Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
SE DOMANI SI DOVESSE ANDARE AL VOTO, IL PREMIER NON RIUSCIREBBE A CREARE UNA COALIZIONE DI 61 SEGGI, LA SUA NARRAZIONE È IMPLOSA
Il 4 novembre 1995, durante una manifestazione per la pace in piazza dei Re d’Israele a Tel Aviv, il primo ministro Yitzhak Rabin fu assassinato da Ygal Amir, un estremista nazional-religioso condannato all’ergastolo.
All’epoca Benjamin Netanyahu guidava l’opposizione e partecipava alle proteste contro gli accordi di Oslo, segnate da slogan e immagini violente contro Rabin. Poche settimane prima dell’attentato, Itamar Ben Gvir — oggi ministro della Sicurezza — mostrò in tv l’emblema dell’auto di Rabin, affermando che “sarebbero arrivati anche a lui”.
Come ricorda Manuela Dviri sul “Fatto Quotidiano”, l’uccisione di Rabin non pacificò Israele, ma lo divise ulteriormente. Alle elezioni del 1996 Netanyahu vinse di stretta misura, presentandosi come garante della sicurezza dopo gli attentati suicidi di Hamas. Lo stesso slogan, “Mr. Security”, gli permise di tornare al potere nel 2022.
Dopo il 7 ottobre, però, la sua leadership è messa in discussione. Netanyahu ha attribuito le responsabilità dell’attacco a servizi segreti, esercito e ministri, sostituendone alcuni considerati poco fedeli. Secondo un sondaggio del Canale 12, il 52% degli israeliani ritiene che non dovrebbe ricandidarsi. Se si votasse oggi, non riuscirebbe a ottenere una coalizione di 61 seggi.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
I SONDAGGI LO DANNO IN NETTO VANTAGGIO
Dalle 13mila persone radunate nello stadio di Forest Hills ai video virali su TikTok, dalla
consegna porta a porta dei volantini ai palchi con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Zohran Mamdani è diventato in poche settimane il nome che domina la politica americana.
Trentaquattro anni, deputato statale, nato in Uganda da madre regista e padre accademico, musulmano e socialista: un mix che fino a poco tempo fa avrebbe garantito al massimo un ruolo da outsider. E invece, alle elezioni per il sindaco di New York in programma per il 4 novembre, è il netto favorito. Non solo: è lui il volto su cui la sinistra americana — ma forse anche quella di altre parti del mondo — ha deciso di mettere gli occhi.
Il focus sull’accessibilità
La ricetta con cui Mamdani si presenta ai cittadini della Grande Mela è tanto radicale — almeno per gli Stati Uniti — quanto immediata, perché si concentra quasi esclusivamente su un tema soltanto: rendere la città più accessibile.
Le sue proposte sono ambiziose: bloccare il prezzo degli affitti per un milione di appartamenti, offrire autobus pubblici gratuiti e veloci, assistenza per l’infanzia e supermercati gestiti dal Comune per tenere bassi i prezzi ed evitare speculazioni anche sui beni di prima necessità.
Il costo stimato di tutte queste misure? Sette miliardi di dollari, che il giovane candidato socialista sa già come racimolare: alzando le tasse sulle grandi aziende e su chi guadagna più di un milione di dollari.
I sondaggi e l’ultimo dibattito prima delle elezioni
Dopo aver stravinto le primarie del partito democratico con una vittoria inaspettata, alle elezioni del 4 novembre dovrà vedersela con Andrew Cuomo, l’ex governatore dello Stato di New York finito nella bufera mediatica per via di alcuni scandali sessuali, e Curtis Sliwa, candidato del partito repubblicano. I sondaggi danno Mamdani in netto vantaggi sui rivali. Durante il dibattito del 16 ottobre, Cuomo ha accusato il giovane socialista di inesperienza.
Ma Mamdani ha replicato con una risposta che ha fatto in poche ore il giro del web: «L’esperienza che mi manca la compenso con l’integrità, l’integrità che ti manca non potrai mai compensarla con l’esperienza».
A prescindere da come andrà a finire, il 34enne originario dell’Uganda ha già ottenuto un risultato notevole: riportare entusiasmo in un partito depresso, diviso e in crisi di identità, che pure di fronte alla scarsa popolarità di Donald Trump non è riuscito finora a risalire nei sondaggi.
La preoccupazione di repubblicani e democratici
Eppure, la sua probabile vittoria viene vissuta con discreta preoccupazione sia tra i repubblicani che tra i democratici. I primi già sono pronti a mettergli i bastoni tra le ruote. Il presidente Trump che ha minacciato di tagliare i fondi federali alla città di New York, qualora Mamdani diventasse sindaco. I secondi sono spaventati dalla popolarità di un leader così vicino all’ala più radicale del partito. Quando un passante gli ha gridato «Comunista!» durante una campagna di volantinaggio in sella a una bicicletta, lui ha risposto sorridendo «Si dice “ciclista”». E
ha pure rilanciato il video sui suoi profili social.
