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DONNE IN NERO DELLE NOSTRE PARTI: LE DONNE VELATE DELLE NOSTRE CAMPAGNE FINO A DUE GENERAZIONI FA

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

LA LIBERTA’ DELLE DONNE E’ TUTT’ALTRO CHE UN VALORE TRADIZIONALE

Molto ridere per lo svarione della leghista Ceccardi, che pubblica indignata l’immagine di una processione del nostro Sud credendola una adunata islamica. Ceccardi appartiene all’ala esagitata della Lega, corrente non ufficiale ma ricca di esponenti; non staremo dunque a sindacare su un errore dovuto sicuramente al suo incontenibile entusiasmo politico
Piuttosto, vale a sua parziale scusante la somiglianza tra certi scorci (non tanto remoti) del nostro paesaggio sociale e delle nostre tradizioni religiose, e l’Islam.
Le donne velate, il corpo femminile recluso e sottoposto all’arbitrio del padre, il nero del lutto indossato per anni: non erano mica le Folies Bergère, le nostre campagne, e non solo quelle meridionali, fino a un paio di generazioni fa.
Ci abbiamo messo un bel po’ per uscirne, e se per esempio un partito (per fare nomi: la Lega) fa riferimento alle tradizioni cristiane come chiave identitaria, beh deve fare i conti con ciò che l’Italia tradizionale è stata per secoli: misogina, bigotta, chiusa alle libertà (il divorzio è stato legalizzato mezzo secolo fa, l’interruzione di gravidanza anche meno).
La coscienza dei diritti, la laicità, la secolarizzazione della Chiesa, la lotta di liberazione delle donne, non ultimo il benessere economico, sono stati tra i fattori che hanno lentamente sbullonato la macchina oppressiva della “famiglia tradizionale” idealizzata dalla nuova destra (per altro pullulante di divorziati).
Non si può cianciare ogni due minuti di “valori tradizionali” e poi postare, inorridendo, una processione di donne in nero del
nostro Sud. La libertà delle donne è tutt’altro che un valore tradizionale. Ed è soprattutto l’odiata sinistra, a partire dalle lotte delle mondine, ad avere levato il velo alle italiane. La storia, ammesso si abbia voglia di leggere un libro, a volte aiuta.

(da La Repubblica)

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DALLA RIFORMA ELETTORALE AL RIMPASTO DI GOVERNO, IL FUTURO DELL’ARMATA BRANCA-MELONI È APPESO AL SUO PRIMO TEST CRUCIALE: LE REGIONALI

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

SCATENEREBBE UNO SCONQUASSO NELLA LITIGIOSA COALIZIONE DI GOVERNO SE FRATELLI D’ITALIA DOVESSE PERDERE LE MARCHE… A QUEL PUNTO, A NOVEMBRE, LA MELONA VORRÀ ASSOLUTAMENTE IMPORRE UN SUO CANDIDATO NEL VENETO LEGHISTA

