Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile
SE DA UN LATO LA SPESA DEI MEDICINALI È CRESCIUTA DEL 9% NEL 2024, IL GOVERNO DÀ UNA MANO ALL’INDUSTRIA, AUMENTANDO NELLA MANOVRA DI 350 MILIONI IL FONDO PER I FARMACI, TOGLIENDOLI ALLE ATTIVITÀ DI ASSISTENZA … E MANCANO GLI INFERMIERI: NESSUNO VUOLE PIÙ SPEZZARSI LA SCHIENA PER PORTARSI A CASA POCO PIÙ DI 1600 EURO
Poche frasi per inquadrare i problemi più stringenti della sanità italiana:
invecchiamento della popolazione, risorse per l’acquisto dei farmaci, organici del sistema pubblico carenti. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ieri è partito dalla ricerca scientifica, che ha bisogno di fondi per assicurare a tutti le cure migliori e quindi il diritto alla salute, ed ha finito per toccare temi di grande attualità per il mondo sanitario.
Il governo ha provato ad affrontarli nella manovra, con uno stanziamento di 2,4 miliardi in più rispetto ai 4 già previsti l’anno scorso, ma l’impatto degli investimenti non sembra destinato ad essere decisivo. E del resto il rapporto tra il Pil e il Fondo sanitario nazionale resta sempre intorno al 6%. Non cambia cioè anche se in assoluto le risorse aumentano.
Con l’invecchiamento della popolazione aumentano i malati cronici. Una persona su quattro, nel nostro Paese, ha più di 65
anni e ci sono più di 4,5 milioni di ultraottantenni, una categoria di persone destinata a crescere ancora. Intanto, nascono sempre meno bambini. L’andamento demografico richiede uno sforzo importante del sistema sanitario nazionale, che dovrebbe attivare servizi territoriali e ospedalieri per gli anziani. Intanto però in manovra non ci sono soldi per proseguire le attività di assistenza domiciliare finanziate fino a fine 2025 dal Pnrr.
Per aumentare e migliorare la sanità servono fondi. Il presidente Mattarella dice che il sistema «si trova alle prese con i prezzi dei farmaci salvavita». La spesa per i medicinali è uno dei problemi di questi anni. Addirittura nel 2024 è cresciuta di poco meno del 9% rispetto all’anno precedente, cioè di quasi 2 miliardi.
Quest’anno il dato è più basso (+2%) ma provvisorio, perché Aifa, l’Agenzia del farmaco, rilascia i numeri molto lentamente. Intanto il governo ha dato una mano all’industria, aumentando nella manovra di 350 milioni il fondo per i farmaci. Soldi che vengono tolti alle altre attività di assistenza, visto l’andamento del rapporto tra il Fondo sanitario e il Pil. Con la sua crescita, la spesa farmaceutica si sta “mangiando” il resto degli stanziamenti per la sanità.
Poi c’è il tema degli organici. Ci sono soldi (meno di mezzo miliardo) per poco più di 7 mila nuovi contratti, mille per i medici e 6 mila per gli infermieri. Proprio questi professionisti, il cui contratto è stato rinnovato ieri insieme a quelli delle altre figure non mediche della sanità, sono ricercatissimi.
In Italia, dice la Cgil, lavorano 270 mila infermieri. Dovrebbero essere addirittura 175 mila in più se si rispettasse la media dei paesi Ocse.
Ovviamente il dato è troppo alto, l’idea è che ci vorrebbero almeno 60-70 professionisti in più. Quindi i soldi messi in manovra ridurranno di poco le carenze.
Non è facile trovare infermieri da assumere il lavoro è duro e la paga è bassa: 1.600-1.700 euro.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile
“LA RUSSIA CI STA GIA’ ATTACCANDO CON UNA GUERRA IBRIDA E COGNITIVA. NOI SIAMO IL PRINCIPALE PAESE EUROPEO CHE I NOSTRI NEMICI VOGLIONO DESTABILIZZARE, TERRORIZZARE, INQUINARE E RENDERE INSTABILE. SOTTO IL PROFILO DELL’INFILTRAZIONE DI POTENZE OSTILI, DA NOI PUÒ SUCCEDERE DAVVERO DI TUTTO” … QUANDO DRAGHI PARLO’ DI “PUPAZZI PREZZOLATI DALLA RUSSIA” (SENZA FARE NOMI)
“Persone italiane insospettabili sono state corrotte dalla Russia”. E’ quanto afferma il ministro della Difesa, Guido Crosetto nel nuovo libro di Bruno Vespa “Finimondo” in uscita giovedì 30 ottobre per Mondadori-Rai Libri. “La Russia ci sta già attaccando con una guerra ibrida e cognitiva – aggiunge Crosetto -.Senza che neppure noi stessi, in qualità di normali cittadini ce ne accorgiamo, la sua propaganda è entrata nel cervello e nella formazione culturale di tanta gente, indirizzandola attraverso un
utilizzo sofisticato dei social e di altri strumenti dell’informazione, con una infiltrazione scientifica e anche con l’infiltrazione classica della corruzione”.
Crosetto aggiunge nel libro che “la Russia ha una grandissima scuola in questo campo e noi siamo uno dei paesi più sensibili alla penetrazione interna. Noi siamo il principale paese europeo che i nostri nemici vogliono destabilizzare, terrorizzare, inquinare e rendere instabile. L’Italia è l’unica nazione stabile in Europa e proprio per questo motivo siamo l’obiettivo principale. Sotto il profilo dell’infiltrazione di potenze ostili, da noi può succedere davvero di tutto”.
