Destra di Popolo.net

GIUSI BARTOLOZZI, CAPO DI GABINETTO DEL MINISTRO NORDIO, È INDAGATA DALLA PROCURA DI ROMA PER IL CASO ALMASRI: ALLA “ZARINA DI VIA ARENULA” I PM CONTESTANO LE “INFORMAZIONI MENDACI” RILASCIATE DAVANTI AL TRIBUNALE DEI MINISTRI

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

PER LA VERGOGNOSA VICENDA DEL TORTURATORE LIBICO RISPEDITO A TRIPOLI SU UN VOLO DI STATO, SONO INDAGATI ANCHE I MINISTRI NORDIO E PIANTEDOSI E IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO. MA, A DIFFERENZA LORO, LA BARTOLOZZI NON GODE DELL’IMMUNITA’ PARLAMENTARE

Giusi Bartolozzi capo gabinetto del ministro Nordio, secondo quanto risulta all’agenzia Italpress, è stata iscritta dalla Procura di Roma quale indagata per il reato di cui all’art. 371 bis CP.
La Bartolozzi risulta iscritta in relazione alle informazioni rilasciate innanzi al Tribunale dei Ministri, qualificate come mendaci, nell’ambito di una parte della inchiesta sul caso Almasri che vede il Ministro Nordio indagato per omissione di atti di ufficio e favoreggiamento.
La capa di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Roma per “false dichiarazioni” ai giudici del tribunale dei ministri nell’ambito dell’inchiesta sulla scarcerazione del criminale libico Almasri.
Bartolozzi – la più fidata collaboratrice del ministro della giustizia, Carlo Nordio, magistrata ed ex parlamentare – davanti ai suoi colleghi avrebbe offerto una “versione dei fatti”, nel ricostruire le fasi che portarono alla liberazione e al rimpatrio del torturatore, “sotto diversi profili inattendibile e, anzi, mendace”. Così avevano scritto le giudici del tribunale dei ministri negli atti inviati al Parlamento.
In particolare rifiutavano la sua spiegazione circa il motivo per cui non abbia sottoposto il provvedimento preparato dagli uffici al ministro Nordio, che avrebbe potuto impedire la liberazione di Almasri.
Proprio in queste ore la giunta per le autorizzazioni sta chiudendo l’iter della prima fase di discussione per arrivare al voto sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dei tre membri del governo: Nordio, appunto, Mantovano e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.
Domani la giunta avrà l’occasione per votare proprio se allargare o meno l’immunità alla Bartolozzi: qualche parlamentare di centrodestra, ancor prima di sapere se la capa di gabinetto fosse o meno indagata, aveva già proposto di farlo

(da agenzie)

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LA MOTOSEGA DI MILEI SI È INCEPPATA, È ARRIVATA UNA BATOSTA ELETTORALE PER IL PRESIDENTE TURBOLIBERISTA ARGENTINO: NELLE PROVINCIALI DI BUENOS AIRES IL SUO PARTITO, “LA LIBERTAD AVANZA”, È STATO SCONFITTO DAL FRONTE PERONISTA “FUERZA PATRIA”, CHE HA OTTENUTO OLTRE 13 PUNTI IN PIÙ (47% CONTRO 33,8%)

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

IL VOTO NELLA PROVINCIA PIÙ POPOLOSA DEL PAESE È UN “SONDAGGIO REALE” SUL CONSENSO NAZIONALE IN VISTA DEL 26 OTTOBRE, QUANDO SI RINNOVERANNO IN PARTE CAMERA E SENATO … IL MERCATO HA REAGITO CON FORTI CADUTE, LA VALUTA NAZIONALE SI È DEPREZZATA DEL 5%

