Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
I DATI UFFICIALI CHE SMENTISCONO I SOVRANISTI: I FURBETTI DEL REDDITO DI CITTADINANZA SONO STATI APPENA 62.615, PARI ALL’ 1,8% DEI BENEFICIARI. ALTRO CHE I MILIONI DI EVASORI CONDONATI DAL GOVERNO
Ricordate il Reddito di Cittadinanza? La misura di contrasto alla povertà targata 5 Stelle dipinta dalle destre come la madre di
tutte le truffe, prima di prendere di mira il Superbonus che in campagna elettorale promettevano di prorogare?
Si è scoperto che, oltre ad aver salvato in quasi cinque anni di vita 3,3 milioni di italiani dall’indigenza e un altro milione dalla povertà assoluta, stando ai dati della Guardia di Finanza, i furbetti del Reddito segnalati alla magistratura sono stati in tutto 62.215, per un totale di circa 665 milioni di euro percepiti indebitamente. In pratica, il grande scandalo denunciato dalle destre per attaccare prima e giustificare poi la revoca della misura, si è sgonfiato, come spesso capita a questa maggioranza di governo, di fronte alla testardaggine dei numeri. Tra errori e tentate truffe, le irregolarità hanno riguardato appena l’1,8% della platea dei beneficiari e l’1,9% dei 34,5 miliardi stanziati per finanziare l’assegno di cittadinanza.
Cose che capitano quando, da tre anni a questa parte, si pratica la solita tecnica: ribaltare la realtà negandola o travisarla citando solo la parte che conviene. Così per sbandierare la crescita dell’occupazione, si omette che ad aumentare sono soprattutto i contratti precari. Ieri alla Camera, la ministra Calderone ne ha dato l’ennesimo esempio. Ai 5 Stelle che le chiedevano i dati delle frodi sull’Assegno di inclusione (che ha rimpiazzato il Reddito di Cittadinanza), la risposta è stata tra la scena muta e un
“come se fosse antani”. Con scappellamento rigorosamente a destra. Il conte Mascetti docet.
(da La Notizia)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
LA STAMPA: “PER LA PRIMA VOLTA UNA LEGGE COSTITUZIONALE VA QUASI PIÙ SPEDITA DI UNA LEGGE ORDINARIA. C’È DA CHIEDERSI ‘COME MAI’ IL SEDICENTE NUOVO CHE AVANZA RIPROPONGA COME ATTUALE L’IMMAGINARIO ANTICO DI TOGHE ROSSE E COMPLOTTI OVUNQUE…. GUAI A DISTURBARE IL MANOVRATORE, EREDITÀ PERFETTA NEL MONDO DI TRUMP CHE VIVE DI NEMICI CREATI AD ARTE
Preparatevi ai flash mob dei partiti di maggioranza attorno a palazzo Madama, alle
fanfare e al profluvio dichiaratorio a sottolineare che «oggi è una giornata storica».
Ed effettivamente lo è perché di riforma della giustizia si discute da più di trent’anni, sin dai tempi di Bettino Craxi che sulla responsabilità civile dei magistrati fu costretto a mollare palazzo Chigi. Anzi – per i cultori della materia – se ne parla da dopo l’Unità d’Italia, quando la separazione delle carriere c’era e il dibattito verteva sulle garanzie per la pubblica accusa.
È una lunga storia di tentativi falliti, compresa la Bicamerale di Massimo D’Alema
C’è il titolo, e poi c’è lo svolgimento. Che qui racconta la realizzazione del sogno di Silvio Berlusconi cui peraltro il traguardo viene apertamente dedicato dagli stessi protagonisti. Ci provò più volte a realizzare la «grande, grande (diceva così, ndr) riforma della giustizia», brandita sempre come una clava.
Ma non ci è mai riuscito, ripiegando sulle leggi ad personam, tarate sui tanti conflitti di interessi. L’ultimo assalto, nel maggio del 2011, dopo la bocciatura del “lodo Alfano”, che dava l’immunità alle alte cariche, ma a novembre cadde il governo.
Allora, alla procura di Milano, c’era Ilda Boccassini ad indagare su Ruby, che non era la nipote di Mubarack e sulle cene, che erano tutto fuorché eleganti. Oggi è proprio un altro mondo: le inchieste, a Milano e non solo, colpiscono anche la sinistra.
