Novembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
ANCHE L’UE IPOTIZZA LA CREAZIONE DI UNA PATRIMONIALE EUROPEA: UN PRELIEVO TRA IL 2% E IL 3% PER PATRIMONI SOPRA I 100 MILIONI O UN MILIARDO DI EURO. UN’IMPOSTA DEL 2% PORTEREBBE NELLE CASSE EUROPEE CIRCA 67 MILIARDI DI EURO
1 Cosa è la patrimoniale?
Si tratta di un prelievo fiscale sulla ricchezza netta costituita da
patrimoni milionari. L’imposta può colpire beni mobili e immobili e può essere temporanea o permanente, progressiva (aumenta in base all’entità del patrimonio) o con una percentuale di prelievo fissa. In Italia non esiste una tassa patrimoniale, anche se spesso viene evocata.
2 Quale è la proposta della Cgil?
La Cgil ipotizza un «contributo di solidarietà» dell’1,3% sui patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro. Un prelievo, secondo il segretario Maurizio Landini, che riguarderebbe l’1% degli italiani e che si tradurrebbe in un gettito annuo di «26 miliardi da investire nella sanità, nelle politiche abitative, nella non autosufficienza». L’imposta diventerebbe strutturale.
3 Cosa è la «patrimoniale europea»?
Nella Ue fisco e tasse restano appannaggio dei singoli Stati, ma da qualche tempo anche a Bruxelles l’ipotesi di un prelievo per i patrimoni più elevati non dispiace, tanto da raccomandarla in uno studio dell’Osservatorio fiscale europeo dello scorso marzo per aumentare le entrate nell’Unione e affrontare le emergenze: l’ipotesi è di un prelievo tra il 2% e il 3% per patrimoni sopra i 100 milioni o un miliardo di euro. Lo studio calcola che un’imposta del 2% porterebbe nelle casse europee circa 67 miliardi di euro.
4 Cosa succede in Francia?
Per combattere la grave crisi finanziaria del suo Paese, l’economista Zucman ha proposto un’imposta annua del 2% sui patrimoni complessivi superiori ai 100 milioni di euro. La tassa,
ribattezzata «tassa Zucman», colpirebbe i 1.800 milionari e nel Paese ha scatenato un ampio dibattito.
5 Dove è applicata la patrimoniale?
In Europa, Spagna e Norvegia sono i due Paesi ad aver introdotto la tassa patrimoniale. Nel primo caso, l’imposta è nata con l’emergenza energetica scoppiata dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Ma dal 2023 il prelievo da temporaneo è diventato strutturale: prevede un’aliquota progressiva dall’1,7% su patrimoni netti da 3 milioni di euro e arriva al 3,5% oltre i 10 milioni. Ma sono previste molte esenzioni. In Norvegia, la tassazione sui patrimoni risale al 1892: oggi sopra i 150 mila euro il prelievo è dell’1,1%.
(da agenzie)
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Novembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI PREFERISCONO BERE L’ACQUA IN BOTTIGLIA, NONOSTANTE COSTI IL 10.056% IN PIÙ RISPETTO A QUELLA DEL RUBINETTO … GLI SPRECHI RIMANGONO ELEVATI, E NON È SOLO COLPA DELLA RETE IDRICA (CHE È UN COLABRODO): UN APPARTAMENTO ARRIVA A SPRECARE FINO A 20MILA LITRI DI ACQUA ALL’ANNO ATTRAVERSO UN UTILIZZO NON ACCORTO DI QUESTA PREZIOSA RISORSA
La spesa media annuale per l’acqua da parte di una famiglia tre persone con un consumo di
150 metri cubi si è attestata in Italia a 384 euro nel 2024, con una crescita del 40% negli ultimi 10 anni. A calcolarlo è una ricerca di Consumers’ Forum, ente indipendente di cui fanno parte associazioni di consumatori, imprese industriali e di servizi e le loro associazioni di categoria. Dalla ricerca, che è stata presentata a Rimini insieme a Utilitalia nell’ambito di Ecomondo, emerge anche che gli italiani consumano nel complesso meno acqua mentre aumenta l’acquisto di bottiglie di minerale. Con un avvertenza: in termini di prezzi l’acqua del rubinetto continua ad essere enormemente più conveniente rispetto a quella imbottigliata che costa il 10.056% in più.