La prima sconfitta elettorale di Javier Milei, avvenuta domenica nella provincia di Buenos Aires, apre nuove possibilità. Il voto nella provincia più popolosa del paese è una sorta di “sondaggio reale” sul consenso nazionale in vista del 26 ottobre, quando si rinnoveranno parti di Camera e Senato.
Fuerza Patria, il fronte peronista, ha ottenuto circa il 47%, infliggendo un distacco di oltre 13 punti, ben più ampio del previsto, alla Libertad Avanza di Milei. Un risultato a cui i mercati finanziari hanno reagito con forti cadute, la valuta nazionale si è deprezzata di circa il 5-6% e i rendimenti sui titoli pubblici sono schizzati.
Il voto assume un significato potente come indicatore di dissenso nei confronti dell’agenda del governo e mostra un trend di calo del voto popolare: ha votato circa il 60% degli aventi diritto, il 20% in meno rispetto all’ultima volta.
Le politiche di Milei sono brutali: scuole senza risorse, ospedali al collasso, stipendi erosi dall’inflazione, vite sempre più precarie. Scavano il vuoto, ma non avvicinano alle opposizioni.
La sconfitta in provincia di Buenos Aires va oltre la dinamica partitica: è il segnale che l’offensiva neoliberale incontra resistenze radicate. Negli ultimi anni, sindacati, collettivi femministi e reti territoriali hanno costruito legami sociali capaci di trasformare la rabbia in organizzazione.
La prima battuta d’arresto di Milei è una crepa nel progetto turbo-capitalista. Dopo aver egemonizzato le destre minimizzando il consenso del Partito radicale e quello dell’ex presidente Macri, Milei a ottobre vedrà comunque i suoi numeri in parlamento gonfiarsi. Prima di domenica puntava alla maggioranza, almeno alla Camera.

(da agenzie)

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FRANCIA, “IL FRIGO GIA’ VUOTO OGNI 7 DEL MESE”

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

LO SCIOPERO: STOP A INFRATRUTTURE STRATEGICHE, AEROPORTI, AUTOSTRADE E BANCHE

Paralisi nazionale. Non un semplice sciopero, ma il giorno della rabbia diffusa, de la colère. Da Nantes ai quartieri popolari di Parigi, dalla Bretagna alla Provenza. I francesi sono pronti a invadere le strade, come avvenne all’epoca dei Gilet gialli. S’inizia domani, 10 settembre, al canto di Bloquons tout (“Blocchiamo tutto”).
“Farebbero bene ad ascoltarci dall’inizio se non vogliono che le cose degenerino”. Raphael, 42 anni, fa l’impiegato e ha una laurea in Ingegneria. Vive a Laon, nel dipartimento dell’Aisne, a due ore da Parigi. Guadagna 3 mila e cinquecento euro al mese, ma “vivo arrancando ogni giorno”. Ha due figlie adolescenti e teme di non riuscire a farle studiare. “Lo Stato sociale francese sta crollando e io sono infuriato con i politici”.
