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IL MONDO DEL LAVORO È CAMBIATO, MA L’ITALIA È ANCORA INDIETRO: ALLE IMPRESE SERVONO 686MILA DIPENDENTI CON “COMPETENZE DIGITALI AVANZATE”, MA PIÙ DELLA METÀ DEI PROFILI È DIFFICILE DA REPERIRE

Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile

È CACCIA AGLI ESPERTI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CLOUD COMPUTING, ANALISTI DEI DATI, REALTÀ VIRTUALE E AUMENTATA E BLOCKCHAIN

«Alle imprese servono 686 mila lavoratori con «elevate competenze digitali avanzate». Ma più della metà dei profili richiesti è difficile da trovare. In particolare in alcune Regioni: il Trentino-Alto Adige, il Friuli-Venezia Giulia, l’Umbria e la Toscana. Uno scenario che emerge dai risultati della ricerca “I pionieri dell’Ai” condotta dall’Ufficio studi di Confartigianato
che ha analizzato i dati di UnionCamere, Ministero del Lavoro, Sistema Excelsior e Istat.
Il quadro generale è che due imprenditori su tre hanno un’opinione positiva sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale e dei robot nei luoghi di lavoro. Allo stesso tempo, però, in Italia solo l’11,4% delle aziende con dipendenti lo ha fatto. E sono soprattutto in Lombardia (quasi il 18%), in Lazio, in Campania, in Veneto e in Emilia-Romagna. Un po’ diverso per le piccole medie imprese, che usano l’Ai soprattutto nelle Marche, in Veneto, in Sardegna, in Emilia-Romagna e in Toscana.
Ma se le nuove tecnologie interessano così tanto perché vengono impiegate così poco? Sette aziende su 10 non sanno come farlo. Da qui, la necessità di esperti. […] Il 13% delle imprese ha già assunto figure professionali specializzate in Ai, o intende farlo entro la fine dell’anno.
Ma il 53,5% dei profili è difficile da reperire. È caccia agli esperti di intelligenza artificiale, cloud computing, analisti dei dati, realtà virtuale e aumentata e blockchain. Ecco perché entrano in gioco le università. Che si stanno attrezzando con nuovi corsi di laurea ad hoc mentre intanto inseriscono questa materia all’interno degli insegnamenti che esistono già, “contaminando” i corsi di ingegneria meccanica, biomedica, civile o design.
Il Politecnico di Torino ad esempio quest’anno ha aperto un master di II livello in “Ai: tecnologie, modelli e applicazioni” rivolto proprio a neo-laureati e professionisti che vogliono approfondire le tecnologie più avanzate. Che si aggiunge a un
master dedicato alle “innovazioni e strategie per la trasformazione digitale nelle scelte manageriali” e ad altre tre lauree magistrali.
«Si tratta soprattutto di trasferire alla didattica quello che i nostri docenti fanno già nei gruppi di ricerca – spiega il vice rettore del Politecnico Fulvio Corno – Facciamo vedere che queste applicazioni danno dei risultati concreti».
Eppure, questa transizione resta difficile. Secondo le analisi del Politecnico il problema è che «riescono a beneficiare dell’Ai solo le aziende che negli ultimi dieci anni hanno digitalizzato i propri processi». Prendiamo come esempio l’utilizzo dell’Ai per selezionare il personale. «Si può fare solo se l’impresa ha già trasferito a livello digitale tutti i curricula e le necessità di assunzione di cui ha bisogno» spiega Corno.
Ecco perché in un Paese in cui la transizione digitale non è ancora completa è difficile pensare di utilizzare l’intelligenza artificiale in tutti gli ambiti. A oggi le imprese che usano queste tecnologie lo fanno soprattutto per la gestione economica e per il marketing, la promozione digitale, l’e-commerce. Pochissimi invece le sfruttano per organizzare e gestire le risorse umane o nella logistica. Ma gli ambiti di applicazione sono tantissimi.
All’Università di Torino, per esempio, esiste una laurea magistrale sull’Ai applicata agli aspetti medici, mentre l’anno prossimo ne partirà un’altra che punterà sulle tecniche di prossima generazione. Anche qui, però, parte tutto dai dati. «Ecco perché dobbiamo lavorare su dati nuovi creando problemi nuovi, in collaborazione con le aziende del territorio – spiega
Marco Aldinucci, delegato per l’intelligenza artificiale dell’Università – Come ateneo vorremmo aiutare le aziende a pensare a un piano per futuro, per guardare l’Ai per come sarà, e non solo per com’è oggi».
Non semplice, siccome appunto il 70% delle imprese non sa come affrontare questo cambiamento nell’immediato. «Perché l’Ai sta crescendo e diventando un oggetto sempre più complesso e costoso – continua Aldinucci – se usato bene migliora la produttività, se usato male peggiora la qualità dei servizi. Servono grandi investimenti e persone dedicate, con grosse competenze». I giovani questo lo capiscono molto bene. Tant’è che il settore sta raccogliendo sempre un maggiore interesse.
(da agenzie)

