Marzo 29th, 2024 Riccardo Fucile
ORMAI E’ CHIARO CHE E’ FORSE L’UNICO MODO PER FARLA USCIRE DAL CARCERE DEL REGIME CHE INCARCERA SENZA PROVE E PORTA I DETENUTI AL GUINZAGLIO ALLE UDIENZE
“Cosa pensate di un’eventuale candidatura di Ilaria Salis alle Europee?”. Elly Schlein avrebbe voluto che questo sondaggio, che ha fatto con i suoi fedelissimi, rimanesse riservato. Voleva evitare fughe in avanti e ponderare bene la strategia.
La segretaria del Partito democratico sta lavorando in prima persona a una possibile candidatura dell’antifascista detenuta in Ungheria perché accusata di aver picchiato dei militanti di estrema destra alle elezioni di giugno.
Ha condiviso il ragionamento con l’entourage, con estrema cautela, per capire se l’idea fosse percorribile o no. “Nessuno si è opposto”, ci dice chi è stato sondato. L’idea prende forma e non è escluso che nei prossimi giorni la segretaria possa condividerla con il resto del partito.
La strada, nonostante qualche complicanza, non è in salita. Salis, certo, è una figura associata all’estrema sinistra. Un nome vicino ai centri sociali, non esattamente il profilo preferito dai riformisti del Pd. Ma nessuno potrebbe esporsi al punto di negare il consenso alla candidatura di una persona detenuta in condizioni non dignitose nel Paese governato da Viktor Orban.
Portare Ilaria al Parlamento europeo, del resto, significherebbe sottrarla dalla galera. Almeno fino alla condanna.
Come spiega ad HuffPost Federico Conte, già deputato di LeU e oggi avvocato di Andrea Cozzolino: “L’immunità copre i reati commessi durante il mandato, quindi il fatto che viene contestato a Salis non può essere coperto dall’immunità. Però, la custodia cautelare è un ostacolo al mandato popolare che riceverebbe in caso di elezione al Parlamento europeo. Sicuramente, dunque, l’elezione potrebbe portare a chiedere, e ottenere, lo stop alla detenzione. In caso di condanna, però, l’immunità non potrebbe essere richiamata, perché il fatto è avvenuto prima dell’elezione”.
Fallita la strategia dei domiciliari, l’ipotesi di una candidatura non è esclusa dalla famiglia Salis: “Non abbiamo preso in considerazione questa ipotesi, ma ora dobbiamo ridefinire la strategia. Sarebbe un’idea costruttiva? Le idee vanno bene tutte, purché aiutino e non danneggino”, ha detto a Metropolis, il web talk di Repubblica, Roberto Salis, padre di Ilaria.
A Schlein non resta, dunque, che condividere l’idea con il resto del partito. Difficile che qualcuno si alzi in piedi per dire no, però qualche perplessità e la richiesta di un approfondimento emergono sin da ora. “In questo momento dobbiamo batterci per i diritti di Ilaria, per la giustizia. L’ipotesi della candidatura? Voglio sentirla in un luogo fisico, discuterla, e poi votarla. Non commento cose apprese dai giornali”, dice ad HuffPost Sandra Zampa, senatrice del Pd che oggi è andata a Budapest a seguire l’udienza, insieme con altri sei parlamentari.
“Politicizzare troppo questa faccenda – aggiunge – non va bene”. Zampa attacca la magistratura ungherese: “Non è giustizia questa, è arbitrio. Hanno anticipato l’udienza solo per far vedere all’Italia che si erano attivati. La verità è che è stato precostituito un giudizio e Ilaria viene considerata colpevole. Il governo italiano si attivi e si rivolga alla Cedu. Riparto da Budapest molto preoccupata”.
L’area riformista del Pd, che pure forse qualcosa nel merito avrebbe anche da dire, è più impensierita da come questa scelta possa cambiare lo scacchiere, già precario, delle candidature: “Questa logica a panino – ci dice una fonte della minoranza dem – con i candidati della società civile messi come capolista e Schlein al terzo posto ammazza la classe dirigente del Pd. È uno schema che non regge. Il problema non è il nome di Salis, il problema è che bisogna prima sistemare il resto. Perché così gli uomini più o meno se la giocano, anche se al centro alcuni rischiano. Tra le donne, invece, rischiamo di perdere figure come Pina Picierno, che è vicepresidente del Parlamento europeo”.