“La spesa degli italiani per la voce acqua, sia essa minerale o quella del rubinetto, risulta in sensibile aumento negli ultimi anni – afferma Consumers’ Forum – e nonostante si siano ridotti i
consumi domestici, gli sprechi rimangono ancora elevati sia in casa sia lungo la rete di distribuzione”.
Consumer’ Forum calcola che, se è vero che in 10 anni è aumentato del 40% il costo dell’acqua, nello stesso periodo gli investimenti dei gestori idrici sono passati da 3,1 miliardi, pari a 51 euro annui ad abitante, agli 8 miliardi di euro del 2024, arrivando in termini di valore pro capite a 80 euro, con una crescita del +57% del tutto analoga all’andamento delle tariffe in bolletta.
Gli italiani hanno ridotto i consumi di acqua: si è passati da una media di 241 litri al giorno per abitante del 2012, ai circa 215 litri del 2024, con una riduzione del -10,8%. Contestualmente nello stesso periodo è aumentato in Italia il consumo di acqua minerale: dagli 11.370 milioni di litri del 2012, pari a circa 190 litri pro capite all’anno, ai 15.150 milioni di litri, 257 litri pro-capite del 2024, una crescita pari al +35,2%.
Consumers’ Forum fornisce comunque un’indicazione su chi volesse risparmiare. “Se si analizza il costo oggi sostenuto dai consumatori per la voce “acqua” – scrive l’ente – si scopre che quella del rubinetto continua ad essere enormemente più conveniente rispetto all’acqua imbottigliata: il costo medio di un litro di acqua potabile si attesta oggi a 0,00256 euro, mentre il prezzo di un litro di acqua minerale (venduta in un campione di 18 grandi città prese in esame da Consumers’ Forum attraverso i dati dell’osservatorio prezzi Mimit) è pari a 0,26 euro: questo significa che un litro di acqua minerale costa il 10.056% in più
rispetto all’acqua che esce dai rubinetti delle case italiane”.
Altro punto critico è quello dello spreco legato alla rete di distribuzione: se è vero che oggi le perdite idriche imputabili alle dispersioni della rete si attestano al 42% dell’acqua distribuita, è vero anche che un appartamento arriva a sprecare fino a 20mila litri di acqua all’anno attraverso un utilizzo non accorto di questa preziosa risorsa.
Lo studio di Consumers’ Forum porta anche qualche esempio. Un rubinetto che gocciola fa perdere fino a 5 litri di acqua al giorno, mentre l’uso della vasca da bagno comporta un consumo fino a 160 litri di acqua contro i 40 litri della doccia. Operazioni quotidiane come il lavaggio dei denti possono produrre sprechi da 30 litri, 6 litri il lavaggio delle mani, 20 litri la rasatura. E gli sciacquoni senza doppio tasto fanno sprecare fino a 100 litri d’acqua al giorno.
“La frammentazione che si registra nel servizio idrico in Italia, con oltre 2mila società che oggi forniscono acqua alle famiglie, non aiuta a superare il problema delle perdite della rete, mentre molto si è fatto negli ultimi anni sul fronte degli investimenti e del miglioramento della qualità delle nostre acque – afferma il Presidente di Consumers’ Forum, Furio Truzzi – Serve però educare i cittadini ad un consumo più consapevole dell’acqua potabile, per combattere sprechi e consentire risparmi sulle bollette idriche, dal momento che l’acqua potabile risulta imbattibile sul fronte della convenienza economica. Infine servono operatori industriali che, in un sistema regolato come
quello idrico, sappiano fare massa critica per garantire economicità e sostenibilità a vantaggio di tutti i cittadini”.