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L’AFRICA, LA MINIERA D’ORO DEI MERCENARI, EX INCURSORI, EX UFFICIALI, EX AGENTI SEGRETI: È RIESPLOSO IL MERCATO DELLE MILIZIE PRIVATE UTILIZZATE PER SCOPI POLITICI E, SPESSO, PREDATORI NEGLI STATI DEL CONTINENTE AFRICANO CHE HANNO GOVERNI FRAGILI

Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile

IL CASO DELLA GUERRA CIVILE LIBICA CON MIGLIAIA DI RUSSI, TURCHI, FRANCESI E AMERICANI SCHIERATI … CON IL RIDIMENSIONAMENTO REGIONALE DEL RUOLO DEL PENTAGONO DECISO DA TRUMP, ANCHE L’AMMINISTRAZIONE USA SCEGLIE LA STRADA DELL’APPALTO AI MERCENARI

Sono un “boomerang senza legge”, purtroppo dilagante nella volatilità sicuritaria del continente africano: una miniera d’oro per le compagnie militari e di sicurezza private, rimedio ingannevole di governi locali fragili, spesso in affanno nel controterrorismo e nel presidio di risorse e confini.
Mercenari e contractor d’ogni dove, molti dei quali ex incursori, ex militari di professione ed ex agenti di forze di polizia a ordinamento militare, combattono e fanno intelligence; proteggono infrastrutture economiche e aziende, sedi istituzionali e personale; inquadrano e preparano forze militari e di polizia. Tradiscono un vulnus nel controllo statale dell’uso legittimo della forza armata, espressione di Stati falliti e longa manus, non troppo arcana, dell’imperialismo neocoloniale cinese, russo, turco e occidentale.
Nel caos della guerra civile libica hanno sguazzato migliaia di contractors e mercenari, russi, turchi, francesi e americani su tutti. Erik Prince, fondatore della famigerata Blackwater, sta
rientrando in loco con il nuovo marchio della Freedom First, interessata alla valorizzazione energetica, almeno per ora.
Raccontano le fonti che intorno al 2017 operavano in Africa ventuno compagnie militar-sicuritarie private di diritto americano, alcune delle quali assoldate anche dalle missioni di pace delle Nazioni Unite, altre affini al Comando statunitense per l’Africa.
In uno scenario che vedrà un probabile ridimensionamento regionale del ruolo del Pentagono, l’agenda africana dell’amministrazione statunitense sarà in parte appaltata al privato e si annuncia un nuovo afflusso di contractor statunitensi, che si aggiungeranno a quelli di Constellis e Caci, presenti ovunque. Amentum è la prossima, attesa in Tripolitania.
La guerra in Congo è uno spaccato di un cosmopolitismo di mercenari: vi è stata attivissima la società di sicurezza privata Agemira RDC, filiale congolese dell’Agemira franco- bulgara che, ingaggiata inizialmente a Goma per la manutenzione dei cacciabombardieri Su-25 e degli elicotteri d’attacco Mi-24, è cresciuta nel portafogli, fornendo consulenza allo stato maggiore delle forze armate congolesi e addestrandone alcune unità nel Kivu Settentrionale, terra di affari non meno che di guerra anche per Congo Protection, le cui azioni sono state dirette dal rumeno Horatiu Potra, ex soldato della Legione Straniera francese
Nella cabina di regia fra Parigi e Kinshasa siederebbe la società privata Themiis, specializzata nella formazione in ambito sicurezza e difesa e coinvolta dal 2016 nella gestione del Collège des Haute Etudes de Stratégie et de Défense della capitale
congolese.
La corporation britannica G4S si picca di avere suoi uomini in 29 Paesi africani, compreso il Sudafrica, dove protegge aeroporti e 38 miniere, integrando pure le operazioni di law enforcement. Una multinazionale con più linee di business, macchiatasi in passato di abusi sui detenuti.
Non è andata per il sottile nemmeno la Wagner russa, fagocitata oggi dall’Africa Corps ministeriale ma sopravvissuta nel marchio, nelle trame fosche, nei rovesci militari e nelle stragi impunite.
Andrei Averyanov, attuale capo, veterano dell’unità per le operazioni clandestine dell’intelligence militare, avrebbe intrallazzi con giunte golpiste, signori della guerra e mi-litari, alfiere di un do ut des sicuritario- affaristico: offre puntelli draconiani e controllo centralizzato al prezzo di concessioni minerarie.
Allevate dalla Frontier Service di Prince, sono di casa in Africa anche le aziende di contractor cinesi, parte del grande gioco multilaterale, cui non sono immuni nemmeno la turca Sadat, la francese Secopex, la tedesca Asgaard e realtà emiratine e ucraine, espressione di interessi poliedrici.
Il vuoto normativo ha allarmato il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana che sta sollecitando un irrobustimento della Convenzione del 1977 sul bando del mercenariato in Africa, fenomeno antico, riemerso come fiume carsico mai in secca.
(da agenzie)