Le cause della crisi economica sono da ricercare nella chiusura delle fabbriche tessili della zona. Laon è una cittadina isolata, lontana dalla luccicante Parigi. Qui le infrastrutture sono poco sviluppate, la disoccupazione è al 10 per cento e la povertà è tangibile.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata quest’estate quando il governo Macron – proprio mentre si discuteva di riarmo europeo – ha comunicato ai francesi che avrebbero dovuto stringere la cinghia: due giorni in meno di ferie, pensioni congelate, più ore di lavoro. Nei fatti, un ridimensionamento della qualità della vita e un addio bello e buono alla settimana di 30 ore che per decenni ha caratterizzato il mercato del lavoro d’Oltralpe suscitando le invidie di tutti gli altri lavoratori europei, soprattutto italiani.
Nata quest’estate dopo una riunione carbonara a la Villette alla presenza di 300 persone e poi propagata sui social, la protesta è pronta per riversarsi nelle piazze delle città e dei paesi, davanti ai supermercati, nelle stazioni ferroviarie. Ovunque. E non è servito a sopire gli animi nemmeno il tentativo del primo ministro Bayrou, ormai caduto, di mettere una pezza con la richiesta di fiducia sulla legge di Bilancio. Noi “andiamo avanti perché tanto pensano sempre e solo ai propri interessi”. Col sostegno di alcuni sindacati e di quasi tutta l’opposizione, il movimento Bloquons touy – composto principalmente da giovani e cittadini – dice basta a un governo accusato di aver sacrificato i poveri in nome della tutela dei ricchi.
Il piano d’azione è definito nel dettaglio: blocco delle infrastrutture strategiche, delle autostrade, dei depositi petroliferi, degli aeroporti. E ancora: ritiro del contante dalle banche e boicottaggio dell’uso delle carte di credito. La Francia occidentale è una delle zone calde. Da queste parti il turismo della costa atlantica è ancora in fermento ma nell’aria c’è
esasperazione. “Già al 7 del mese molti di noi non possono permettersi di comprare la carne”, spiega Celine. Il Maine-et-Loire è considerato il “giardino” della Francia per la sua varietà agricola e per le piante ornamentali. Angers è il polo più importante. Qui si trovano fragole, mele, pere, cipolle, asparagi e carote. Come ogni mattina Celine, 66 anni, si è svegliata all’alba. La stalla con le vacche da latte è avvolta nella nebbia. “Guarda le mie mani, le vedi? Ho i calli dopo anni di lavoro. La pelle del mio viso è bruciata dal sole e dal vento e guarda come mi ripaga il governo!”. Quella di Celine è un’azienda a conduzione familiare ma “ci sono pochi giovani e non ho nessuno a cui lasciare la mia attività”. Essere contadina per lei significa tramandare un’identità. Celine è schiacciata dal mercato e dalla burocrazia. “Da anni mi sento incompresa e abbandonata dalla politica. Ora ci chiedono di stringere la cinta mentre finanziano l’industria bellica. Ho un figlio che non lavora, fatico a pagare le bollette e ho speso tutti i miei soldi in sanità privata perché sono malata. Vieni con me, ti faccio vedere una cosa”. Celine apre il frigorifero. È vuoto. “Dopo anni di lavoro sono condannata alla fame. La Francia era un grande paese, ora è distrutto dalle disuguaglianze. E allora se devo affondare io, meglio che affondino tutti”
(da agenzie)