(da agenzie)
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Novembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
SONO COMPARSI PER LA PRIMA VOLTA NEL 2020 IN LIBIA, MA ORMAI SONO SEMPRE PIÙ PRESENTI NEI CONFLITTI IN CORSO
Il drone è l’occhio del XXI secolo: una sorta di Polifemo che vola in alto, sopra le nostre teste. Appare in grado di identificare un’automobile e i suoi passeggeri, distingue le portate di un pranzo all’aperto, e sa capire se chi cammina su un sentiero di
montagna è un pericoloso terrorista oppure un alpinista dilettante. Nel 1964 un ingegnere, John W. Clark, redige uno studio preliminare sulle «metodologie dell’ambiente ostile». La sua idea è di realizzare delle macchine con «tecnologia di manipolazione a distanza», da impiegare in situazioni che possono mettere in pericolo i corpi degli operatori umani.
Grégoire Chamayou, autore di uno dei primi libri su questo “oggetto”, Teoria del drone, retrodata la sua nascita. A suo parere deriva direttamente dal cinema hollywoodiano. Un ex attore del muto si mette nel 1944 a produrre aeromodelli. Secondo Chamayou debutta perciò sotto «il segno della finzione», e forse non a caso nel corso della Seconda guerra mondiale è usato per l’addestramento dei militari. Oggi è lo strumento di guerra più economico, efficace, utile e pericoloso per gli esseri umani, come ci spiega Gianluca Di Feo in Il cielo sporco (Guanda).
Questo libro non è una storia dettagliata dei droni dalle loro origini a oggi; vuole piuttosto rendere conto di come il drone in un lasso di tempo tutto sommato breve da macchina antiterrorismo sia diventato il protagonista principale dei campi di battaglia mondiali.
Tutto comincia con il Predator, il primo mezzo militare aereo senza nessun pilota a bordo. Inizia con questo aereo spia, un ricognitore che sta in volo per decine di ore guidato attraverso collegamenti satellitari da remoto. È con l’11 settembre 2001, con l’attacco alle Twin Towers, che tutto cambia. Armato di
missili, il Predator diventa il vendicatore dell’America ferita: individua e uccide i terroristi islamici che hanno progettato o collaborato all’abbattimento delle torri a New York.
I robot combattenti entrano nella guerra asimmetrica che è cominciata da quel giorno di fine estate. Come ha sancito Chamayou, la guerra non è più una lotta tra due combattenti — singoli o collettivi — ma una caccia con una preda che fugge e un mezzo meccanico che la insegue. I mezzi teleguidati, ci spiega Di Feo, esistevano già prima: dalla guerra del Kippur nel 1973 all’operazione Tempesta nel deserto del 1991, l’uso degli avvistatori che vanno in avanscoperta era già diffuso.
C’erano apparecchi simili agli aeroplani, per quanto più piccoli, che solcavano i cieli come scout che raccolgono informazioni sul nemico o guidano i colpi a distanza di blindati e cannoni
Nessuna rivoluzione, chiosa Di Feo, per quanto il «sicario a distanza» sia stato un grosso cambiamento: si poteva uccidere senza mandare persone o truppe sul campo, vantaggio non da poco dopo la disastrosa guerra nel Vietnam. Il primo segnale del cambiamento ha una data: marzo 2020. In Libia, in quel crogiuolo di scontri tra bande, tribù e gruppi combattenti, con l’intervento di varie potenze straniere, locali e internazionali, un drone di fabbricazione turca s’alza in volo e intercetta un gruppo di miliziani che sta scaricando e caricando probabilmente delle munizioni, come ha stabilito un rapporto delle Nazioni Unite.
La macchina volante attacca il gruppo e uccide alcuni miliziani. è la prima volta che attacca in modo autonomo seguendo l istruzioni che ha incamerato nel proprio sistema informativo. Il drone è dotato di intelligenza artificiale che lo fa sparare senza alcuna scelta umana.
I droni guidati da questa intelligenza artificiale, infarciti di algoritmi, che fanno di testa propria e imparano mentre fanno, cosa sono dal punto di vista giuridico? Si apre qui un vasto campo etico su cui Di Feo s’interroga mentre racconta il miracolo tecnologico delle nuove macchine volanti. Come si potrà mai processare un sistema di Ia responsabile di eventuali crimini di guerra?
