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PERCHE’ I DAZI SUI FARMACI DI TRUMP SONO UNA MINACCIA ALLA SALUTE GLOBALE

Settembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

UNA BARRIERA ODIOSA E CRUDELE NEI CONFRONTI DI CHI NON SE LI PUO’ PERMETTERE

Un farmaco non è uguale a un paio di scarpe, una bottiglia di vino o un’automobile, dove puoi sempre scegliere il prodotto che costa meno. Se sei malato e ti serve quel farmaco specifico, o lo
compri, o non ti curi. I dazi sui farmaci sono una barriera
particolarmente odiosa e crudele perché possono creare costi umani ed economici ben maggiori dei benefici protezionistici. Per questo nel 1995, con l’accordo sulle regole mondiali del commercio Stati Uniti, Unione Europea, Macao, Giappone, Canada, Svizzera e Norvegia si impegnano ad azzerare i dazi sui farmaci. Un accordo che per trent’anni ha mantenuto le medicine duty-free nelle relazioni transatlantiche.
Oggi Trump si tira indietro e dà la colpa all’Europa: «I sistemi sanitari pubblici della Ue ottengono prezzi bassi dalle case farmaceutiche grazie agli alti margini che fanno sul mercato americano, stiamo sussidiando il socialismo altrui e quindi bisogna applicare dazi punitivi».
Usa-Ue prezzi a confronto
Le multinazionali farmaceutiche sono sia europee sia americane e producono in entrambi i territori, ma gli stessi farmaci, quando li vendono sul mercato americano, costano fino al 422% in più rispetto ai Paesi avanzati (fonte: RAND).
Esempio simbolo, l’immunoterapico oncologico Keytruda prodotto dall’americana Merck in Irlanda: oggi negli Usa un trattamento annuale costa circa 191.000 dollari a paziente, in Francia circa 91.000 euro, in Italia fra gli 80 e i 90.000 euro.
Insulina: farmaco salvavita sintetizzato dall’americana Eli Lilly, dalla danese Novo Nordisk e dalla francese Sanofi. Fino al 2023 il prezzo di listino era 300 $.
Da un paio di anni il prezzo è sceso a 66 $. In Italia e Ue fra i 10–20 euro.
Il 90% delle prescrizioni negli Usa è per i generici, quasi tutti
importati dall’estero. In media i generici hanno prezzi del 33% più bassi rispetto ai Paesi Ue, ma poi al banco il paziente americano paga molto di più. Prendiamo l’Atorvastatina (cura del colesterolo) 30 capsule: dai 60 ai 120 dollari. La stessa confezione in Italia costa meno di 8 euro. Il Pantoprazolo (cura la gastrite) terapia da un mese: 174 dollari prezzo di listino, in Italia 11 euro. Il Metoprololo (beta-bloccante) 15/35 dollari e non è sempre reperibile ovunque, In Italia 2,95 euro.
Perché questa differenza?
In Europa sono le agenzie governative a negoziare i prezzi, e i farmaci di fascia A sono in larga parte a carico dei Servizi Sanitari Nazionali. Negli Usa invece sono i produttori a fissare i listini, e la catena di fornitura è gestita dagli intermediari (PBM), che negoziano prezzi e condizioni per conto delle assicurazioni, gestiscono i formulari, le richieste di rimborso e creano reti di farmacie.
Di fatto, secondo l’indagine della Federal Trade Commission, gonfiano i prezzi lungo la filiera. I 3 maggiori gestori (OptumRX, Express Scripts e Caremark) nel 2024 hanno fatturato per i loro servizi attorno ai 560 miliardi di dollari, con un margine operativo medio del 5%, cioè 28 miliardi. E alla fine il cittadino quanto paga? Dipende dal tipo di assicurazione che ha stipulato. E chi non è assicurato paga per intero.
Nell’agosto 2022 Biden ha varato l’Inflation Reduction Act (IRA): la legge che dà al governo federale il potere di negoziare con Big Pharma il prezzo dei farmaci che rientrano nel programma sanitario per anziani e disabili Medicare. Per esempio quello di limitare a 35 $ al mese il costo dell’insulina.
Però diversi produttori hanno intentato cause legali per bloccare questo meccanismo perché, sostengono, equivale a un controllo pubblico dei prezzi. Il problema dunque non è dell’Europa, ma interno al sistema sanitario americano.
I dispositivi
Anche per i dispostivi medici i prezzi sono molto diversi: i produttori di pacemaker, impianti cardiaci, sistema robotico, Tac o Risonanze magnetiche sono sia americani (Medtronic, Abbott, Intuitive Surgical) che europei (Philips, Siemens ecc.), ma gli ospedali americani pagano più caro rispetto a quelli europei, che invece passano per le gare pubbliche d’acquisto. In sostanza, come per i farmaci, quando le aziende vendono nei due mercati si adeguano ai rispettivi sistemi sanitari. E se negli Stati Uniti le aziende fanno profitti immensi proprio perché manca il controllo pubblico, sul mercato europeo non ci perdono: ogni anno realizzano utili a doppia cifra. Per il Presidente Trump sarebbe utile riflettere su un dato: l’aspettativa di vita negli Usa è di 78,4 anni, la media europea è di 81,5 anni, in Italia 83,4. Invece, dal suo punto di vista, una raddrizzata al sistema sanitario passa prima di tutto dai dazi.
Ordine esecutivo e minacce
A maggio 2025 la Casa Bianca con un ordine esecutivo rilancia l’idea del prezzo «nazione più favorita», in sostanza chiede che negli Usa il prezzo dei farmaci sia ancorato al prezzo più basso praticato nei Paesi Ocse comparabili. Non si specifica quali farmaci, come verrà determinato questo prezzo, e quali Paesi saranno considerati «comparabili». A fine luglio ha inviato lettere ufficiali ai Ceo di 17 multinazionali farmaceutiche:
trasferite la produzione negli Usa per evitare i dazi, collaborate con il governo affinché in Europa i prezzi aumentino per compensare riduzioni drastiche negli Stati Uniti, e sui nuovi farmaci non offrite prezzi migliori ad altri Paesi rispetto agli Usa. Vediamo intanto dove produce Big Pharma.
Chi produce cosa
