Novembre 7th, 2025 Riccardo Fucile
I 13 MILA CONTROLLORI DI VOLO E 50 MILA ADDETTI ALLA SICUREZZA NON PERCEPISCONO LO STIPENDIO DAL PRIMO OTTOBRE: PER QUESTO, STANNO INIZIANDO A DISERTARE IL POSTO DI LAVORO MANDANDO IN TILT GLI AEROPORTI … PER TRUMP IL MANCATO ACCORDO CON I DEMOCRATICI E’ UN BEL PROBLEMA VISTO CHE I DISSERVIZI DELLO SHUTDOWN FANNO INCAZZARE GLI ELETTORI
Il rito americano del volo si è incrinato. Da oggi dovrebbero entrare i vigore i tagli progressivi al traffico aereo per ogni giorno di shutdown: prima il 4 per cento, domani il 5, fino ad arrivare al dieci per cento dei voli in quaranta aeroporti.
Lo ha deciso il governo Trump, tornando indietro rispetto a quanto annunciato alla vigilia — aveva parlato di un taglio immediato del dieci per cento — per garantire la sicurezza mentre lo shutdown, il blocco dei servizi federali in mancanza di copertura finanziaria, in vigore da sei settimane, sta mettendo in ginocchio il Paese.
La misura, che porterà alla cancellazione di migliaia di voli e al
caos in tutti gli aeroporti americani, è stata decisa perché la situazione dei 13 mila controllori di volo e 50 mila addetti alla sicurezza negli aeroporti sta diventando drammatica.
Da oltre un mese non vengono pagati, nonostante svolgano un compito delicato. Una volta finito lo shutdown, tutti riceveranno gli arretrati, ma intanto bollette e affitto non aspettano. Lo stress sta portando centinaia di “uomini radar” a darsi malati, mettendo in crisi un sistema considerato già sotto organico.
I media hanno indicato i due principali aeroporti internazionali di New York, il Jfk e LaGuardia, quelli di Washington, Los Angeles, Houston, Chicago, Orlando, Memphis, Minneapolis, Boston, Philadelphia, San Francisco e Miami. Nell’elenco ci sono anche aeroporti di medie dimensioni come quelli di Oakland, Portland e il piccolo hub di Teterboro, New Jersey, a venti chilometri da Manhattan, quello dei jet privati utilizzato da Ceo, top manager di Wall Street, sportivi, politici e artisti.
Non è più solo un’emergenza tecnica. È anche morale, perché non c’è più fiducia nell’efficienza del sistema americano. E pratica, perché sta travolgendo la vita di milioni di persone. Lo shutdown è scattato il primo ottobre, giorno dal quale il governo federale non ha più ricevuto finanziamenti. Da allora 670 mila dipendenti pubblici sono stati mandati a casa senza stipendio, mentre 730 mila lavorano senza venire pagati. I programmi di assistenza alimentare per più di quaranta milioni di persone rischiano l’interruzione.
Secondo le analisi del Congresso, le prime quattro settimane di shutdown hanno ridotto dell’uno per cento la crescita nel quarto trimestre. La perdita economica è tra i 7 e i 14 miliardi di dollari. Nonostante la Casa Bianca, con la portavoce Karoline Leavitt, scarichi la responsabilità sui democratici, accusandoli di non aver garantito i voti necessari per l’approvazione della legge di finanziamento, i sondaggi indicano che gli americani ritengono i repubblicani i maggiori colpevoli.
I democratici, intanto, continuano a resistere alle richieste di tornare ai negoziati: in cambio chiedono il ritiro del provvedimento con cui Trump ha tolto i fondi federali che garantivano la copertura sanitaria a più di quattordici milioni di persone a basso reddito. Il segretario ai Trasporti Sean Duffy parla di possibile “catastrofe dei voli”.
Ma dopo martedì la situazione si è rovesciata: i progressisti hanno avuto la riprova che lo shutdown nuoce al governo e vogliono ottenere una vittoria per milioni di americani per i quali un posto in aereo, dopo aver perso la copertura sanitaria, non è la priorità.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO L’UPB, IL 50% DEI FONDI FINISCE ALL’8% DEI CONTRIBUENTI PIÙ RICCHI: LA MAGGIOR PARTE DELLE RISORSE VIENE INFATTI ASSORBITA DAI CONTRIBUENTI CON I REDDITI PIÙ ALTI
Ci risiamo. Il dibattito sulle tasse torna a infiammarsi sui tagli Irpef, che «premiano i ricchi»
secondo le opposizioni e «tutelano il ceto medio» per la maggioranza. E torna a disinteressarsi degli effetti collaterali, molto più consistenti, prodotti dalla pioggia di interventi scoordinati su un sistema fiscale diventato negli anni così barocco da trattare in modo profondamente diverso redditi uguali. Spesso senza sapere perché.
La replica della discussione che accompagna le riduzioni di aliquote fin dal Governo Draghi è partita ieri, dopo che l’Istat ha calcolato che più dell’85% dei 2,9 miliardi dedicati ai tagli Irpef arriverà nelle tasche delle famiglie dei quinti più ricchi nella distribuzione del reddito.