Il problema del passaggio da una carriera all’altra di fatto non c’è più dopo la riforma Cartabia. E più in generale è complicato attribuire alla magistratura quel protagonismo post-Mani pulite, perché nel frattempo è crollata anche la sua popolarità.
E allora c’è da chiedersi “come mai” il sedicente nuovo che avanza riproponga come attuale l’immaginario antico di toghe rosse e complotti ovunque, quasi in preda a un riflesso pavloviano, attribuendo alla separazione delle carriere la soluzione taumaturgica di tutto ciò che non va. Giorgia Meloni avrebbe potuto chiudere la partita trentennale sulla giustizia in modo diverso, proprio perché uscito di scena Berlusconi con l
sue circostanze che inquinavano la discussione.
Ha scelto, nelle modalità, di continuare a giocare la stessa partita fino all’esibizione di uno “scalpo”. E il racconto conta ancora più del merito, piuttosto pasticciato tra Csm sorteggiati e la creazione di una casta di pm che rende le procure ancora più potenti, in una singolare eterogenesi dei fini.
La storia è la quella di una forzatura da guinness dei primati.
Primo: non ci sono precedenti di riforme costituzionali che, dall’inizio alla fine del percorso, non vengono modificate di una sola virgola.
Secondo: non ci sono precedenti di riforme approvate soltanto in due letture, e non tre, prima della cosiddetta “doppia conforme” (il passaggio alla Camera e al Senato per un sì o un no, senza entrare nel merito).
Terzo: mai è stato usato in commissione il famoso canguro, quella diavoleria per far cadere, in un sol colpo, un certo numero di emendamenti. Insomma, per la prima volta una legge costituzionale – che per definizione dovrebbe suggerire il confronto – va quasi più spedita di una legge ordinaria: approvata al cdm del 24 maggio del 2024 è licenziata oggi dalle Camere in via definitiva.
Il “come mai” è certo figlio della cultura del nemico, su cui scaricare i pasticci di governo: l’ultimo è la Corte dei conti, che ha bocciato il ponte sullo Stretto. Ma anche della necessità
politica di portare a casa qualcosa.
Archiviata l’Autonomia perché infattibile, accantonato il premierato perché rischioso, sui giudici si è scelto il terreno ritenuto più agevole per non archiviare alla voce “chiacchiere” il riformismo meloniano. E non c’è da stupirsi, nella modestia delle ambizioni, della “lunga durata” del berlusconismo in quanto a egemonia rispetto al resto.
Ciò che per gli altri era un’anomalia, da quelle parti è cultura della casa, introiettata da tutti sin dalla giovane età. Sulla giustizia ruppe Gianfranco Fini, non gli altri che poco si scandalizzavano quando sui giudici veniva detto il peggio: toghe politicizzate, colpo di Stato, persecuzione, giustizia a orologeria, brigatisti. Insomma: guai a disturbare il manovratore.
Eredità perfetta, nel mondo di Trump che vive di nemici creati ad arte.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PUÒ DECIDERE DI FORZARE LA MANO E ANDARE AVANTI NONOSTANTE IL PARERE NEGATIVO, CON UNA DELIBERAZIONE IN CONSIGLIO DEI MINISTRI
Cosa ha detto la Corte dei conti?
La Corte dei conti ha deciso di non concedere il visto di legittimità e la registrazione della delibera Cipess di agosto che aveva approvato il progetto definitivo dell’opera.
Quali sono i punti finiti sotto la lente dei magistrati contabili?
Le motivazioni saranno rese note entro 30 giorni. Gli aspetti finiti sotto la lente, secondo quanto si apprende, sono diversi: dalle coperture economiche, all’affidabilità delle stime di traffico, alla conformità del progetto alle normative ambientali e alle regole europee sul superamento del 50% del costo iniziale.Tra le eccezioni ci sarebbe anche quella sulla competenza del Cipess.
Adesso cosa succede?
Anche con il parere negativo della Corte dei conti, il governo può decidere di andare avanti con il progetto. Secondo la legge, in caso di rifiuto di registrazione da parte della Corte dei conti, può chiedere un’apposita deliberazione da parte del Consiglio dei ministri.