Multinazionali statunitensi come Pfizer, Johnson & Johnson, Eli Lilly, Merck, Bristol-Myers Squibb e AbbVie da anni hanno impianti anche in Europa (Irlanda, Belgio, Germania, Spagna e Italia). La britannica-svedese AstraZeneca ha 11 siti di produzione negli Stati Uniti, tanto che la maggior parte dei farmaci AZ venduti sul mercato americano è già prodotta direttamente sul suolo statunitense. La francese Sanofi ha stabilimenti negli Usa, come pure le svizzere Novartis e Roche. Pfizer Italia produce antibiotici a Catania e ad Ascoli Piceno farmaci antivirali, antinfiammatori e oncologici poi esportati in tutto il mondo (Usa inclusi). Eli Lilly gestisce a Sesto Fiorentino uno dei più grandi impianti biotech per la produzione di insulina: il 98% esportato nel mondo, compresi gli Usa. L’Italia è tra i top esportatori Ue di prodotti farmaceutici. Nel 2024 i farmaci sono stati la prima voce dell’export Ue verso gli Usa, per un totale di 127 miliardi di dollari, di cui oltre 10 prodotti da stabilimenti italiani. Mentre l’import dagli Usa pesa per 45,9 miliardi.
Le eccellenze
Secondo l’industria, i farmaci coperti da brevetto tendono a essere prodotti in pochi siti globali (Europa o Usa) poiché replicare gli impianti su due continenti sarebbe inefficiente. Il vaccino anti-Covid di BioNTech/Pfizer fu inizialmente prodotto
a Puurs (Belgio) ed esportato negli Usa nel 2020, prima che Pfizer attivasse impianti anche in America. Il farmaco contro la fibrosi cistica Alyftrek è prodotto negli Usa da Vertex, ma il principio attivo è stato sviluppato in Europa. L’immunoterapico Keytruda lo produce Merck in Irlanda. La dalurotamide (trattamento del tumore alla prostata) lo produce la tedesca Bayer in Germania insieme alla finlandese Orion. La tedesca Siemens Healthineers produce interamente in Europa i sistemi di diagnostica per immagini (risonanza magnetica, TAC), e il 40% li vende sul mercato americano. Gli Stati Uniti invece guidano nelle terapie geniche e nei dispositivi medico chirurgici ad alta tecnologia.
Arrivano i dazi
Ad agosto l’accordo Usa-Ue fissa un tetto del 15% sui dazi per i farmaci di marca e dispositivi esportati negli Stati Uniti. Un’analisi di Jefferies stima per l’industria farmaceutica costi annui aggiuntivi tra 13 e 19 miliardi di dollari che in parte saranno ammortizzati grazie agli alti margini sul mercato Usa, e in parte scaricati sui consumatori americani. L’entrata a regime di questo 15% dipenderà dall’esito dell’indagine della «Sezione 232» Usa su farmaci e componenti. Quindi una data certa non c’è. Nel frattempo Trump ha ventilato barriere molto più alte (fino al 250%) se nei prossimi 12/18 mesi le aziende non presenteranno piani per trasferire la produzione sul territorio americano. Molti gruppi hanno già annunciato piani d’investimento: Roche per 50 miliardi, Novartis per 23 miliardi di dollari, Sanofiha in programma ampliamenti per 20 miliardi, Merck un piano da 1 miliardo per aprire nel Delaware. A seguire Eli Lilly e Johnson & Johnson.
Il vero obiettivo
A fronte di investimenti ingenti e costi del lavoro più alti rispetto all’Europa, venderanno poi a prezzi più bassi? Gli addetti ai lavori rispondono «no». Un dirigente dell’industria ha dichiarato che per rilocalizzare un impianto, servono miliardi di dollari e almeno 5 anni per costruire e validare una nuova fabbrica. Quindi nel breve-medio termine le aziende cercheranno eventualmente di ottimizzare: produrre negli Usa per gli Usa, in Europa per l’Europa. Un altro dirigente sostiene che presentare piani serve ad allontanare i dazi, ma che prima di spostarsi effettivamente le aziende ci penseranno bene, perché la sicurezza giuridica negli Usa non esiste più. Il tema dei prezzi sarebbe invece solo fumo: il vero obiettivo di Trump sarebbe quello di spostare posti di lavoro e gettito fiscale dalla Ue agli Stati Uniti.
Chi paga il conto?
Qualora le aziende decidessero di trasferire linee di produzione dagli stabilimenti Ue negli Stati Uniti, i prezzi dei farmaci per i pazienti europei cambierebbero? No, e per due ragioni:
1) nella Ue i prezzi sono fissati da regole e negoziazioni nazionali (AIFA in Italia, CEPS in Francia, BfArM in Germania ecc), e i Servizi Sanitari Nazionali rifiutano aumenti non giustificati dal valore terapeutico;
2) Bruxelles ha deciso di non applicare barriere ritorsive sui medicinali importati dagli Usa proprio per non impattare sul sistema pubblico. Con i dazi sui farmaci l’amministrazione Trump si discosta dagli accordi internazionali, e la Commissione Ue, la Svizzera o le multinazionali che operano sotto la
protezione del Wto potrebbero avviare azioni legali, ma i ricorsi non andrebbero da nessuna parte, perché proprio Trump, nel 2019, ha bloccato la nomina dei giudici dell’organo d’appello. Alla fine l’onere ricade dunque sui pazienti americani, che si troveranno polizze più care, o minor accesso alle cure. Ma sono a rischio anche le catene di fornitura globali. Quindi tutti noi.
Effetti sulla filiera
Un’istruttoria Usa della Sezione 232 sta considerando dazi sui principi attivi (che sono i componenti principali dei medicinali) prodotti da Cina e India, da cui Europa e Usa dipendono largamente. Per dire: l’India è il maggiore produttore mondiale di paracetamolo, l’antipiretico più utilizzato al mondo. Le associazioni di settore americane (PhRMA), la federazione europea EFPIA e analisti indipendenti avvertono: tariffe doganali estese porterebbero lungo tutta la filiera inevitabili ritardi, carenze e maggiori costi per terapie essenziali, oncologiche incluse. In caso di nuove epidemie, ogni settimana di ritardo nella disponibilità di un farmaco può fare la differenza tra contenere un focolaio o lasciare che diventi una crisi mondiale. Per dirla con le parole di Douglas Irwin, lo stimato professore di economia del Dartmouth College: «Abbiamo un Presidente del XX secolo in un’economia del XXI secolo che vuole riportarci al XIX secolo».
Milena Gabanelli
(da corriere.it)