Se Schlein vorrà andare fino in fondo con la candidatura di Salis, dunque, dovrà stare molto attenta a costruirla bene. Altrimenti il rischio di scontentare qualcuno, nonostante la nobiltà della causa, è molto elevato.
Intanto, dopo il no agli arresti domiciliari, l’opposizione in blocco attacca il governo. Schlein parla di “uno schiaffo irricevibile ai diritti di una persona detenuta, di una nostra connazionale. Ci aspettiamo che il governo di Giorgia Meloni reagisca, subito”.
Stefania Ascari, del Movimento 5 stelle, parla di “decisione gravissima che umilia l’Italia”.
“Basta traccheggiamenti, Meloni e Tajani agiscano”, afferma, invece Enrico Borghi di Italia Viva. Nicola Fratoianni, di Sinistra italiana, parla “rabbia e amarezza per la decisione sproporzionata”.
Se da Budapest arriva l’ennesimo “no” alla liberazione di Salis, notizie migliori arrivano da Milano. La corte d’Appello meneghina, infatti, ha detto no al trasferimento di Gabriele Marchesi, coimputato di Ilaria Salis, in un carcere ungherese. Determinanti per la decisione proprio le “condizioni inumane” nei penitenziari ungheresi denunciate da Ilaria.
(da Huffingtonpost)
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Marzo 29th, 2024 Riccardo Fucile
UN LEADER NON GUARDA IN FACCIA NESSUNO, GLI ELETTORI NON VOGLIONO PIU’ SENTIRE PARLARE DI CORRENTI E POLTRONE
Il braccio di ferro era nell’aria, ma è stato martedì, quando la
segretaria ha cominciato a mettere sul tavolo le scelte maturate sulle liste delle Europee, che si è palesato chiaramente.
Nulla che non fosse prevedibile, a conoscere il percorso di Elly Schlein e le decisioni assunte fin qui. Eppure la scossa è stata forte, se all’indomani di una riunione che doveva certificare il metodo, non solo la minoranza del Pd, ma persino pezzi della maggioranza che l’hanno sostenuta prevedono due settimane di scontro.
Già la scelta di candidarsi, non ancora ufficializzata ma ampiamente discussa, aveva fatto fibrillare il partito, in un moltiplicarsi di alert, dal «non è nella nostra tradizione» a «rischi di penalizzare le altre donne». Schlein ha ascoltato tutti, rinviando l’annuncio a «quando sarà pronta la squadra», come ha ripetuto in ogni occasione, ma ha continuato a coltivare l’idea provando a immaginare uno schema nuovo, quello che il suo fedelissimo Igor Taruffi ha rappresentato tra i nasi arricciati dei presenti: cinque capolista donne civiche, e la segretaria in posizione più bassa. Lucia Annunziata al Sud, Cecilia Strada nel Nord Ovest, la scrittrice Chiara Valerio o Annalisa Corrado a Nord Est, che della segreteria Pd fa parte ma è un’ingegnera ecologista che nel partito si è affacciata solo a seguito di Schlein. Sarebbe stato accarezzato anche il nome di Ilaria Salis, l’attivista in attesa di giudizio nel carcere di Budapest, accusata di aver aggredito due neonazisti. Figure esterne al mondo del Partito democratico, «dobbiamo aprirci» ha ripetuto come un mantra la leader dem e lo ha ribadito anche nelle riunioni di vertice.
E poi c’è il caso Bonaccini, il presidente del partito che potrebbe trovarsi secondo in lista nella sua Emilia: non si può fare, non sta bene, hanno detto in tanti a Schlein l’altro giorno in segreteria. Lui non commenta, ma chi lo conosce esclude che accetterebbe un secondo posto.
Anche se nessuno ne è certo: se la maggioranza rischia l’esplosione, pure la minoranza vive giornate convulse. «Stefano gliele sta facendo passare tutte», sospirano amari i parlamentari che dovrebbero fare riferimento a lui: non gestisce la sua corrente, Energia popolare, non mette bocca, dopo un periodo di freddo con la segretaria sembra tornato un rapporto che è sempre stato migliore tra loro che tra i rispettivi sostenitori.
