioni. E ci sono gli inutili incontri avuti con il ministro che ci convoca a decisioni già prese o che usa un atteggiamento paternalistico o di censura quando proviamo ad affrontare tematiche di respiro più ampio».
E poi ci sono la drastica limitazione del 18App, il misero 3% della legge di Bilancio dedicato ai giovani con l’aggiunta di proposte come il disegno di legge del vice capogruppo di FdI alla Camera Alfredo Antoniozzi che vuole portare l’età del consenso sessuale da 14 a 16 anni. Oppure si assiste a gesti maldestri come quello del dirigente di Modena che aveva sospeso uno dei rappresentanti degli studenti in consiglio di istituto perché aveva osato criticare la scuola in un’intervista. La sospensione è stata poi annullata ma la tentazione di silenziare gli studenti resta.
«Ci raccontano come fannulloni che vogliono soltanto perdere qualche giorno di scuola. Lo fanno per delegittimarci come interlocutori. Invece, se ogni altro tentativo di far sentire la nostra voce e di portare i nostri temi nelle sedi opportune fallisce, è nostro dovere usare cortei, manifestazioni e occupazioni per farci sentire – avverte Notarnicola -. Se, in queste occasioni, si arriva alle manganellate su studenti inermi siamo di fronte a un obiettivo molto chiaro: spaventare gli studenti per evitare che scendano in piazza».
«Siamo preoccupati – ammette Alessia Conti, presidente del Cnsu, il Consiglio nazionale degli studenti universitari – perché se la presidente del Consiglio discute con il presidente della Repubblica che prende le nostre difese vuol dire che siamo di fronte a un attacco serio. A tantissime richieste e proposte che, come generazione, abbiamo avanzato ha fatto seguito soltanto il silenzio. A questo punto ci resta soltanto il diritto di scendere in piazza in modo pacifico finché non vedremo un cambiamento nelle politiche del governo».
Per farsi un’idea di come stanno i giovani italiani basta andare a leggere gli indicatori di benessere contenuti nel rapporto annuale Istat, riferito al 2022. Sono ai livelli più bassi d’Europa: oltre 4 milioni di ragazzi hanno almeno un segnale di privazione, e 1,7 milioni non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione (i Neet), un disagio diffuso soprattutto tra le ragazze e in chi risiede nel Mezzogiorno. Tristi, sfiduciati e in drammatico calo. Gli italiani dai 18 ai 34 anni sono poco più di 10 milioni, il 17,5% del totale mentre venti anni fa erano il 23%. Solo nell’ultimo anno i giovani iscritti per l’espatrio sono stati 50mila, il 60,4% del totale (dati Censis).
«La descrivono come una fuga di cervelli, invece si tratta di una fuga e basta. Pur di non vivere in Italia vanno a raccogliere frutta in Australia o a lavorare come camerieri», spiega Walter Massa, presidente nazionale dell’Arci. E non siamo di fronte a una disattenzione recente. «È già da qualche decennio che questo Paese non è più per giovani indipendentemente dal governo. L’ unica politica messa in atto è il servizio civile e ogni anno dobbiamo elemosinare qualche euro in più per ampliare la platea. Questo governo, però, ha peggiorato una situazione già drammatica insistendo su politiche sanzionatorie, cancellando le poche forme di investimento culturali esistenti e ora reprimendo il diritto di manifestare con una pesantezza inaccettabile. Passa il messaggio che repressione e ordine pubblico siano l’unica politica educativa possibile, che si debba stare zitti e muti e questo è inquietante. L’Italia non è un Paese per giovani e credo che sia il delitto più grave che si possa commettere perché vuol dire non ragionare per nulla sul futuro».
Ma i giovani non hanno alcuna intenzione di starsene zitti e buoni. «Stiamo preparando le prossime manifestazioni – annuncia Paolo Notarnicola – e una stagione di rivendicazione dei nostri diritti. Vogliamo partecipare ai processi decisionali come prevede la democrazia».
(da lastampa.it)