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VIRGINIA LIBERO, PADOVANA, 27 ANNI: CHI E’ LA NUOVA SEGRETARIA DEI GIOVANI PD

Settembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

DOPO ANNI DI CONTRASTI, ELLY SCHLEIN RIPORTA UNITA’ TRA I GIOVANI DEM

Dopo un lungo e travagliato percorso pre-congressuale, durato praticamente degli anni, i Giovani democratici hanno trovato una nuova segretaria nazionale: Virginia Libero, 27 anni, padovana, laureanda in Giurisprudenza all’Università di Padova. Sarà la candidatura unitaria degli juniores dem.
Iscritta al Partito democratico e ai Giovani democratici da oltre dieci anni, Libero ha alle spalle un lungo impegno nei movimenti studenteschi: prima alle scuole superiori, poi all’università, dove è stata senatrice accademica e presidente dell’Udu Padova. Negli ultimi anni ha inoltre guidato il circolo Auser Blow Up, realtà attiva nel quartiere popolare del Portello nel capoluogo veneto, punto di riferimento intergenerazionale e laboratorio di diversi progetti sociali e culturali sul territorio.
“Credo che non esista un solo modo di fare politica e aggregazione – ha scritto un mese fa annunciando la sua candidatura al Consiglio regionale del Veneto -, che le persone che vogliono cambiare siano dentro le parrocchie come dentro le sezioni di partito, dentro i centri ricreativi, dentro i luoghi del sapere e dentro gli spazi associativi; nei luoghi di lavoro e nelle assemblee sindacali, ovunque ci sia uno spirito che porta le persone a stringersi la mano e camminare insieme: tutte e tutti abbiamo qualcosa da raccontare, qualcosa che vogliamo cambiare”.
La sua prossima elezione, come detto, segna la conclusione di una fase complessa per i Giovani democratici, che negli ultimi anni avevano vissuto momenti di stallo e divisioni interne, conditi anche di carte bollate. Con la scelta di Libero i dem hanno voluto dare un segnale di rinnovamento e unità, valorizzando al contempo la presenza femminile alla guida diun’organizzazione giovanile. Di sicuro Libero ha un profilo in linea con l’attuale segretaria, Elly Schlein e anche su temi molto sentiti a livello giovanile – vedi ad esempio la solidarietà col popolo palestinese – è decisamente schierata.
Libero eredita quindi un’organizzazione che ha bisogno di rilancio e anche di autonomia: l’assenza di un tesseramento nazionale centralizzato ha finora impedito qualsiasi controllo reale sulle iscrizioni. Il risultato è che ogni congresso finora è stato un percorso accidentato dove, in mancanza di verifiche certe, si è preferito spesso soprassedere e trovare un equilibrio provvisorio pur di non bloccare l’attività. “Da segretaria mi impegno che i Gd abbiano spazio anche nei luoghi dove si decide”, ha detto oggi Schlein
(da agenzie)

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SUPER MARIO COMPIE 40 ANNI. IL PERSONAGGIO PIÙ FAMOSO DEI VIDEOGIOCHI È NATO QUARANT’ANNI FA, DIVENTANDO UN FENOMENO GLOBALE CON UN GIRO DI AFFARI DI OLTRE 60 MILIARDI DI DOLLARI, TRA OLTRE 200 VIDEOGAME, FILM, PARCHI A TEMA E MERCHANDISE

Settembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

L’IDRAULICO ITALIANO È NATO QUASI PER CASO: LA NINTENDO VOLEVA LANCIARE LE SUE CONSOLE PUNTANDO SU BRACCIO DI FERRO, OLIVIA E LA NEMESI BRUTO, MA L’ACCORDO SUI DIRITTI SALTÒ E COSÌ IL GAME DESIGNER SHIGERU MIYAMOTO DECISE DI CREARE MARIO