Paradossalmente, sono gli aspiranti europarlamentari della minoranza a sentirsi più sicuri: tra loro molti sindaci, da Giorgio Gori a Dario Nardella fino a Matteo Ricci, convinti di avere un proprio bacino di consensi.
La Direzione che dovrà ratificare le liste sarà tra il 15 e il 18 aprile, una decina di giorni prima della scadenza del 28. Da qui a lì, saranno giorni di tentativi e trattative. Un braccio di ferro della segretaria col suo partito. Per arrivare alla Direzione con (apparente) serenità: mancheranno poche ore alle urne in Basilicata, da largo del Nazareno scommettono che nessuno vorrà creare fibrillazioni alla vigilia di un voto regionale. O almeno ci sperano.
(da la Stampa)
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Marzo 29th, 2024 Riccardo Fucile
POLITICA E AFFARISMO, CONCENTRAZIONE DI POTERE, CONFLITTI DI INTERESSE: LA SCANDALOSA VENDITA DELL’AGENZIA GIORNALISTICA
Politica e affari, concentrazione di potere, conflitti d’interessi… c’è di tutto e di più nella scandalosa vendita dell’Agi, la seconda Agenzia di stampa del Paese, di proprietà dell’Eni. Per questo i giornalisti sono in sciopero e il caso è finito in Parlamento, dove però si annida la radice stessa del problema.
Nonostante sia costosa persino per un colosso come il cane a sei zampe, il patron delle cliniche private Antonio Angelucci ha fatto un’offerta per prendersi l’Agi.
Niente di strano se non fosse che l’Eni è partecipata dal ministero dell’Economia, presieduto dal leghista Giancarlo Giorgetti, e Angelucci è un parlamentare della stessa Lega.
Come ai tempi degli oligarchi al crepuscolo dell’Unione sovietica, con questa operazione lo Stato cederebbe un bene, su cui ha indirettamente il controllo, a un politico della stessa maggioranza che sostiene il governo, e perciò decide della conferma o del licenziamento dei manager che vendono. Tutto in famiglia, insomma.
Chiamato a risponderne personalmente, ieri al question time Giorgetti è caduto dal pero sul conflitto d’interessi, dicendo che non è compito suo occuparsene, e ha posto il tema dell’anomalia di una partecipata pubblica che detiene una fonte d’informazione.
Un argomento pure buono se non fosse che i partiti da sempre controllano militarmente la tv di Stato e molta della stampa, in mano a finanziatori amici come, appunto, Angelucci. Un signore che detiene già Libero, Il Tempo, il 70% del Giornale e altre testate, e che con l’Agi si ritroverebbe uno dei maggiori poli editoriali nazionali, capaci di orientare – più di quanto non faccia già oggi – l’opinione di milioni di italiani.
Per arrivare a questa concentrazione, il re delle cliniche private ha già preso milioni di euro con i contributi dello Stato alla stampa, e indiscrezioni sulla trattativa in corso con l’Eni ipotizzano un altro pacco di milioni, gentilmente concessi dal Gruppo petrolifero sotto forma di pubblicità. Tutte notizie di cui Giorgetti ha fatto finta di non sapere nulla, ma che dimostrano l’arroganza con cui le destre al governo mischiano politica e affari, mentre il controllore dorme o, chissà per quale convenienza, fa finta di non capire.
(da lanotiziagiornale.it)
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Marzo 29th, 2024 Riccardo Fucile
I TRISTI RECORD DELLA POVERTA’ CHE LA MELONI NASCONDE
Mentre il governo si attribuisce meriti che non ha per la crescita
dell’occupazione, continua la marcia all’insù della povertà, di cui non si parla.
Ce lo ricorda l’Istat con gli ultimi dati presentati qualche giorno fa. La povertà assoluta sale ancora, seppure di poco. Nel 2014, dopo la grande crisi economica, colpiva il 6,9 per cento delle famiglie, nel 2023 è arrivata al 9,8. Ciò vuol dire che abbiamo circa 2 milioni e 200mila famiglie coinvolte, mentre a livello individuale il fenomeno interessa oltre 5 milioni e 700mila persone. D’altra parte, i dati forniti dalla Ue ci pongono al secondo posto in Europa per le persone “a rischio povertà”, a un soffio dalla Spagna. Perché l’Italia ha questo triste primato?