E ancora: “nessun paese UE ha deciso una chiusura all’esportazione di armi come l’Italia-dice ancora Crosetto nel libro di Vespa-. Nessuna nazione ha aiutato la Palestina come la nostra. Eppure in nessun paese ci sono state le polemiche che abbiamo avuto da noi. Siamo stati il paese con le reazioni, le manifestazioni e le aggressioni più forti. Questo, nessun Landini è capace di farlo da solo. C’è un’infiltrazione formidabile che tende a stabilizzare l’unico paese europeo davvero stabile grazie al governo Meloni”.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2025 Riccardo Fucile
PER COSTRUIRE IL NUOVO ORDINE GLOBALE, TANTO IN AMBITO AMERICANO QUANTO IN QUELLO RUSSO, VENGONO RISCOPERTI PENSATORI EUROPEI COME RENÉ GUÉNON, JULIUS EVOLA, MIRCEA ELIADE – LA RECENSIONE DI ANTONIO GNOLI DI ‘’TRADIZIONALISMO’’ DI MARK SEDGWICK
Non sorprende che la “tradizione” – per dirlo rozzamente, il ricorrere al passato
aurorale per legittimare il presente – si insinui tra le pratiche politiche delle destre antiglobaliste e identitarie. Dopotutto, la crisi delle ideologie, il perdurante neoliberismo, e la perdita del vecchio ordine mondiale richiedono nuove suggestioni culturali.
La destra, nelle sue varie declinazioni, ha sovente interagito con i grandi temi della tradizione e delle sue potenzialità. Ma pensatori europei, marginali e scarsamente letti, come René Guénon, Julius Evola, Mircea Eliade vengono riscoperti tanto in ambito americano quanto in quello russo.
Il pensiero “Maga” attinge disinvoltamente a quel costrutto di idee che ha eletto a nemico la modernità e il suo esito più prezioso e fragile, cioè la democrazia; quanto all’ortodossia russa, rivestita di valori arcaici e religiosi, appoggia senza riserve la politica putiniana volta ad aggredire gli spazi di un ipotetico futuro “impero” da riconquistare
Mark Sedgwick, il cui importante libro Tradizionalismo esce in questi giorni per le edizioni Atlantide, ricostruisce con grande efficacia la mappa con quelle figure che hanno fortemente influenzato certe aree, soprattutto estreme, della cultura di destra. Sedgwick, di origini britanniche, ha vissuto alcuni anni al Cairo occupandosi di sufismo. Si tratta di una corrente del pensiero islamico alla quale si avvicinò Guénon nell’ultima parte della sua vita quando, convertendosi alla religione musulmana, decise di vivere in Egitto.
Molte pagine del libro di Sedgwick sono dedicate a questo singolare personaggio la cui attenzione oltre che all’Islam, fu rivolta alla dottrina Vedanta, cioè al corpus di scritti vedici, in particolare le “Upanishad” che, secondo Guénon, fondano la “Tradizione primordiale”.
Ossia quell’insieme di rituali che non possono essere indagati, dimostrati o compresi in termini di semplice sviluppo storico. Qualunque tentativo di ascendere a una visione autentica del mondo deve perciò ricorrere a quella scienza sacra deposta nei testi scritti tra l’ottavo e il quinto secolo a. C.
Per Guenon, ma altresì per Evola, la storia è un incidente. Mentre la modernità legge il movimento storico come un’esperienza lineare arricchente (il mito del progresso); il tradizionalismo la interpreta come ciclica riproposizione della caduta. C’è sempre un’età dell’oro all’origine delle antiche civiltà (seguono l’argento, il bronzo e il ferro) che si conclude catastroficamente con una caduta e di solito con la rinascita di un nuovo cicloIl tradizionalismo associa la modernità alla ragione strumentale, al declino delle forme religiose, allo sconvolgimento delle caste; Marx, che tradizionalista non era, criticò la modernità per i suoi tratti capitalistici e alienanti; Nietzsche ne sentenziò la morte di Dio; Weber descrisse l’uomo moderno prigioniero della gabbia d’acciaio e preda del disincanto; Baudelaire colse nella modernità il transitorio, il fuggitivo, il contingente. Oggi vi aggiungiamo i tratti della paura, dell’angoscia, dell’insicurezza e di un rinnovato razzismo.
Nella visione ciclica di Guénon, il moderno fu accostato al kali-yuga. A quel periodo, nel quale ancora siamo immersi, in cui l’umanità si è separata dal divino. Il kali-yuga è il regno delle quantità, i cui simboli di calcolo e di denaro, hanno distrutto l’ordine sacro su cui poggiava il mondo antico. Incapaci di comprenderne la portata devastante, le masse sono state le prime vittime di questa prolungata età del buio.
Alla verità, dice rassegnato Guenon (e con lui Evola) possono accedere solo in pochi. Ma le élite, nelle diverse forme storiche, sono sempre esistite. Guénon le identifica con la casta sacerdotale; Evola le associa alla razza dei signori e dei dominatori. Esse percorrono il sentiero del guerriero ed evocano in sé, sostiene Evola, “la forza trascendente della distruzione”. La distinzione da Guénon è nell’accento che Evola mette sull’azione, sul mito della rivolta, sulla pulsione bellica.