Mamdani: la sinistra di Sanders e AOC sogna in grande
Mentre l’establishment del Partito democratico americano spera ancora in un colpo di scena dell’ultimo minuto, l’ala socialista è in fermento. «Zohran aveva l’un per cento nei sondaggi, ora è in testa. Questo movimento dà speranza non solo a New York, ma a tutto il mondo», ha suonato la carica l’anziano senatore Bernie Sanders. Eppure, gli esperti invitano alla cautela. «Mamdani è la prova che la sinistra americana ha ancora qualcosa da dire. Ma New York non è l’America», mette in guardia Daniel Schlozman, della Johns Hopkins University. Insomma, non sta scritto da nessuna parte che il suo successo «si tradurrà automaticamente in una rinascita democratica a livello nazionale». Nel frattempo, a New York qualcosa sembra muoversi. E per la sinistra americana, che da anni sgomita per portare un proprio candidato alle elezioni presidenziali, siamo già alle prove generali in vista del 2028.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
COMICHE SOVRANISTE: SI SCATENANO COMMENTI DI SCHERNO E PRESE PER IL CULO
Domenica 26 ottobre il ciclista Elia Viviani ha chiuso con un’ultima vittoria una carriera piena di successi. Come a sigillare il momento, a fine gara Viviani ha tracciato con le braccia una “X”, una croce, idealmente messa alla chiusura di un’avventura sportiva capace di lasciare un segno indelebile nel ciclismo italiano.
C’è però chi ha dato al gesto tutt’altra interpretazione. Il generale Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega, ha rilanciato sui suoi social una foto del campione con una didascalia piuttosto fuori luogo.
Il significato del riferimento alla Decima
Su X l’europarlamentare ha scritto: «Un’altra Decima per l’Italia!». Il riferimento è ormai un classico del generale, aspramente criticato per le sua ambigua vicinanza al fascismo. La prima volta in cui Vannacci aveva giocato su questa ambivalenza era stato in occasione della campagna elettorale per le elezioni europee del 2024, nel corso della quale il generale aveva invitato a tracciare «una decima» sul simbolo della Lega.
La frase aveva attirato contro Vannacci l’accusa di voler celebrare la X Flottiglia MAS, un corpo militare fondato dai fascisti durante la Repubblica Sociale Italiana. Il leghista si era difeso precisando di aver voluto fare riferimento all’omonima unità speciale della Regia Marina, Vannacci è poi tornato più volte su commenti di questo tenore.
I commenti degli utenti
Nei commenti al post dell’ex generale gli utenti di X si sono scatenati. Oltre a chi l’ha corretto più o meno seriamente, c’è chi ha ironizzato sull’ultimo risultato del partito di Vannacci, la Lega, fermatasi al 4% in Toscana, osservando che la X di Viviani forse «simboleggia il simbolo che non hanno messo sul nome del generalissimo alle elezioni regionali».
Altri hanno incoraggiato Viviani a querelare Vannacci: «Fossi in lui ti denuncerei», «Lascialo in mutande». Infine, c’è chi ha pensato di dare al generale un suggerimento: «Il prossimo post lo fa sulla decima inneggiata a X-Factor?».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
GLI EQUILIBRISMI DI GIORGIA DI FRONTE ALLA QUINTA COLONNA DI PUTIN
La passeggiata romana di Viktor Orbán è stata illuminante. Non tanto per le arcinote
posizioni del primo ministro ungherese, leader di una nazione dove lo Stato di diritto scricchiola e sempre più critico con l’Unione europea, nella quale il suo Paese non avrebbe mai dovuto entrare.
Quanto piuttosto per aver acceso l’ennesimo faro sulle camaleontiche acrobazie di Giorgia Meloni, abilissima a vestire una mise per ogni occasione: orbaniana con Orbán, europeista con von der Leyen, atlantista con Trump.
Anche quando il suo ospite d’onore spara l’ennesima bordata contro Bruxelles e Washington. “L’Ue non conta nulla”, taglia
corto l’alleato di Giorgia, aggiungendo: “Trump sbaglia sulle sanzioni, vado da lui per fargli togliere le sanzioni”. Una scudisciata, senza citare la padrona di casa, alla politica estera italiana.