Come suggeriscono in una bella ricerca Chiara Saraceno, David Benassi ed Enrica Morlicchio (La povertà in Italia), le cause sono molteplici e devono essere colte nella loro interdipendenza; quindi, come uno specifico “regime di povertà” che prende forma tra condizioni economiche e sociali di lungo periodo e sistema pubblico di protezione sociale. Tra le prime vanno certo considerate l’irrisolta questione del Mezzogiorno (dove il fenomeno è particolarmente concentrato), il peso delle piccolissime imprese e dei servizi a bassa qualificazione, insieme alla diffusione dell’economia sommersa e del lavoro nero.
Un’altra specificità italiana è il basso tasso di occupazione femminile (il più basso tra i grandi paesi europei) che a sua volta porta a una maggiore presenza di famiglie monoreddito più esposte alla povertà e quindi di lavoro povero, e alla forte incidenza di minori in condizioni di povertà (un’altra preoccupante specificità del nostro paese). Per non dire del carico di problemi di cura (bambini, anziani, non autosufficienti) che si riversano sulle famiglie e sulle donne.
IL WELFARE
Questo ci porta all’altra questione centrale: l’inadeguatezza del nostro sistema di welfare a fronte di condizioni economiche e sociali che aggravano particolarmente la domanda di protezione sociale. Qui, di nuovo, il confronto con altri paesi europei e i dati Ue possono aiutarci. Ci fanno infatti intravedere meglio una sorta di paradosso della povertà: siamo tra i paesi che spendono di più per l’esclusione sociale, ma abbiamo i livelli più elevati di povertà.
Per far fronte in modo più adeguato al problema della povertà (come del resto a quello delle disuguaglianze più generali che sono da noi particolarmente forti) non dobbiamo pensare che il problema principale sia quello di fare crescere la spesa.
Spendiamo già non poco, ma spendiamo male, e questo può spiegare la differenza di risultato con altri paesi. Non abbiamo avuto un reddito minimo per i poveri – diffuso in molti paesi – fino all’introduzione del Reddito di cittadinanza (ora sostituito dall’Assegno di inclusione, di cui si sa già che non sarà sufficiente).
In genere, la protezione sociale ha proceduto in modo particolaristico e frammentato sulla base delle condizioni occupazionali più che di criteri universalistici, preferendo trasferimenti monetari a servizi pubblici. Siamo ai livelli più bassi per investimenti in politiche attive del lavoro, in politiche di conciliazione e in servizi per l’infanzia (asili nido).
La verità è che più in generale abbiamo avuto una redistribuzione perversa: volumi di spesa in percentuale del Pil vicini a quelli dei paesi nordici e continentali, ma livelli di povertà e di disuguaglianza più simili a quelli di paesi, come gli Stati Unititi e la Gran Bretagna, dove si spende meno. Ciò è dovuto al fatto che il welfare e il fisco sono diventati strumenti primari di un consenso politico particolaristico.
Non esiste dunque una ricetta unica per contrastare la povertà. Bisogna agire a monte e a valle. Certo, è importante un reddito minimo che funzioni. Ma occorre guardare anche al tasso di occupazione femminile, ai servizi per sgravare donne e famiglie, alle politiche attive del lavoro e al salario minimo, senza perdere di vista le politiche industriali volte a favorire lo spostamento dell’apparato produttivo verso l’alto che permette salari più alti.
E tutto questo richiede un sistema fiscale che funzioni e sia ispirato a criteri universalistici e di progressività (altro che flat tax!). Insomma, la povertà e le disuguaglianze sono come le parti di un motore. Non si può modificarle efficacemente senza cambiare il funzionamento di altre parti, e senza favorirne l’integrazione complessiva. Quindi non bisognerebbe essere schiacciati sulla “veduta corta” e sulle prossime elezioni. Ci vogliono un progetto e un programma.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 29th, 2024 Riccardo Fucile
“CI SONO IRREGOLARITA’ E PROBLEMATICHE MAI RISOLTE”
L’Anac risponde al ministro Matteo Salvini, precisando che le verifiche sulla Diga foranea di Genova e sulle «criticità emerse» vanno avanti «dal 2022, secondo le procedure previste dalla legge».