Il calcolo naturalmente è corretto. E riassume l’ovvia conseguenza del fatto che le famiglie più ricche concentrano le quote maggiori di redditi sopra i 50mila euro, quelli che ottengono il beneficio massimo (da 440 euro all’anno) e assorbono il 42,9% dei fondi dedicati all’alleggerimento della seconda aliquota.
Il punto è che l’impianto dell’Irpef, per quanto snaturato, è ancora progressivo. Per cui i tagli alle aliquote più basse si riflettono sui redditi più alti. E i meccanismi pensati per «sterilizzare» i benefici sopra una certa soglia, tramite riduzione equivalente delle detrazioni, hanno un effetto ottico più che reale.
Lo conferma la memoria depositata ieri in audizione dall’Ufficio parlamentare di bilancio, secondo cui la sterilizzazione introdotta in manovra per i redditi sopra i 200mila euro colpirà, e nemmeno in pieno, solo 58mila contribuenti, cioè il 32% dei 181mila
titolari di queste super dichiarazioni.
Per la semplice ragione che gli altri non hanno detrazioni «aggredibili». E quindi si troveranno lo sconto da 440 euro all’anno. In media, i dirigenti avranno un beneficio da 408 euro, gli operai, più interessati dai tagli delle scorse manovre, si fermeranno a 23 euro.
Ma l’analisi dell’Upb dice di più.
E mostra, a chi voglia approfondire almeno un po’, che la sola limatura delle aliquote ha sempre qualche ricaduta regressiva. Lo conferma il calcolo sul fiscal drag, altro tema più amato che capito dal dibattito.
L’autorità parlamentare sui conti confronta il carico fiscale effettivo con quello che i diversi contribuenti avrebbero avuto se, invece delle manovre di questi anni, fosse stata introdotta un’indicizzazione automatica del sistema fiscale all’inflazione.
In questo confronto, il drenaggio fiscale sui lavoratori dipendenti è recuperato in misura più che integrale per i redditi fino a 32mila euro, e parzialmente per quelli fino a 45mila. Ma per autonomi e pensionati il quadro cambia radicalmente, e mostra un fiscal drag azzerato solo sopra i 40mila euro (nella fascia 40-70mila fra gli autonomi), e non sotto. Anche qui la spiegazione non è complicata: ed è legata al fatto che sui dipendenti ha agito il taglio al cuneo fiscale, e sugli altri no.
La manovra interviene su questo dedalo. E lo complica ulteriormente con la detassazione degli aumenti contrattuali nel settore privato per i redditi fino a 28mila euro.
Il problema inquadrato dalla misura è reale, nota l’Upb, ma la risposta è sbagliata. Perché, nell’incrocio fra aliquote e detrazioni, gli incrementi dei redditi medio-bassi sono (involontariamente?) colpiti in modo duro dal fisco: che per esempio, a 20mila euro, chiede il 30% di tasse in più a un reddito in crescita del 5%, mentre a 30mila euro l’extra tassazione è del 15%. In pratica, nel primo caso le tasse salgono sei volte più del reddito, nel secondo tre.
Ma la detassazione è una tantum, sugli aumenti 2026, determinando quindi «un differimento temporale del prelievo più elevato, senza risolverlo». E difficilmente si potrebbe fare di più, perché una replica sugli anni successivi «richiederebbe l’applicazione di aliquote differenziate per le diverse componenti del reddito conseguite in anni diversi»: ipotesi parecchio tortuosa anche per il cervellotico fisco italiano.
La morale è facile da riassumere quanto complicata da praticare, e investe l’opportunità di affidare a un’impossibile panacea fiscale la soluzione di problemi che chiederebbero strumenti alternativi.
Fra questi non rientra la rottamazione, che con la manovra arriva alla quinta edizione. E che, ha avvertito sempre ieri la Corte dei conti, crea «il rischio che l’Erario possa diventare un ’finanziatore’ dei contribuenti morosi, incentivando l’omesso versamento come forma di liquidità».
(da “il Sole 24 Ore”)
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Novembre 7th, 2025 Riccardo Fucile
“IL VERO PROBLEMA SOCIALE DELL’ITALIA È IL POTENZIALE IMPOVERIMENTO DEL CETO MEDIO E CHI OGGI FA PROPRIA UNA POLITICA FISCALE E PENSIONISTICA CHE VA IN QUELLA DIREZIONE, VINCE LE ELEZIONI”… “I GIOVANI TRASCURATI DALLA POLITICA? FANNO LE LORO TRATTATIVE CON LE AZIENDE, CHIEDONO LO SMART WORKING, IL WELFARE AZIENDALE. QUANDO NON SONO SODDISFATTI CAMBIANO LAVORO O SE NE VANNO ALL’ESTERO. SONO MOLTO PIÙ POTENTI DI IERI, MOLTO DI PIÙ DI QUANTO LO FOSSI IO NEL 1955”
Giuseppe De Rita, sociologo e fondatore del Censis, interpreta da sempre i cambiamenti economici e sociali della società italiana, e oggi coglie l’inquietudine del ceto medio
«Il vero problema sociale e politico dell’Italia è il potenziale impoverimento del ceto medio. Questo fa paura. Tutta la politica ruota sulle misure da realizzare a favore del ceto medio […] ma poi è la dimensione identitaria a prevalere».