«It’s-a me, Mario!». Sono io, Mario. Con tanto di difetto di pronuncia, perché — si sa — l’idraulico con i baffi icona del
mondo dei videogiochi è italiano. Super Mario inizia ad avere la sua età: è nato ufficialmente il 13 settembre del 1985, 40 anni fa.
Nel corso dei quali, tra una principessa da salvare e un cattivo cui saltare in testa, ha messo in fila più di 200 videogiochi a suo nome, capaci di vendere 840 milioni di copie. Un record di settore, quello dei giochi elettronici, dove Mario nasce e che contribuisce enormemente a far crescere, fino al mercato attuale da 250 miliardi di euro.
E con la recente apertura sulle proprietà intellettuali di Nintendo, la casa madre dell’eroe Mario è uscito dai soli schermi di console e tv e lo troviamo un po’ ovunque: al cinema, nei parchi a tema, su magliette, tazze, cuscini, zaini, porta-sapone. Un fenomeno globale del valore, aggiornato allo scorso giugno, di 60 miliardi di euro. Come il ben più celebrato Mickey Mouse.
Partiamo dall’inizio, quattro anni prima della nascita ufficiale: Nintendo, azienda da sempre orientata al divertimento (nacque a Kyoto nel 1889, producendo carte da gioco), decise di fare sul serio con i videogiochi e di farlo a livello globale. L’idea era di puntare su un trio ben conosciuto all’epoca: Braccio di Ferro, Olivia e la nemesi Bruto. Ma l’accordo sui diritti saltò e così Shigeru Miyamoto, il game designer per eccellenza, allora alle prime armi, creò un altro trio
Uno scimmione, Donkey Kong, una damigella in costante pericolo, Pauline (poi affiancata da Peach) e un eroe piuttosto ordinario, Mario. Talmente ordinario da non avere, allora, un nome: era semplicemente Jumpman, l’uomo che salta. Il protagonista del gioco era lo scimmione
Perché è un idraulico? Nato carpentiere nel primo gioco, diventa esperto di tubature perché sono il sistema viario del titolo che lo vede finalmente protagonista. E che propone al giocatore per la prima volta una grande innovazione: la schermata di gioco smette di essere statica ma segue i movimenti del personaggio.
Ha baffi e cappello non per stile ma per un escamotage tecnico: disegnare capelli e bocche credibili avendo a disposizione (allora) solo 16×16 quadrati (pixel) era molto difficile. E si chiama Mario perché… l’italo-americano Mario Segale fu l’affittuario — pare molto tollerante sui ritardi nei pagamenti — della prima sede di Nintendo negli Stati Uniti.
E l’allora premier giapponese, Shinzo Abe, presentò le Olimpiadi del 2020 (poi disputate l’anno successivo) vestito proprio come l’amato idraulico. Ora quarantenne.
(da Il Corriere della Sera)

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MURA DA DIPINGERE E MANUTENZIONE: QUANDO I GENITORI SONO COSTRETTI A SISTEMARE LE SCUOLE (IN ASSENZA DELLO STATO)

Settembre 15th, 2025 Riccardo Fucile

DA NORD A SUD CI DEVONO PENSARE I GENITORI, IL GOVERNO DEVE PENSARE AI CONDONI AGLI EVASORI

Senza di loro le scuole italiane sarebbero molto più brutte, poco accoglienti e sgradevoli. Dove non arriva lo Stato, dove non ce la fanno le amministrazioni arrivano i genitori. Dal Nord al Sud, mamme e papà quando c’è da darsi da fare per sistemare aule e giardini degli istituti si danno un gran da fare.
A San Giovanni in Valle (Bolzano), alcune maestre, mamme e papà con la “squadra civica” di volontariato “Angeli del Bello” è scesa in campo per rinfrescare e rendere più gradevoli gli spazi didattici all’infanzia “Fontana del Ferro”. Il gruppo ha tinteggiato aule, corridoio, pareti, e fatto lavoretti di manutenzione anche esterni su cancelli, tavole e panche. In passato sono stati fatti simili esperienze alle “Dante Alighieri”, alle “Provolo” e in altre scuole. Alle “Barbarani” sono stati coinvolti direttamente bambini e bambine, per farli partecipare alla manutenzione soprattutto del verde e degli spazi esterni e sviluppare il loro senso civico. A San Giovanni in Valle sono convinti che l’ambiente nelle scuole sia il terzo educatore.
Alla scuola dell’infanzia “Rodari” di Piacenza, invece, alcuni
genitori si sono dati l’obiettivo di riqualificare gli spazi esterni dell’istituto con nuove piante, fiori, pulizia e giochi per i più piccoli.
L’iniziativa è ormai una tradizione si intitola “Non ti scordar di me”. Fondamentale il supporto di Legambiente che fornisce un sostegno organizzativo, ma le vere protagoniste sono le famiglie e le insegnanti. Alla “Rodari” tra l’altro, il volontariato dei genitori è diventato un’abitudine: ogni mercoledì le famiglie puliscono il vialetto dell’istituto. Sempre in Emilia Romagna, a San Giovanni Marignano, un gruppo di circa venti persone si sono armate di tutto l’occorrente per tinteggiare una decina di aule della secondaria. Nel gruppo di volontari non vi erano solo i genitori ma alcuni rappresentanti del Comitato Pianventena, persone anche di fuori Comune come il presidente di “Cattolica per la Scuola” Luigi Silvori e alcuni cittadini che hanno sostenuto da subito questa iniziativa. Hanno messo a disposizione le loro ferie e il loro tempo libero per dare ai ragazzi aule tirate a nuovo in tempo per l’inizio dell’anno scolastico.
A Breganze (Vicenza) a tinteggiare le aule della scuola primaria – nelle scorse vacanze natalizie – sono stati i genitori: otto classi rinnovate.
Dal Nord al Centro Italia, dove al “Cittadella Margherita Hack” di Ancona, i genitori della scuola dell’infanzia si sono organizzati per sistemare autonomamente il giardino. Armati di guanti e ramazza, – riporta “Il Resto del Carlino” – hanno organizzato una pulizia straordinaria, dato che il giardino del plesso scolastico, ristrutturato da poco, era ancora un cantiere,
pieno di ferri arrugginiti, detriti, mattonelle saltate, sporcizia, tubi, materiale di scarto edile e anche la recinzione rotta da cui chiunque poteva entrare e l’importo speso per la ristrutturazione dell’immobile non copriva anche i lavori del giardino.
(da ilfattoquotidiano.it)