Eppure, nella nota ufficiale di Palazzo Chigi, Giorgia non ha avuto nulla da eccepire. Tanto, tra TeleMeloni, Mediaset e il lungo elenco di giornali amici, nessuno le chiederà conto del doppio, anzi del triplo gioco che sta conducendo sui tavoli nazionale e internazionale. Poi non c’è da stupirsi se trasmissioni come Report, contro cui ieri si è scagliata perfino l’Ungheria proprio mentre Orban era in Italia, diano tanto fastidio al potere. Del resto un’Authority indipendente si può limitare con le nomine politiche. La stampa libera alla Ranucci, invece, non la fermano neppure le bombe.
(da lanotiziagiornale.it)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
BOCCHINO: “DA ME C’E’ STATO SOLO 20 MINUTI”
Nell’affaire Garante-Report c’è un buco nero di 50 minuti. E tocca capire se sono pieni di chiacchiere o di balle. Italo Bocchino, sentito dal Fatto, conferma di aver incontrato nel pomeriggio del 22 ottobre Agostino Ghiglia, il componente del Collegio del Garante immortalato da Report mentre entra in via della Scrofa 39, sede di Fratelli d’Italia, alla vigilia del voto che avrebbe inflitto al programma di Rai3 una multa da 150 mila euro.
Dopo giorni di silenzio, ieri sera in un’intervista rilasciata al Corriere, Ghiglia ha spiegato che “tutto si è svolto nella massima trasparenza”: “Ho incrociato Arianna Meloni, ci siamo salutati e scambiati due convenevoli”. Ma la versione non convince. I filmati mostrano Ghiglia entrare alle 15.35 e uscire alle 16.45: un’ora e dieci minuti dentro la sede del partito. Bocchino però al Fatto dice che l’incontro “è durato pochissimo, venti minuti al massimo”. Tanto che non si ricorda neanche il titolo del libro di Ghiglia che dovrebbe presentare. E allora dove è stato Ghiglia
per gli altri 50 minuti?
L’ufficio di Bocchino, direttore del Secolo d’Italia, è sullo stesso pianerottolo di quello di Arianna Meloni al secondo piano di via della Scrofa 39. “Dell’incontro di Ghiglia con Arianna io l’ho letto sui giornali di stamattina, io non li ho visti. Il mio è il penultimo ufficio in fondo a un lungo corridoio – racconta – sul lato sinistro del piano. Per andare da Arianna, Ghiglia deve attraversare tutto il palazzo e uscire sul pianerottolo”.
Un dettaglio non irrilevante, visto che i due piani sono divisi a metà: una parte ospita la Fondazione, l’altra è affittata a Fratelli d’Italia.
Bocchino conosce Ghiglia da quarant’anni, dai tempi del Fuan: “Eravamo dirigenti nazionali assieme – io a Perugia, lui a Torino. Lo conosco dal 1985”. Ne parla con la franchezza di chi lo ha frequentato a lungo: “Non è uno che si fa dettare la linea. Se provi a dirgli cosa deve pensare, ti tiene un’ora per spiegarti l’esatto contrario”. Conferma che l’incontro del 22 ottobre non fu casuale: “Era fissato in agenda per le 16. Dovevamo concordare la presentazione dei nostri libri”. Esclude però che si sia parlato di Report: “Assolutamente no. Anche perché io sono noto nel nostro ambiente come l’unico amico di Ranucci”.
Ma Bocchino dice anche di più, mostrando quanto la vicenda resti oscura anche in casa FdI. “Non so se la multa sia giusta o sbagliata, non mi intrometto, ma un docile ammonimento sarebbe bastato. Lo scontro non era la strada giusta e se poi c’è stata una discriminazione ai danni di Ranucci, me ne dolgo e la ritengo ingiusta. Sarebbe inaccettabile”. Un giudizio che – a quanto risulta al Fatto – coincideva con quanto Ghiglia aveva in mente prima di varcare quel portone. Il giorno dopo, però, voterà per la multa. E ora getta altra benzina sul fuoco: “Sono pronto a denunciare chi mi ha pedinato”. A un membro del Garante che non risponde ai giornalisti ma li minaccia, tocca anche ricordare che “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni preventive né a censure” (art. 21 Cost.).