Si spieghi.
«Ai partiti piace tanto discutere di Trump e Mamdani, polarizzare le situazioni mentre invece il grosso della vita della società sta in mezzo, si vive di medietà. La politica va verso gli estremi, perché è un modo identitario di compattare la base. Se Elly Schlein decide di andare all’insediamento di Zohran Mamdani, il neosindaco di New York, probabilmente è perché pensa che questa sia l’identità di sinistra».
Negli ultimi anni si è detto spesso che le elezioni si vincono al centro, non è più vero?
«Le elezioni si vincono al centro, soltanto che quando si perde o si è in difficoltà di consenso i politici virano verso le ali estreme, pensando che questo renda di più sul piano politico ed elettorale]».
Perché il ceto medio ha paura di impoverirsi?
«Perché alcuni fenomeni come l’inflazione e il blocco dei salari aumentano una percezione di povertà. Il che non è vero, perché i contratti vengono firmati, i salari crescono anche se di poco, nel pubblico impiego come nel privato».
Ai 5 milioni di poveri chi ci pensa?
«La gran parte dell’elettorato chiede una politica di sostegno al ceto medio che ha due problemi su tutti: uno fiscale e uno
pensionistico. Chi oggi fa propria una politica fiscale e pensionistica di tipo mediano vince le elezioni. Il ceto medio ha bisogno di sicurezze per consolidarsi, le diseguaglianze non sono un argomento che va di moda».
Non trova che i giovani siano trascurati dalla politica?
«Fanno le loro trattative con le aziende, chiedono lo smart working, l’assicurazione, il welfare aziendale. Quando non sono soddisfatti cambiano lavoro o se ne vanno all’estero. Sono molto più potenti di ieri, molto di più di quanto lo fossi io nel 1955 quando ho iniziato a lavorare, io non potevo contrattare nulla».
(da Fanpage)
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Novembre 7th, 2025 Riccardo Fucile
MELONI, MUSK E L’EFFETTO MAMDANI
Per trent’anni si è parlato della fine delle ideologie e della scomparsa del conflitto sociale. La
realtà, amara, è che la lotta di classe non si è mai sopita; è stata condotta in modo unilaterale, silenzioso ma efficace, da una sola componente: l’élite finanziaria e i super-ricchi. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: hanno vinto a mani basse.
L’erosione progressiva della società è stata un capolavoro di ingegneria socio-economica. L’impoverimento strisciante del ceto medio, la deindustrializzazione di interi distretti e la disoccupazione dilagante sono state affiancate dall’estrema precarizzazione del mondo del lavoro, creando la situazione perfetta: una forza lavoro frammentata e incapace di riconoscersi.
Il Mercato del Lavoro Liquido
Oggi, in Italia, la quota di lavoratori dipendenti con contratto a tempo determinato si attesta intorno al 15% (con picchi più alti se si includono altre forme di precariato). Se guardiamo ai nuovi contratti, la preponderanza del tempo determinato è schiacciante, e l’Italia registra storicamente un tasso di precarietà tra i più alti in Europa, specialmente tra i giovani.
Il vecchio operaio, figura coesa, è stato sostituito dal lavoratore precario del settore servizi, una figura “liquida” priva di una forte identità collettiva. Questa frammentazione ha contribuito in modo determinante all’indebolimento della rappresentanza
sindacale, minando le basi della solidarietà.
Quando la crisi del 2007 ha reso questa realtà strutturale, chi osava contestare il modello veniva etichettato con disprezzo come “ideologico”, quasi che l’ideologia fosse il male da cui rifuggire. Si accettava passivamente l’ideologia dominante del mercato, camuffata da “neutralità economica”.
Miliardi ai Vertici, Tagli per la Base
Oggi, i segnali del trionfo di questa élite sono clamorosi e globali. Non è solo la Banca d’Italia a definire apertamente le manovre come “a vantaggio dei ricchi”; è il mondo intero a mostrare il divario: da una parte, Tesla concede un superbonus da centinaia di miliardi a Elon Musk, e altri grandi imprenditori continuano a guadagnare cifre da capogiro; dall’altra, Amazon pianifica di licenziare decine di migliaia di lavoratori per sostituirli con l’Intelligenza Artificiale.
Questo non è progresso, è una battaglia persa per la dignità del lavoro. Non è un caso che movimenti critici come quello di Mamdani a New York o la rinnovata forza di Mélenchon in Francia stiano riguadagnando terreno: sono la spia di un malcontento che non può più essere ignorato.
Il vero nodo è che il progresso non deve essere osteggiato, ma gestito. La politica ha abdicato al suo ruolo, lasciando fare al mercato, convinta della sua intrinseca infallibilità. Le scelte politiche non sono mai neutre: per diversi anni, le destre hanno cavalcato quest’onda parlando alla pancia del Paese, ma agevolando i ricchi, mentre la socialdemocrazia si era arresa
totalmente a quest’ultimi.