Kali Yuga
Da questo sfondo metafisico e religioso si è sviluppata per Sedgwick la riflessione politica di Alexander Dugin in Russia, tra le estreme destre europee e nel movimento Maga americano,
attraverso il suo rappresentante più noto: Steve Bannon. Non a caso il libro di Sedgwick ha come sottotitolo “Verso un nuovo Ordine Mondiale”.
Dove ci condurrà? Dugin resta la figura più complessa. Ha ripreso la teoria schmittiana del “grandi spazi” e ridefinito, in chiave geopolitica, il concetto di Eurasia, per cui essendo la Russia nella sua essenza “archeomoderna” può aspirare a diventare il nuovo perno tra Oriente e Occidente.
Alle sue idee pare non sia insensibile Putin. Ma non saprei quanto, l’indecifrabile Vladimir, possa condividere della lettura “paolina” di Dugin secondo la quale il nuovo impero russo agirà come “katechon”, come potere che frena ritardando la dissoluzione del mondo. Con ogni evidenza siamo in piena tematica apocalittica.
La parola “Tradizione” designa con una certa forza l’urgenza di un linguaggio nuovo che enunci le difficoltà in cui la nostra epoca è gettata. Anche da sinistra si registrano appelli che colgono nella crisi climatica, nel dominio dell’algoritmo, nel tramonto del vecchio ordine la possibilità di un cambiamento radicale. La difficoltà massima per ogni apologia della Tradizione sta nella sua natura vincolante e remota a un tempo.
Quanto a Bannon, da neoisolazionista respinge la visione geo-politica di Dugin pur condividendo il desiderio di rivolta, per citare il testo più noto di Evola, contro il mondo moderno. Quello che sta accadendo in America non è, ai suoi occhi (si pensi ai noti fatti di Capitol Hill), un tentativo ostile di guerra civile ma la sacrosanta contrapposizione alla globalizzazione e al
liberalismo. Bannon, per Sedgwick, ha adottato solo alcuni aspetti del tradizionalismo.
Julius Evola
La domanda che sorge spontanea è quale Tradizione piace a gente così. Da tempo essa ha smarrito il significato di Auctoritas conservando solo quello di Potere. Ma un potere senza autorità è tutto tranne che stabile. Nel caos, nelle sue accelerazioni, nel puro scorrere incoerente della vita, Donald Trump sembra trovarsi perfettamente a suo agio. Egli somiglia, evolianamente, al Re investito da un mandato divino.
Come in un gioco di prestigio la legittimazione del suo “potere regale” nasce dalle stesse qualità taumaturgiche che si attribuisce. È un circolo vizioso i cui tratti eliogabalici rendono la sovranità un’esperienza per ora farsesca. Un domani forse tragica.
Siamo abituati a pensare il sacro come legame nato dalla devozione per un evento incomprensibile ma così potente da sconvolgere la vita. Dimentichiamo il lato oscuro, la ferocia che a quell’esperienza si può accompagnare. Non è solo il meccanismo vittimario ben colto da René Girard nell’esame del sacrificio, è quello che esso designa nella sua ostentata verticalità.
La congiura del moderno verso la tradizione risale ai primi vagiti della scienza sperimentale, dell’Io penso e del dubbio che ridicolizzarono quella somma prodigiosa di inattuali illuminazioni. Fu così che la tradizione, con le sue enunciazioni fondamentali, finì in mani poco abili. Sradicata dal suo habitat
divenne una minacciosa caricatura. Come il sacro ormai nascosto nel grottesco della superstizione.
(da La Repubblica)
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Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
“IL “METODO SCHIFANI” LO CONOSCIAMO BENE: FAR USCIRE NOTIZIE ANCHE FALSE CONTRO GLI AVVERSARI INTERNI, PER POI PRESENTARSI COME IL PALADINO DELLA GIUSTIZIA. PECCATO CHE, QUANDO SI TRATTA DI SUO FIGLIO O DEL TRAPANI CALCIO, A CUI HA FATTO ARRIVARE 300 MILA EURO COME SE NULLA FOSSE, PREFERISCA IL SILENZIO. DIMETTERSI, NO VERO?”
Ogni mattina, in quel pezzo d’Africa che è la Sicilia, quando sorge il sole, la gazzella Renato si sveglia e sa già che dovrà correre più veloce del leone Manlio.
Succede da poco meno di una settimana. Da quando, cioè, l’ex vicecapogruppo alla Camera di FdI ha cominciato a picconare Palazzo d’Orléans. Una raffica social, con un ritmo incalzante.
Manlio Messina attacca, ad alzo zero, Renato Schifani. Senza filtri, senza giri di parole. Dalla messa in discussione della paternità dei risultati del governo regionale (i siciliani «non hanno l’anello al naso»,) all’allarme sugli 11 miliardi di Pnrr a rischio (un «fallimento» di cui è responsabile l’attuale governatore), fino al colpo basso sui 300mila euro al Trapani Calcio, che «ha come consulente suo figlio».
La tesi di fondo è chiara: Schifani, che «continua a vaneggiare», «beneficia di anni di lavoro» del predecessore Nello Musumeci, dopo il quale «la Sicilia rischia di andare indietro» senza un «sussulto d’orgoglio».
«Sogno o son desto? Benvenuto all’opposizione, Manlio», il sardonico commento di Ismaele La Vardera a uno dei post dell’ex meloniano ora esule al gruppo misto di Montecitorio.
E in effetti è proprio così. Messina, negli ultimi giorni, è
diventato una spina nel fianco di Schifani. Che non ha mai risposto ufficialmente. I due, per la verità non si sono mai amati.