Papa Francesco ne aveva già parlato nel 2020, ricorda l’autore, lanciando un “anatema” contro gli automi killer. La nuova autorità papale di Leone, pontefice americano, proseguirà su questa linea? Sono domande a cui non c’è risposta, a partire dalla consapevolezza che le macchine guerriere non sono solo autonome nel decidere chi e come uccidere, ma sono persino superiori all’uomo che le dovrebbe governare e sanzionare.
(da agenzie)
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Novembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
“SE ENTRO IL PROSSIMO DECENNIO NON SI INVERTE LA CURVA DELLE EMISSIONI, IL RISCALDAMENTO SALIRA’ DI 2,5/3 GRADI E I DANNI SARANNO IRREVERSIBILI”… L’ITALIA E’ FERMA
Nei prossimi 12 giorni l’umanità si gioca in Brasile una delle ultime possibilità di fermare la
catastrofe climatica. A Belém, nel cuore della Foresta Amazzonica, si apre domani, 10 novembre, la COP30, la conferenza ONU sul clima. Il vertice cade nel decennale degli Accordi di Parigi, il patto con cui il mondo si era impegnato a mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi. Dieci anni dopo, quell’obiettivo appare ormai sfumato. Il 2023 e il 2024 sono stati gli anni più caldi mai registrati, e il 2025 – dicono i dati di Copernicus – sarà il terzo. Intanto, mentre i dati confermano ciò che la scienza prevede da mezzo secolo, la politica sembra aver smarrito la direzione: guerre, crisi energetiche e ritorno dei nazionalismi hanno rallentato, se non
invertito, la transizione ecologica.
La COP30, che dovrebbe rappresentare un nuovo punto di svolta, parte invece segnata da assenze pesanti: non ci saranno né Xi Jinping, né Putin. Né si vedrà Donald Trump, che intanto prepara la sua controffensiva fossile smantellando gli incentivi alle rinnovabili. In questo scenario di stallo geopolitico, l’Europa rischia di restare isolata, e l’Italia – come spiega Luca Mercalli a Fanpage.it – arriva all’appuntamento senza una strategia, divisa tra proclami sulla “neutralità tecnologica”, colpevolizzazione delle politiche ambientali da parte di Giorgia Meloni e scelte industriali incapaci di guardare al futuro.
Il clima, però, non attende i tempi della politica e segue leggi fisiche. Secondo Mercalli, i prossimi dieci anni sono “l’ultima finestra utile” per cambiare rotta. Superato quel limite, l’aumento delle temperature diventerà irreversibile, con conseguenze devastanti: ondate di calore, uragani, mari più alti di un metro, zone inabitabili.
Professor Mercalli, quest’anno la COP30 si tiene in Brasile, ma coincide anche con un anniversario simbolico: i dieci anni dagli Accordi di Parigi sul clima. Le chiedo subito: qual è il bilancio di questo decennio?
Direi che fino al 2020 abbiamo visto qualche progresso, seppur lento. I primi cinque anni dopo Parigi sono stati caratterizzati da passi avanti concreti, in particolare in Europa con il Green Deal, che rappresentava un progetto politico d’avanguardia. Poi però sono arrivati i problemi. Prima la pandemia di Covid-19, che ha
giustamente spostato l’attenzione sull’emergenza sanitaria per due anni, 2020 e 2021. Ma il vero colpo di grazia è arrivato con la guerra in Ucraina, poi con quella in Medio Oriente, e infine con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Oggi siamo in una fase di arretramento. Se nei primi anni si procedeva lentamente in avanti, ora si sta tornando indietro. Nel frattempo, però, il clima è andato avanti per conto suo: il riscaldamento globale continua, esattamente come previsto dai modelli climatici elaborati negli ultimi cinquant’anni.
Qualche settimana fa il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha dichiarato che l’obiettivo fissato dagli Accordi di Parigi di contenere l’aumento delle temperature entro 1,5 gradi centigradi è ormai sfumato. Condivide questa valutazione? E cosa comporta superare quella soglia?
Sì, è sfumato. Ed è importante ricordare perché quella soglia era cruciale. Superare il grado e mezzo significa entrare in un territorio climatico sconosciuto alla nostra civiltà. Parliamo della storia dell’Homo sapiens negli ultimi diecimila anni, l’Olocene: un periodo di relativa stabilità termica, con variazioni mai superiori a un grado. Oggi siamo già oltre quel limite e le proiezioni per i prossimi cinquant’anni indicano un aumento medio tra i due e i due gradi e mezzo entro fine secolo.