(da Fanpage)
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Novembre 7th, 2025 Riccardo Fucile
11 MILIONI DI SFOLLATI, 30 MILIONI SENZA CIBO, 15 MILIONI DI BAMBINI IN PERICOLO CON GLI AIUTI BLOCCATI TRA MASSACRI E CARESTIA
Nel silenzio assordante della comunità internazionale in Sudan si sta consumando una delle guerre più feroci e devastanti del nostro tempo. Dal 2023, lo scontro tra l’esercito regolare sudanese (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) ha ridotto il Paese in macerie, provocando una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi: oltre 11 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, e circa 30 milioni – metà della popolazione – dipendono oggi dagli aiuti umanitari per sopravvivere. Tra loro, 15 milioni sono bambini, intrappolati in un conflitto che non risparmia nessuno e che li espone quotidianamente alla fame, alla violenza e alla perdita.
Nelle ultime settimane, a partire dal 26 ottobre scorso, la città di El Fasher, nel Darfur settentrionale, è diventata l’epicentro dell’orrore: centinaia di migliaia di civili assediati, privati di cibo e acqua, vittime di massacri su base etnica e di attacchi
indiscriminati che colpiscono donne e minori. In questo quadro Save The Children, organizzazione umanitaria che da anni presente in Sudan, denuncia una crisi senza precedenti, aggravata dall’impossibilità di raggiungere le aree più colpite. Francesco Lanino, vicedirettore dell’Ong nel Paese africano, in un’intervista a Fanpage.it sottolinea come il dramma sudanese rischi di aggravarsi ulteriormente, oscurato da altri conflitti, trascurato dai media, ignorato da una comunità internazionale che continua a reagire con lentezza.
Il 26 ottobre le Forze di supporto rapido (RSF) hanno annunciato la conquista del quartier generale dell’esercito governativo a El Fasher. Qual è ora la situazione nel Paese?
La crisi in Sudan, da un punto di vista umanitario, rimane una delle più gravi al mondo. Oggi parliamo di circa 11 milioni di persone rifugiate o sfollate all’interno del Paese dall’inizio della guerra, nell’aprile 2023, e di altre 30 milioni in condizioni di insicurezza alimentare, che necessitano urgentemente di aiuti umanitari. Tra loro ci sono circa 15 milioni di bambini. La situazione per i più piccoli è drammatica: molti hanno vissuto direttamente la guerra, la violenza e la perdita dei familiari, in un conflitto che continua ancora oggi in diverse aree del Sudan.
Dove si stanno concentrando in questo momento i combattimenti principali?
Dopo la ripresa di alcuni territori da parte delle Forze Armate Sudanesi (SAF), gli scontri si sono spostati soprattutto nelle regioni del Darfur e del Kordofan. Oggi le aree più colpite sono
proprio queste. La città di El Fasher, nel Nord Darfur, era l’ultima non ancora caduta sotto il controllo delle RSF, le Forze di Supporto Rapido, ed è stata assediata per oltre 18 mesi, durante i quali è stato impossibile accedervi o far arrivare aiuti umanitari. La popolazione era già in una situazione di carestia estrema, con bambini e adulti morti di fame e malnutrizione.
Cosa è successo a El Fasher negli ultimi giorni?
Nelle scorse settimane le RSF sono riuscite a conquistare la città, che contava ancora circa 300.000 abitanti. Durante la conquista si è verificato un massacro indiscriminato della popolazione civile, comprese donne e bambini. Si è trattato di violenze in gran parte di matrice etnica e tribale, mirate a colpire comunità percepite come “altre” rispetto a quelle di cui fanno parte le RSF.
Quali sono state le conseguenze di questa nuova offensiva?
Negli ultimi giorni decine di migliaia di persone sono fuggite da El Fasher. Circa 40.000 sono arrivate a Tawila, a una sessantina di chilometri di distanza; 50.000 si stanno muovendo verso il Nord Darfur e Khartoum; 15.000 dal Nilo Bianco e altre 10.000 verso il Kordofan. Save the Children è presente in tutte queste aree, ma soprattutto a Tawila, dove abbiamo avviato programmi di assistenza per chi è riuscito a scappare durante i giorni dell’attacco. Tuttavia, stimiamo che tra 200.000 e 250.000 persone siano ancora intrappolate dentro El Fasher, senza possibilità di uscire, e purtroppo non abbiamo notizie aggiornate sulla loro condizione. Si calcola che tra loro ci siano circa 130.000 bambini.
Nei giorni scorsi sono circolate notizie di veri e propri massacri di civili e, in particolare, di minori…
Sì, purtroppo possiamo confermare che ci sono stati omicidi di minori e donne. Durante l’attacco a El Fasher sono stati uccisi anche operatori umanitari: cinque appartenenti alla Croce Rossa Sudanese e un membro di un’altra ONG. Non possiamo escludere che ci siano state altre vittime, ma al momento non abbiamo accesso diretto alla città e questo ci impedisce di verificare i fatti in modo indipendente.