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LA CINA HA VINTO, TIENE PER LE PALLE TRUMP E PUTIN: XI JINPING VA ALL’INCONTRO DI GIOVEDÌ CON IL PRESIDENTE USA CONVINTO DI AVER TROVATO LE CHIAVI DELLA CASA BIANCA

Ottobre 28th, 2025 Riccardo Fucile

RISPETTANDO I DIVIETI SUL GREGGIO RUSSO, PUÒ FORZARE PUTIN A FERMARE L’AGGRESSIONE. MA LO FARÀ? CON L’IRAN LA CINA SI È GIÀ DIMOSTRATA PRONTA A IGNORARE I VINCOLI OCCIDENTALI (COMPRA IL 90% DEI BARILI DI TEHERAN)”

Non importano la disoccupazione giovanile della Cina o i ventenni che non vogliono più lavorare dodici ore al giorno, sei giorni su sette, come i loro padri.
Né importano il crac immobiliare e la paralisi dei consumi. Non questa settimana. Xi Jinping deve avvicinarsi al vertice con Donald Trump pieno di fiducia nei propri mezzi.
In un sistema internazionale segnato dalle guerre commerciali più dure da un secolo, quest’anno a tutto settembre l’export cinese ha continuato a crescere: più 6% sugli stessi mesi del 2024, le dogane di Pechino.
Sotto il peso dei dazi e delle tensioni politiche con la Casa Bianca, le vendite negli Stati Uniti sono sì crollate del 17%. Ma per la Cina compensa l’aver dirottato i propri prodotti verso l’Unione europea (più 8,2% di export, con Italia e Germania investite in pieno). E compensa anche il boom di export verso l’Asia stessa, Filippine e Vietnam per primi.
Su tutto il resto del mondo Pechino ha poi continuato a praticare un protezionismo diverso da quello di Trump solo perché non è dichiarato, ma palese nei numeri: meno 4% di acquisti dall’Unione europea, meno 8% solo dall’Italia.
In confronto sono gli Stati Uniti a non aver ancora trovati equilibrio, dopo la grande scossa dei dazi impressa da Trump. A tutto luglio l’export americano è sostanzialmente fermo nel 2025 — al netto dell’inflazione — mentre l’import è persino salito di duecento miliardi di dollari perché le imprese hanno riempito i magazzini proprio per paura dei rincari doganali.
Dietro i numeri ciò che agisce È la politica, intesa come puri e semplici rapporti di forza. Ha scritto il Wall Street Journal giorni fa che Xi, di fronte al ritorno di Trump, ha incaricato una task force di sviluppare un concetto nuovo su come negoziare con la Casa Bianca.
Ne facevano parte il suo capo di gabinetto Cai Qi, il responsabile economico He Lifeng e l’ideologo di partito Wang Huning. Il loro avviso: non limitarsi a reagire a Trump, ma offrire concessioni su ciò che a Pechino interessa di meno e presentare le minacce più pesanti di quelle di Trump stesso su ciò che per Xi conta di più.
Così il leader cinese ha assecondato la cessione ad azionisti americani delle attività della cinese TikTok negli Stati Uniti e importerà di nuovo soia dal Mid-West. Ma quando la Casa Bianca ha ripreso a parlare di controlli sulle forniture di semiconduttori, ha reagito con durezza anche maggiore: il 9 ottobre ha fatto annunciare al suo ministero del Commercio una stretta all’export di terre rare raffinate, che servono per smartphone, computer, auto, missili e molto altro.
È bastato questo per spingere Trump al compromesso. Le terre rare, nel suolo, sono presenti in tutto il mondo. Se Pechino controlla il 90% di quel mercato, è perché accetta sul proprio territorio i processi altamente inquinanti necessari a raffinarle. Gli Stati Uniti o l’Europa potrebbero spezzare questo monopolio solo dopo […] dieci anni o più
Per questo Xi Jinping va all’incontro di giovedì con Trump convinto di aver trovato le chiavi della Casa Bianca. Le stesse sanzioni di Trump sulle major del petrolio di Mosca, Rosneft e Lukoil, non possono che rafforzare la sua certezza. Con esse Xi, ancor più di prima, ha in mano il voto decisivo sulla guerra in Ucraina: rispettando i divieti sul greggio russo, può forzare Vladimir Putin a fermare l’aggressione per mancanza di fondi.
Ma lo farà? Con l’Iran, sottoposto alle attuali sanzioni sul petrolio dal 2012, la Cina si è già dimostrata pronta a ignorare i vincoli occidentali e capace di gestire una rete industriale parallela: del vasto export di barili iraniani, compra almeno il 90%. Ma anche sull’Ucraina in fondo Xi può presentare il suo prezzo per rispettare i divieti degli americani: vuole che gli Stati Uniti dichiarino la loro «opposizione» formale all’indipendenza di Taiwan. Poco importa, a Xi, che forse nemmeno Trump può essere così sfacciato da scambiare la salvezza di Kiev per la condanna di Taipei.
(da Corriere della Sera)