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LA FUGA DELLA DESTRA DALLE REGIONALI: IN CAMPANIA, AVANZA L’IPOTESI DI UN EX PREFETTO

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

MELONI NON RIESCE A CHIUDERE SUGLI SFIDANTI DI DECARO E FICO, UN FILM GIA’ VISTO ALLE COMUNALI DI ROMA, MILANO E NAPOLI

C’è chi evoca Enrico Michetti, il candidato sindaco di Roma che si rifaceva ad Augusto. E chi invece tira fuori il pistola di Milano: il pediatra Luca Bernardo, sfidante di Beppe Sala, con la rivoltella in ospedale. Ora che anche Elly Schlein è riuscita a chiudere le candidature nelle regioni superando i veti della coalizione, nel centrodestra avanza il fantasma Carneade. E cioè il candidato governatore improponibile mandato al massacro elettorale dove nessuno con un po’ di sale in zucca vuole correre. Proprio in Campania e Puglia, fortini che, a occhio, Schlein e Conte riusciranno a fare propri senza fatica. Fratelli d’Italia si è così avvitata su sé stessa: si gioca il tutto per tutto nelle Marche per la riconferma di Francesco Acquaroli, sembra costretta a rinnovare il Veneto alla Lega, va verso un ko già scritto in Toscana e per Puglia e Campania appunto non ci sta a mostrare il petto per andare verso la bella morte.
Per la Campania, per esempio, è convinzione comune nel centrodestra che la candidatura di Fico sia davvero complicata da superare. Anche la scelta di Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri di Fratelli d’Italia, è data come perdente. Al limite della candidatura di servizio, o quasi. Ecco perché prende quota l’ipotesi dell’ex prefetto di Napoli, ora a capo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione al Ministero dell’Interno, Michele di Bari. Un servitore dello stato, prossimo alla pensione, che non dispiace a Forza Italia. Una figura al di sopra del bene e del male pronta al sacrificio? C’è chi dice di sì. E ricorda a tal
proposito un film già visto per il comune di Napoli. Quello interpretato dal pm Catello Maresca che da indipendente del centrodestra raccolse contro Gaetano Manfredi, nel 2021, solo il 21 per cento, guardando il ballottaggio con il binocolo. Al prefetto toccherà la stessa sorte?
In attesa del vertice del centrodestra, a solleticare ieri la fantasia dei cronisti piazzati dalle parti di Palazzo Chigi c’è stata la visita di Aurelio De Laurentiis. Il produttore cinematografico e soprattutto patron del Napoli calcio bis-scudettato è entrato ieri pomeriggio nel palazzo del governo. Subito è scattata la suggestione. Avrà incontrato la presidente del Consiglio Meloni, appena rientrata dal viaggio a New York con la figlia, per ascoltare una proposta di candidatura? Oppure avrà visto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari come accaduto già lo scorso luglio? Oppure ancora, come ha suggerito qualche simpaticone, De Laurentiis ha preso le misure alle stanze per chiedere di girare un nuovo film per Natale: “Il CineChigi”? Più facile la seconda ipotesi, quella di un incontro con Fazzolari. Ma fino a quando non si riunirà il tavolo del centrodestra le speculazioni si sfogliano come i petali della margherita. Stesso discorso per la Puglia, fotografia di uno stallo alla messicana. Forza Italia per occupare una casella mette il nome del deputato Mauro D’Attis, stessa cosa per onor di cronaca la fa Fratelli d’Italia con il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, amico personale della premier nonché di lei guida alle vacanze estive. E’ chiaro che in entrambi c’è la consapevolezza che contro Decaro la sfida sarà ingenerosa. Ecco
perché anche in questo caso si cercano uomini delle istituzioni o delle imprese sui quali nessuno a Roma metterà davvero il cappello, al netto del solito comizio di chiusura di Meloni, Tajani e Salvini. Ecco il leghista, se è vero che ha ceduto la Lombardia (c’è l’idea di Ettore Prandini, numero della Coldiretti) per la riconferma del Veneto, inizia a friggere per poter annunciare il dopo Zaia in salsa Liga. Operazione anche questa che sembra essersi avviluppata su se stessa. La teoria che occorra aspettare l’esito delle elezioni nelle Marche rischia di rovinare la festa del Carroccio sul pratone di Pontida, prevista una settimana prima del match Acquaroli-Ricci. Tutti sbuffano nel centrodestra in queste ore. In Fratelli d’Italia, primo partito della coalizione, si fanno ragionamenti di questo tipo: “Se ci andrà bene confermeremo le Marche e perderemo la Toscana. Se ci andrà male nemmeno questo, e la Lega incasserà comunque il Veneto, in una tornata complicata per tutto il centrodestra che poi farà parlare Schlein di spallate al governo”. In generale, specie dalle parti di Forza Italia, evocano quanto accaduto alle comunali di Roma, Napoli e Milano con scelte dell’ultima ora che si dimostrarono impietose anche per il voto di lista dei singoli partiti. Lo sguardo dei partiti di governo è anche rivolto alle prossime elezioni: scegliere civici che spingerebbero la coalizione su percentuali modeste rischia di essere un ulteriore boomerang per le prossime elezioni. Se non dovesse cambiare la legge elettorale in Campania e Puglia i collegi uninominali sarebbero di questo passo di colore rosso. Sicché a tutti ieri non restava che rifarsi con le sciagure del governo Bayrou in Francia.

(da agenzie)

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LA “MELONI DEL NORD” E’ FINITA AFFUMICATA COME IL SALMONE. I NORVEGESI PREMIANO IL CENTROSINISTRA E CONFERMANO IL GOVERNO LABURISTA: SCONFITTA LA DESTRA RADICALE DI SYLVI LISTHAUG, SOPRANNOMINATA LA “MELONI DI NORVEGIA”

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

ALL’ALLEANZA GUIDATA DAL PREMIER USCENTE JONAS GAHR STORE VENGONO ACCREDITATI 89 SEGGI, QUATTRO SOPRA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA… IL RUOLO DEL POPOLARE JENS STOLTENBERG, EX SEGRETARIO DELLA NATO E LA PAURA DEI NORVEGESI DI ESSERE INVASI DA MOSCA