Dalla riforma elettorale al rimpasto di governo, il futuro dell’Armata Branca-Meloni è appeso come un caciocavallo al suo primo test cruciale: le elezioni regionali d’autunno, che chiameranno alle urne 17 milioni di elettori
Se in Toscana, Campania, Puglia le analisi di voto attestano la
riconferma della vittoria del centrosinistra, mentre in Veneto, Zaia o non Zaia, resterà alla destra, nelle Marche la riaffermazione alla presidenza della regione del fedelissimo meloniano Francesco Acquaroli sarebbe in bilico: il dem Matteo Ricci già da tempo viene attestato in lieve vantaggio.
Infatti, per annacquare l’effetto “cappotto” di un 4 a 1, Giorgia Meloni ha subito cassato l’ipotesi dell’election day tra le Regioni interessate, anticipando al 28 e 29 settembre il voto nelle Marche pensando di togliere così tempo prezioso e consensi alla campagna elettorale del candidato del riformismo dem.
Invece, la mossa della Ducetta si sta rivelando un boomerang: come ben sapevano i democristiani della Prima Repubblica, chiamare gli italiani alle urne dopo che le vacanze estive o le feste natalizie hanno svuotato quel poco che resta nel portafogli, è veleno puro per chi occupa il primo piano di Palazzo Chigi. “Ci potevano far votare anche a Ferragosto”, ha commentato beffardo Matteo Ricci, ‘questa volta vinciamo noi”.
A pesare eccome sul voto regionale sarà la situazione economica del Paese, dalla produttività calante delle imprese a un potere d’acquisto azzerato da salari da fame. I lidi mai così vuoti in piena estate nelle spiagge italiane sono la cartina di tornasole.In attesa degli effetti sul mercato del dazismo senza limitismo americano, lontana la cuccagna miliardaria del Pnrr che nel 2026 finirà al capolinea, si riparte con 138 scadenze fiscali, dall’Irpef all’Ires, dall’Irap fino alle addizionali, mentre dilagano i rincari che Altroconsumo stima in un +34% rispetto al 2020.
Nonostante la propaganda di fregnacce dei media, in prima fila la grancassa di Rai-Mediaset, perdere il potere nelle Marche potrebbe diventare la prima bruciante sconfitta dell’Armata
Branca-Meloni. Uno smacco che, come un’overdose di Viagra, raddrizzerebbe le speranze dell’opposizione di rispedirla alle politiche del 2027 nelle grotte di Colle Oppio a leggere Tolkien.
La sorpresa della vittoria di Silvia Salis, al comune di Genova, ha finalmente aperto gli occhi e il cervello all’ego espanso dei leader del centrosinistra: le loro divisioni su temi chiave come lavoro, sanità, immigrazione, sicurezza, hanno reso il centrosinistra poco affidabile e persino incomprensibile per i cittadini.
Ci sono voluti ben tre anni per far capire a Schlein, Conte, Renzi, Fratoianni e Bonelli che il mix di autoritarismo e dilettantismo del governo di destra-centro in qualsiasi campo, dalle banche alla magistratura, dalla sanità a pezzi ai salari più miseri d’Europa, è anche frutto della loro incapacità, finora, di presentare una alternativa politica unitaria.
Se il destino cinico e crudele darà la vittoria di Ricci nelle Marche, regione che ha sempre votato a sinistra fino all’arrivo di Acquaroli, sarà curioso vedere come reagirà la “Giorgia dei Due Mondi” al primo flop dopo tre anni di egemonia. Quello che è certo è che, in caso di sconfitta, a quel punto Meloni vorrà assolutamente un candidato alla Fiamma in Veneto.
Del resto, Fratelli d’Italia ha ben ragione di lamentarsi: malgrado il suo 28-29% accreditato dai sondaggi, attualmente governa solo in tre regioni: l’uscente Acquaroli nelle Marche, Marsilio in Abruzzo e Rocca nel Lazio. Via col Veneto!
Profittando del gelo sceso tra Salvini e Luca Zaia, confermato ieri sera alla Mostra di Venezia dove il governatore uscente ha evitato di incrociare il Capitone, la Ducetta deve convincere il ”Doge” (che alle precedenti regionali intascò il 44% dei voti) ad
appoggiare il candidato in quota Fratelli d’Italia (De Carlo o il civico Zoppas), concedendogli la grazia di presentare una propria lista civica.
Nel caso in cui invece Zaia non accetti la proposta meloniana, beh, a quel punto, già tagliato fuori da Salvini, le sue ambizioni di ricoprire un domani una carica a livello nazionale (ministro o la presidenza dell’Eni) le può riporre nel cassetto dei sogni….

(da Dagoreport)

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LA RESA DEI PONTI: SALVINI È CERTO CHE I LAVORI PER IL PONTE SULLO STRETTO PARTIRANNO A BREVE. MA IL VIA LIBERA AI FINANZIAMENTI NON È ANCORA DEFINITIVO, MANCA L’OK DELLA CORTE DEI CONTI, CHE DEVE PRONUNCIARSI SULLA DELIBERA FAVOREVOLE DEL COMITATO CIPESS