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PER RACCATTARE VOTI IN PUGLIA SALVINI HA IMBARCATO ANCHE IL “NUOVO” PARTITO SOCIALISTA E I DEMOCRISTI DELL’UNIONE DI CENTRO DI LORENZO CESA. IL TENTATIVO ALLE PROSSIME REGIONALI È QUELLO DI SUPERARE ALMENO FORZA ITALIA

Ottobre 27th, 2025 Riccardo Fucile

“STIAMO UN PO’ ESAGERANDO”, SUSSURRA UN DIRIGENTE DI VIA BELLERIO

Nessuno faccia vedere al fondatur, Umberto Bossi, il simbolo della sua Lega nella lista in Puglia. Lui che aveva creato il contenitore delle lighe autonomiste per “spazzare via il vecchio pentapartito”, lui che inveiva contro i ladroni che stanno a Roma e che tuonava: “L’Italia è un paese fallito per colpa di democristiani, socialisti e comunisti”. Lui che definiva quelli della “banda bassotti” i socialisti milanesi, e non solo.
E che si, è vero, ha fatto da stampella ai governi berlusconiani animati proprio da ex democristiani ed ex socialisti, ma pur sempre camuffati sotto le insegne di Forza Italia o al massimo nell’Udc di Pier Ferdinando Casini, con il quale litigava spesso infatti.
Ecco, nessuno faccia vedere adesso a Bossi che nel simbolo della Lega sotto il disegno di Alberto Da Giussano, il liberatore della Padania dalla vecchia prima repubblica, compaiono oggi il garofano rosso del “nuovo” Partito socialista e lo Scudocrociato con la scritta Libertas del partito di Lorenzo Cesa.
Ora passi che Salvini è disposto a tutto pur di raccattare voti al Sud (e anche al Nord), tanto che in Sicilia si è alleato anche con la “nuova “ Dc di Totò Cuffaro, l’ex governatore siciliano condannato per aver favorito la mafia. Ma mai si era visto il povero Alberto Da Giussano accanto ai simboli storici dei socialisti e dei democristiani. Eppure in Puglia, nel tentativo di superare almeno Forza Italia e dimostrare che la Lega è un partito nazionale, argomento sul quale il leader del Carroccio si sta giocando tutto, eccolo il simbolo monstre.
“Forse stiamo un po’ esagerando”, sussurra un dirigente di via Bellerio. Che non a caso spera che non lo veda il fondatore Bossi, che quando si infiammava a Radio Padana diceva frasi del tipo: “La gente che votava i democristiani, i socialisti e i comunisti, e che va avanti a votarli invece di spazzarli via a calci in culo, questi partiti che fecero fallire il paese, merita questa Italia. Questa era gente da tirar giù, da portare in piazza e fucilare, perché quando uno fa fallire un paese lo si fucila”.
(da agenzie)

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NEL QUARTIERE TUFELLO DI ROMA, UN GRUPPO DI GIOVANI NEOFASCISTI HA FATTO IRRUZIONE NEL LICEO BRAMANTE, OCCUPATO DAGLI STUDENTI: DA RIVOLUZIONARI A GUARDIE BIANCHE DEL SISTEMA CON LA VOCAZIONE DEGLI SBIRRI MANCATI