La Norvegia conferma un governo a guida laburista: gli elettori hanno premiato la continuità del centrosinistra, avanti nei confronti del centrodestra 89 seggi a 80.
Boom della destra radicale di Sylvi Listhaug, già battezzata da Le figaro la ‘Meloni del nord’, che raddoppia i voti, ma a spese del suo alleato, il partito conservatore, ai minimi storici.
Il centrodestra norvegese avanza, si radicalizza, ma non sfonda. Il premier uscente, il laburista Jonas Gahr Støre, trova la riconferma, mentre la segretaria del partito del progresso (Frp) si afferma come leader incontrastata dell’opposizione.
Sull’esito del voto, incerto sino all’ultimo, potrebbe aver avuto un ruolo importante l’appoggio in extremis dell’ex segretario della Nato, il popolare Jens Stoltenberg, da pochi mesi ministro delle finanze.
Il suo grande ritorno alla politica attiva nazionale – definito dalla stampa locale “stoltenback” – ha galvanizzato il partito, proprio nel mezzo di una campagna elettorale dominata dai temi dell’economia, dalla lotta all’inflazione e del caro energia.
Ma i laburisti potrebbero aver vinto anche grazie alla voglia di stabilità dei 4 milioni di elettori scandinavi, preoccupati dalla minaccia della vicina Russia e dagli effetti dei dazi trumpiani. Malgrado l’avanzata del centrodestra, Stre sembra in grado di ottenere un secondo mandato, anche se non sarà facile creare una nuova maggioranza. Sarà costretto a trovare un accordo con gli altri 4 partiti del fronte progressista.
C’è stata l’affermazione di Sylvi Listhaug, da tempo paragonata alla premier italiana non solo per un passato di ministra, dell’agricoltura già nel 2013, per la linea dura contro i migranti irregolari ma anche per un semplice dato anagrafico, ambedue sono nate nel 1977.

(da agenzie)

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TRA RENZI E MELONI E’ GUERRA TOTALE: AL CENTRO DELLO SCONTRO C’È IL WEEKEND CHE LA PREMIER HA TRASCORSO A NEW YORK, “IN VISITA PRIVATA”, ASSIEME ALLA FIGLIA GINEVRA

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

LA PREMIER SOSTIENE DI AVER VIAGGIATO SU “UN VOLO DI LINEA” E PROMETTE “AZIONI LEGALI” CONTRO CHI SOSTIENE CHE ABBIA UTILIZZATO “UN AEREO DI STATO” … ITALIA VIVA BOLLA COME “DELIRANTI” LE ACCUSE CONTRO IL SENATORE BORGHI: “MELONI HA RISPOSTO CELERMENTE, CI ASPETTIAMO LO STESSO METODO PER QUESTIONI RIMASTE SENZA RISPOSTA DA MESI, DAL CASO ALMASRI ALLE INTERCETTAZIONI ILLEGALI CON PARAGON”

“Leggiamo deliranti accuse di Giorgia Meloni contro il senatore Borghi di Italia Viva, colpevole di aver depositato un’interrogazione parlamentare per sapere come mai la Presidente del Consiglio abbia deciso di saltare l’omaggio a Giorgio Armani, la partecipazione a Cernobbio, la missione istituzionale che lei stessa aveva fissato in Corea del Sud, Giappone e Vietnam.
La Presidente del Consiglio ha tutto il diritto di fare quello che vuole nel Suo tempo libero e siamo lieti che abbia avuto del tempo per stare con le persone a lei care. Non accetteremo tuttavia che usi il consueto vittimismo per impedire all’opposizione di fare interrogazioni parlamentari sulle sue scelte. Perchè è un dovere del capo del governo rendere conto delle proprie scelte, sempre. La Premier oggi ha risposto a Borghi celermente. Auspichiamo che usi lo stesso metodo per rispondere a viso aperto in Parlamento sulle questioni da cui scappa da mesi e su cui non si esprime mai, da Al Masri a Paragon, dall’aumento del costo della vita alle vicende dell’auto del suo ex compagno. Quando era all’opposizione, Giorgia Meloni ha massacrato le famiglie degli altri.
Oggi annuncia querele perché qualcuno si permette di chiederle come mai non partecipa a eventi istituzionali. Il suo sogno sarebbe quello di eliminare il diritto alla parola dell’opposizione: non ci fermerà. E se vuole denunciarci per aver chiesto dove fosse e con chi, lo faccia pure. Si chiamano strumenti di democrazia parlamentare e almeno noi non intendiamo rinunciarci
A depositarla è stato il senatore Enrico Borghi, membro del Copasir, che chiede al governo di chiarire «le ragioni per cui la premier non abbia partecipato ad alcuno degli eventi svoltisi tra il 6 e l’8 settembre» e «se abbia preso parte a incontri istituzionali non resi pubblici, in Italia o all’estero, come ventilato da alcune fonti giornalistiche, a New York con un volo di Stato o in Puglia».
Secondo le indiscrezioni smentite da Palazzo Chigi (anche se solo dopo non aver risposto alle domande dei cronisti in merito), Meloni avrebbe infatti utilizzato per raggiungere la Grande Mela un aereo di Stato.
Nel dettaglio quello su cui volava la ministra per il Turismo Daniela Santanché, accreditata come unica rappresentante delle istituzioni italiane a sostegno di Jannik Sinner, in quelle ore in campo contro Carlos Alcaraz per la finale degli Us Open, peraltro sotto gli occhi di Donald Trump.