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PERCHÉ TYLER ROBINSON HA UCCISO CHARLIE KIRK? SECONDO IL COMMENTATORE MAX BURNS , ROBINSON AVREBBE DECISO DI USARE LA VIOLENZA PER DIVENTARE FAMOSO TRA I MEMBRI DELLA SUA NICCHIA, CHIUSI IN UNA BOLLA DIGITALE

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI UNA ARENA VIRTUALE DOVE CIRCOLANO SOLO DETERMINATE IDEE, RILANCIATE DAGLI ALGORITMI. L’ESPLOSIONE DI VIOLENZA NON SAREBBE RIVOLTA ALL’OPINIONE PUBBLICA, ALL’ESTERNO, MA A COLORO CHE FANNO PARTE DEL CERCHIO VIRTUALE … SONO KILLER “IBRIDI”: MESCOLANO RAGIONI POLITICHE E PERSONALI

Tyler Robinson è in cella e, se vorrà, potrà dare spiegazioni sull’uccisione di Charlie Kirk. Una fine diversa rispetto all’attentatore di Donald Trump, Thomas Crooks, neutralizzato dal tiro degli agenti. I due, però, sembrano appartenere ad un mondo sotterraneo, un incrocio tra realtà e videogame.
le fazioni che spaccano l’America sono in lotta indicandolo come estremista di sinistra o di destra.
Per ora abbiamo poche certezze su Tyler, 22 anni, ex studente
modello, definito introverso ma simpatico, ma anche «strano negli ultimi tempi», impegnato in un corso da elettricista, abituato a maneggiare armi.
Raccontano che passasse molto tempo con videogiochi nell’appartamento che condivideva con una partner trans che ha collaborato con la polizia. L’unica a sbilanciarsi la sua famiglia: ha spiegato che l’omicida accusava Kirk di essere pieno d’odio. Ad oggi abbiamo dei «segni» parziali. A cominciare da frasi incise sui bossoli del fucile da caccia impiegato nell’ateneo. Ci sono «Bella Ciao», «Hey fascista, prendi questo», poi altre battute.
Per alcuni sono messaggi privi di connotazioni precise ma slogan, frasi ironiche e modi di dire tratti dalla subcultura dei game digitali. L’inno dei partigiani italiani, infatti, compare in almeno due «giochi» ma è stato usato anche dai seguaci di Nick Fuentes. Noto esponente del nazionalismo bianco, diventato un critico feroce di Kirk perché lo riteneva non abbastanza deciso. Da qui un appiglio per chi vede nell’assassino un suprematista.
Il legame sentimentale con un uomo che stava per diventare donna potrebbe essere usato dai supporter di Trump, un tema già cavalcato dopo attacchi che hanno coinvolto transgender. Un commentatore democratico, Max Burns, senza trascurare eventuali risvolti ideologici, ha offerto un’interpretazione interessante.
A suo parere Robinson è un giovane, come altri, che ha deciso di usare la violenza per diventare famoso tra i membri della sua nicchia, chiusa in una bolla digitale. È una arena dove circolano solo determinate idee — le loro — rilanciate dagli algoritmi. E
l’esplosione di violenza non è rivolta all’opinione pubblica, all’esterno ma a «coloro» che fanno parte del cerchio virtuale. C’è chi apre il fuoco all’interno di una scuola oppure in ufficio perché vuole diventare «famigerato».
Solo che ci sono così tanti episodi negli Stati Uniti, rileva Burns, che la copertura delle tv è intensa quanto corta nel tempo. Ed allora individui come Robinson — e forse Thomas Crooks — restringono il numero dei bersagli e scelgono invece un unico target: la figura rappresentativa, meglio se è qualcuno che ha diviso con posizioni controverse. E così provocano un’onda lunga, scatenano rabbia, alimentano le polemiche, offrono ganci per continuare.
Possiamo anche definirli degli ibridi, sparatori che uniscono pulsioni politiche a quelle più personali, il terreno è vasto, senza confini. L’atto è seguito dalla cortina fumogena rappresentata dai «meme», da poche righe inserite in un foglietto, scritte sul calcio di un fucile, lasciate in piattaforme frequentate dai suoi simili. Sono prese in giro studiate per ingannare i media, confondere gli investigatori, sfottere chi cerca di capire. È simile al post di un troll, dove la pallottola serve ad uccidere ma anche a portare un messaggio
(da agenzie)

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SCHLEIN A MELONI: “VI BATTEREMO”