La popolazione ha accesso agli aiuti umanitari?
È una situazione estremamente complessa. Ci sono enormi difficoltà logistiche e di sicurezza che impediscono di portare aiuti laddove servono di più. El Fasher, per esempio, è completamente isolata: non esistono corridoi umanitari e non possiamo raggiungere la popolazione rimasta all’interno. Attorno alla città abbiamo allestito centri di accoglienza, insieme ad altre organizzazioni, per assistere chi riesce a fuggire. A Tawila sono arrivati 40.000 nuovi sfollati in un villaggio che già ospitava circa mezzo milione di persone. La situazione, dunque, è drammatica.
Anche quella nei campi di accoglienza?
Sì, difficilissima. Tawila era già sovraccarica: l’anno scorso, tra marzo e aprile, c’è stato un attacco al campo di Zamzam, che ospitava mezzo milione di persone, e molti di loro si erano già spostati lì. Abbiamo quindi ampliato il nostro programma di
emergenza per accogliere i nuovi arrivati: ogni giorno arrivano centinaia di persone, a cui offriamo assistenza medica, cibo, acqua e rifugi temporanei. Ma le loro testimonianze sono terribili.
Che cosa raccontano i sopravvissuti?
Raccontano di una fuga disperata lungo la strada tra El Fasher e Tawila, circa 60-70 chilometri di deserto. È un percorso che molti chiamano ormai “la strada della morte”, perché è infestato da gruppi armati che attaccano i civili senza distinzione e senza pietà. Molte donne vengono violentate, gli uomini picchiati o uccisi, e quasi tutti vengono derubati. Abbiamo raccolto decine di testimonianze di persone che hanno perso familiari – mariti, figli, genitori – lungo la via. Molti sono arrivati da noi completamente esausti, senza cibo né acqua. E purtroppo non sappiamo quante persone non siano riuscite nemmeno a completare la fuga.
Nonostante i fatti delle ultime settimane la guerra in Sudan sembra ricevere pochissima attenzione mediatica. Pensa che questo elemento abbia favorito il ripetersi di crimini di guerra e atrocità?
Assolutamente sì. In quasi tre anni di conflitto, la tragedia del Sudan non ha avuto la risonanza mediatica che meriterebbe. È oggi la più grande crisi umanitaria del mondo, ma purtroppo non riceve la stessa copertura di altri conflitti come Ucraina o Gaza. Non si tratta di una competizione, ovviamente, ma parlarne è fondamentale: significa creare consapevolezza, mobilitare
l’opinione pubblica e spingere i governi ad agire. Chi commette crimini contro l’umanità in Sudan deve essere ritenuto responsabile, deve essere indagato e fermato. Senza pressione internazionale e senza attenzione mediatica, queste atrocità continueranno nell’impunità.
Migliaia di profughi sudanesi cercano ogni anno di arrivare anche in Italia. C’è un legame diretto tra il conflitto e i flussi migratori verso l’Europa?
Sì, e molto stretto. Spesso si pensa che le guerre africane siano lontane, ma non è così. Il Sudan confina con la Libia, e da lì parte la maggior parte delle rotte migratorie verso l’Europa. Se guardiamo alle statistiche dei recenti sbarchi in Italia, la maggioranza delle persone provenienti dalla Libia è sudanese.
Parliamo di un Paese dove 11 milioni di persone sono già rifugiate o sfollate e 30 milioni vivono nell’incertezza di un pasto al giorno. È naturale che molti cerchino una via di fuga, un luogo sicuro dove sopravvivere. In assenza di alternative, l’Europa diventa la speranza, l’unico approdo possibile.
Ieri il ministro Tajani ha annunciato l’iniziativa “Italy for Sudan”, con un contributo di 125 milioni di euro e l’invio di aiuti umanitari. Cosa ne pensa?
Ogni iniziativa è benvenuta, e questa del governo italiano è particolarmente importante. Parliamo di risorse preziose. La cosa fondamentale, però, è che gli aiuti arrivino subito, nel minor tempo possibile. Ogni giorno perso significa vite che non si riescono a salvare, soprattutto tra i bambini.
Noi, come Save the Children e insieme a molte altre organizzazioni internazionali, siamo già sul terreno: operiamo in Darfur, in Kordofan, in tutte le aree di conflitto. Abbiamo la capacità di far arrivare gli aiuti dove servono. Per questo accogliamo positivamente qualsiasi sforzo della comunità internazionale per aumentare l’assistenza umanitaria in Sudan.
Oltre agli aiuti, cosa serve per uscire da questa crisi?
Serve un impegno politico forte. Il conflitto in Sudan è, prima di tutto, una guerra politica per il potere, e non può essere risolta solo con gli aiuti umanitari. È urgente un cessate il fuoco immediato e la creazione di corridoi umanitari sicuri per permettere l’arrivo degli aiuti nelle città assediate, come El Fasher. Ma serve anche una strategia internazionale che favorisca una transizione verso la pace, altrimenti la spirale di violenza continuerà a devastare il Paese. Il Sudan non può essere dimenticato. Non possiamo permettere che milioni di persone, soprattutto bambini, muoiano di fame e di guerra nel silenzio generale.