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PARTE LA CACCIA AI BAGNINI, NE MANCANO 4.000, PER I GESTORI “AI RAGAZZI NON INTERESSA PIU'”

Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile

PAGATELI E VEDRETE CHE LI TROVATE, INVECE DI SFRUTTARE IL PROSSIMO

AAA bagnini cercasi. E pure disperatamente. La stagione estiva è (quasi) alle porte, ma i gestori degli stabilimenti balneari non riescono a trovare professionisti che vigilino sulla sicurezza dei bagnanti.
Sono circa 4mila le posizioni vacanti ogni anno, stima Roberto Dal Cin, presidente di Confapi Turismo citato da Repubblica.
Se un tempo ne bastava uno ogni 600 metri, oggi le nuove regole ne impongono uno ogni 180. E i ragazzi, stando a Dal Cin, non vogliono fare più questo mestiere. Lo stipendio è sempre lo stesso: 1.400-1.500 euro al mese, 8 ore al giorno. Salvo situazioni di sfruttamento, come molto spesso accade.
Ma a pesare, con ogni probabilità, sono gli alti costi di vitto e alloggio nelle località balneari. E se un tempo tali benefit venivano garantiti dallo stesso stabilimento, oggi invece non è più così.
«La situazione è critica», dice Massimiliano Schiavon, presidente di Federalberghi Veneto. «Negli ultimi 6 mesi c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre sotto il fabbisogno, soprattutto in vista della prossima stagione balneare».
(da agenzie)

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SARDEGNA, SCRUTINIO FINITO ANCHE NELLE 19 SEZIONI MANCANTI, LA TODDE RIMANE CON 1.600 VOTI DI VANTAGGIO, DISTACCO NON SUFFICIENTE PER UN RIBALTONE

Marzo 4th, 2024 Riccardo Fucile

FINE DELLE SPECULAZIONI DEI BALLISTI DI PROFESSIONE, RILASSATEVI CHE DOMENICA RICOMINCIATE A “BALLARE” IN ABRUZZO

Alessandra Todde si era già detta serena. A oltre una settimana dalla chiusura dei seggi in Sardegna, negli uffici dei tribunali competenti si è finalmente chiuso lo scrutinio delle 19 sezioni che non avevano completato in tempo lo spoglio delle schede delle regionali di domenica 25 febbraio.
Secondo i primi dati ufficiosi, il divario tra la candidata di centrosinistra e lo sfidante Paolo Truzzu sarebbe di circa 1.600 voti, non così piccolo da spingere il centrodestra a tentare un ricorso.
Già ieri la neo eletta governatrice aveva parlato di “una forchetta tra i 1.400 e i 1.600 voti in più”, dicendo di sentirsi tranquilla davanti a uno scarto “ben lontano dai 200 voti di cui sento vagheggiare”.
Il distacco di 1600 voti sarebbe troppo ampio per pensare a un ribaltone: per un eventuale ricorso sarebbero state necessarie almeno 14 mila schede nulle e meno di 900 voti di distanza fra i due candidati.
Nel centrodestra per ora nessuno si sbilancia: la coalizione aspetta l’ufficialità per valutare eventuali azioni. Sull’ipotesi di contestare i risultati si era espressa anche Giorgia Meloni. Durante il suo viaggio in Canada la premier aveva detto: “Aspettiamo il riconteggio, poi vediamo cosa fare, mi pare che si stia assottigliando lo scarto, le cose sono andate meno peggio di come sembrava”.
Comunque ci vorranno almeno altre due settimane prima che l’ufficio elettorale centrale della Corte d’appello di Cagliari riesca a proclamare presidente e consiglieri regionali eletti. I tempi sono in linea con quelli di cinque anni fa, quando l’ufficializzazione dei risultati elettorali arrivo’ il 20 marzo, mentre le elezioni si erano tenute il 24 febbraio.
(da agenzie)

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