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

LA DECISIONE DEI GIUDICI CONTABILI NON È SCONTATA. SOPRATTUTTO DOPO CHE L’AMBASCIATORE USA ALLA NATO, MATTHEW WHITAKER, HA STOPPATO IL “TRUCCHETTO CONTABILE” TENTATO DAL GOVERNO MELONI: I FINANZIAMENTI PER L’INFRASTRUTTURA NON POTRANNO RIENTRARE NEL CONTEGGIO DELLE SPESE NATO PER LA DIFESA COME OPERA “DUAL USE”

“Dual use”. È quella la formula che rischia di far crollare le fondamenta burocratiche attorno a cui Matteo Salvini sogna di realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina. Perché quel doppio utilizzo è stato previsto dal patto Nato sul 5% del Pil per la corsa al riarmo fino a un massimo pari un punto percentuale e mezzo. La restante parte – è il dettato dell’accordo – va comunque riservata in armamenti.
In tutto, 113 miliardi che l’Italia è chiamata a investire nei prossimi anni. Ma il Ponte non potrà rientrare in quelle spese. Lo spiega Alessandro Marrone, responsabile del programma difesa, sicurezza e spazio dell’Istituto affari internazionali: la soglia dell’1,5% può essere utilizzata per «per infrastrutture critiche e resilienza, dunque anche porti e aeroporti».In linea di principio – è il ragionamento che aveva fatto il governo Meloni, bypassando i pareri ambientali negativi e arrivando all’approvazione della delibera Cipess – anche il Ponte poteva rientrare tra quelle opere strategiche.
Ma adesso la Nato dice che non è così: riguardo all’infrastruttura di collegamento tra Sicilia e Calabria, «le basi principali in Sicilia sono dell’aeronautica a Trapani-Birgi o sono installazioni di sorveglianza come la Ground Surveillance a Sigonella».
Insomma, Giorgia Meloni, insieme al Mef e alla Difesa dovranno trovare un piano B per raggiungere la soglia del 5%: il governo Trump – ha fatto capire l’ambasciatore Usa alla Nato Matthew Whitaker – non intende avallare operazioni di maquillage ragionieristico, per giustificare l’aumento delle spese di difesa.
Per i ministri Crosetto e Giorgetti si apre un percorso a ostacoli per recuperare quelle somme, mentre il ministero delle Infrastrutture fa sapere che «il Ponte è già interamente finanziato con risorse statali e l’eventuale utilizzo di risorse Nato non è
all’ordine del giorno. L’opera non è in discussione».
In questo quadro, il via libera al Ponte non è ancora definitivo: a dover apporre il sigillo sull’operazione è la Corte dei Conti, che deve pronunciarsi sulla delibera Cipess che ha dato l’ok al finanziamento. Alla luce dei malumori che arrivano dagli States e delle nuove somme che il governo sarà chiamato a recuperare, è tutt’altro che scontata la direzione che potrebbero decidere di imboccare i giudici contabili.Non si tratta di un passaggio secondario: i cantieri minori e le opere collaterali non potranno partire prima dell’ok dei giudici alla spesa.
Il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo, attacca la strategia del governo Meloni e della maggioranza «di tentare di giustificare l’opera attraverso artifici contabili e dichiarazioni propagandistiche». Ma secondo il sindacato «se Salvini ci avesse dato ascolto, il Paese si sarebbe risparmiato uno sberleffo internazionale».
Per il vicepresidente di Italia Viva, Davide Faraone, il governo Meloni ha fatto «l’amico degli americani, convinto che bastasse l’arte dell’arrangiarsi. In Europa restiamo col marchio peggiore: serpi in seno e senza risultati».
(da agenzie)

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BENTORNATI NEL MEDIOEVO: LA FLORIDA VUOLE DIVENTARE IL PRIMO STATO DEGLI USA AD ABOLIRE TUTTI GLI OBBLIGHI DI VACCINO, COMPRESI QUELLI PER I BAMBINI IN ETÀ SCOLASTICA

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

JOSEPH A. LADAPO, NOTO NO-VAX E SURGEON GENERAL DELLO STATO, HA DATO L’ANNUNCIO ACCANTO AL GOVERNATORE RON DESANTIS: “STIAMO LAVORANDO PER ABOLIRE TUTTI GLI OBBLIGHI VACCINALI. SONO SBAGLIATI E TRASUDANO DISPREZZO E SCHIAVITÙ”