(da Fanpage)
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Novembre 7th, 2025 Riccardo Fucile
PD IN AUMENTO E PRIMO PARTITO IN REGIONE, M5S STABILE
Dopo Puglia e Veneto tocca alla Campania. E se le elezioni regionali nelle due regioni appaiono
avere risultati scontati, con la vittoria rispettivamente di Antonio Decaro e di Alberto Stefani, Roberto Fico per il Campo largo (centrosinistra e Movimento 5 Stelle) ed Edmondo Cirielli per il centrodestra hanno meno punti di divario.
Secondo la rilevazione di Ipsos di Nando Pagnoncelli pubblicata oggi sul Corriere della Sera 53,5% è la percentuale di chi vuole votare l’ex presidente della Camera. 42,5% il numero di voti per l’esponente di Fratelli d’Italia.
Mentre il Partito Democratico è il primo partito nella regione.
Alla presidenza della Regione Campania si presenteranno anche Giuliano Granato (Campania popolare), Nicola Campanile (sostenuto da diverse liste civiche), Carlo Arnese (Forza del popolo), Stefano Bandecchi (Dimensione Bandecchi). Capolista di FdI sarà l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.
I campani vedono come argomento principale della campagna elettorale la sanità, seguita da lavoro e occupazione. Poi trasporti, sicurezza e criminalità. L’amministrazione uscente di Vincenzo De Luca, ottiene una valutazione positiva dalla maggioranza assoluta dei campani (53%).
I due candidati
La propensione a recarsi alle urne vede il 40% degli intervistati sicuri di partecipare e il 15% che pensa che probabilmente andrà a votare. L’affluenza è quindi stimata al 44%. Fico è stimato al 53% dei voti validi, mentre il candidato di centrodestra ottiene il 42,5%. Gli altri candidati insieme non arrivano al 5%.
Tra le liste a sostegno di Fico, il Pd otterrebbe il 19,5%, un dato superiore al risultato del 2020, il Movimento 5 Stelle è stimato al 10,1%, dato quasi identico a quello ottenuto nelle precedenti Regionali. Seguono la lista A Testa alta, ispirata dal presidente uscente De Luca, col 6,5%, quindi Casa Riformista (già presente in Toscana) con il 5,5%, mentre le restanti quattro liste otterrebbero complessivamente il 12,8%, portando la somma dei partiti della coalizione al 54,4%.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2025 Riccardo Fucile
MA SI’, MAGARI ANCHE CON TUTTI ASSESSORI CONDANNATI
Anche solo immaginare un qualsiasi ruolo politico in Lombardia per Roberto Formigoni, dopo una condanna a 5 anni e 10 mesi per corruzione, suona come provocazione. O almeno dovrebbe. Ma con l’aria che tira nel centrodestra (capace di riesumare Totò Cuffaro) è meglio prendere sul serio la nota di Forza Italia di ieri, con cui il coordinatore lombardo Alessandro Sorte lancia il
nome del Celeste come futuro (ri)candidato alla presidenza della Regione, quando nel 2028 finirà il mandato di Attilio Fontana: “Sono convinto che non sarebbe il candidato di Forza Italia – ha spiegato Sorte –, ma sarebbe un ottimo candidato del centrodestra. Ha vinto quattro volte su quattro contro il centrosinistra, perché no, ci può essere anche una quinta”.
L’ipotesi è piuttosto peregrina per una serie di ragioni, ma ha l’obiettivo comunque di rilanciare Formigoni come soggetto del dibattito politico regionale. Da ormai un anno l’ex presidente partecipa a dibattiti ed eventi di Forza Italia, sempre senza nascondere la possibilità di una propria futura candidatura a qualche ruolo elettivo: “Credo che tutti i lombardi – ha teorizzato Sorte – concordino sul fatto che Formigoni è stato un grande governatore e quindi penso che sia una persona che possa portare un equilibrio e una condivisione da parte di tutti”.
Forza Italia, in forte crescita in Regione, si infila così tra i due litiganti, ovvero Lega e FdI. Concedendo a Matteo Salvini il Veneto, Giorgia Meloni ha ipotecato per il proprio partito il dopo Fontana anche se Massimiliano Romeo, leader dei leghisti lombardi, non ne vuole proprio sapere. Gli scontri di questi giorni intorno alla mozione che ha sfiduciato la sottosegretaria meloniana Federica Picchi (grazie al voto segreto e ai franchi tiratori) hanno fatto il resto.