E che succede con 2-2,5 gradi in più?
Con due gradi e mezzo di riscaldamento, affrontiamo rischi seri: ondate di calore che renderanno alcune aree del pianeta inabitabili – penso al Golfo Persico o a parti dell’India – e una
frequenza crescente di eventi climatici estremi, dalle alluvioni alle tempeste violente, con danni enormi a vite umane, infrastrutture e agricoltura. Poi c’è l’innalzamento del livello dei mari: con un aumento della temperatura a +2,5 gradi significa oltre un metro entro il 2100 e fino a tre metri nel secolo successivo. Parliamo di un impatto diretto sui porti, sulle coste, su città come Venezia, che purtroppo è già da considerarsi perduta nel lungo periodo, ma anche su intere aree come il delta del Po o le spiagge dell’Adriatico, solo per restare al contesto italiano.
Copernicus ha diffuso nuovi dati sulla temperatura: il 2025 sarà il terzo anno più caldo mai registrato, dopo il 2024 e il 2023.
Sì, e questo conferma che la traiettoria non si è interrotta. Ogni anno aggiunge un tassello alla tendenza del riscaldamento globale. È la realtà, non un’opinione. E finché non ridurremo concretamente le emissioni, continueremo a battere record su record. Non possiamo più dire che non sapevamo: adesso si tratta solo di decidere se vogliamo agire o subire.
Venendo alla COP30, lei ha citato il ritorno di Trump come fattore di destabilizzazione. In che senso?
Trump rappresenta un serio elemento di rischio, perché è un negazionista climatico dichiarato. Sta smantellando i sussidi alle energie rinnovabili e, al contrario, li sta reintroducendo per miniere di carbone e per l’industria petrolifera. È un ritorno a un passato fossile, a una visione arcaica dello sviluppo economico. Ma soprattutto, questa inversione americana indebolisce
l’interesse globale per la questione climatica: il tema perde centralità, e i Paesi più esitanti trovano una giustificazione per rallentare.
A Belém mancheranno sia Trump che Xi Jinping, e naturalmente anche Putin. Che effetto avrà questa assenza di grandi leader?
Non lo so, davvero. Io sono un climatologo, non un analista politico. Posso fare previsioni sull’atmosfera, non sugli umori degli esseri umani, che sono infinitamente più complessi e instabili. Ma certo, senza i grandi attori geopolitici, diventa molto più difficile costruire accordi vincolanti.
Veniamo all’Italia. Nel suo ultimo discorso all’assemblea generale ONU Giorgia Meloni ha dichiarato che l’ecologismo ha quasi distrutto il settore automobilistico in Europa, depauperato la conoscenza e impoverito milioni di persone. Cosa ne pensa?
Con il governo attuale assistiamo a un atteggiamento reazionario: invece di fare autocritica sulle proprie scelte industriali, si tende a dare la colpa all’ecologismo. Quando la Presidente del Consiglio dice che “l’ambientalismo ha distrutto il settore automobilistico”, io dico che la sua è una comoda scusa.
L’ecologismo non ha distrutto niente: il problema è che la gente non ha soldi per comprare auto nuove, punto. E l’industria europea dell’auto ha commesso errori strategici gravissimi. Sapeva da anni che si sarebbe dovuti passare all’elettrico, ma ha scelto di concentrarsi sui segmenti di lusso, lasciando scoperto il mercato popolare. Così la Cina si è presa quel segmento, producendo le auto economiche che noi non abbiamo voluto
fare.
Lei l’ha chiamata la “sindrome della Panda elettrica”.
Esatto. Tutti volevamo una Panda elettrica, ma nessuno l’ha progettata. L’industria ha preferito puntare sui SUV da 80mila euro, un mercato redditizio ma limitato. E ora ci si lamenta perché i cinesi dominano il settore delle piccole auto elettriche. È un paradosso: non c’è nessuna costrizione che vieti di comprare auto termiche – il divieto europeo scatterebbe solo dal 2035 – eppure il mercato è in crisi. Perché? Perché è saturo: in Italia ci sono circa 40 milioni di auto, praticamente una per ogni persona e mezza. Non c’è più spazio fisico, né economico. E i salari sono troppo bassi perché le persone possano acquistare delle auto nuove.