La Florida intende diventare il primo stato degli Usa ad abolire tutti gli obblighi di vaccino, compresi quelli per i bambini in età scolastica. “Chi sono io per dirvi cosa vostro figlio dovrebbe mettersi in corpo?”, ha detto il surgeon general della Florida, Joseph A. Ladapo, un noto no-vax, dando l’annuncio accanto al governatore repubblicano Ron DeSantis.«Il vostro corpo è un dono di Dio», ha aggiunto Ladapo tra gli applausi del pubblico durante un evento a Valrico, vicino a Tampa, e ha poi aggiunto che l’amministrazione statale sta «lavorando per abolire tutti gli obblighi vaccinali. Sono sbagliati e trasudano disprezzo e schiavitù».
Tutti e 50 gli stati degli Usa hanno almeno qualche obbligo di vaccino per i bambini che entrano a scuola, sebbene tutti
prevedano esenzioni di tipo medico e la maggior parte consenta esenzioni per motivi religiosi o personali. Secondo la Kaiser Foundation, un think tank che si occupa di politiche sanitarie, negli ultimi anni il numero di studenti che ottiene esenzioni è aumentato, mentre i tassi di immunizzazione sono diminuiti
DeSantis, che nel 2021 ha nominato Ladapo come surgeon general, ha anche annunciato la creazione di una commissione per allineare la Florida agli obiettivi delineati dal ministro della salute Robert F. Kennedy Jr., anche lui scettico in materia di vaccini. La commissione sarà guidata da Casey DeSantis, moglie del governatore.

(da agenzie)

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ARMANI AMAVA L’ITALIA NON SOLTANTO A PAROLE, MA NEI FATTI. A DIFFERENZA DI MOLTI ALTRI, NON HA MAI VENDUTO AGLI STRANIERI. A DIFFERENZA DI MOLTI ALTRI, NON HA MAI PORTATO LA RESIDENZA NEI PARADISI FISCALI

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

PAGAVA LE TASSE NEL SUO PAESE, PERCHÉ RITENEVA DI DOVER CONTRIBUIRE ALLA SALUTE, ALL’ISTRUZIONE, ALLA SICUREZZA DEI SUOI COMPATRIOTI