Il ritorno di Formigoni, anche solo per evocazione, è tuttavia una palla alzata alle opposizioni. Dal Pd Pierfrancesco Majorino denuncia una Regione “allo sbando”: “Mentre crescono le liste
d’attesa la destra litiga sulle poltrone, difende una No Vax nonostante la sfiducia (la sottosegretaria Picchi, ancora al suo posto, ndr) e immagina pure di candidare Formigoni. Incredibile”. Il capogruppo 5Stelle Nicola Di Marco parte dallo scivolone su Picchi: “È bastato davvero poco per vedere sgretolarsi gli equilibri interni alla maggioranza, ma questo non è motivo sufficiente per insultare l’operosità dei cittadini. Tornare a proporre Formigoni è un’offesa ai lombardi che lavorano”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Novembre 7th, 2025 Riccardo Fucile
TUTTI I PUNTI CHE NON TORNANO NELLA SPIEGAZIONE DI PALAZZO CHIGI
Sul caso Almasri il governo italiano continua a dire tutto e il contrario di tutto. Dopo l’arresto
dell’ufficiale libico, due giorni fa, a opera delle autorità di Tripoli per torture a 10 migranti e per la morte di uno di loro, il governo Meloni deve ancora giustificare la mancata convalida dell’arresto di Almasri, fermato a Torino il 18 gennaio scorso perché c’era un ordine di cattura della Corte penale internazionale (Cpi). Nell’ultima versione fatta filtrare, il governo sostiene che il ritorno in Libia era dovuto alla richiesta di estradizione inviata all’Italia tra il 21 e il 22 gennaio scorso.
Ma se il governo già allora sapeva del mandato di arresto libico perché il sottosegretario Alfredo Mantovano, con delega ai servizi segreti, organizza un volo di Stato, con un aereo in dotazione agli 007, invece, di rispedire Almasri in Libia in manette? In ogni caso le versioni governative sulla mancata convalida dell’arresto sono state diverse e le date a cui fare attenzione sono fondamentali per capire che la giustificazione che il governo ha diffuso in queste ore fa acqua da tutte le parti. Nella versione fatta filtrare si dice che l’esecutivo sapeva della
richiesta libica dell’arresto dal 20 gennaio. Ma il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il 23 gennaio, alla Camera, rispondendo a un’interrogazione del Pd aveva dato un’altra giustificazione: aveva detto che l’ufficiale era stato appena espulso perché pericoloso. Nessun riferimento al mandato di arresto dei libici, che peraltro, è stato eseguito 10 mesi dopo. “A seguito – disse in Parlamento Piantedosi – della mancata convalida dell’arresto da parte della Corte d’appello di Roma, considerato che il generale Almasri era a piede libero in Italia e presentava un profilo di pericolosità sociale, come emerge dal mandato di arresto emesso in data 18 gennaio dalla Corte penale internazionale, ho adottato un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza dello Stato. Il provvedimento è stato notificato all’interessato al momento della scarcerazione e, nella serata del 21 gennaio, ha lasciato il territorio italiano”.
I conti però non tornano. Negli atti del Tribunale dei ministri che aveva indagato esponenti del governo coinvolti nel mancato arresto (il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere) si legge che “la richiesta di estradizione avanzata dalla Libia, pur datata 20 gennaio 2025, è stata protocollata al Ministero della Giustizia solo il 22 gennaio 2025, quando Almasri era stato già rimpatriato, per cui tecnicamente non era concorrente. In secondo luogo, come chiarito da Birritteri (ex capo del Dag, ndr) e confermato da Lucchini (del Dag, ndr) era una richiesta meramente strumentale, priva di qualsiasi documento giustificativo” mentre avrebbero dovuto esserci, proseguono i
giudici, “allegazioni documentali, prescritte dall’art 700 del codice di procedura penale e, come tale, non avrebbe mai potuto trovare accoglimento”.
Il Tribunale dei ministri motiva ancora l’insussistenza “dell’alibi” del governo italiano di aver rimpatriato Almasri con un volo di Stato invece di arrestarlo: “La richiesta libica faceva generico riferimento a inchieste in corso, senza indicare una sentenza di condanna a pena detentiva o altro provvedimento restrittivo da eseguite. Cosa che veniva indirettamente confermata anche dal Prefetto Caravelli (direttore dell’Aise, ndr). Riferiva che, per quanto a sua conoscenza, alla data 31 marzo 2025, Almasri non era stato né arrestato in Patria e neppure destituito dal suo incarico”. Proprio i servizi segreti avevano parlato però anche di un’altra motivazione per il mancato arresto di Almasri: la sicurezza degli italiani all’estero.