L’ex assessore, ad esempio, non gradì la linea dura del governatore sul caso Cannes, con il bonus (anzi: il malus) del sospetto che alcune carte sugli scandali del Turismo fossero state tirate fuori da “manine” interessate. Il presidente della Regione, da parte sua, ha sempre avvertito l’ostilità dell’ex leader siciliano della corrente turistica fino ad addebitargli alcune trame oscure contro il governo.
A partire dalla carta d’identità politica di Messina. Fuoriuscito da FdI, dopo le dimissioni da vicecapogruppo a Montecitorio, al culmine di un repulisti della classe dirigente siciliana che, col senno di poi, sembrava orchestrato soltanto per liberarsi di lui.
E allora, si chiedono tutti nel centrodestra siciliano (e non solo), perché lo fa? Messina “kamikaze” che si fa esplodere contro Schifani che, come confidato ad alcuni amici, «in questi tre anni non ha fatto altro che attaccarmi alle spalle»?
Oppure, a maggior ragione visto l’autorevole «torna a casa, Lassie» rivolto all’ex assessore a Ragalna dal ministro Musumeci (dopo aver sdegnosamente disconosciuto il governo attuale: «Nessuna continuità con il mio»), c’è qualcosa in più? Luca Sbardella, proconsole meloniano in Sicilia, continua a ripetere a tutti che «Manlio non è più nel partito e parla a titolo personale».
E lo ha garantito anche allo stesso Schifani, con cui i rapporti sono altalenanti.
Il commissario regionale di FdI non ha gradito di essere stato
messo alla porta di Palazzo d’Orléans nel penultimo faccia a faccia e poi ha fatto la voce grossa nel vertice in cui il partito ha messo in mora il governatore sulle nomine della sanità.
«Quando Renato era presidente del Senato – sibila un fedelissimo – questo qui era un portaborse del Pdl a Palazzo Madama». Oggi, però, le distanze si sono accorciate e il deputato laziale rappresenta il partito della premier in Sicilia.
Non abbiamo risposto alla domanda. Perché lo fa? «Sono un uomo libero ed esprimo le mie opinioni, non devo chiedere l’autorizzazione a nessuno», l’unica interpretazione autentica che Messina concede a La Sicilia.
Il ritorno nel partito? «E per fare che? Era e resta casa mia. Ma il rientro, che qualcuno magari non gradirebbe, non è all’ordine del giorno».
Messina può non essere il “gladiatore” solitario né lo strumento di una sottile strategia dei «due forni» dei meloniani di lotta e di governo. E la sua crociata anti-Schifani, corroborata da telefonate e messaggi di congratulazioni da big siciliani del partito, è soltanto (si fa per dire) la voce della pancia di Fratelli d’Italia.
(da www.lasicilia.it)
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Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
I DUE SIGNORI IN QUESTIONE SONO LUCA SBARDELLA, EMISSARIO DI MELONI IN SICILIA (DOVE IL PARTITO È STATO COMMISSARIATO) E LUCA CANNATA, ACCUSATO DI FINANZIAMENTI ALLEGRI
È un’anticipazione di Report a riaccendere la fiamma delle divisioni in Fratelli d’Italia. Sui
social del programma Rai è stato pubblicato un breve video in cui la giornalista Giulia Presutti ricostruisce quanto successo nel partito di Giorgia Meloni in Sicilia negli ultimi mesi.
A parlare sono il deputato di Avola Luca Cannata, l’ex Carlo Auteri, passato con la Dc, e il commissario regionale di Fdi Luca Sbardella. E poi c’è un quarto convitato che non parla, ma di cui tutti parlano: Manlio Messina, deputato nazionale anche lui fuoriuscito dal partito.
Messina è poi intervenuto sui suoi social con un post che annuncia venti di guerra: «Nonostante siano mesi che non parlo –
ha scritto – ci sono questi due signori che hanno bisogno di parlare di me. Manie di protagonismo evidentemente. Mi sa che è arrivato il momento che anch’io racconti qualcosa!».
Chi siano i due signori citati è facile dirlo perché Messina accompagna al post uno screenshot del video di Report in cui si vedono proprio Cannata e Sbardella. Ma cosa hanno detto i due?
Cannata, braccato fuori dall’aeroporto di Catania, viene prima sollecitato su un tema sollevato proprio da La Sicilia lo scorso febbraio: al deputato meloniano ed ex sindaco di Avola venivano fatti versamenti fra 200 e 550 euro al mese in contanti da assessori e consiglieri del suo Comune.
Soldi che venivano raccolti da un factotum che è pure tesoriere di FdI, ma al partito non sarebbe finito un euro. Ma è il secondo tema a tirare in ballo Messina. «È vero che doveva fare il coordinatore regionale?», chiede la giornalista. «C’era questa ipotesi, ma è stata fatta uscire questa bomba ad hoc, dovevano fregarmi. Un fuoco amico. Auteri e l’amico di Auteri». Cioè Manlio Messina.
Auteri è finito al centro di un’altra inchiesta di questo giornale per finanziamenti regionali da lui indirizzati ad associazioni riconducibili a suoi parenti. Anche lui […] si difende ai microfoni di Report, parlando di «un regolamento dei conti nei miei confronti, sono stato ammazzato politicamente perché dovevano far pagare il conto a Messina, che per anni è stato accusato, attaccato, ma non risulta nemmeno indagato».