Piuttosto, bisognava approfittare della transizione per sviluppare altri settori, come le energie rinnovabili. Ma anche lì siamo rimasti indietro. E dire che un Paese povero di risorse fossili come l’Italia avrebbe solo da guadagnarci: per noi puntare sul petrolio significa spendere miliardi di euro. Se invece investissimo davvero nel fotovoltaico, potremmo ricaricare le auto con l’energia prodotta sui nostri tetti.
Meloni parla spesso di “neutralità tecnologica”. Lei non sembra d’accordo.
No, perché la neutralità tecnologica è una fesseria. Basta guardare i numeri: solo l’auto elettrica garantisce un rendimento energetico nettamente superiore. L’idea di mantenere i motori termici con i biocarburanti non sta in piedi, né sul piano fisico né
su quello economico. I biocombustibili di “bio” hanno solo il nome: per produrli servono terra, pesticidi, fertilizzanti, e la resa energetica è bassissima. Gli unici realmente sostenibili sono quelli derivati da scarti di lavorazione, ma la quantità disponibile è irrisoria.
Sì, possiamo far andare qualche ambulanza con l’olio esausto delle patatine fritte, ma non quaranta milioni di automobili. Se provassimo a farlo, dovremmo disboscare le foreste tropicali per coltivare palme da olio, con effetti disastrosi sul clima e sulla biodiversità. Ecco perché l’auto elettrica non è una scelta ideologica: è semplicemente l’unica che funziona dal punto di vista termodinamico.
Quando si parla di ambientalismo “ideologico”, in realtà il problema è l’assenza di numeri. È ideologico dire “bio è meglio” senza verificare il rendimento reale. Se la signora Meloni vuole sostenere i biocarburanti, deve mostrare dei dati, non usare slogan. Altrimenti è solo greenwashing.
Tornando al quadro globale, abbiamo iniziato con un bilancio dei passati 10 anni: ma come dovrebbero essere, secondo lei, i prossimi 10 anni?
Sono gli anni decisivi, quelli che Lula – non a caso il padrone di casa della COP30 – ha definito “l’ultima finestra utile”. È un paragone calzante con la medicina: c’è una fase in cui puoi ancora prevenire la malattia, ma se la trascuri, diventa incurabile. Noi siamo quasi alla fine della fase di prevenzione. Se entro questo decennio non si inverte davvero la curva delle emissioni,
non si potrà più evitare un riscaldamento di 2,5 o 3 gradi. E allora i danni saranno irreversibili per motivi fisici, non politici. Potremo solo adattarci, con costi enormi e perdite inevitabili e gravissime. Ricordiamolo: il clima segue le sue leggi fisiche, non le mode politiche del momento, né gli slogan senza senso di alcuni leader.
(da Fanpage)
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Novembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
LA STORIA DEL GIORNALISTA NIGERIANO RAPITO E TORTURATO NEL SUO PAESE, FINITO IN MEZZO ALLA GUERRA CRIMINALE TRUMPIANA AI MIGRANTI
«Sono venuto in America perché è la terra della libertà. Non credevo di poter provare qui il terrore che ho vissuto in Nigeria». Paul Dama, 47 anni, faceva il giornalista quando è fuggito dal suo Paese dopo essere stato sequestrato e torturato dai terroristi di Boko Haram. Nel 2019 ha raggiunto negli Stati Uniti la sorella Cecelia, pluripremiata chef del ristorante africano Suya Joint, punto di riferimento della scena culinaria del New England. In quel ristorante Paul è diventato un manager molto amato da clienti e colleghi. Eppure, una domenica di giugno 2025, la sua vita è tornata indietro alla pagina più buia: «Stavo
guidando verso la chiesa e all’improvviso sono stato “attaccato” da cinque auto diverse, mi hanno bloccato in tutte le direzioni. Ero terrorizzato perché non capivo cosa stesse succedendo». Quella mattina Paul è stato arrestato da una decina di uomini incappucciati appartenenti all’ICE, l’agenzia federale incaricata di far rispettare le leggi sull’immigrazione. «Mi hanno detto di mettere le mani dietro la schiena. L’ho fatto. Poi mi hanno ammanettato e portato via», racconta a Open, finalmente al sicuro sul divano del suo ristorante. «È stato spaventoso. Mi ha riportato alla mente quello che mi era successo in Nigeria: il rapimento, le violenze, il terrore di non sapere cosa mi sarebbe accaduto».