Alla domanda — «quale fu il suo primo amore maschile?» — si irrigidì. D’istinto,sbottò: «Chi le ha detto che ho avuto amori maschili?». Rimase a lungo in silenzio. Quindi cominciò a raccontare, come un fiume in piena. All’inizio dell’intervista aveva accennato alla sua prima fidanzatina, che a otto anni era morta travolta da un Tir, e alla sua prima volta, con una compagna di scuola «bruttina, che però mi suggeriva quando ero interrogato».
Poi rivelò il suo primo amore omosessuale: «Non ho mai parlato di questo. Fu sotto un capannone sulla spiaggia di Misano Mare,
alle 5 del pomeriggio, quando tutti i ragazzi della colonia venivano ricoverati sulla spiaggia per rilassarsi. C’era un responsabile, un giovane uomo, che mi ispirò subito un sentimento d’amore. Da lì in avanti la mia vita cominciò, in un altro modo. Era un’attrazione che sentivo, una cosa bellissima: non vedevo l’ora di stargli vicino, di farmi accarezzare… Una grande emozione. Queste cose non le ho mai dette a nessuno. È un ricordo molto emozionante».
E in effetti, nel rievocarlo, era quasi commosso.
Non si sa perché Giorgio Armani avesse atteso novant’anni. Forse perché nessuno quella domanda gliel’aveva mai fatta. Forse perché aveva valutato che fosse il momento giusto per parlarne.
Il racconto proseguì a lungo. L’incontro della vita con Sergio Galeotti e il suo «bel sorriso toscano», avvenuto in Versilia, alla Capannina: da qui la recente decisione di acquistarla, nel ricordo di quell’antico e duraturo amore. La malattia di Sergio, un colpo terribile proprio mentre era arrivato il successo mondiale. La morte dell’uomo amato, una sofferenza fortissima: «Ho avuto una forza di volontà incredibile, per vincere questo dolore crudele. Dicevano: Armani non è più lui, non ce la farà mai da solo… Anche per questo, a chi mi chiedeva una partecipazione nella Giorgio Armani, rispondevo: no grazie, ce la faccio da solo».
Armani, a differenza di molti altri, non ha mai venduto agli stranieri. Armani, a differenza di molti altri, non ha mai portato la residenza nei paradisi fiscali: pagava le tasse nel suo Paese, perché riteneva di dover contribuire alla salute, all’istruzione, alla sicurezza dei suoi compatrioti. Armani amava l’Italia non soltanto a parole, ma nei fatti.
La vita che ci raccontò, in quella mattinata di meno di un anno fa, era nello stesso tempo favolosa e ordinaria. L’infanzia sotto il fascismo, e il ricordo indelebile dell’arroganza del gerarca, del telefono nero, del sussiego con cui trattava suo padre.
L’amicizia con il suo vicino di casa: Enzo Jannacci. Il rapporto distante con i colleghi, la cortesia di Valentino, il ciao con la mano scambiato da lontano con Versace: i due non avrebbero potuto essere più diversi, uno sgargiante l’altro essenziale, uno esplosivo l’altro rarefatto, lo scalpore e il nitore, il calabrese coloratissimo e il padano innamorato del colore del fango del Trebbia.
Meritatamente ricco, Armani era rimasto una persona semplice — «il signor Armani» —, di una gentilezza esigente: rispettava tutti, e da tutti si attendeva rispetto. Ammetteva di aver guardato Chanel, e si seccava di essere stato copiato da Klein e da molti altri. Si divertiva a punzecchiare Dolce&Gabbana e Miuccia Prada, che in fondo gli erano simpatici.
A ricordargli un affondo di Diego Della Valle — «alla sua età mio nonno era davanti al focolare con il plaid sulle ginocchia, lui è sempre in maglietta» —, sorrideva: «Il segreto della longevità è la disciplina». Giorgio Armani era un genio discipinato.
Aldo Cazzullo
per il “Corriere della Sera”