Ottobre 27th, 2025 Riccardo Fucile

I RAID SONO AVVENUTI PER DUE NOTTI DI SEGUITO: LA SCUOLA E’ STATA DEVASTATA CON LANCI DI BOTTIGLIE E DISEGNI DI SVASTICHE SUI MURI. UN RAGAZZO E’ STATO AGGREDITO

Notti di violenza al liceo Bramante di Roma, nel quartiere Tufello, dove l’occupazione da parte degli studenti si è conclusa sabato scorso. Secondo quanto denuncia il collettivo della scuola in una lunga lettera a studenti, docenti e dirigente scolastico, sia durante la notte tra il 23 e il 24 ottobre che durante la notte tra il 24 e il 25 ottobre, gruppi di una quindicina di ragazzi riconducibili ad ambienti di estrema destra per via dei cori, è entrato nell’edificio urlando di voler ‘spaccare tutto’.
La scuola, durante la prima notte, sarebbe stata devastata con lanci di bottiglie e disegni di svastiche sui muri e nei corridoi. “Noi studenti siamo riusciti a indirizzare questo gruppo verso il giardino della scuola per allontanarli dall’edificio e prendere tempo”, affermano gli studenti del collettivo, secondo i quali un ragazzo sarebbe stato aggredito e ferito.
Successivamente, anche nella notte seguente, un altro gruppo di persone è arrivato nella scuola a volto coperto producendo nuove devastazioni. A quel punto gli occupanti hanno deciso di interrompere l’occupazione denunciando “gli attacchi inaccettabili e l’inacccettabile clima di violenza squadrista”.
“Basta violenza e incursioni neofasciste nelle scuole. Le istituzioni scolastiche devono restare spazi di libertà, rispetto e democrazia”, afferma il consigliere capitolino delegato all”edilizia scolastica, Daniele Parrucci, che aggiunge: “non è un caso isolato, basta rigurgiti neofascisti nelle scuole”.
(da agenzie)

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TORINO, I DISORDINI PER IL VOLANTINAGGIO DEI GIOVANI DI GIOVENTU’ NAZIONALE DAVANTI AL LICEO D’AZEGLIO DIVENTANO UNA FARSA

Ottobre 27th, 2025 Riccardo Fucile

DA UN LATO IL PRESIDIO DI POLIZIA A TUTELA DEI SEDICENTI MELONIANI, DALL’ALTRO LE PROTESTE DEGLI STUDENTI DELLA SCUOLA CHE NON LI VOGLIONO … POI ARRIVA LA SMENTITA DELLA FEDERAZIONE MELONIANA: “NON SONO NOSTRI TESSERATI”: MA ALLORA CHI SONO? CHI HA NOTIFICATO IL VOLANTINAGGIO ALLA QUESTURA CHE HA MOBILITATO DECINE DI AGENTI IN TENUTA ANTISOMMOSSA?