(da ilfattoquotidiano.it)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
PERCHE’ UN GARANTE DELLA PRIVACY ENTRA NELLA SEDE DI FDI
Quindi, ricapitolando. Il 16 ottobre una bomba a Pomezia distrugge l’auto di Sigfrido Ranucci
e quella di sua figlia. Il 21 ottobre, in piazza Santi Apostoli, cittadini e giornalisti manifestano per la libertà di stampa. Il 22 ottobre, il meloniano Agostino Ghiglia, membro del Collegio del Garante per la Privacy, entra nella sede romana di Fratelli d’Italia ancora indeciso sul voto su Report (in quel momento era più per il no che per il sì alla maxi-sanzione); il 23 ottobre, il Garante approva la multa con tre voti favorevoli e uno contrario (dunque il voto di Ghiglia è stato decisivo). Report prima e il Fatto poi svelano la visita di Ghiglia alla sede di FdI. Perché c’è andato? Ha incontrato Arianna Meloni? Qualcuno/a gli ha fatto cambiare idea, dicendogli di votare contro Ranucci e dimostrando che la solidarietà della destra era finta e che il Garante è un’authority “indipendente” quanto può esserlo Molinari su Israele? Non si sa. Si sa però che, dopo una giornata di silenzi e imbarazzi, il mitologico Ghiglia dà la sua versione. Ed è ovviamente una versione credibilissima: “Mi sono recato in via della Scrofa, ma per incontrare il direttore del Secolo d’Italia, Italo Bocchino, in merito a una presentazione a Torino e a Roma dei nostri due nuovi libri”. Già che era lì, aggiunge, ha “incrociato Arianna Meloni, ci siamo salutati e scambiati due convenevoli perché era molto impegnata”.
Una ricostruzione granitica, che sgombra il campo da qualsivoglia dubbio e dimostra inequivocabilmente che il Garante non prende ordini da Fratelli d’Italia, che Lollobrigida è Adenuaer e che Gasparri è più figo di Brad Pitt. Ciò nonostante, circolano altre ricostruzioni. Le riporto di seguito, solo per amore di verità.
Reunion dei Nirvana con Donzelli.
Ghiglia è andato nella sede di Fratelli d’Italia per riunire i Nirvana, la storica band grunge di Kurt Cobain. Per l’occasione, Ghiglia suonerà il basso, Crosetto la batteria e Foti la chitarra, mentre il ruolo – non facile – di erede di Cobain sarà affidato a Donzelli, la cui resa vocale nella cover di Smells Like Teen Spirit è già stata paragonata da Mario Sechi a quella di Freddie Mercury al Live Aid del 1985.
Giocare a canasta con la Montaruli.
Non tutti sanno (ed è un peccato) che Ghiglia è un grande appassionato di canasta. Ci gioca di continuo. Il 22 ottobre, nella sede di FdI c’era anche Augusta “Bau Bau” Montaruli, altra virtuosa di canasta. Ghiglia si è quindi recato lì per sfidarla. All’incontro ha partecipato anche Bignami, che di fronte a una tale esibizione di agonismo di classe e rispetto si è virilmente commosso.
La gara a chi ce l’ha più lungo (il busto).
Versioni contrastanti e non verificate, sostengono invece che Ghiglia fosse lì per giocare con Ignazio La Russa alla gara su chi ha il busto (del Duce) più lungo e più grosso. Sempre secondo questa versione, Ghiglia avrebbe perso malamente la sfida, ammettendo dopo la sconfitta che in queste cose Ignazio è imbattibile.
Sfida di cervelli con Lollobrigida e Sangiuliano. No, questa è troppo grossa anche per loro, dài.
Per amore del Gozzano. Ghiglia è un fine letterato e ama molto la corrente letteraria post-decadente del crepuscolarismo. Per questo ha un debole smodato per il Gozzano. Quella sera si è recato in via della Scrofa perché è lì che viene conservata una versione rarissima in pelle di struzzo strabico della raccolta di poesie I colloqui, anno 1911. Il Ghiglia aveva urgente bisogno di leggerla, proprio quella sera, e già che c’era ha recitato all’impronta – di fronte ai non pochi astanti – il componimento Cocotte. Quando il Ghiglia ha recitato il verso “Non amo che le rose che non colsi”, Arianna Meloni ha sospirato rapita. Per poi applaudire sei ore di fila. Le versioni più accreditate sono queste. A voi trarre le conclusioni. Resta, da parte mia, un’unica riflessione finale: ma credono davvero che siamo tutti scemi e ci beviamo qualsiasi cosa?
(da ilfattoquotidiano.it )
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
LO HA STABILITO IL GIP DI BOLZANO CHE HA DISPOSTO ANCHE IL DIVIETO DI AVVICINAMENTO E QUELLO DI COMUNICARE CON I FIGLI DELLA COPPIA
Braccialetto elettronico per il presidente del consiglio comunale di Bolzano, Carlo Vettori: lo ha stabilito il gip di Bolzano.
Le indagini, per ora allo stato preliminare, coinvolgono il membro di Fratelli d’Italia per maltrattamenti ai danni della compagna, aggravati dall’aver commesso il fatto in presenza dei figli minorenni.