Il Cdm, a propria volta, può ritenere che l’atto risponda a interessi pubblici superiori e debba avere corso. A questo punto, la Corte dei conti si pronuncia a Sezioni riunite. Queste, qualora non ritengano venute meno le ragioni del rifiuto, ordinano la registrazione dell’atto e vi appongono il visto con riserva.
Cosa significa?
«L’atto registrato con riserva ha piena efficacia, ma può dare luogo ad una responsabilità politica del governo — spiega il sito della Corte dei conti — poiché la Corte trasmette periodicamente al Parlamento l’elenco degli atti registrati con riserva».
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
E IN UN SISTEMA CHE STA SMANTELLANDO IL WELFARE, FAR FRONTE AI PROBLEMI SARÀ SEMPRE PIÙ DIFFICILE: L’ISTAT HA STIMATO CHE NEL 2043 GLI ANZIANI SOLI RAGGIUNGERANNO 6,2 MILIONI, IL 57,7% DEI 10,7 MILIONI DI PERSONE CHE SI PREVEDE VIVRANNO SOLE
Per alcuni italiani un po’ di solitudine è un desiderio, ma per molti, troppi, è una
condanna. Perché amplifica le povertà e le difficoltà. […] con la crescita dell’età media aumenta anche la solitudine che avvolge la vita delle persone, soprattutto anziane, di quelle con disabilità e immigrate.
Ma nella spirale della solitudine scivolano anche i giovani. I dati statistici e le ricerche sulle persone sole di Eurostat e Istat parlano chiaro: nel nostro Paese in 9,3 milioni si sentono soli e quasi la metà ha più di 65 anni. Evidenze riprese e commentate da Percorsi di secondo welfare che ha dedicato al tema il primo numero della sua nuova rivista divulgativa «Nessi».
«Fra le sfide sociali di cui spesso parliamo – spiega Franca Maino, direttrice scientifica di Percorsi di secondo welfare docente all’Università degli Studi di Milano – va aggiunta quella della solitudine, per come cambia la struttura familiare e per come è cambiata la società. Essere soli amplifica i rischi presenti e futuri.
Significa essere più poveri: di relazioni, di contatti, avere meno possibilità di interazione con altri e questo tipo di povertà si aggiunge ad altre forme non solo materiali. Ma che toccano varie sfere della vita delle persone, alimentare, lavorativa, sanitaria, e dei legami sociali».
Non avere relazioni su cui poter contare cronicizza i problemi e spinge a una sorta di ritiro sociale: ci chiudiamo in casa, si esce poco, non ci rivolgiamo a servizi e non condividiamo ciò che viviamo, amplificando la sensazione che quel problema sia insormontabile.
Le trasformazioni sociali hanno ridotto la cerchia prossima familiare e parentale dei legami sociali, ma sono stati messi in discussione anche quelli di vicinato, amicali e i rapporti nelle comunità in cui viviamo. Tutto questo avrà un impatto anche dal punto di vista della capacità di reagire ai cambiamenti che ognuno ha nella vita: quando va tutto bene i problemi sono relativi ma, in un sistema in cui il welfare è sempre più fragile, non poter contare sul sostegno degli altri è un’ulteriore grande
sfida.
Da questo punto di vista il futuro non è roseo: Istat ha stimato che nel 2043 gli anziani soli raggiungeranno 6,2 milioni, il 57,7 per cento dei 10,7 milioni di persone che si prevede vivranno sole.
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
LA VENDITA È CONSEGUENZA DIRETTA DELLE SANZIONI AMERICANE CONTRO IL GRUPPO, VARATE DA TRUMP CON L’OBIETTIVO DI COSTRINGERE “MAD VLAD” A NEGOZIARE IL CESSATE IL FUOCO IN UCRAINA – LUKOIL, INSIEME A ROSNEFT (ALTRO DESTINATARIO DELLE TARIFFE) VALE IL 55% DELLA PRODUZIONE DI GREGGIO RUSSA
La Lukoil, gigante russa del settore petrolifero presa di mira dalle sanzioni annunciate da Donald Trump, ha detto di avere raggiunto un accordo per cedere i suoi asset all’estero alla Gunvor, società multinazionale del settore registrata a Cipro e con sede a Ginevra. Lo riferisce l’agenzia Tass.