E nel 2023 sono state segnalate alla struttura commissariale «le diverse irregolarità riscontrate e le indicazioni migliorative».
Ed è la stazione appaltante ad aver contestato la competenza dell’Autorità invece di «risolvere in tempo le problematiche avanzate». L’Autorità «come sempre non agisce per bloccare, non avendone tra l’altro la facoltà o i poteri, ma per agevolare la realizzazione delle opere nel doveroso rispetto della legalità».
Una risposta piccata quella della Autorità Nazionale anticorruzione che arriva dopo le parole di Salvini. «Sorprende lo stop dell’Anac: è come se pezzi di Stato remassero contro l’interesse nazionale», aveva dichiarato il ministro, attribuendo a non meglio precisate “fonti” del dicastero le critiche sulla diga.
L’Anac ha puntato il dito sui rilievi fatti sull’opera-simbolo del Pnrr, il cui costo è di 1,3 miliardi di euro, e il primo lotto, da 863 milioni, è stato affidato al consorzio PerGenova Breakwater, capitanato da Webuild (ex Salini Impregilo). Pensata per dare una banchina alle navi commerciali di grandi dimensioni, in molti mettono in dubbio la sua funzionalità.
Lo scorso luglio, secondo quanto costruito dal Fatto Quotidiano, L’Anac ha chiuso l’istruttoria confermando l’«omessa motivazione nell’utilizzo della procedura negoziata senza bando», il «mancato aggiornamento dei prezzi» e l’«alterazione delle condizioni» tra la prima procedura, deserta per i costi troppo alti, e quella successiva.
«Abbiamo formalizzato le contestazioni non per bloccare l’opera semmai per proteggere i finanziamenti Pnrr»
Oggi in una nota l’organismo anticorruzione ricorda che, dopo aver indicato alla Struttura commissariale le irregolarità, la stazione appaltante «ha ritenuto di concentrare la propria attività nella contestazione della competenza di Anac ad intervenire e nel difendere il proprio operato, senza adoperarsi per risolvere in tempo le problematiche evidenziate». Ecco perché, con la delibera del 20 marzo, le osservazioni sono state «formalizzate. Ancora una volta – sottolinea l’Anac – non con l’intento di fermare l’opera, il cui carattere strategico e fondamentale non viene messo in discussione ma, al contrario, proprio per scongiurare che tale importate realizzazione possa subire blocchi o ritardi in seguito, in ragione del mancato rispetto delle procedure di legge, ponendo anche a rischio i finanziamenti Pnrr». L’intento dell’Autorità non è infatti quello di «bloccare le opere, non avendone fra l’altro la facoltà o i poteri», ma «agevolare la realizzazione nel doveroso rispetto della legalità, delle regole di trasparenza e concorrenza, così da consentire che si intervenga in tempo, evitando quelle irregolarità che possono avere un impatto anche con riferimento all’erogazione dei finanziamenti dell’Unione europea».
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2024 Riccardo Fucile
“ALL’UDIENZA C’ERANO SETTE PARLAMENTARI, NESSUNO DELLA MAGGIORANZA DI GOVERNO, NON HO RICEVUTO ALCUNA TELEFONATA DALLE ISTITUZIONI”… “IN UNGHERIA LE LEGGI DEL DIRITTO SONO CALPESTATE, IL RIFIUTO AI DOMICILIARI IL GIUDICE LO AVEVA GIA’ SCRITTO PRIMA DELL’UDIENZA”
«A questo punto dovrò fare una chiamata al Quirinale per cercare
di avere una mano dal presidente della Repubblica». A parlare è il padre di Ilaria, Roberto Salis, intervistato a Piazza pulita su La7. L’uomo si è collegato con la trasmissione di Corrado Formigli dall’aeroporto di Budapest, dopo aver assistito ad una udienza del processo nel corso del quale sono stati rifiutati i domiciliari alla figlia. «Non so più cosa farne degli appelli al governo italiano», ha detto ancora Salis. L’attivista italiana è in cella dal febbraio 2023. E ci rimarrà perché, per il giudice Jozsef Sós ci sarebbe «sempre il pericolo di fuga».