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

ALLA FESTA DELL’UNITA’ IL COLLEGAMENTO CON FLOTILLA

«Vinceremo prima alle regionali e poi alle politiche». Elly Schlein suona la carica dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia in cui si celebra la giornata conclusiva. «Grazie al lavoro paziente con le altre opposizioni, siamo riusciti a chiudere la stessa alleanza progressista in tutte le regioni che andranno al voto, non succedeva da anni» dice tra gli applausi.
All’inizio del suo intervento, Schlein ha lanciato la diretta streaming con il deputato Arturo Scotto e l’eurodeputata Annalisa Corrado, imbarcati su una nave della Flotilla. «Abbiamo un unico scopo – ha detto Scotto – portare a termine la più grande missione umanitaria degli ultimi tempi». «E’ una missione pacifista che si svolge nel pieno rispetto del diritto internazionale», ha detto Corrado.
Un gioco delle parti che i due recitano da tempo: «Ostinatamente unitaria» la segretaria dem, prudente e deciso a non farsi imbrigliare in nulla di definitivo il leader pentastellato. «Sono convinta che noi ce la faremo, che costruiremo l’alleanza progressista che batterà la destra alle prossime politiche» è il messaggio conclusivo di Elly.
Il nodo della leadership
I due leader condividono l’obiettivo di “mandare a casa” Giorgia Meloni e il suo governo di centrodestra alle politiche del 2027. In questo senso la prossima tornata regionale sarà il banco di prova di quell’ampio schieramento che tiene insieme tutte (o quasi) le opposizioni: da Matteo Renzi a Nicola Fratoianni. Tra i temi che restano sul tavolo c’è quello della leadership: Conte
non ha mai nascosto l’ambizione di tornare a Palazzo Chigi, ma in termini di voti il Pd oggi vale quasi il doppio. E allora? Primarie di coalizione o conta dei voti alle urne? In ambienti del centrosinistra l’interrogativo si fa incalzante. Conte svicola e tiene le sue mani libere. «Per me non sarà mai una questione di ambizione personale» afferma in una sorta di excusatio non petita. «Possiamo suicidarci oggi appellandoci a una regola che ci faccia individuare astrattamente un candidato che poi non è competitivo? Volete portarci alla sconfitta?», scandisce il leader M5s sul pratone del Circo Massimo. «Non c’è un criterio per stabilire chi sarà il candidato premier. Se siamo una coalizione decideremo insieme» gli fa eco la leader democratica ribadita anche ieri dallo stesso palco.
L’affondo a Meloni
Per Schlein l’obiettivo resta Giorgia Meloni e il suo esecutivo, il collante più efficace per tenere insieme una coalizione non di rado divisa, soprattutto su temi internazionali. «Per la destra italiana – dice – c’è un nemico al giorno, un capro espiatorio. Se c’è qualche problema è sempre colpa di qualcun altro ma sono al governo da tre anni. Non attacca più». E poi conclude: «Non stiamo insieme contro qualcosa o qualcuno, ma la visione condivisa di quello che vogliamo fare per questo Paese».
«Ecco il senso della sfida: costruire un Pd che sia sempre più simile alle Feste dei suoi militanti. Costruire un progetto nuovo che si nutre delle culture da cui è nato, mescolandole». Così la segretaria Pd Elly Schlein chiudendo la Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia. Un partito plurale, e teniamocelo stretto in mezzo a tutti questi partiti personali. Abbiam
perseguito testardamente un obiettivo: unità, unità, unità. Siamo orgogliosi di aver costruito un’alleanza di centrosinistra in tutte le Regioni al voto. Avanti uniti, non succedeva da 20 anni. Dico a Giorgia Meloni e alla destra abituatevi, perché non ce lo facciamo più il favore di dividervi e uniti e compatti vi batteremo, prima alle Regionali e poi alle Politiche. Sono convinta che noi ce la faremo. Sono convinta che costruiremo passo passo l’alleanza progressista per battere le destre e cambiare questo Paese», ha aggiunto.
(da La Stampa)

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NERVI TESI AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA: IL PORTAVOCE DEL MINISTRO NORDIO, FRANCESCO SPECCHIA, HA MINACCIATO DI ANDARSENE PER L’ECCESSIVO INTERVENTISMO DELLA CAPA DI GABINETTO, LA “ZARINA” GIUSI BARTOLOZZI

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

LA TENSIONE CON SPECCHIA, È SCOPPIATA SU UN COMUNICATO STAMPA RELATIVO AI DATI SUI SUICIDI IN CARCERE: BARTOLOZZI HA CHIESTO DI SUPERVISIONARE IL CONTENUTO E IL PORTAVOCE HA SBOTTATO