Nei giorni scorsi Lukoil, la più grande società privata in Russia, aveva annunciato di avere deciso di cedere i suoi asset all’estero in seguito alle sanzioni americane, che colpiscono anche il gruppo statale Rosneft. Insieme, Lukoil e Rosneft detengono oltre il 50% della produzione petrolifera russa.
Lukoil ha fatto sapere oggi di avere ricevuto un’offerta da Gunvor, società per il commercio nel settore petrolifero, per acquisire la Lukoil International GmbH, che controlla i suoi impianti all’estero.
La compagnia russa ha aggiunto di avere “accettato l’offerta, impegnandosi a non negoziare con altri potenziali acquirenti”. Il gruppo Gunvor, secondo quanto risulta dal suo sito, ha un fatturato di 136 miliardi di dollari e 2.000 dipendenti.
(da agenzie
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
LA LEGGENDA DEL NEAPOLITAN POWER HA UNITO JAZZ, FUNK E IMPEGNO SOCIALE, ISPIRANDO GENERAZIONI DI ARTISTI
James Senese era un mito. Lo diciamo forse per troppe persone, è vero, ma lui lo era
veramente. È riuscito a diventare rilevante grazie alla sua voce e al suo sax, ma fuori Napoli non molti forse conoscono il peso dei testi che cantò grazie alle parole di Franco Del Prete: la campagna, il lavoro, il proletariato. Basterebbe ascoltare l’album Napoli Centrale e canzoni come Campagna A e B, e ‘A gente ‘e Bucciano, ma per capire la sua portata rivoluzionaria si può ascoltare anche un grande classico della band che è ‘Ngazzate Nire, uno sfogo funk in cui Senese, con le parole di Franco Del Prete se la prendeva col mondo che lo circondava, dalla musica agli show televisivi, la Chiesa e i perbenisti: “Stu sistema è ’na puttana, tiene ’e diente ’e pescecane, crede ’e Sante e a Gesù Cristo, dint’ ’o sanghe è ’nu razzista” (Questo sistema è una puttana, ha i denti di un pescecane, crede ai santi e a Gesù Cristo, ma nel sangue è razzista).
C’è una coscienza di classe in quello che cantava Senese, che è raro (eufemismo) trovare nella musica contemporanea, ma Senese era anche quello di “alla quale”, un intercalare che è diventato celebre nella cerchia di chi lo amava, gli era amico o discepolo. Perché alla faccia del sogno americano, il sassofonista che si ispirava a Coltrane e lanciò Pino Daniele era veramente un uomo del popolo, che veniva dal proletariato dell’area Nord di Napoli, Miano, per la precisione, riuscendo a diventare un
maestro dello strumento, senza leggere la musica. E chissà, se fosse nato a New Orleans, invece che a Napoli, oggi staremo parlando di un artista che aveva suonato coi più grandi.
Era avanti, James – che è morto ieri -, un uomo pieno di spigoli, ma di un talento spropositato. Con tutte le difficoltà dovute al contesto di nascita, era diventato un personaggio mitico come si vede, in filigrana, nell’interpretazione di se stesso in “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, quando assale un impacciato Lello Arena che cerca di intervistarlo mentre spiega che il break di batteria deve essere “di due misure e mezzo, non due”. Ha scritto la Storia vera della musica italiana, dagli Showmen (e lì bisognerebbe rievocare un altro grande come Mario Musella) ai Napoli Centrale, ma era anche come colui che aveva dato una delle sue prime occasioni a Pino Daniele, lanciandolo prima e diventando, successivamente, parte fondamentale di quella super band che lo accompagnò all’inizio.
Ma all’inizio la rivoluzione cominciò a farla assieme a Enzo Avitabile con i Tribù Bantù, come spiega bene Gennaro Esposito nel suo bel libro “Napoli balla. Dancefloor e sottoculture nella città postcoloniale” (Tamù editore) che descrive Napoli come città postcoloniale in cui “l’ibridazione tra culture migranti nelle nuove relazioni interetniche e la rivitalizzazione delle antiche
radici nere, maghrebine e orientali di Napoli codificano la cifra stilistica che caratterizza” i primi gruppi di Senese. È un’epoca in cui un gruppo di musicisti si ribella alla canzone tradizionale napoletana, e nelle contaminazioni trova nuova linfa.