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GIORGIO ARMANI NON FACEVA LA MODA, ERA LA MODA

Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile

LO STILISTA UGUALE SOLO A SE STESSO, PER QUESTO INTRAMONTABILE

Quando ho appreso la notizia della morte di Giorgio Armani non so perché ma il mio primo pensiero è andato a un ricordo personale, legato una delle sfilate a cui ho assistito qualche anno fa nel celebre Armani/Teatro di Via Bergognone in zona Tortona a Milano. In quello show mi aveva colpito l’incedere leggiadro delle modelle e soprattutto il fatto che sul loro volto ci fosse un sorriso smagliante. Cosa ancor più particolare, alcune mannequin (all’improvviso) durante il défilé si dilettavano in piroette e movenze che a primo acchito mi hanno dato l’impressione di un qualcosa di desueto.
Desueto perché la moda contemporanea dà precise indicazioni alle modelle poco prima dell’inizio di una sfilata. I diktat, nella maggior parte degli show dei grandi brand, sono: volti seri, espressioni neutre (o addirittura imbronciate), camminate decise e assoluta assenza di gesti vezzosi o che possano ricordare qualcosa di vagamente sognante e romantico. Le movenze delle modelle sulla passerella Spring/Summer 2024 di Emporio
Armani, del tutto atipiche nel fashion system, mi hanno portato a fare alcune riflessioni sul marchio e soprattutto sul suo designer e fondatore, recentemente scomparso all’età di 91 anni.
Le sfilate milanesi di Armani raccontano tanto dell’uomo e dello stilista, di quale era la sua visione della moda e dello stile. Chi ha partecipato a una sfilata di Giorgio Armani sa quanto gli show di Milano potessero essere tutti molto simili. Sfilate a parte, Armani è una delle poche griffe che nell’arco della sua storia è sempre rimasta fedele a se stessa. Ciò è avvenuto negli anni anche e soprattutto per volere di re Giorgio, lo stilista imprenditore sempre presente in azienda, con un occhio attento a tutte le fasi: dalla creazione degli abiti fino alle sfilate, dagli allestimenti delle boutique alle scelte di marketing per pianificare come il marchio doveva essere comunicato. Mai assente in passerella a chiusura delle sfilate o negli eventi organizzati in tutto il mondo come le One Night Only. Persino agli after party, organizzati all’Armani Privé dopo le sfilate della Fashion Week di Milano, lo stilista faceva un’apparizione per salutare gli invitati. Non è ho la certezza, ma data la costante presenza in ogni singolo dettaglio del suo impero, qualcosa mi dice che anche il “romantico” incedere delle modelle e il sorriso inconsueto, di cui si parlava all’inizio, siano farina del suo sacco.
Credo che la scelta retrò delle piroette in passerella non debba essere vista come un desiderio di Armani di volgere lo sguardo
al passato. Perché Giorgio Armani non aveva una visione antiquata della moda, non era uno di quegli stilisti che vivevano nel ricordo di ciò che era stato. La sua era più una visione che potremmo considerare universale, che superava i trend del momento. Certo, a prima vista alcuni dettagli di quella visione potevano sembrare troppo legati al passato. Le mannequin nei défilé degli anni ’80 e ’90 sfilavano proprio con quell’attitude lenta e vezzosa di cui sopra. Un’attitude “morbida” che oggi trova poco riscontro nel velocissimo e spigoloso mondo delle tendenze, che arrivano e finiscono in un lasso di tempo brevissimo.
Giorgio Armani non faceva la moda era la moda. Era uno dei pochi stilisti che per una vita intera non ha badato al trend di stagione, il suo obiettivo non era quello di stupire il pubblico con spettacolari sfilate e con collezioni presentate in passerella con fuochi d’artificio. Lo stile Armani era sempre uguale a se stesso e questo non ha mai rappresentato un problema per le sorti dell’azienda. Fino alla fine re Giorgio ha portato in scena la sua idea di moda senza mai distaccarsene, senza mai allontanarsi dalla strada scelta che lo ha portato al successo.
Il ricordo della sfilata con le piroette ha poi dato il via nella mia mente a una carrellata di immagini dei look delle sfilate a cui ho assistito, in cui spiccano linee, colori, tessuti che si ripetono. Sulle passerelle Armani sono sempre presenti le palette fumose
con tonalità di lilla e glicine, rese ancor più tenui dal tulle e dalla seta; ci sono spesso il verde smeraldo e il blu elettrico, illuminati da tessuti come lo shantung cangiante e il velluto, o ancora il magenta, reso ancor più brillante con cascate di cristalli e frange di paillettes. I blazer oversize e i pantaloni alla zuava, quelli a palloncino più ampi sui fianchi e stretti alla caviglia, sono altre costanti da cui lo stile Armani non si è mai separato. Che dire poi degli accessori? Dai baschi di velluto alle grosse collane dalle pietre colorate, altri dettagli iconici dell’Armani style. La suddetta carrellata di abiti, linee, colori e accessori sempre uguali ci riporta all’assunto iniziale della scelta di un marchio di restare saldamente legato al proprio heritage, al proprio gusto, che non riesce a rinunciare ad alcuni capi saldi che negli anni hanno reso grande il brand.