(da agenzie)

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DOPO LA ROVINOSA CADUTA DI BAYROU, MACRON CERCA UN NUOVO PREMIER (LA FRANCIA E’ SULL’ORLO DEL CRAC)

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

I SOCIALISTI SPINGONO PER IL SEGRETARIO OLIVIER FAURE. SCENARIO COMPLICATO: IN QUESTO CASO I REPUBBLICANI TOGLIEREBBERO IL SOSTEGNO AL PRESIDENTE. LE IPOTESI DEI MINISTRI MACRONIANI LECORNU E DARMANIN …SECONDO UN SONDAGGIO, IL 49% DEI FRANCESI VORREBBE LE DIMISSIONI DI MACRON

Solo i banchi gremiti di inizio seduta restituiscono la solennità del momento: il governo francese che cade di lì alla fine del pomeriggio, il quarto in tre anni appena, sepolto da 364 voti contrari a fronte di appena 194 favorevoli.
Il primo ministro François Bayrou che con tono teatrale lancia un ultimo appello – «potete rovesciare il governo ma non potete cancellare la realtà», riferendosi allo stato malmesso dei conti pubblici –, le urla e i mormorii da una parte all’altra dell’emiciclo, il rosario di dichiarazioni dei capigruppo che di Bayrou si occupano il giusto, preoccupati piuttosto del dopo.
Concentrati cioè sull’unica vera suspense, per le forze politiche e per il Paese: quello che succederà da oggi in poi.
A dicembre, insediato alla guida del governo dopo un energico braccio di ferro col presidente Emmanuel Macron, l’ormai ex premier aveva chiarissimo di avere il compito di scalare un «Himalaya», quello dei conti pubblici in difficoltà: nove mesi dopo, precipitato molto prima di raggiungere la vetta, è su quell’argomento che imposta tutto il suo discorso di addio.
In questa chiamata al voto che definisce una «prova di verità» –
e che gli osservatori in queste settimane hanno invece giudicato variamente, da suicidio politico a scommessa folle – snocciola dati da capogiro: 3415 miliardi di debito pubblico e 51 anni che la Francia «non ha un bilancio in pareggio».
«La riduzione del debito è una questione vitale per il nostro Paese», declama accorato facendo lo slalom tra i buuu e le risate dell’opposizione – «se voi urlate io intanto bevo», ostenta pazienza –, «essere sottomessi al debito è come esserlo alle armi: si perde la libertà», predica, e bisogna fare qualcosa per i giovani, «una generazione che si sente sacrificata». Assume insomma la postura del buon padre di famiglia chiamato a dire la verità ai figli spendaccioni: basta sperperare, non ce lo possiamo più permettere.
Un bagno di realtà forse necessario ma che ha un limite – da quarant’anni in politica, dov’era lui quando, governo dopo governo, non si correva ai ripari? – e si tramuta in un involontario assist per la leader del Rassemblement national Marine Le Pen.
«Dirigenti di destra e sinistra: voi siete colpevoli, voi sostenete il sistema da quarant’anni», scandisce tra gli strilli dei suoi, rientrati in Aula a ranghi compattissimi a sottolineare ogni suo sospiro con un applauso a scena aperta.
Se l’ostracismo di cui il Rassemblement national è stato fatto oggetto per anni ha un vantaggio, beh questo è proprio poter dire oggi: i conti sono sballati? Di certo non è colpa nostra. E lo sa talmente bene, la leader dell’estrema destra, che, archiviata la pratica Bayrou – «oggi finisce l’agonia di un governo fantasma» – si concentra nel suo intervento sul dopo, invitando il presidente Macron a riportare il Paese al voto: «Sciogliere l’Assemblea nazionale non è un’opzione, è un obbligo». Convinta com’è di poter agguantare, in caso di elezioni, una maggioranza. E