È stato denunciato per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale lo studente di 15 anni del liceo Einstein di Torino coinvolto questa mattina nelle tensioni con la polizia durante un volantinaggio di Gioventù nazionale ‘Gabriele D’Annunzio’.
Secondo quanto ricostruito, il giovane, portato via ammanettato, avrebbe colpito con calci e pugni un agente della Digos intervenuto per separare i gruppi.
Il ragazzo, dopo due ore in Questura, è stato affidato, in quanto minorenne, ai genitori.
Le tensioni erano scoppiate davanti all’istituto mentre i militanti di destra distribuivano volantini ‘contro la cultura maranza’, espressione usata per indicare giovani figli di immigrati, alcuni dei quali il 3 ottobre scorso avevano partecipato a violenti scontri a margine di una manifestazione pro Palestina davanti alla Prefettura.
Dalla federazione cittadina di Gioventù nazionale Torino è arrivata una presa di distanza dal gruppo coinvolto: “il volantinaggio all’Einstein è stato effettuato da elementi non tesserati alla federazione cittadina di Gioventù nazionale Torino”, si legge in una nota.
Gli studenti dell’Einstein in corteo intanto raggiungeranno piazza Castello per un presidio dopo i fatti di questa mattina. Tutto si è verificato ed è degenerato in poche decine di minuti al primo suono della campanella di lunedì mattina, 27 ottobre. “Quando sono arrivata a scuola c’erano già due camionette della polizia e un piccolo gruppo di ragazzi di Gioventù Nazionale per il volantinaggio contro la cultura maranza. Erano pochi e non erano tutti studenti, c’erano anche ragazzi più grandi di 20-30 anni – spiega a TorinoToday una rappresentante d’istituto –. Gli abbiamo detto ‘andatevene, qua non siete ben accetti’. Glielo abbiamo chiesto più volte e gentilmente, proprio per evitare conflitti”.
L’azione di volantinaggio ha però avuto seguito: “Non se ne sono andati e, insieme ad altri compagni, mi sono avvicinata con un bidone della spazzatura dicendogli che avrebbero potuto buttarli qui, ma nello stesso istante uno dei militanti di destra ha iniziato a strattonare un nostro amico. Gli abbiamo preso i volantini, li abbiamo strappati e buttati a terra. In quel momento è intervenuta la polizia”.
Pochi minuti che sono bastati a innalzare il livello di tensione, tanto da richiedere l’intervento della polizia, fisicamente presente in tenuta antisommossa, insieme alla Digos. Un “parapiglia” tra spintoni, cori e urla. La denuncia della rappresentante d’istituto: “Gli agenti hanno avanzato contro di noi spingendoci contro un muro. Due ragazzi sono stati afferrati per il collo e un nostro compagno, minorenne, è stato portato via”. Si tratterebbe di un ragazzo di 16 anni, fermato per essere identificato dalla Digos. Ravinale (AVS): “Chiederemo conto a Piantedosi. Non c’è alcuna buona ragione né giustificazione per l’intervento della polizia in tenuta antisommossa”
“Quanto avvenuto questa mattina davanti al liceo Einstein di Barriera di Milano a Torino è gravissimo e inquietante – sono invece le parole di condanna pronunciate da AVS –. Gioventù Nazionale, la giovanile di Fratelli d’Italia, stava volantinando contro la ‘cultura maranza’, come già avvenuto nelle scorse settimane al Primo liceo artistico, ed è stata oggetto di contestazioni per via del contenuto razzista di quel volantino. Non c’è alcuna buona ragione né giustificazione per l’intervento della polizia in tenuta antisommossa, che ha caricato gli studenti e portato via in manette un ragazzo di sedici anni tuttora, a quanto ci risulta, trattenuto in Questura”. E ancora, sempre in una nota: “Chiediamo il suo immediato rilascio e provvederemo a chiedere conto, con un’interrogazione parlamentare, al Ministro Piantedosi di quanto accaduto. Al Primo, studenti e docenti hanno respinto pacificamente il messaggio d’odio contenuto nel volantino, senza il verificarsi di incidenti. A fronte di ciò, la risposta del Ministero e della Questura è quella di far scortare i militanti della giovanile di Fratelli d’Italia da agenti in antisommossa, con licenza di caricare e arrestare minorenni?”
(da agenzie)

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I SOLDI DIMINUISCONO, I SALARI NON CRESCONO E VIVERE COSTA SEMPRE DI PIU’: STA FINENDO LA LUNA DI MIELE TRA GIORGIA MELONI E GLI ITALIANI

Ottobre 27th, 2025 Riccardo Fucile

SECONDO IL SONDAGGIO DI “DEMOS” IL GRADIMENTO NEI CONFRONTI DELLA DUCETTA È IN SENSIBILE CALO RISPETTO ALL’ANNO SCORSO. PUR RESTANDO LA LEADER PIÙ GRADITA, LA SORA GIORGIA SCENDE DAL 43% AL 37% … SEI ITALIANI SU 10 SONO CONTRARI AL TERZO MANDATO