Attualmente nella moda cambiano i Direttori Creativi dall’oggi al domani, si passa con nonchalance da uno stile barocco al minimal, mentre convivono nella stessa collezione abiti sartoriali e t-shirt bucate o jeans sdruciti. Il tutto per stare al passo con il mondo che cambia e con le esigenze del pubblico, per andare incontro ai gusti mutevoli di chi acquista e delle nuove generazioni che spendono i propri soldi per appartenere a questa o a quella crew indossando il logo di questo o quell’altro brand. Da che ne ho memoria tutti questi cambi di rotta sulle passerelle di Armani non si sono palesati.
Anche gli spazi delle sfilate raccontavano la stessa storia, i set sono sempre stati allestiti in “luoghi Armani”, dal teatro di Via Bergognone al Silos, fino all’headquarter di Via Borgonuovo. Anche la struttura della sfilata si ripeteva, sempre uguale stagione dopo stagione. Armani era uno dei pochi stilisti a proporre l’uscita doppia dei modelli ed era uno dei pochi che sembrava non fare una stretta selezione dei suoi abiti da mostrare alla stampa. Le sfilate di re Giorgio solitamente raggiungevano le 60 uscite e più, a fronte delle 30-40 che solitamente si vedono negli show degli altri brand. Che dire poi del rituale finale? A conclusione del suo défilé Giorgio Armani era solito uscire in passerella per scattare la foto di rito con alle spalle tutte le modelle e i modelli, in quella che ricorda la formazione fotografica degli scatti delle squadre di calcio.
Il lungo elenco di simboli, rituali e dettagli sempre uguali ci porta a una domanda: un marchio che non cambia, che non mostra di continuo un nuovo volto, come è riuscito a durare negli anni? E, soprattutto, come ci è riuscito continuando a fatturare e a vendere? Il modello Armani in qualche modo va contro l’ideale secondo cui un brand di moda deve trasformarsi continuamente per poter vendere. Giorgio Armani è riuscito con fermezza a controllare la sua azienda, a non cederla, ad affidare comparti fondamentali a chi aveva la sua stessa visione, creando una struttura così solida e capace di resistere alle tempeste
improvvise delle tendenze che continuamente sovvertono le regole.
Un completo Armani è per sempre (e per tutti)
Con il suo essere granitico, un po’ come il design brutalista che tanto amava e che caratterizza spazi come l’Armani Silos, re Giorgio è riuscito a vendere il sogno del Made in Italy e di uno stile senza tempo, convincendo il pubblico che un completo Armani e per sempre. Ha inoltre avuto l’intuito e la furbizia (che pochi altri stilisti hanno avuto) di saper parlare a tutti. A differenza di altri colleghi non si è mai posto come lo stilista di nicchia o con la puzza sotto il naso, che inorridisce nel vedere il suo logo sulle T-shirt indossate da persone “comuni”, che non fanno parte del ristretto gruppo dei trend setter. Per questo alla base del successo del suo impero ci sono le linee commerciali, da Emporio Armani ad Armani Jeans, da Armani Exchange a EA7. Linee che convivono perfettamente con la prima linea Giorgio Armani e con le collezioni couture di Armani Privé.
Armani ha creato un impero in cui l’alto e il basso co-esistono, uniti da quel fil rouge che è il gusto di cui da sempre la griffe è sinonimo. Un impero in cui le T-shirt maxi logo vengono prodotte senza nulla togliere al prestigio e al percepito degli abiti e degli accessori delle label più costose e ricercate che fanno parte della stessa azienda e che portano il nome dello stesso designer. Questo saper essere così trasversale ha contribuito a
creare fondamenta solide per un marchio che, così facendo, ha potuto permettersi di fare scelte autonome e slegate dalle ferree regole del fashion system, che prevedono un continuo aggiornamento di ogni singolo dettaglio, dal logo alle collezioni, dalla scelta dei testimonial alle sfilate.
Oggi diciamo addio all’ultimo vero re della moda, allo stilista che insieme ad altri grandi come lui, da Valentino a Versace, da Missoni a Krizia, passando per Missoni, Gianfranco Ferrè e per tutti quei designer che tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 hanno dato vita al sistema moda italiano, portando nel mondo lo stile nostrano e rubando lo scettro alla Francia. Durante la Settimana della Moda maschile di Milano dello scorso giugno Armani, per la prima volta nella storia, non era apparso in passerella per chiudere lo show e questo aveva già destato preoccupazione. La mancata apparizione aveva fatto vacillare tutti dando un primo segnale d’allarme. A poco sono servite le interviste e i comunicati stampa pubblicati sulle testate nazionali per rassicurare il pubblico. “Ci rivediamo a settembre” scriveva re Giorgio nella lettera aperta in cui ancora mostrava la tenacia e il desiderio di essere sempre presente per la sua azienda e per il suo pubblico, anche dopo aver compiuto 91 anni. Su quella passerella Armani non è riuscito a salire e con la sua morte si chiude un’epoca, l’epoca in cui le modelle possono sorridere e fare piroette durante la sfilata.
(da Fanpage)

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