Si procede inoltre per lesioni aggravate per aver commesso il fatto contro la compagna convivente e danneggiamento.
Il gip ha confermato il braccialetto elettronico convalidando nell’udienza dello scorso 22 ottobre il provvedimento dell’allontanamento d’urgenza dalla sua casa familiare disposto dalla questura. Il giudice ha accolto la richiesta della Procura di applicazione nei suoi confronti anche del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalle persone offese, con il divieto di comunicare con qualsiasi mezzo con i figli e la compagna, con applicazione del dispositivo elettronico.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
IL TESORO TOTALE DI “PATRIMONI TRASFERITI” SI STIMA ABBIA UN VALORE DI 250 MILIARDI DI EURO, PARI AL 15% DEL PIL
Un tesoro stimato 250 miliardi di euro, pari ad almeno il 15% del Pil. È questo il valore totale
dei patrimoni trasferiti in Italia, fra eredità e donazioni, calcolato in base al valore reale.
La “ricchezza ereditata” cresce. Gli ultimi dati agli atti di registro e successione, per l’anno d’imposta 2023, quantificano in quasi 80 miliardi di euro i beni “trasferiti” fra immobili e diritti reali immobiliari, aziende, azioni e obbligazioni, altri cespiti. «Salgono le donazioni» prosegue il professor Morelli. «Rappresentano ormai il 40% del totale: di sicuro, per gli incentivi fiscali ma anche per un cambio strutturale nella società».
Del resto, la propensione a fare testamento resta bassa.
Secondo le rilevazioni del ministero della Giustizia, in media, non più del 13% degli italiani lascia scritte le volontà per la sua successione.
Stando ai dati del Notariato, nel 2024 sono stati registrati 47.085 atti per trasferire beni mobili (in aumento dell’1,7% rispetto all’anno precedente) e ben 217.749 per beni immobili. Un balzo del 6,8%, prossimo al record toccato nel 2021.
Più fattori contribuiscono a questo trend. Coppie separate, famiglie allargate, centri affettivi di unioni non formalizzate creano i presupposti per un lascito ereditario più articolato di un tempo. Si procede a pianificare anche per evitare liti, in famiglia o in azienda.
Ma, alla base, c’è anche l’aspettativa di vita più lunga. I “baby boomer”, over 60, sono più longevi e hanno potuto accumulare più risorse.
«A dispetto della narrazione, siamo ancora un paese di formiche e la propensione al risparmio resta alta» sottolinea Pietro Ciarletta, consigliere nazionale del Notariato. «Ma oggi si tende a porzionare più facilmente i propri beni per aiutare i figli, che spesso scontano un minore reddito disponibile. E molti fondatori di piccole e medie imprese, ossatura della nostra economia, si
preoccupano di assicurare una successione alla propria attività».
Che cosa si dona? Per la prima categoria di beni (contanti, polizze vita, investimenti e titoli, obbligazioni, auto, diritti o brevetti, opere d’arte, preziosi, aziende e quote societarie, beni futuri), si tratta, per lo più, di quote e azioni (il 42,39% del totale) o di denaro (un altro 40,64%). Per la seconda, i beni più “donati” sono abitazioni e fabbricati (negozi, capannoni, magazzini).
Insieme a nuda proprietà e usufrutto, gli immobili rappresentano quasi l’80% delle donazioni effettuate mentre i terreni agricoli restano invariati.
L’identikit del donante vede in testa le donne (più generose), l’area del Nord-Ovest e l’Emilia-Romagna per le donazioni di beni mobili (se ne fanno più della media italiana), il Sud e le isole per i beni immobiliari, con la Campania sul podio (28.452 atti nell’ultimo anno). Quanto all’età, in genere chi dona ha dai 56 anni in su.
Mentre chi riceve ha fra i 18 e i 55 anni ma più di un quarto è nella fascia di età over 46.
Per beneficiari in linea retta come coniuge e figli, per esempio, si applica una franchigia individuale fino a un milione di euro per ogni erede. Tradotto: immobili o altri beni sono esentasse, se la quota di ciascuno non supera questo limite.
Oltre, scatta il 4% di tassazione sulla parte eccedente.
Fra le novità introdotte dall’attuale governo, dal 1° gennaio 2025, c’è la definitiva fine del cosiddetto “coacervo donativo”: se prima il calcolo dell’imposta di successione doveva tenere conto delle
donazioni in vita, ora vige la separazione con doppia franchigia: un milione di euro in donazione più uno in successione. Per coniuge e figli, quindi, la “franchigia cumulabile” sale a due milioni di euro. Un beneficio che consente di godere di un risparmio fino a 40 mila euro (4% sul milione in più esente).