A quel punto a essere sollecitato è Sbardella, il commissario inviato da Roma per sanare il partito siciliano. «In Fratelli
d’Italia in Sicilia ci sono due fazioni che si fanno la guerra?», è la domanda. «Ormai non ce ne sono più – replica – sia Auteri che Messina sono usciti dal partito, non sono stati espulsi, hanno deciso liberamente di andarsene e di conseguenza ci hanno risolto autonomamente il problema».
Parole che non sono affatto piaciute a Messina, che oggi ha affidato ai social la replica, lasciando intendere di avere altro da raccontare altri episodi della faida interna al partito.
In realtà proprio negli ultimi giorni il deputato nazionale era tornato a parlare con una certa frequenza, attaccando frontalmente il governatore Renato Schifani e sottolineando, davanti a un possibile suo rientro in Fratelli d’Italia, che i tempi non sono maturi
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
IL NUOVO RAPPPORTO DELLA RELATRICE ONU PER I DIRITTI UMANI IN PALESTINA: ”CHI HA CONTINUATO A COMMERCIARE IN ARMI CON ISRAELE E’ COMPLICE DEL GENOCIDIO”
La Relatrice dell’Onu per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha presentato il suo quarto rapporto che ha come focus principale le complicità e le corresponsabilità dei paesi terzi, rispetto alle azioni perpetrate da Israele contro la popolazione civile palestinese. Il genocidio a Gaza, secondo il lavoro di Albanese, sarebbe stato impossibile senza il supporto di altri paesi occidentali che, sia economicamente attraverso il commercio delle armi, sia logisticamente, attraverso la messa a disposizione dello spazio aereo e delle basi militari, e infine giuridicamente, rifiutandosi di applicare il diritto internazionale, possono essere considerati
complici dei crimini commessi dalle autorità israeliane. Dal Sudafrica dove si trova per le celebrazioni in onore a Nelson Mandela, la seconda bianca invitata nella storia da quando esistono queste celebrazioni, la giurista italiana ha rilasciato un’intervista esclusiva a Fanpage.it.
Cosa c’è nel nuovo rapporto che hai redatto? Qual è il focus principale?
L’obiettivo è far capire, non solo agli Stati, ma anche al mondo, ai milioni di cittadini che in questi Stati vivono, che il genocidio a Gaza non sarebbe potuto essere commesso senza la complicità di troppi governi, soprattutto, ma non solo, occidentali. Nel mio precedente lavoro ho parlato dell’economia del genocidio e dell’occupazione, di come aziende, università, fondazioni, alimentavano il genocidio, oggi il nuovo rapporto getta luce sulle criticità dell’aiuto diplomatico, militare, economico che tanti Stati, inclusa l’Italia, hanno continuato a dare ai governi israeliani, condonandone e giustificandone i crimini, anche davanti al genocidio, e continuando a dare sostegno economico e commerciando con uno Stato di apartheid. Uno degli aspetti più sinistri di questo mio ultimo rapporto è stata la farsa umanitaria, l’ultimo chiodo nella bara del multilateralismo, perché ha trasformato l’aiuto umanitario in un “killing feeling”, attraverso la “Gaza Humanitarian Foundation”, che certo ora è stata smantellata, però gli ideatori di tutti i crimini ancora devono essere puniti e quel modello rischia di essere trasferito nel piano di pace. Tutti gli Stati che hanno permesso tutto questo ora si divideranno le spoglie di Gaza.
L’aiuto economico e il commercio di armi veniva fatto con pienacontezza dell’uso genocidario che ne veniva fatto?
È l’intento che fa scattare la complicità. Molti Stati, tra cui l’Italia, avevano violato il diritto internazionale rendendo aiuto e assistenza a Israele, ad esempio commerciando, con uno Stato che commetteva crimini di guerra. La costruzione di colonie, i crimini contro l’umanità nei confronti dei palestinesi, l’uso della tortura, erano tutti evidenti, eppure molti paesi occidentali hanno continuato ad avere rapporti commerciali e di aiuto economico nei confronti di Israele. Questa è complicità, già pregressa. Quando si è manifestato il genocidio a Gaza, nel gennaio del 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha chiesto ai paesi del mondo di prevenirlo, ma tutti hanno continuato a fare quello che facevano prima, quindi c’è una compartecipazione in un crimine evidente. Se ci fosse un mondo giusto i capi di questi governi si troverebbero dinanzi a tribunali per essere giudicati per le loro condotte. Ed è questa la sfida, è in questo che si decide o meno se andiamo verso un mondo distopico ancora peggiore di questo, verso la barbarie, oppure riusciremo a salvarci.
Quali sono i paesi in cima al commercio di armi con Israele che hanno alimentato il genocidio?
Gli Stati Uniti e la Germania, l’Italia è la terza, ma i primi due forniscono quasi il 90% delle armi a Israele. Stati Uniti e Germania sono partners in crime, hanno fornito le armi ma anche quella narrazione genocidaria per cui i palestinesi diventavano scudi umani di Hamas, oppure definendo i palestinesi come gli autori del più grande crimine contro gli ebrei dopo l’Olocausto,
tutta questa narrativa è servita a giustificare l’eccidio di migliaia e migliaia di palestinesi.
Anche la mancata applicazione del mandato di arresto a Benjamin Netanyahu da parte della corte internazionale di giustizia rientra nel quadro di complicità?