«Oggi non ho ricevuto nessuna chiamata dalle istituzioni italiane. Al processo era presente solo l’ambasciatore Iacoangeli e sette parlamentari, nessuno della maggioranza».
Per il padre di Ilaria, «è inutile stare a discutere in un paese dove le leggi del diritto sono totalmente calpestate». «La motivazione del diniego» dei domiciliari per Ilaria, ha detto fra l’altro, «era già pronta» prima dell’udienza.
(da Open)
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Marzo 28th, 2024 Riccardo Fucile
E A CHIOGGIA, IN PROVINCIA DI VENEZIA, IL SINDACO LEGHISTA, MAURO ARMELAO, HA ROTTO CON FRATELLI D’ITALIA
Una nuova rottura in Veneto all’interno della coalizione di centrodestra si consuma a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, dove alle prossime elezioni comunali si presenterà una coalizione con Forza Italia e liste civiche a sostegno dell’ex vicesindaco, Gianluca Posocco, mentre Lega e Fdi corrono con un proprio candidato, Giovanni Braido.
E tra le civiche in appoggio a Posocco vi è quella capitanata da Gianantonio Da Re, europarlamentare e storico esponente leghista espulso nelle scorse settimane per aver criticato Matteo Salvini, e che a Vittorio Veneto è stato sindaco.
Posocco – riportano i quotidiani locali – sarà presentato domani nella cittadina trevigiana alla presenza del coordinatore regionale veneto degli Azzurri, Flavio Tosi.
“L’apporto di Toni Da Re a questo gruppo – ha dichiarato Posocco – è determinante. Toni avrà la sua lista. E oltre alla sua ci sarà naturalmente la lista di Forza Italia, unico partito a far parte di questa coalizione, che ha avuto molto coraggio nell’appoggiare questo progetto che ingloba tutta la città ed è aperto alla società civile”.
La Lega rompe con Fratelli d’Italia a Chioggia (Venezia), dove il sindaco Mauro Armelao ha comunicato di aver sciolto l’intesa politica con la segreteria di Fdi, ma di essere convinto di avere i numeri per governare. Lo riportano oggi i quotidiani locali.
La rottura, ha scritto Armelao in una nota, si è consumata “dopo quattro mesi di tira e molla, iniziati con la revoca delle deleghe all’ex vice sindaco Daniele Tiozzo ‘Brasiola’ in quota FdI, revoca concordata con il loro segretario provinciale di Venezia”.
Tra le motivazioni la “grave assenza” di due consiglieri comunali in occasione dell’esame della previsione di bilancio per il 2024, che ha dato inizio alla crisi. “In più occasioni – prosegue il primo cittadino – con l’appoggio della lista civica, di Forza Italia e Lega avevamo trovato una quadra che potesse sistemare la situazione, ma puntualmente qualsiasi scelta veniva ostacolata dal segretario locale di FdI.
Fin dal nostro insediamento in più occasioni e per i più svariati motivi lo stesso segretario creava tensioni interne che facevano perdere di vista il nostro principale obiettivo, e cioè il bene della nostra città; credo che sia ormai giunto il momento di tornare ad amministrare con serenità la città”
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2024 Riccardo Fucile
“VIOLAZIONE DI LEGGE ED ECCESSO DI POTERE”… MA SE UN POLITICO SI MACCHIA DI QUESTI REATI IN UN PAESE CIVILE IL GIORNO DOPO SAREBBE A SAN VITTORE
Il Tar del Lazio ha dato torto a Salvini. Con una sentenza, con la
quale ha riunito – accogliendoli entrambi – due ricorsi proposti da Usb Lavoro Privato (il primo) e da Cobas Lavoro Privato, Adl Cobas, Sgb, Cub Trasporti e AL Cobas (il secondo), il tribunale ha stabilito che il provvedimento con cui il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il 12 dicembre scorso ha ordinato la riduzione a quattro ore dello sciopero nazionale dei trasporti di venerdì 15 dicembre, in vista del Natale, “risulta affetto da violazione di legge e da eccesso di potere per carenza di presupposto, con riferimento alla fase di impulso dell’esercizio del potere”.