Per agevolare il passaggio generazionale nelle imprese familiari, inoltre, l’esenzione è stata estesa ad aziende o rami di aziende e partecipazioni societarie trasferite a coniuge o figli, a patto che il beneficiario prosegua l’attività per almeno cinque anni o acquisisca (conservi) il controllo della società per lo stesso periodo.
A fronte degli incentivi, l’incasso da successione per l’erario resta modesto ovvero meno di un miliardo all’anno. C’è, infine, un altro fenomeno: i patrimoni senza eredi.
La Fondazione Cariplo stima che, nel 2030, questi averi sfioreranno i 21 miliardi di euro ma, a causa del calo delle nascite, nell’arco dei successivi dieci anni potrebbero arrivare a 90 miliardi di euro.
I potenziali lasciti senza un legittimo beneficiario andrebbero da 8,4 miliardi nel 2023 a 35,7 nel 2040. Uno spazio, forse, per aiutare una buona causa o redistribuire la ricchezza ereditata.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile
“GLI INVESTIGATORI E GLI OSSERVATORI CERCANO ANCORA DI DETERMINARE L’ESTENSIONE COMPLETA DEI LEGAMI DI EQUALIZE CON I SERVIZI SEGRETI ITALIANI E SE ALCUNI CLIENTI FOSSERO CONSAPEVOLI O COMPLICI. I DOCUMENTI DI POLIZIA SONO AMPIAMENTE CENSURATI, LASCIANDO IGNOTE LE IDENTITÀ DI FIGURE CHIAVE E LA PIENA PORTATA DELL’OPERAZIONE”
Nulla nella facciata color sabbia del palazzo nascosto dietro il Duomo di Milano lasciava intendere che al suo interno un
gruppo di ingegneri informatici stesse costruendo un database per raccogliere informazioni private e compromettenti sull’élite politica italiana — e usarle per tentare di controllarla.
La piattaforma, chiamata Beyond, aggregava centinaia di migliaia di registrazioni provenienti da banche dati statali — inclusi movimenti finanziari segnalati e indagini penali — per creare profili dettagliati di politici, leader economici e altre figure di rilievo.
Le intercettazioni della polizia registrarono una persona identificata come Samuele Calamucci, presunto cervello tecnico del gruppo, vantarsi che quei dossier davano loro il potere di “fregare tutta l’Italia”.
L’operazione crollò nell’autunno del 2024, quando un’indagine durata due anni culminò con l’arresto di quattro persone e l’interrogatorio di altre sessanta. I presunti capi hanno negato di aver mai avuto accesso diretto alle banche dati statali, mentre gli operatori di livello inferiore sostengono di aver condotto solo ricerche open-source, convinti che le loro azioni fossero legali.
POLITICO ha ottenuto migliaia di pagine di trascrizioni di intercettazioni e mandati di arresto, e ha parlato con presunti autori, vittime e funzionari impegnati nelle indagini. Insieme, i documenti e le interviste rivelano un intricato complotto per costruire un database pieno di dati riservati e compromettenti — e un piano d’affari per sfruttarlo sia con mezzi legali sia illegali.
In apparenza, il gruppo si presentava come una società di intelligence aziendale, che cercava clienti di alto profilo vantando competenze nella risoluzione di complessi problemi di
gestione del rischio come frodi commerciali, corruzione e infiltrazioni della criminalità organizzata.
I pubblici ministeri accusano la banda di aver compilato dossier dannosi accedendo illegalmente a telefoni, computer e banche dati statali contenenti informazioni che andavano dai registri fiscali alle condanne penali. I dati potevano essere utilizzati per fare pressioni o minacce alle vittime, oppure passati ai giornalisti per screditarle.
Tra i presunti autori figurano un ex investigatore di punta della polizia, il dirigente ai vertici del complesso fieristico di Milano e diversi esperti di cybersicurezza noti nel panorama tecnologico italiano. Tutti hanno negato ogni illecito.
Quando la banda attirò per la prima volta l’attenzione degli investigatori nell’estate del 2022, fu quasi per caso.
La polizia stava seguendo un gangster del Nord Italia che aveva organizzato un incontro con l’ex ispettore di polizia Carmine Gallo in un bar del centro di Milano. Gallo, veterano della lotta contro la criminalità organizzata, era una figura nota negli ambienti delle forze dell’ordine italiane. L’incontro suscitò sospetti, e le autorità misero Gallo sotto sorveglianza — scoprendo così, in modo accidentale, le operazioni più ampie della banda.