La comunicazione del governo Meloni è tanta croce e poca delizia, almeno per il rapporto con i professionisti del settore, spin doctor, giornalisti prestati al palazzo o comunicatori istituzionali a tutto tondo. Nella squadra ministeriale la convivenza con portavoce e capi uffici stampa è – eufemismo – quantomeno travagliata.
In tanti hanno preferito andare via, altri nemmeno prendono in considerazione l’ipotesi di farsi assumere. L’ultima turbolenza c’è stata a via Arenula, al ministero della Giustizia, finito sotto pressione per la vicenda della liberazione di Almasri.
Trapela la voce dell’insoddisfazione del portavoce del Guardasigilli Carlo Nordio, Francesco Specchia, ex penna di punta del quotidiano Libero che aveva già preso il posto di Raffaella Calandra. Il giornalista, secondo quanto raccontano a Domani, avrebbe lamentato l’eccessivo interventismo della capa di gabinetto, Giusi Bartolozzi, che per la sua smania di controllo sui vari dossier è stata etichettata la “zarina di Nordio”.
La tensione con Specchia, stando ai rumors, è scoppiata su un comunicato stampa relativo ai dati sui suicidi in carcere. Bartolozzi ha chiesto di supervisionare il contenuto e il portavoce ha sbottato.
Da qui la voce di un possibile passo indietro, che non c’è stato grazie alla mediazione dei vertici ministeriali. Via Arenula è già nell’occhio del ciclone per il caso di Almasri, la burrasca sulla comunicazione in questa fase sarebbe stata insostenibile. Per ora, insomma, non ci saranno scossoni.
Ma i rapporti con i comunicatori sono complicati anche alla presidenza del Consiglio. L’idea di portare a palazzo Chigi il direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, è solo un altro capitolo del complicato rapporto con la comunicazione di Giorgia Meloni.
La leader di Fratelli d’Italia non è riuscita a trovare un portavoce in tre anni al governo. La parentesi di Mario Sechi è un’eccezione non proprio esemplare: è durata solo cinque mesi. E per capire l’aria che tirava, l’attuale direttore di Libero era stato inquadrato come capo ufficio stampa. La parola portavoce provocava l’orticaria all’inner circle meloniano, in testa la segretaria tuttofare Patrizia Scurti.
La girandola di nomi è impazzita per individuare il possibile sostituto. Dopo due anni di vuoto, è spuntato Chiocci. Nel frattempo, la macchina è stata mandata avanti dal nuovo capo ufficio stampa (prima era il vice), Fabrizio Alfano. […]
Ma il portavoce è mestiere usurante in quasi tutti i ministeri della destra. il valzer di professionisti non accenna a finire. Il numero uno del Mimit, il meloniano Adolfo Urso, è alla ricerca di un giornalista dopo il commiato di Giuseppe Stamegna (che era anche capo ufficio stampa) a fine aprile per motivi personali. L’effetto logoramento ha comunque influito.
Per colmare la lacuna è stata scelta la soluzione interna con la promozione di Fabio Miotti, in precedenza vice di Stamegna Resta tuttora vacante la casella del portavoce, nonostante un incarico a elevato grado di appetibilità. Quello di Stamegna non era peraltro stato il primo cambio: aveva preso il posto di
Gerardo Pelosi, che si era lasciato in malo modo con Urso per la gestione della comunicazione sul caro carburanti.
Un’altra pietra miliare degli affanni con i comunicatori è a via XX Settembre, sede del ministero dell’Agricoltura e della sovranità alimentare (Masaf): Francesco Lollobrigida, a oggi, è senza speaker. Dalle sue parti sono già approdati 5 professionisti.
La prima è stata Antonella Giuli, sorella del ministro della Cultura, poi passata all’ufficio stampa di Montecitorio. L’uomo macchina era diventato Paolo Signorelli, assunto come capo ufficio stampa, finito nella bufera mediatica per alcune chat con Fabrizio Piscitelli, capo ultrà della Lazio, noto come Diabolik poi ucciso nel 2019.
Signorelli ha rassegnato le dimissioni – caso raro in certi ambienti – per evitare lo stillicidio, mentre la portavoce Barbara Catizzone ha nel frattempo ha ottenuto un incarico al ministero dell’Agricoltura nell’ambito dell’ippica. A sostituirla era arrivato Gennaro Borriello, uomo di Publitalia, abile nei rapporti con le televisioni e molto apprezzato dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
Al Masaf è durato appena otto mesi. Si era insediato a ottobre e a maggio ha già salutato la comitiva. Il valzer non è finito, dunque. Al momento il riferimento è Edoardo Garibaldi, con trascorsi a Report, il programma d’inchiesta condotto da Sigfrido Ranucci, e a Stasera Italia (Rete 4), arruolato con i galloni di capo ufficio stampa a marzo. Resta da riempire la casella di portavoce.
Al ministero del Lavoro la vita da comunicatore è altrettanto precaria. Il primo ad affiancare Marina Elvira Calderone è stato Ignazio Marino. Dopo meno di un anno e mezzo ha lasciato il
doppio incarico di capo ufficio stampa e portavoce, assunto da Marco Ventura, che ha resistito sei-sette mesi, preferendo il ritorno alla casa madre, al quotidiano Il Messaggero.
Adesso gli incarichi sono stati sdoppiati: da ottobre scorso il portavoce è Gianmario Mariniello, già al vertice della comunicazione della giunta regionale della Basilicata guidata dal forzista Vito Bardi. Al timone dell’ufficio stampa, invece, è stata promossa Elena Pasquini, che era direttrice della comunicazione della fondazione dei consulenti del lavoro, presieduta da Rosario De Luca, marito della ministra.
Altri movimenti sono in vista al ministero dell’Istruzione, con Giuseppe Valditara, dove il turbinio non è stato da meno rispetto agli altri. Inizialmente era stato incaricato Giovanni Sallusti, che è andato via dopo cinque mesi circa.
Da lì è partita una selezione non semplice: qualcuno ha annusato l’aria e ha rifiutato la proposta, così Francesco Albertario ha sommato gli incarichi di portavoce e capo ufficio stampa.
Ora, per questa seconda posizione potrebbe arrivare un profilo esperto come Alessio Postiglione, docente e scrittore, che vanta una lunga trafila nei palazzi della politica, da palazzo Chigi alla regione Lazio. Altri componenti del governo hanno fatto un solo cambiamento, come nel caso di Zangrillo.
Nel grande caos di cambiamenti, sono in pochi a resistere al logorio della vita da portavoce. Uno degli highlander è Matteo Pandini, uomo macchina della comunicazione del vicepremier Matteo Salvini.
(da agenzie)

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VENEZI COME DIRETTORE STABILE DEL TEATRO “LA FENICE” DI VENEZIA FA INSORGERE LE ORCHESTRE CHE MINACCIANO DI NON SUONARE CON LA BACCHETTA NERA MELONIANA

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

I DEM ATTACCANO: “SIAMO DI FRONTE AL METODO DI FRATELLI D’ITALIA: OCCUPAZIONE DELLE POLTRONE NELLE ISTITUZIONI CULTURALI”