Il Tar, respinte le eccezioni preliminari, si è poi concentrato sulla censura con cui si lamentava la mancata individuazione, nell’ordinanza impugnata, dei requisiti di necessità e di urgenza che fondano il potere di impulso ministeriale.
I giudici, dopo aver confermato come “il potere di iniziativa officiosa del presidente del consiglio (o del ministero delegato), proprio per limitare il più possibile l’ingerenza ‘politica’ sul diritto di sciopero, è contemplato unicamente nei casi in cui, oltre al fondato pericolo di un pregiudizio grave ed imminente dei diritti, sussistano e vengano adeguatamente esplicitate nel relativo provvedimento, la necessità e l’urgenza di provvedere”, hanno segnalato come l’Autorità di settore “ha ritenuto opportuno soltanto adottare un invito formale alle organizzazioni sindacali ad evitare la rarefazione oggettiva dello sciopero, invito osservato, ma nulla ha ritenuto di raccomandare alle medesime Organizzazioni né tanto meno di segnalare al Ministero in ordine all’adozione dell’ordinanza di precettazione”.
Ecco che allora, per il Tar, “risultavano indispensabili la chiara esplicitazione delle speciali ragioni di necessità e di urgenza” tali da legittimare l’intervento del Ministro; ma “nessuna adeguata indicazione in tal senso è dato rinvenire nel provvedimento avversato”. E così facendo “il Dicastero ha finito per sovrapporre la propria valutazione a quella dell’Autorità di settore, alterando il vigente assetto regolatorio in materia”.
I sindacati: “Ha dato ragione a noi”
‘Salvini non poteva precettare! Il TAR dà ragione a Usb sullo sciopero del trasporto pubblico locale” del 15 dicembre e “condanna il Mit al pagamento delle spese processuali”. Il Tar del Lazio, ha spiega il sindacato, “ha accolto in pieno il ricorso promosso da Usb, contro la riduzione a 4 ore attraverso la precettazione messa in atto dal ministro delle infrastrutture e dei trasporti Salvini. Questo atto era stato portato avanti dal ministro nei confronti dello sciopero nazionale del trasporto pubblico locale dell’intera giornata promosso da Usb e altre sigle sindacali per il 15 dicembre 2023 nel pieno rispetto delle regole, già fortemente restrittive, previste dalla normativa sullo sciopero”, si legge in una nota.
(da Fanpage)
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Marzo 28th, 2024 Riccardo Fucile
LO SPIEGA LA SEGRETARIA DELLA CISL SCUOLA: CON IL CALO DEMOGRAFICO NON SAREBBE POSSIBILE COSTITUIRE LE CLASSI IN MOLTI ISTITUTI
La segretaria generale della Cisl Scuola, Ivana Barbacci, sentita da Fanpage.it, ha spiegato perché quella di Valditara e Salvini è una proposta del tutto irrealizzabile, dal momento che la composizione della classi è cambiata in relazione al calo demografico: semplicemente non si possono fare classi a prevalenza di italiani, perché gli alunni italiani in molti casi sono la minoranza, e se si seguisse la regola che Salvini e Valditara vorrebbero imporre non sarebbe possibile costituire le classi ogni anno.
“In passato, fino a 7-8 anni fa, c’era una clausola di salvaguardia, secondo cui il numero di alunni per classe non doveva essere superiore al 20% del totale. Adesso non è più così, intanto perché sono diminuiti gli alunni stranieri rispetto al passato. Oggi siamo in presenza di una situazione del tutto diversa, gli alunni italiani non ci sono, o ce ne sono troppo pochi, per poter stabilire una parametrazione uguale a quella di 7-8 anni fa. Se ci affidassimo solo agli alunni italiani dovremmo chiudere le scuole, perché gli stranieri fanno più figli degli italiani. Quindi l’idea di mettere un massimo del 20% in ogni Aula non è neanche sostenibile, dal punto di vista dei numeri, perché c’è una carenza strutturale di popolazione scolastica italiana. Se come sistema scolastico saremo in grado di reggere sarà perché potremo contare su un numero di alunni stranieri che ci aiuta ad aprire le scuole e a formare le classi”, ha spiegato Barbacci a Fanpage.it.