È una violazione del diritto internazionale tesa a favorire le azioni criminali, essere Stato membro dello Statuto di Roma obbliga all’esecuzione dei provvedimenti presi o ordinati dalla Corte. C’è un obbligo di complementarietà dell’azione penale, nel momento in cui c’è la possibilità di un crimine, quello deve essere investigato, quindi già c’è stato lassismo nei confronti dei provvedimenti di urgenza ordinati dalla corte di giustizia nel gennaio del 2024. La Corte ha nominato una serie di politici israeliani tra cui il presidente della repubblica israeliana Herzog, indicandolo come istigatore al genocidio. Quello doveva essere investigato, invece in Italia lo abbiamo ricevuto con tutti gli onori, dal Presidente della Repubblica e anche dal Papa. La giustificazione è stata che bisognava parlare di pace, ma non lo si accoglie con tutti gli onori allora. Herzog è stato nominato negli atti della Corte e va in giro come se nulla fosse, uno che è andato al confine a mettere la propria firma sulle bombe che avrebbero poi colpito Gaza. Inoltre è stato concesso lo spazio aereo ai veicoli militari israeliani che andavano a bombardare Gaza, lo ha fatto l’Italia, la Francia, la Grecia.
Trump poco dopo il suo insediamento ha revocato le sanzioni internazionali contro i coloni violenti emanate dall’amministrazione Biden, anche questa è una complicità
Assolutamente sì, perché avrebbero avuto l’obbligo di investigare e portare davanti alla giustizia queste persone. Invece sono state condonate le responsabilità di tutti questi presunti criminali e questo ha incentivato la violenza maggiore nei confronti dei palestinesi. Non c’è giorno che una banda armata di coloni non si riversa in un villaggio palestinese a bruciare case o a sradicare alberi. Questa orda di criminali semina morte e distruzione, ed ai palestinesi non li protegge nessuno. Non li protegge l’esercito israeliano, ma mi chiedo anche dove sia l’Autorità Nazionale Palestinese. La gente deve capire, ed il mondo mediatico italiano spesso non glie lo concede, che la relazione tra palestinesi ed israeliani non è una relazione simmetrica, ma una relazione domestica abusiva, dove c’è uno che opprime e un altro che subisce, e la violenza è strutturale da parte di chi opprime. E quali sono gli strumenti a disposizione dell’oppresso per riconquistare la sua libertà? Per 35 anni abbiamo lasciato i palestinesi da soli, e davanti al massimo picco di violenza subita, quella del genocidio, gli si è scatenata contro tutta la comunità internazionale, attraverso le azioni, la complicità, la connivenza.
Tu ti trovi in Sudafrica in questi giorni
Io mi trovo in Sudafrica adesso, è stata un’esperienza bellissima, solo Sudafrica e Namibia hanno sostenuto i palestinesi. Oggi ci troviamo davanti a un nuovo sistema coloniale, che prima era esercitato dagli Stati ed oggi dalle multinazionali, siamo davanti ad un quadro di ingiustizie e compressione delle libertà che ci lega tutti. In tutto il mondo la gente scende in piazza dicendo che
pensavano di manifestare per la libertà della Palestina, invece è la Palestina che sta liberando noi. Questo è un momento di svolta.
Lottare per i diritti dei palestinesi è diventato un collante delle lotte per la democrazia, la libertà e la giustizia, è questo il senso?
È proprio questo. Mandela diceva una cosa che noi facciamo fatica a capire “la nostra libertà non sarà completa fin quando non ci sarà la libertà del popolo palestinese”. Diceva questo perché sapeva benissimo che il regime coloniale in Palestina è molto meno permeabile al cambiamento, meno facile da destrutturare, perché è sostenuto dall’Occidente per l’Occidente, e dietro c’è un’ideologia che ha reso la Palestina un laboratorio di armi, di tecnologie militari, e il popolo palestinese resiste, è una spina nel fianco per l’Occidente. C’è un sistema plutocratico, come dice Yanis Varoufakis, che controlla le armi, i grossi capitali, la comunicazione, tutti gli altri rischiano di essere sottomessi o schiavi. Per questo è il momento della resa dei conti, come tanti giovani hanno capito, è il momento di una rivoluzione, spero pacifica.
(da Fanpage)
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Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
MAMDANI È IL GRAN FAVORITO PER DIVENTARE PRIMO CITTADINO DI NEW YORK (SECONDO I SONDAGGI HA DOPPIATO L’EX GOVERNATORE CUOMO): IN VISTA DEL VOTO DEL 4 NOVEMBRE, CON L’AIUTO DELLA MACCHINA ORGANIZZATIVA DI OCASIO-CORTEZ E DI BERNIE SANDERS, IL 34ENNE MUSULMANO RIUNISCE 13 MILA PERSONE NELLO STADIO DI “FOREST HILLS”
Il primo messaggio arriva da Hannah: «Cerco volontari per l’evento di domenica, vieni
all’una e mezza per il training?». Si riferisce alla manifestazione “New York is not for sale”, con cui Zohran Mamdani lancia l’assalto finale a City Hall in vista del voto del 4 novembre, dove i sondaggi lo danno avanti all’indipendente Andrew Cuomo e al repubblicano Curtis Sliwa.
Il luogo è curioso, lo stadio del tennis di Forest Hills dove un tempo si giocavano gli US Open, ma l’indizio più significativo è che Hannah appartiene al gruppo “Amici di Bernie Sanders”
Quindi il senatore non solo sale sul palco insieme a Mamdani e alla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, ma guida. Ha messo la sua macchina elettorale di ex candidato presidenziale al servizio del trentaquattrenne deputato statale, perché vede in lui una grande occasione.