Gallo, morto nel marzo 2025, era una figura imponente nelle forze dell’ordine italiane. Aiutò a risolvere casi di alto profilo come l’omicidio nel 1995 di Maurizio Gucci — eseguito dall’ex moglie del magnate della moda, Patrizia Reggiani, e dalla sua veggente — e il rapimento nel 1997 dell’imprenditrice milanese
Alessandra Sgarella da parte della ‘ndrangheta.
Eppure la carriera di Gallo non fu priva di controversie. In quattro decenni, coltivò legami con reti della criminalità organizzata e fu più volte indagato per aver oltrepassato i limiti della legge. Alla fine ricevette una condanna sospesa di due anni per aver divulgato segreti d’ufficio e per favoreggiamento.
Quando si ritirò dalla polizia nel 2018, Gallo portò illegalmente con sé materiale investigativo, come trascrizioni di interrogatori con informatori, alberi genealogici di famiglie mafiose e identikit, secondo i documenti dei pubblici ministeri. Il suo modus operandi, vantava nelle intercettazioni, era dire ai dipendenti comunali di “andare a prendere un caffè e tornare tra mezz’ora” mentre lui fotografava i documenti.
Eppure la sua etica del lavoro restava implacabile. Nel 2019 cofondò Equalize — la società informatica che ospitava il database Beyond — insieme al suo socio in affari Enrico Pazzali, presentando l’azienda come una società di intelligence per la gestione del rischio aziendale.
Gli anni di Gallo come poliziotto gli diedero un vantaggio unico: poteva sfruttare le relazioni con ex colleghi nelle forze dell’ordine e nei servizi segreti per convincerli a condurre ricerche illegali per suo conto. Alcune delle informazioni ottenute venivano poi rielaborate come dossier reputazionali per i clienti, con tariffe fino a 15.000 euro.
Gallo monetizzava anche la sua influenza per ottenere favori, come il procacciamento di passaporti per amici e conoscenti. Gli investigatori registrarono conversazioni in cui si vantava di aver procurato un passaporto a un mafioso condannato, sotto inchiesta per rapimento, che pianificava la fuga negli Emirati Arabi Uniti.Il superpoliziotto diventato supercriminale affermava che Equalize avesse una visione completa delle operazioni criminali italiane, estesa persino a paesi come Australia e Vietnam.
Quando gli investigatori fecero irruzione nella sede del gruppo, trovarono migliaia di fascicoli e dossier che coprivano decenni di storia criminale e politica italiana. Gli hacker sostenevano perfino di possedere — come parte di quello che chiamavano il loro “archivio infinito” — prove video dei celebri festini “bunga bunga” dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi, che gli investigatori definirono “uno strumento di ricatto di altissimo valore”.
La morte improvvisa di Gallo per infarto, sei mesi dopo l’inizio dell’indagine, suscitò inquietudine tra i pubblici ministeri. Osservarono che, sebbene un’autopsia iniziale non avesse rilevato segni di trauma o iniezione, l’assenza di tali prove non esclude necessariamente un intervento esterno. Gli investigatori hanno ordinato esami tossicologici.
“Zio Bello”
Il collaboratore di Gallo, Enrico Pazzali, un noto uomo d’affari che dirigeva la prestigiosa Fondazione Fiera Milano, il più grande centro espositivo del Paese, era il presunto frontman di Equalize.
Attraverso il suo avvocato, Pazzali ha rifiutato di commentare con POLITICO le accuse.
La Fiera, calamita di denaro e potere, rese Pazzali un
personaggio influente negli ambienti milanesi. Dopo aver costruito una carriera di successo nei settori dell’informatica, dell’energia e in altri ambiti, e sfoggiando una folta chioma grigia d’acciaio, era noto a molti con il soprannome di “Zio Bello”.
Pazzali coltivava stretti legami con politici di destra, tra cui Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, e manteneva relazioni con alti funzionari dei servizi segreti. Riceveva i clienti a bordo di una Tesla X nera con autista, completa di lampeggiante blu sul tetto — del tipo solitamente riservato agli alti funzionari.
Dal 2019, Pazzali deteneva il 95% delle quote di Equalize. Se il ruolo di Gallo era quello di reperire informazioni riservate, quello di Pazzali, secondo i pubblici ministeri, era di assicurarsi clienti di alto profilo. Sfruttando la propria reputazione e le connessioni politiche, ottenne commesse da banche, conglomerati industriali, multinazionali e studi legali internazionali,
“Il professore” e i ragazzi
Entra in scena Samuele Calamucci, il cervello informatico dell’operazione.
Calamucci proveniva da un piccolo paese nei dintorni di Milano e, prima di intraprendere la carriera nella cybersicurezza, aveva lavorato nella lavorazione della pietra.