“Ogni anno viene fatto un decreto interministeriale, dei ministeri dell’Economia e dell’Istruzione, che determina le regole per la costituzione delle classi. Anni fa poteva verificarsi un forte disequilibrio, e per evitare le scuole-ghetto, cioè quelle in cui si iscrivono solo stranieri, perché sorgono in aree abitate per la maggior parte da gruppi di stranieri, si era stabilita una percentuale massima per formare le classi. Quest’operazione ormai è però superata, perché siamo di fronte ad una crisi, legata alla denatalità che riguarda le famiglie italiane, che ci impone di accogliere gli studenti stranieri e integrarli il più possibile, al di là dei numeri. Ricordiamo che per comporre una classe servono almeno 20 alunni. Se di italiani ce ne sono solo 5, perché in quel territorio non ce ne sono altri, come si possono formare le aule? Dovremmo rinunciare alle iscrizioni degli stranieri?”.
“Insomma gli interventi vanno attualizzati. La proposta di Valditara poteva avere un senso quando c’era effettivamente il rischio di scuole-ghetto. Ora siamo di fronte a un bisogno fortissimo di accogliere pienamente gli alunni stranieri ed integrarli, anche con percorsi strutturati di accompagnamento, perché c’è una complessità linguistica che non possiamo nascondere”, ha detto ancora Barbacci a Fanpage.it.
“È evidente che alunni stranieri che arrivano da piccoli nel nostro Paese hanno la necessità di una fase di accompagnamento linguistico, che consenta loro di integrarsi pienamente nelle classi. Non stiamo parlando ovviamente di classi differenziali, ma di percorsi pomeridiani di alfebetizzazione e di apprendimento della lingua italiana, al di fuori dell’orario delle lezioni. Su questo dobbiamo impegnarci a formare gli insegnanti con percorsi di specializzazione di italiano L2, titolo che qualifica come professionista nell’insegnamento dell’italiano a stranieri, a creare dei nuclei di accoglienza all’interno delle scuole per questi ragazzi stranieri, organizzando percorsi di lingua anche con le famiglie”.
Già nel 2010, con la circolare numero 2 dell’8 gennaio, il ministero dell’Istruzione guidato allora da Mariastella Gelmini aveva imposto un limite alla presenza di alunni stranieri in classe nelle scuole elementari, medie e superiori, fissandolo al 30%. Ma è proprio un rapporto del ministero, pubblicato lo scorso agosto, di cui dà conto anche Pagella Politica, a dire che gli Uffici scolastici regionali “sono tenuti a facilitare una distribuzione equilibrata degli alunni con cittadinanza non italiana tra le scuole attraverso la promozione di accordi a livello locale e intese tra scuola ed enti locali”. Sono insomma possibili delle deroghe, caso per caso, in base ai contesti e alle necessità, tenendo conto per esempio del livello di conoscenza della lingua italiana da parte degli alunni stranieri, che potrebbe essere considerato sufficiente o buono, nel caso si tratti di studenti stranieri nati o cresciuti in Italia. “In nessun caso, comunque – si specifica nel rapporto del ministero – le scuole possono rifiutare l’iscrizione di un minore in ragione del superamento di una determinata percentuale di iscritti di origine migratoria”.
Quanti sono gli studenti stranieri in Italia
Al netto delle differenze regionali, già nell’anno scolastico scolastico 2021/2022 (questi i dati più aggiornati disponibili) il 7,2% di tutte le scuole in Italia ha più del 30% di studenti stranieri, mentre le scuole con zero stranieri sono il 18%. Oggi la provincia italiana con la più alta percentuale di studenti stranieri è Milano, con oltre il 13% di stranieri sul totale degli alunni. La media nazionale di studenti stranieri sul totale è il 10%. È un dato comunque diminuito rispetto al passato: “Oggi molti stranieri, rispetto al passato, sono di passaggio in Italia, non si stabiliscono da noi. Non possiamo più pensare che un bambino si iscriva alla scuola dell’infanzia e poi completi la scuola secondaria di secondo grado. Magari sono studenti che si fermano un anno o due, e poi se ne vanno in Nord Europa a finire le scuole, dove le famiglie straniere trovano condizioni migliori e maggiori tutele”, ha spiegato ancora Barbacci a Fanpage.it.
(da Fanpage)
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