Alla Fenice di Venezia è in arrivo una nomina che sta già facendo discutere: Beatrice Venezi come direttore d’orchestra stabile. Diverse orchestre avrebbero già manifestato la volontà di non suonare con lei.
Il contesto è reso ancora più complesso dalle dinamiche interne al teatro. L’ex direttore artistico Fortunato Ortombina, oggi alla Scala, aveva già preparato il programma della stagione in corso. Il nuovo sovrintendente e direttore artistico della Fenice, Nicola Colabianchi, arrivato dal Teatro Lirico di Cagliari, è stato nominato tra le polemiche, anche lui considerato frutto di una scelta politica. Per ragioni anagrafiche resterà in carica solo un anno e, trovandosi un cartellone già pronto, non ha potuto incidere sulla programmazione.
La sua decisione di nominare Venezi rischia quindi di avere un impatto limitato nel breve periodo, ma potenzialmente pesante per il successore, che dovrà gestire le tensioni tra politica, orchestre e pubblico. Una vicenda che riapre la discussione sul ruolo della politica nei teatri d’opera italiani, e su quanto sia opportuno che il palcoscenico diventi terreno di scontro ideologico anziché spazio di pura musica.
Bastano le prime indiscrezioni sulla possibilità che la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi possa approdare alla Fenice che il dibattito dal tavolo artistico passa a quello politico. Non c’è nulla di ufficiale, lo stesso ruolo che potrebbe ricoprire è incerto: c’è chi parla di direttore d’orchestra stabile, chi immagina un incarico più vicino alla direzione artistica, chi ancora dice di più semplice consulenza.
Si rincorrono le voci sulla prossima nomina della direttrice e pianista nel Teatro a Venezia. Il sovrintendente Colabianchi frena: «Una possibilità come tante altre, non c’è ancora nulla di deciso». Mercoledì 17 l’incontro con i sindacati
Ma nel giro di voci, la politica già si schiera. «Le indiscrezioni sull’eventuale arrivo di Beatrice Venezi alla Fenice non possono essere ridotte a una semplice questione artistica: siamo di fronte al metodo ormai tipico di Fratelli d’Italia al governo, quello dell’occupazione delle poltrone nelle istituzioni culturali», dichiara il capogruppo del Pd in Consiglio Comunale Giuseppe Saccà.
Guardando alla sola Venezia, a livello politico, le maggiori fondazioni culturali sono guidate da figure vicine a Fratelli d’Italia: dal sovrintendente della Fenice, Nicola Colabianchi, al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Tant’è che di Beatrice Venezi se ne era parlato già alla nomina del presidente della Biennale, immaginandola legata al settore Musica dell’istituzione veneziana. Poi, prima ancora che fosse confermata la nomina di Colabianchi, già la si immaginava sul podio del teatro di San Fantin. Poi, le visite frequenti in città (dal Conservatorio alla Mostra del Cinema) hanno alzato la soglia d’attenzione.
«La Fenice è un teatro di rilevanza internazionale e merita scelte trasparenti, fondate su competenze e professionalità», sottolinea Saccà, «non decisioni calate dall’alto per ragioni di vicinanza politica». E aggiunge: «Il nostro principale teatro deve restare all’altezza della sua storia e della sua missione culturale: qui devono contare soltanto i talenti e le capacità, non le aderenze partitiche».
È proprio sul tasto delle competenze e delle capacità che preme il senatore veneziano di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon. «Non mi occupo delle scelte artistiche della Fenice», sottolinea, «Sono comunque certo che presidente e sovrintendente sapranno fare le scelte migliori, senza pregiudizi, e guardando curriculum e professionalità di chi dovrà svolgere funzioni importanti».
(da agenzie)

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LISTE D’ATTESA INFINITE, DIAGNOSI “SELF-MADE” E IL RISCHIO QUERELE

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

LO SFOGO DEL MEDICO DI BASE: “I PAZIENTI DETTANO, NOI DOBBIAMO SOLO SCRIVERE”

Il nuovo – per così dire – business in ambito sanitario è quello delle liste d’attesa. Sono sempre più frequenti le richieste di prestazioni superflue ai medici di base, a cui non viene nemmeno data la possibilità di visitare il paziente per verificare di quale terapia o appuntamento specialistico abbia bisogno: «I nostri studi sono diventati supermercati», lamenta il dottor Enzo Bozza parlando al Corriere del Veneto. «Pensano di poter venire a fare la spesa di prestazioni in base a quello che leggono su Internet, all’autodiagnosi». Ed è anche per questo che quasi la metà degli esami di diagnostica sono «inappropriati».
La diagnosi «self-made» e il ruolo sbiadito del medico di base
Da una parte il personale a ranghi ridotti, anzi striminziti. Dall’altra una mole di richieste abnorme che non riesce a essere filtrato dai medici di base, i professionisti che dovrebbero almeno in teoria discernere le necessità e le urgenze dei pazienti. Enzo Bozza di assistiti ne ha oltre 1.600 nella zona di Belluno: «Vedo 50/70 pazienti al giorno e l’80% arriva con richieste precise: non si affida a me per la diagnosi, sa già quali specialisti consultare e quali esami affrontare». Non bisogna dunque sorprendersi che le liste d’attesa siano una eterna coda al casello durante la settimana di Ferragosto: «È il consumismo sanitario. Non tutti gli accertamenti sono utili, pochi sono urgenti, benché nella testa del paziente tutto è grave e tutto è urgente». La situazione è ampiamente confermata da Nicoletta Gandolfo, presidente della Società italiana di radiologia medica e interventistica: «Ormai fino al 40% degli esami di diagnostica
per immagini, dalle Tac alle Risonanze magnetiche, è inappropriato. Sono esami in eccesso o inutili».
Il rischio di querele e gli affari per le cliniche private
Per i medici di base quasi non c’è scelta: «Spesso molti prescrivono visite inutili per evitare querele da parte dell’utente le cui richieste non sono state soddisfatte», spiega. E a questo si aggiunge il guadagno personale di chi sfrutta i periodi “intramoenia”, cioè di libera professione e quindi a pagamento per il paziente. «Noi medici di famiglia siamo diventati solo prescrittori per gli assistiti: loro dettano e noi dovremmo scrivere. Dobbiamo ridare dignità e strumenti alla medicina del territorio, e rinsaldare il rapporto di fiducia tra dottore e assistito. Nel frattempo, però, «le cliniche private fanno affari d’oro con l’impazienza dei pazienti e l’intramoenia degli ospedalieri arrotonda molto i magri stipendi erogati dalle aziende sanitarie pubbliche».
(da Open)

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