Come prima cosa, prendersi la città Usa più grande per governarla con l’agenda del populismo progressista, e poi magari usare il successo per costruirci l’alleanza e la squadra con cui puntare alla Casa Bianca nel 2028. Il progetto era iniziato col “Fighting Oligarchy Tour”, lanciato da Sanders con Ocasio dopo la sconfitta di Harris contro Trump, per indicare al Partito democratico la strada della rivincita, tornando a mettere la classe media e lavoratrice al centro del programma.
Poi però è esploso il fenomeno Mamdani, che usando questi argomenti ha battuto Cuomo nelle primarie democratiche e ora è favorito. Bernie e Alexandria hanno allargato la tenda per allearsi con lui.
Lo capisci appena Ocasio inizia a parlare: «Non è un caso che le stesse forze con cui Zohran si scontra qui rispecchino ciò che affrontiamo a livello nazionale. Una presidenza autoritaria e criminale alimentata da corruzione e fanatismo, e una destra estrema in ascesa». Se non fosse chiaro: «Parlo con te, Donald Trump. C’è stato un giorno prima della tua presidenza e ce ne sarà uno dopo. E appartiene a noi».
L’odore di canne permea l’aria, il microfono passa a Sanders: «Queste elezioni si svolgono con un’amministrazione a Washington che ogni giorno ci muove verso una società
autoritaria, minando Costituzione e stato di diritto». Bernie nota che «all’inizio Zohran aveva l’1% nei sondaggi, ma ora è primo. Come ha fatto? Puntando sui temi concreti che interessano al popolo».
Ecco il piano. Mamdani non può candidarsi alla Casa Bianca perché è nato in Uganda, ma Ocasio sì. Sanders ha già accennato che potrebbe incoronarla come erede nel 2028, per ripetere il suo schema del 2016 e quello di Zohran oggi. Sorprendere con una campagna progressista dal basso l’establishment democratico, che già scommette sui governatori moderati Newsom, Pritzker, Shapiro, Beshear, Moore. E poi togliere a Trump i voti scippati dalla base democratica.
Lo conferma Mamdani, quando sale sul palco tra gli applausi di 13.000 fan rapiti: «Mentre i miliardari di Trump pensano di avere i soldi per comprare queste elezioni, noi abbiamo un movimento di massa. Costruiamo un municipio che funzioni per chi fatica ad acquistare i generi alimentari, non per chi si sforza di comprare la nostra democrazia.
Quando fondi una coalizione per ogni newyorkese, crei una forza straordinaria. Questo, amici, è il vostro movimento, e lo sarà sempre». Poi molla un calcio al suo avversario ex governatore, accusandolo di essere un pupazzo della Casa Bianca: «Siamo saliti nei sondaggi più velocemente di quanto Andrew Cuomo potesse comporre il numero di Trump». […]
Il suo programma si basa su quattro punti: blocco degli affitti nel milione di appartamenti “rent-stabilized” di New York, ossia a equo canone; assistenza per l’infanzia; bus pubblici veloci e
gratuiti; supermercati finanziati dal comune, per contenere i prezzi e garantire cibo economico ma di qualità a tutti. Il costo è 7 miliardi all’anno, a fronte di un bilancio comunale da 116 miliardi.
Li coprirà con nuove entrate fiscali da 9 miliardi, ottenute alzando all’11,5% le tasse per le aziende e aumentando del 2% le imposte per chi guadagna oltre un milione all’anno. Cuomo lo boccia così: «I socialisti vogliono il Partito Democratico. Questo sono Sanders e Ocasio. Se vincono, prenotate i biglietti per la Florida». Poi ha attaccato Zohran anche per la fede musulmana, insinuando che festeggerebbe un nuovo 11 settembre.
(da Repubblica)
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Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
L’AVVOCATA “TRASVERSALE” DI MELITO HA INIZIATO NEL PD, POI E’ PASSATA PER “ARTICOLO 1”, ITALIA VIVA, MISTO E FORZA ITALIA, PER APPRODARE INFINE AL CARROCCIO (MANCA SOLO FRATELLI D’ITALIA E POI FA BINGO)
Clemente Mastella in fondo è sempre rimasto al centro. Da quella posizione ha sostenuto una volta la destra, l’altra la sinistra.
Un principiante dei cambi di casacca dinanzi a Michela Rostan. Da sabato candidata al consiglio regionale campano nella lista della Lega. Ma quella dell’avvocata di Melito, in provincia di Napoli, è una storia di militanza politica che dire trasversale è un eufemismo. Dal Pd alla Lega, passando però prima per Articolo 1, Italia Viva, Misto e Forza Italia. Unica eccezione, per ora, FdI.
Come da suo curriculum pubblico tutto è cominciato nel 2007 quando partecipa alle primarie fondative del Pd.
Nel 2011 viene eletta consigliera comunale a Napoli, con ben 1800 preferenze, la donna più votata di quella tornata elettorale. Nel 2013 entra in Parlamento: componente della Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e della Commissione giustizia.
Ma, in rotta di collisione con l’allora segretario Matteo Renzi, passa nelle file del nascente Articolo 1.
Nel 2018 viene rieletta con Leu, dopo appena due anni però torna nelle truppe renziane di Italia Viva dichiarando che «il Pd sui temi a me cari, come appunto quello della giustizia, ha abdicato in favore del M5S».
Peccato che nel 2021, contrariamente alle indicazioni di Renzi, vota la fiducia al governo Conte II, per questo approda nel gruppo Misto.