James Senese non ha mai smesso di fare musica solista, pensate a ‘O Sanghe, o anche James is back, tra le altre ed è stata fonte di ispirazione, dal rap ai Nu Genea. E non aveva neanche rivelato di avere un tumore (era in dialisi), perché avrebbe compromesso i suoi live, la possibilità di salire sul palco con il suo strumento, la sua coperta di Linus. E sul palco, con il sax, Senese era uno spettacolo da guardare, anche in età avanzata, quando gli acciacchi lo avevano debilitato.
Ha detto bene Clementino a Fanpage, Senese è stato un ponte generazionale, anche senza volerlo, la sua musica ha accompagnato il neapolitan power, lo ha influenzato, ha deciso la direzione, e tutti hanno dovuto fare i conti con tutta la musica che ha creato e continuava a creare. Facendolo nell’idea della musica come strumento contro il razzismo, le disuguaglianze le ingiustizie, perché, in fondo, questo era il significato profondo delle note che uscivano dal suo sassofono. Grazie James per tutta la musica che ci hai regalato.
(da Fanpage)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
ALTRO CHE PIETRA FILOSOFALE PER GARANTIRE INCASSI CERTI, NON RENDE UNA MAZZA
Appena un anno fa, il concordato preventivo biennale veniva descritto dal governo come una sorta di pietra filosofale, i cui incassi sarebbero stati in grado di trasformare in realtà le promesse. Un anno dopo, nell’ultima manovra, si sono perse le tracce di quello che doveva essere il perno della riforma fiscale di Meloni E che invece, secondo i calcoli dello stesso esecutivo, nella nuova edizione avrà delle dimensioni mignon, rispetto ai già deludenti incassi della prima versione.
numeri stanno nascosti in una tabella alla pagina 75 di uno degli allegati alla legge di bilancio, quello sullo stato di previsione
delle entrate dello Stato. Qua sono indicate le entrate previste per il 2026 dalla seconda edizione del concordato preventivo biennale, destinato ai contribuenti che applicano gli indici di affidabilità (Isa), le cosiddette pagelle fiscali.
Stando alle previsioni del ministero dell’Economia, nel 2026 gli introiti derivanti dalle imposte sostitutive – pagate dai soggetti Isa che aderiscono al concordato – sulla parte di reddito eccedente rispetto all’anno precedente all’applicazione della norma saranno pari a 218 milioni di euro. A questi si aggiungono 28 milioni ottenuti dalle partite Iva sottoposte al regime forfettario. Soldi di cui non è ben chiara l’origine, visto che i “forfettari” sono esclusi dalla nuova versione del concordato. I numeri in ogni in picchiata rispetto al biennio 2024-2025, per cui si è calcolato (sull’affidabilità dei numeri torneremo dopo) un incasso complessivo di 1,6 miliardi di euro in due anni.
A questo punto è necessario ricordare le coordinate del provvedimento del governo Meloni. Sulla base di una serie di indicatori, l’Agenzia delle Entrate propone a lavoratori autonomi e piccole imprese una stima dei loro redditi da lavoro e impresa, su cui pagare le tasse nei due anni successivi. Se i soggetti interessati aderiscono, sulla parte del reddito eccedente rispetto all’anno precedente, pagano una tassa piatta, diversa a seconda
del loro indice di affidabilità fiscale. Per il periodo coperto dal patto con il fisco, è escluso quasi qualsiasi altro controllo sulle dichiarazioni dei redditi.
La prima edizione del concordato per gli anni 2024-2025 avrebbe visto la partecipazione di circa 584mila soggetti. La replica di quest’anno per il 2025-2026 invece vedrebbe coinvolti solo 55mila contribuenti. Il condizionale è d’obbligo, perché questi numeri sono ricavati solo da dichiarazioni del viceministro dell’Economia Leo alla stampa, mentre non risultano pubblicati dati ufficiali. In ogni caso, stando a queste cifre, è evidente il crollo di adesioni alla misura.