C’è poi da ricordare quanto sostenuto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio il 21 gennaio: “Considerato il complesso carteggio, il ministro sta valutando la trasmissione formale della richiesta della Cpi al procuratore generale di Roma”. Niente di tutto ciò, in realtà all’aeroporto di Torino fin dal mattino era pronto un Falcon 900 che decollerà con l’ufficiale libico verso Tripoli intorno alle 20 di sera. Sappiamo che se il governo italiano avesse voluto, avrebbe potuto convalidare l’arresto ordinato dalla Cpi. Come rivelato dal Fatto, l’allora capo del Dag Luigi Birritteri, che per questo caso si dimetterà, aveva trasmesso al capo di Gabinetto Giusy Bartolozzi, il documento che avrebbe
consentito, se firmato da Nordio, ai competenti giudici della Corte d’Appello di Roma, di convalidare l’arresto di Almasri. Il 5 febbraio in Parlamento Nordio non ha mai fatto cenno a quel documento del Dag e si era appellato alla “discrezionalità politica”. Peccato che, nel caso della Cpi, in punto di diritto non esiste. Come scrive anche il Tribunale dei ministri: è una giurisdizione superiore a cui lo Stato ha ceduto la competenza a condurre inchieste, a processare e a giudicare determinati crimini.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Novembre 7th, 2025 Riccardo Fucile
LA RIDUZIONE DELL’IRPEF PORTERA’ MAGGIORI BENEFICI AI LAVORATORI BENESTANTI, DUBBI ANCHE SULLA RIMODULAZIONE DELL’ISEE
Poche risorse per le imprese, ben lontane dagli 8 miliardi di euro annunciati dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Impatto nullo sulla crescita, come già emerso nelle precedenti audizioni in parlamento. Dubbi anche sugli effetti sul recupero del gettito tramite la rottamazione delle cartelle.
Le audizioni hanno fatto a pezzi la manovra. Il ciclo, iniziato
lunedì, si è chiuso con una serie di bocciature rivolte all’esecutivo. Parole e analisi che gettano un’ombra, molto più delle polemiche quotidiane come quella sugli affitti brevi.
Taglio minimo
Un esempio su tutti: la misura principe della legge di Bilancio, il taglio del secondo scaglione (dal 35 al 33 per cento) dell’Irpef, porterà un aumento in busta paga di 2 euro al mese per gli operai, i pensionati avranno un beneficio di circa 5 euro. Certo, il beneficio medio per la fascia di reddito (28mila/50mila euro) è superiore a 200 euro, ma va calato nelle categorie lavorative. L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha fotografato il fallimento della finanziaria, analizzando l’impatto dell’intervento più costoso (tra i 2,7 miliardi e 2,8 miliardi di euro) messo in cantiere dal governo Meloni.
«Gli effetti della riforma variano fra contribuenti a seconda del loro reddito prevalente. Nell’ambito dei lavoratori dipendenti, il beneficio medio è pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai; per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro», ha riferito la presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, ascoltata dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato.
Per la Banca d’Italia l’intervento «incide poco sulla disuguaglianza complessiva». E, ammette l’Istat, «effettivamente avvantaggia le famiglie più ricche». Il motivo? «Oltre l’85 per cento delle risorse sono destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito». Tanti soldi per poco o
nulla, dunque.
Sulle misure di sostegno alle imprese si infrange una degli slogan della destra. Confindustria aveva chiesto 8 miliardi di euro in un anno. Ci sono, ha rilevato la Banca d’Italia, incentivi per «2,3 miliardi di euro all’anno in media nel triennio». E soprattutto: «Si tratta in gran parte di interventi che sostituiscono o prorogano misure analoghe in scadenza». Un déjà vu rispetto agli anni scorsi, come confermato dalla riproposizione di Transizione 5.0, seppure in versione riveduta e corretta.
Addirittura la rimodulazione dell’Isee rischia di avere un effetto boomerang in particolare per le famiglie che vivono in affitto: «In assenza di una corrispondente modifica della franchigia prevista per i nuclei in affitto, appare come una scelta di policy ben definita in favore di specifici nuclei familiari e porta a una disparità di trattamento a sfavore di quelle famiglie che più hanno risentito della crescita dei prezzi nel mercato immobiliare». Quindi «si introducono elementi di iniquità, riconoscendo ai nuclei che vivono in abitazioni di proprietà, a parità di condizione economica e numerosità delle famiglie, una priorità nell’accesso alle prestazioni e maggiori benefici in termini di erogazioni».
Favore agli evasori
La Corte dei conti ha denunciato i rischi derivanti dalla rottamazione delle cartelle, la bandiera del vicepremier leghista, Matteo Salvini, perché le nuove regole «possono incentivare l’omesso versamento». E questo, secondo la disamina della
magistratura contabile, «limita le possibilità di ricorrere alla definizione agevolata ai soli casi nei quali il contribuente ha omesso il versamento delle imposte sul reddito e sul valore aggiunto dovuta in base alle dichiarazioni presentate o scaturente dai controlli formali eseguiti».
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha messo le mani avanti per evitare altre critiche. «È l’ultima. La norma è rivolta a quelle imprese che altrimenti non ce la farebbero a continuare l’attività se dovessero onorare tutto il debito in modo immediato», ha detto il numero uno del Mef.
Altro capitolo finito sotto la lente degli organismi indipendenti è l’intervento sul potere d’acquisto. Anche in questo caso il governo ha agito in maniera frettolosa, almeno secondo gli auditi in parlamento. «È improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione», ha evidenziato la Banca d’Italia.
Di fronte alle critiche arrivate da più fronti, Giorgetti ha cercato di organizzare una difesa: «I portatori di interessi hanno legittimamente i propri interessi, qui c’è stata la sfilata di banchieri, assicuratori, industriali. Prendere decisioni è un po’ più complicato, cercando di contemperare tutto».
(da editorialedomani.it)
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