L’anno dopo aderisce a Forza Italia. Ora è candidata con la Lega perché, dice, «sono orgogliosa di poter partecipare a questa
competizione elettorale in un partito che considera la rappresentanza territoriale un valore assoluto». E siamo a sei.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
GLI USA DI TRUMP SI PROIETTANO DOVE CI SONO AFFARI DA FARE E SOLDI DA GUADAGNARE (ANCHE IN FAMIGLIA), POCHI DA NOI, CHE PER SOSTENERE KIEV NON ABBIAMO DI MEGLIO CHE INDEBITARCI
Dopo le ovazioni in Medio Oriente, il Presidente americano riscuote i plausi asiatici mentre
minaccia nemici e premia amici nelle Americhe. L’Europa resta periferica, fonte di problemi intrattabili.
L’Internazionale Trump vola invece sulle ali del successo. “The Donald” si attende ora di coronarlo nell’incontro bilaterale con Xi Jinping a Seoul giovedì, ultima tappa asiatica, a margine del vertice Apec.
Un’intesa con Xi Jinping chiuderebbe il cerchio che ha visto Donald Trump indiscusso protagonista mondiale in appena nove mesi di seconda presidenza. Manca ancora, almeno per ora, la sfuggente pace fra Russia e Ucraina.
L’Europa stenta a trovare spazio fra i tre mondi della politica estera di trumpiana: Medio Oriente, Asia, Americhe. Gli Usa di Donald Trump si proiettano dove ci sono affari da fare e soldi da
guadagnare (anche in famiglia) – pochi da noi, che per sostenere Kiev non abbiamo di meglio che indebitarci (ulteriormente).
La politica estera di Donald Trump continua, e continuerà, ad essere dominata dall’istinto e dalla versatilità di posizionamenti, vedi altalena (non finita) con Vladimir Putin. Tuttavia, emerge ormai la visione di dove vuole arrivare e di come: premiando l’efficacia sull’ortodossia.
Trump parte accantonando per ora Ucraina e dialogo con Putin ma si ferma nel Golfo. In Qatar, con l’Emiro Al-Thani che gli rende visita sull’Air Force One, Trump da un doppio segnale: di voler puntellare il suo intero piano di pace, non solo il cessate il fuoco a Gaza; di privilegiare il Golfo e, in particolare Doha.
Perché il Qatar gli ha regalato il prossimo Air Force One o perché è l’attore che ha più influenza su Hamas? Comunque, Gerusalemme è avvertita. Gli Usa hanno anche altri amici nel quartiere.
Nelle capitali asiatiche, prese nella morsa Cina-Usa, Trump consolida le posizioni americane nei confronti di quelle di Pechino con qualche ramoscello d’olivo commerciale, incassa la mediazione di un’altra “pace” (Thailandia e Cambogia) a fini Nobel 2026 e, con grande tempismo, stabilisce subito un rapporto diretto con la nuova premier giapponese Sanae Takaichi, fresca di nomina.
Di qui Trump passerà all’appuntamento più importante, con il Presidente cinese, da cui dipende il bilancio dell’intero viaggio. La posta in gioco è semplicemente: guerra o compromesso commerciale fra le due maggiori economie mondiali?
Trump ha scoperto che la Cina è un osso duro; ha una capacità di ritorsione che l’Europa o altri partner commerciali non possiedono.
I lineamenti di un accordo sono tracciati; dazi americani più bassi, allentamento delle restrizioni cinesi sull’esportazione di terre rare – sperando erga omnes per beneficiarne anche in Ue – ripresa degli acquisti cinesi di soia.
L’intera economia mondiale tirerebbe un sospiro di sollievo. Ieri, anticipando l’intesa, la borsa giapponese era schizzata oltre la soglia di 50.000.
Forte dell’amicizia senza limiti con Xi, dalla lontana Mosca Vladimir Putin farà il tifo per un accordo sino-americano che non tocchi gli interessi russi.
A passeggio fra Golfo e Mar cinese, Trump metteva anche in atto una politica delle Americhe volta ad affermare il predominio continentale Usa sia a Nord che a Sud. Dazi al Canada per avere, pur autenticamente, citato un Ronald Reagan anti-protezionismo – il confinante Canada di Mark Carney, liberale, con politiche sociali avanzate, è una spina nel fianco di Maga; spiegamento di forze avio-navali senza precedenti nelle acque dei Caraibi con malcelata minaccia di diretto intervento in Venezuela – non si muovono portaerei senza intenzione di usarle; sanzioni contro il Presidente colombiano, Gustavo Petro, reo di critiche agli affondamenti di imbarcazioni sospette di narcotraffico.
Mentre invece il Presidente argentino, Javier Millei, riceve dagli Usa una boccata d’ossigeno finanziaria di 40 miliardi di dollari; a condizione che il suo partito vincesse le elezioni legislative di
domenica, aveva premesso Trump. Domenica le urne gli hanno dato ragione.
A Washington si invoca apertamente una nuova dottrina Monroe. Ultimamente senza più menzionare la Groenlandia ma Mette Frederiksen, Primo Ministro danese, non dorme sonni tranquilli.
Né li dovrebbero dormire gli altri leader europei con un Presidente americano, del quale hanno bisogno ma del quale non possono fidarsi, e che li preferisce divisi anziché uniti. Fa bene Giorgia Meloni a invocare l’unità delle due sponde dell’Atlantico – dirlo è buona politica. Purtroppo, suona sempre più come un vecchio disco di vinile rotto. Con Donald al timone la deriva continentale ha ripreso il sopravvento.
(da La Stampa)
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