Certo, ci sono delle specifiche da fare. Numero uno: come detto, la prima edizione del concordato interessava anche le partite Iva forfettarie, che ora invece sono escluse. Secondo punto, ovviamente, chi aveva accettato il patto con il fisco nel 2024 non ha potuto usufruire della nuova versione. Sta di fatto che, se l’anno scorso solo il 17 percento su un totale di oltre due milioni e 700mila soggetti Isa aveva accettato il concordato, quest’anno la misura si è dimostrata molto meno attrattiva, per la larga fetta di contribuenti che avrebbero potuto aderire. Detto in altre parole, in pochi hanno cambiato idea in questi dodici mesi, dopo aver visto gli effetti pratici della misura
Dal lato del governo, si continua a guardare il bicchiere mezzo pieno, rilevando come, grazie alla norma, quasi 200mila contribuenti sono risaliti sopra la soglia di affidabilità, secondo le pagelle del Fisco. Senza un’inversione di tendenza sui numeri, però, viene da chiedersi a questo punto se l’anno prossimo avrà senso lanciare una terza edizione del concordato. O se, invece, l’aggettivo biennale si rivelerà un triste presagio, sulla durata della vita di quella che doveva essere la rivoluzione fiscale del governo Meloni.
(da Fanpage)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
L’ESTREMA DESTRA E’ SCESA DA 37 A 26 SEGGI
L’estrema destra di Geert Wilders sembra essere stata sconfitta in Olanda da un partito
centrista, secondo un exit poll condotto dopo le elezioni parlamentari anticipate di ieri, seguite con attenzione in tutta Europa. Il partito progressista D66 di Rob
Jetten dovrebbe aggiudicarsi 26 dei 150 seggi in Parlamento. Davanti al PVV di Wilders, che dovrebbe aggiudicarsene 25,
Questo potrterebbe il filoeuropeo Jetten, 38 anni, a essere il più giovane primo ministro olandese e il primo primo ministro apertamente gay, se il risultato fosse confermato. E riuscisse a formare un governo di coalizione dopo quelle che si prevede saranno lunghe e difficili trattative.
Jetten, il 38enne leader del partito centrista D66 che, stando agli exit poll, si è imposto a sorpresa nelle elezioni oggi in Olanda, è un ex atleta, che solo un mese fa era quinto nei sondaggi. Entrato in Parlamento a 30 anni, l’anno dopo è diventato il leader più giovane del partito. «Abbiamo condotto una campagna molto positiva perché vogliamo liberarci di tutto il negativismo che l’Olanda ha avuto negli ultimi anni», ha detto durante la campagna. «Voglio riportare l’Olanda nel cuore dell’Europa perché senza la cooperazione europea noi non andiamo da nessuna parte».
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2025 Riccardo Fucile
LA PROCURA APRE UN’INDAGINE CONOSCITIVA
Il viaggio del capo di gabinetto del ministro Nordio Giusi Bartolozzi con il marito su una barca della Guardia di Finanza finisce in procura. La motovedetta blu le costa l’apertura di un fascicolo da parte dei pm di Napoli. Bartolozzi era lì per il convegno annuale sulla digitalizzazione che si è tenuto il 4 e 5 ottobre. Nordio aveva rinunciato per ragioni personali. Lei si è presentata con il marito Gaetano Armao, professore universitario, avvocato e vicepresidente della Regione Sicilia.
L’indagine sul viaggio di Bartolozzi a Capri
A parlare dell’inchiesta è oggi Repubblica, che aveva anche raccontato il viaggio. Bartolozzi e il marito sono arrivati a bordo di un mezzo della Guardia di Finanza partito dal porto di Napoli, come previsto dai protocolli di sicurezza. A Bartolozzi è stata assegnata una scorta. Mentre due invitati al convegno, anche loro sotto scorta, sono arrivati in traghetto. Sull’episodio sono stati
presentati esposti e interrogazioni parlamentari. Nel frattempo si è già mosso il pool coordinato dalla procuratrice aggiunta Giuseppina Loreto. Al momento si tratta di un accertamento di carattere “conoscitivo”, senza ipotesi di reato, né indagati.
La procura di Gratteri
La procura di Nicola Gratteri vuole accertare se il dispositivo di protezione preveda la possibilità di ricorrere a mezzi di Stato per viaggi come quello a Capri. Solo dopo aver acquisito e visionato la documentazione, si valuterà se andare o meno avanti.
(da agenzie)
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