A differenza dei suoi soci Gallo e Pazzali, Calamucci non era una figura nota in città — e aveva lavorato duramente per rimanere nell’ombra. Gestiva una propria società di
investigazioni private, Mercury Advisor, dagli stessi uffici di Equalize, occupandosi delle operazioni informatiche come consulente esterno.
Calamucci conosceva bene i sistemi informatici governativi italiani. In conversazioni intercettate, affermava di aver contribuito alla costruzione dell’infrastruttura digitale per l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e di aver lavorato per il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza dei servizi segreti.
Conosciuto all’interno della banda come “il professore”, Calamucci aveva il compito di reclutare e gestire un team di 30-40 programmatori, che chiamava “i ragazzi”.
Con i migliori tra loro, iniziò a costruire Beyon nel 2022, la piattaforma concepita come l’equivalente digitale di un occhio onniveggente.
Per alimentarla, Calamucci e il suo team acquistavano dati dal dark web, sfruttavano gli accessi derivanti da contratti di manutenzione IT governativi e prelevavano intelligence da banche dati statali ogni volta che ne avevano la possibilità, secondo i pubblici ministeri.
In una conversazione registrata, Calamucci si vantava di possedere un hard disk contenente 800.000 dossier. Attraverso il suo avvocato, ha rifiutato di commentare.
“Pensavamo tutti che i rapporti richiesti servissero al bene del Paese”, ha dichiarato uno degli hacker, protetto dall’anonimato per poter parlare liberamente. “Il 90% dei rapporti riguardava progetti energetici, che richiedevano controlli su precedentpenali
o appartenenze a organizzazioni mafiose, dato che una larga parte interessava il Sud.” Solo il 5% dei lavori, ha aggiunto, riguardava individui che volevano analizzare nemici o concorrenti.
Gli hacker “non dovevano sapere” chi entrasse negli uffici di Equalize dall’esterno. Le riunioni si tenevano a porte chiuse nell’ufficio di Gallo o nelle sale conferenze, ha raccontato l’hacker a POLITICO, spiegando che gli analisti ignoravano le dinamiche interne e le persone con cui l’azienda si relazionava.
Beyond diede a Pazzali, Gallo e alla loro banda un tesoro di informazioni compromettenti su figure politiche e imprenditoriali, in una piattaforma consultabile. Le intercettazioni indicarono che il piano era vendere l’accesso tramite abbonamento a clienti selezionati, tra cui lo studio legale internazionale Dentons e alcune delle “Big Four” come Deloitte, KPMG ed EY.
Dentons ha rifiutato di commentare. Deloitte ed EY non hanno risposto alle richieste. Audee Van Winkel, responsabile comunicazione di KPMG Belgio, dove lavorava uno dei presunti membri della banda, ha dichiarato che la società “non aveva alcuna conoscenza né registrazione di rapporti con la piattaforma.”
Equalize è stata liquidata nel marzo 2025, e alcuni degli hacker presunti hanno nel frattempo assunto ruoli legittimi nel settore della cybersicurezza.
Rimangono però molte domande irrisolte. Gli investigatori e gli osservatori cercano ancora di determinare l’estensione completa
dei legami di Equalize con i servizi segreti italiani e se alcuni clienti fossero consapevoli o complici dei metodi usati per compilare i dossier sensibili. Le interviste con funzionari dell’intelligence condotte durante l’indagine non sono mai state trascritte, e le testimonianze rese davanti alla commissione parlamentare restano classificate. I documenti di polizia sono ampiamente censurati, lasciando ignote le identità di figure chiave e la piena portata dell’operazione.
Sebbene Equalize sia senza precedenti per scala, gli sforzi per raccogliere informazioni sugli avversari politici sono “diventati una tradizione italiana”, ha detto lo storico politico Giovanni Orsina. Lo spionaggio e i giochi di potere, durante e dopo la Guerra Fredda, hanno danneggiato la democrazia e minato la fiducia nelle istituzioni pubbliche, aggravati da un sistema giudiziario lento che può impiegare anni, se non decenni, per fare giustizia.
“Contribuisce alla percezione che l’Italia sia un Paese in cui non si riesce mai a scoprire la verità,” ha detto Orsina.
Franco Gabrielli, ex direttore dei servizi segreti civili italiani, ha avvertito che anche la più severa delle condanne difficilmente metterà fine alla pratica. “Aumenta solo i costi, perché se rischio di più, chiedo di più,” ha detto.
“Dobbiamo limitare i danni, mettere in atto procedure e meccanismi,” ha aggiunto. “Ma, purtroppo, in tutto il mondo, anche dove si guadagna di più, ci sono sempre le pecore nere, persone che si lasciano corrompere. È nella natura umana.”
(da politico.eu)
argomento: Politica | Commenta »