Ci avviamo a un nuovo appuntamento elettorale, dopo il voto alle Regionali che, nelle Marche, in Toscana e in Calabria ha riconfermato i presidenti uscenti. Ciò che non potrà avvenire nel Veneto, in Campania e in Puglia. Dove i governatori uscenti non potranno rigovernare la Regione. Per il vincolo del “terzo mandato”.
Che, per questo motivo, oggi assume grande rilievo. E attualità.
Il sondaggio condotto da Demos, comunque, sottolinea come l’argomento sia condiviso dalla maggioranza degli italiani.
Quasi 6 cittadini su 10, infatti, ritengono giusto “vietare il terzo mandato”. Il 38%, al contrario, pensa che andrebbe “consentito”. Le ragioni che spiegano questo orientamento sono diverse.
E hanno spiegazioni “politiche”, ma, anzitutto, “anti-politiche”.
In quanto riflettono il sentimento diffuso che, da molti anni, ha spinto i cittadini a prendere le distanze dalla scena politica. E dagli attori che la occupano. È comunque significativo il profilo tracciato dalla mappa geo-politica.
Nella quale emerge la specifica presenza di persone favorevoli al terzo mandato. In alcune aree. In particolare, nel Nordest. In altre parole: “la terra di Zaia”. Dove la quota di chi si oppone a questa prospettiva è minoritaria.
Ma non di molto. Raggiunge, infatti, il 46%. E risulta, così, la più ampia, in Italia. Un territorio specifico. Anzi: “speciale”. Visto che intorno al Veneto vi sono Regioni a statuto “speciale”. Una situazione che il governatore vorrebbe riprodurre.
E per questo, al di là dell’impossibilità di potersi riaffermare come governatore, Zaia intende utilizzare queste elezioni come un’occasione per riaffermarsi.
Una sorta di “referendum” sulla sua guida, che dura da molto tempo. D’altronde, nel suo caso si dovrebbe parlare di “quarto mandato”, visto che è in carica dal 2010. Ma la legge nazionale del “doppio mandato”, in Veneto è entrata in vigore dal 2012. E l’intenzione del governatore (che continua a godere di consenso elevatissimo, come mostrano i sondaggi di Demos) è di andare “oltre”.
Se si valutano gli orientamenti in base alla posizione politica e alla preferenza di partito si delinea un profilo sostanzialmente chiaro e definito. Riflette la divisione fra maggioranza e opposizione. Il grado maggiore di scetticismo nei confronti del “terzo mandato” si osserva fra gli elettori dei partiti di opposizione. Il Pd, in primo luogo. E, quindi, il M5s.
“All’opposto”, nella base dei partiti di governo cresce il consenso per l’istituzione del terzo mandato. Soprattutto fra chi vota per i FdI. Unico elettorato che proponga un sostegno al terzo mandato maggioritario: 51%. Quasi il doppio, rispetto al Pd (27%).
Questi indici, comunque, riflettono il peso e il ruolo dei leader. Giorgia Meloni, infatti, nel sondaggio di Demos dello scorso settembre, risulta la più apprezzata fra i leader politici italiani. Anche se il gradimento nei suoi confronti è in sensibile calo rispetto all’anno precedente.
Pur restando la più gradita, scende, infatti, dal 43% al 37%. Ma rimane oltre 10 punti sopra alla segretaria del Pd, Elly Schlein.
Anche per questa ragione il percorso verso le prossime elezioni Regionali è importante.
Perché induce a guardare oltre il presente. Oltre domani. Verso il
futuro. Un futuro che, in Italia, è segnato da numerosi appuntamenti elettorali. Già dalla primavera del 2026, quando si dovrebbe votare in numerose città, molto importanti.
Fra le altre: Roma, Milano, Bologna, Torino e Trieste. Fino alle elezioni politiche, che avranno luogo nel 2027.
Insomma: ci attende un election day senza sosta. Un mese dopo l’altro. Un anno dopo l’altro.
(da Repubblica)

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DELMASTRO, UN ALTRO DISASTRO: IL SOTTOSEGRETARIO MELONIANO ALLA GIUSTIZIA HA VOLUTO COME NUOVO CAPO DELLA DIREZIONE GENERALE DELLA FORMAZIONE DEGLI AGENTI CARCERARI ANTONIO FULLONE

Ottobre 27th, 2025 Riccardo Fucile

SI TRATTA DEL FUNZIONARIO IMPUTATO NEL PROCESSO SUI PESTAGGI AI DANNI DEI DETENUTI AVVENUTI IL 6 APRILE 2020 NEL CARCERE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE

Alla fine Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla Giustizia e padrone delle carceri italiane, è riuscito
nell’operazione più complicata. Dopo circa un mese dal nostro scoop, ha portato a casa la nomina più difficile. Come Domani aveva anticipato, ora è ufficiale, è stato scelto il nuovo capo della direzione generale della formazione.
Il nominato si chiama Antonio Fullone. Passerà il suo tempo diviso tra il prestigioso incarico e il processo che lo vede imputato come principale responsabile, fu lui a disporre la perquisizione straordinaria, del pestaggio del 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Sul sito del ministero della Giustizia nella sezione formazione si legge il nome del nuovo dirigente responsabile, ma anche altro: «Nell’ambito della direzione opera la Scuola Superiore dell’esecuzione penale ‘Piersanti Mattarella’ il cui direttore è Antonio Fullone».
L’opera di restaurazione del quadro dirigenziale del Dap, il dipartimento del ministero della Giustizia che amministra il personale e le carceri italiane, è quasi completata.
Quella di Fullone, però, è una nomina che significa anche altro. Sono trascorsi cinque anni dal più grave pestaggio mai documentato in un carcere italiano. Era il 6 aprile 2020, quando quasi 300 agenti entrarono nell’istituto Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere e picchiarono i detenuti per oltre quattro ore.
Nel reparto Nilo andò in scena un pestaggio di stato. Da allora tutti i protagonisti sono tornati operativi e premiati. La nomina significa piena restaurazione.
Fullone, in quell’aprile 2020, da provveditore regionale dispose la perquisizione straordinaria che si trasformò in un massacro con il marchio di stato. Fatti per i quali è sotto processo per diversi di capi di imputazione, è lui il principale imputato anche perché il più alto in grado tra i funzionari coinvolti nel maxi processo in corso davanti alla corte d’Assise del tribunale casertano.
La procura gli contesta di aver disposto la perquisizione straordinaria pur non avendone i titoli e le competenze visto che spettava alla direzione del carcere. La sua difesa ha puntato sulle parole dell’allora capo del Dap, Francesco Basentini, che in aula ha spiegato la correttezza della decisione in ragione del contesto temporale in cui era maturata, visto che si era in piena emergenza pandemica.
Fullone risponde anche del reato di depistaggio. Le accuse sono ancora tutte da dimostrare, Fullone vanta un’esperienza importante, particolarmente impegnato nella tutela dei diritti dei detenuti fino al sei aprile 2020. Ma è evidente la questione di opportunità e il segnale che si manda all’intero mondo carcerario, sarà lui a occuparsi di tutto il personale dell’amministrazione penitenziaria, anche degli impiegati civili.
Delmastro Delle Vedove non si è mai espresso in maniera critica sui fatti del 6 aprile 2020, nel giugno 2020 quando gli agenti erano già indagati per tortura, voleva addirittura tributargli l’encomio solenne.
La scelta serve anche a cancellare l’ondata di indignazione che aveva accompagnato la pubblicazione dei video delle violenze
da parte di questo giornale, immagini che avevano fatto il giro dei network anche internazionali
Una formazione che ora finisce nelle mani del principale imputato per quei fatti. Una casella cruciale nel funzionamento del dipartimento perché si occupa di quella formazione che viene evocata ogni quando un’inchiesta giudiziaria coinvolge gli agenti penitenziari.
(da Domani)

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DECINE DI DRONI UCRAINI HANNO PRESO DI MIRA STANOTTE MOSCA: GLI AEROPORTI DI DOMODEDOVO E ZHUKOVSKY HANNO TEMPORANEAMENTE SOSPESO LE OPERAZIONI

Ottobre 27th, 2025 Riccardo Fucile

VARIE ESPLOSIONI SONO STATE SEGNALATE IN DIVERSE PARTI DI MOSCA E NELLA REGIONE CIRCOSTANTE: UN INCENDIO SAREBBE SCOPPIATO IN UN DEPOSITO DI PETROLIO A SERPUKHOV

Decine di droni ucraini hanno preso di mira stanotte Mosca, secondo il sindaco Sergey Sobyanin citato dai media locali. Le difese aeree russe hanno abbattuto finora circa 30 velivoli, riposta da parte sua l’agenzia di stampa Tass. Gli aeroporti moscoviti di Domodedovo e Zhukovsky hanno temporaneamente sospeso le operazioni in risposta alla minaccia.
Esplosioni sono state segnalate in diverse parti della capitale e nella regione circostante, secondo i canali Telegram russi. Non sono state segnalate vittime, mentre un incendio sarebbe scoppiato in un deposito di petrolio a Serpukhov. Ieri i raid russi su Kiev hanno causato almeno tre morti e oltre 30 feriti
nella notte.
La Lituania ha chiuso a tempo indeterminato i suoi valichi di frontiera con la Bielorussia, dopo che palloni aerostatici hanno violato il suo spazio aereo per la terza notte consecutiva.
Lo hanno comunicato funzionari di Vilnius, citati dai media locali. L’aeroporto internazionale della capitale lituana ha temporaneamente sospeso le operazioni per diverse ore a causa di uno o più palloni che volavano in direzione dello scalo. I valichi di frontiera con la Bielorussia sono stati chiusi a “tempo indeterminato” in risposta all’ultimo incidente, ha annunciato il Centro nazionale di gestione delle crisi (Nkvc) della Lituania.
(da agenzie)

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