superare il problema dell’ineleggibilità, che le è stata inflitta dopo una condanna in primo grado: proprio ieri, è stata fissata la data del processo d’appello tra il 13 gennaio e l’11 febbraio prossimi.
Ma madame Le Pen non è l’unica a rivolgersi da lì, dall’Aula che si svuota appena finisce di parlare Bayrou, direttamente al convitato di pietra Macron, immaginandolo davanti alla tv nel Palazzo dell’Eliseo a un chilometro di distanza.
I socialisti si propongono per la guida di un nuovo governo – «Macron faccia il suo dovere: noi siamo pronti, ci venga a cercare» –; gli insoumis di Jean-Luc Mélenchon, presente e soddisfatto in tribuna, chiedono che il presidente segua a ruota Bayrou nelle dimissioni.
Contro Macron, presenteranno il 23 una mozione di destituzione: con scarse possibilità di successo, ma utile a tenere alta la pressione sull’uomo che, da oggi, ha in mano il boccino. In giornata riceverà Bayrou per accettarne le dimissioni, dopodiché, ha fatto sapere ieri sera, nominerà un successore nei prossimi giorni, che avrà l’arduo compito di provare a far partire un altro governo senza una maggioranza.
Almeno in un primo momento, Emmanuel Macron si metterà alla ricerca di un nuovo premier da nominare il prima possibile. I socialisti spingono per vedere a capo di un governo uno dei loro, magari il segretario Olivier Faure, facendosi forza della vittoria ottenuta dall’unione della gauche alle legislative. Ma una simile mossa ha poche speranze di essere finalizzata perché porterebbe i Repubblicani a togliere il sostegno al presidente.
Il totonomi in questi giorni si è concentrato su figure più macroniane, come quelle del ministro della Difesa, Sébastien Lecornu, e del guardasigilli, Gérald Darmanin. Tra i papabili il
titolare del dicastero dell’Economia, Eric Lombard, considerato più a sinistra dei suoi colleghi.
Tra le ipotesi, lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e le elezioni anticipate. Sebbene al momento non sia preso in considerazione da Macron, questo scenario è fortemente voluto dal Rassemblement national che per i sondaggi è in testa alle intenzioni di voto.
Tornare alle urne dopo la precedente dissoluzione annunciata la sera delle europee del 2024 sarebbe “un obbligo” secondo Marine Le Pen, pronta a sacrificare il posto da deputata.
La condanna all’ineleggibilità inflitta alla leader di estrema destra nell’ambito degli impieghi fittizi al Parlamento europeo le impedirebbe la candidatura (appello dal 13 gennaio al 12 febbraio), ma c’è un nuovo ricorso al Consiglio costituzionale.
Le dimissioni di Emmanuel Macron sembrano essere lo scenario più improbabile.
L’inquilino dell’Eliseo, almeno al momento, non è intenzionato a seguire le orme di Charles de Gaulle nonostante La France Insoumise spinga verso un’uscita di scena del proprio capo dello stato. Il coordinatore della formazione di estrema sinistra, Manuel Bompard, presenterà oggi una mozione di destituzione all’Assemblea nazionale, che ha pochissime speranze di essere finalizzata.
Secondo un sondaggio condotto da Toluna Harris Interactive per il settimanale Challenges, il 49% dei francesi vorrebbe vedere il proprio presidente abbandonare l’incarico.

(da agenzie)

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LA RAGAZZA AGGREDITA DAL PADRE PERCHE’ LESBICA: “NON CAMBIERO’ IL MIO COGNOME, E’ LA MIA VITTORIA, UN SIMBOLO DI RISCATTO”

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

LE MINACCE A LEI E ALLA MADRE, POI L’INTERVENTO DEI CARABINIERI

Lei, 24 anni, è la ragazza lesbica maltrattata dal padre. Che voleva che cambiasse cognome. Ma non lo farà: «Voglio che quel cognome, con me, diventi un simbolo di riscatto. È una vittoria tenerlo ancora e crescere i miei futuri figli in una famiglia sana, diversa da quella che ho conosciuto», dice oggi al Corriere della Sera.
La sua storia inizia nel 2020 quando l’uomo, 51 anni, torna a vivere a casa dell’ex moglie. E impone regole alle figlie: «Dovevamo coricarci alle 21, mentre lui rimaneva in cucina a bere».
Nel 2021
Nel 2021 la situazione degenera: «Tornai a casa alle 22.30, lui era ubriaco. Iniziò a insultarmi, “lesbica di m…”, “Devo essere il tuo Hitler”, poi cercò di colpirmi. Mia madre si mise in mezzo e chiamò la polizia».Ma senza denunciare. Poi la svolta con l’app Youpol, che consente ai carabinieri di beccarlo in flagranza: «Se mia figlia non si toglie il mio cognome la prendo e l’ammazzo e poi mi uccido io».

(da agenzie)

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MAMMA CACCIATA DAL SUPERMERCATO PERCHE’ LA FIGLIA “DISTURBA I CLIENTI” PIANGENDO

Settembre 9th, 2025 Riccardo Fucile

PER CAPIRE CHE PAESE DI MERDA SIAMO DIVENTATI, DOVE UN BIMBO CHE PIANGE “DA’ FASTIDIO”… LA DIREZIONE DELLA CATENA SI SCUSA E PROMETTE VERIFICHE INTERNE

«Sua figlia disturba gli altri clienti, la invitiamo a uscire». Con queste parole, un’operatrice di un supermercato di Oderzo, in provincia di Treviso, ha allontanato una giovane madre che stava facendo la spesa insieme alle due figlie. La più piccola, due anni e mezzo, aveva iniziato a piangere, come spesso può accadere con i bambini, mentre la mamma cercava invano di calmarla con
una mano, tenendo l’altra figlia accanto a sé. Mortificata, la donna ha lasciato i carrelli e se n’è andata. Successivamente, però, ha deciso di non restare in silenzio.
Le scuse del supermercato
E, come riferisce Il Gazzettino, ha scritto alla direzione del punto vendita: «L’attenzione al cliente forse andrebbe rivista, perché i clienti sono tanti, dai più giovani agli anziani, e di maleducazione da parte degli adulti ne vedo molta. Trovo giusto mettere al corrente la direzione della scarsa comprensione rispetto ad episodi che purtroppo possono accadere e che vorremmo tutti evitare». Dal supermercato sono arrivate scuse ufficiali e l’annuncio di verifiche interne. «Lo ritengo già un passo avanti», commenta.
Peggio di una ladra
«Quel che mi dispiace è che siano stati proprio gli altri clienti a farmi mandar via. Tempo fa, quando la mia figlia maggiore era più piccola e alla cassa si stava innervosendo, un’altra cliente mi aveva dato una mano a riempire le buste della spesa. Così da uscire rapidamente. Avevo molto apprezzato quell’aiuto. Stavolta, una signora che ci è passata accanto non solo ci ha guardato storto, ma ha cercato con un verso di zittire la piccola», aggiunge. La madre riferisce di aver provato grande disagio per quanto subito: «Mi sono sentita peggio di una ladra. Chi ruba, chi cerca di fare il furbo, lo trattengono lì accanto alla cassa. Io invece sono stata mandata via, uscendo da lì mortificata come madre».

(da agenzie

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