L’arresto e la detenzione in carcere
Dopo la cattura, Dama è stato trasferito in una struttura dell’ICE in Massachusetts con l’accusa di non avere lo status legale per restare negli Stati Uniti. In realtà la sua richiesta di asilo — presentata alle autorità appena arrivato — risultava ancora “pendente”: a distanza di sei anni non era stata processata dal tribunale per l’immigrazione. «Mi hanno concesso subito l’autorizzazione per lavorare e il numero di previdenza sociale: entrambi erano ancora validi al momento dell’arresto. Tutti i miei documenti erano validi. Ho sempre pagato le tasse in questi anni». Forte di queste certezze, Paul ha chiesto di uscire su cauzione, ma la richiesta è stata respinta a causa di due condanne per guida in stato di ebbrezza.
L’ex giornalista è stato quindi trasferito in carcere, dove ha trascorso cento giorni, fino a quando un giudice gli ha riconosciuto lo status di rifugiato atteso per sei anni. «In quei lunghissimi giorni ho pensato molto ai pericoli che avrei affrontato se fossi tornato nel mio Paese: probabilmente avrei perso la vita, perché Boko Haram non dimentica. Pensare a questo, e sentire il sostegno che ho ricevuto da clienti e amici, mi ha incoraggiato ad andare avanti». In cella Dama ha ascoltato molte storie: «Molti avevano casi simili al mio, con richieste di asilo in sospeso. Alcuni, senza pendenze penali, sono usciti pagando la cauzione. Ho conosciuto persone incarcerate per una multa per eccesso di velocità o altre infrazioni minori: non certo per condotte criminali come si sente in tv».
Paul sa di essere stato fortunato: «Molti hanno firmato per lasciare volontariamente il Paese perché non potevano permettersi un avvocato o non avevano il sostegno economico e morale necessario per restare rinchiusi nell’incertezza». Nonostante tutto, non prova risentimento verso il Paese che l’ha detenuto per cento giorni: «L’amministrazione Trump è arrivata con una politica chiara: hanno detto fin dall’inizio che avrebbero deportato gli irregolari. Certo, hanno anche promesso di stanare “i peggiori dei peggiori”, e invece vediamo molte persone prese a caso». I timori di Paul oggi si riflettono anche sull’attività economica: «Il nostro ristorante, frequentato da tantissimi immigrati, sta registrando un calo. Molti preferiscono ordinare online piuttosto che sedersi al tavolo senza sapere se, uscendo di casa o dal locale, potrebbero essere arrestati», racconta. Eppure,
quello che è successo ha non cambiato la sua percezione dell’America: «Continuo a credere che il sistema giudiziario sia ancora forte, indipendentemente da ciò che sta accadendo là fuori. E ringrazio il governo per avermi concesso l’asilo».
La caccia agli immigrati
La storia di Paul Dama è una delle tante che raccontano la nuova America di Donald Trump. Da quando il presidente ha annunciato la stretta migratoria, le strade delle città principali sono presidiate da migliaia di agenti dell’ICE in cerca di “criminal aliens” da arrestare e rimpatriare. Secondo il Dipartimento della Sicurezza Interna, dall’inizio della seconda amministrazione Trump più di 500.000 persone sono state deportate nei Paesi d’origine e 1.600 hanno lasciato volontariamente gli Stati Uniti. Non esistono dati governativi aggiornati sulle detenzioni, ma, secondo il centro di ricerca TRAC della Syracuse University, sono circa 60.000 immigrati in custodia dell’ICE: di questi quasi il 70% non ha condanne penali a carico.
Jessica Vaughan, direttrice del Center for Immigration Studies — considerata tra le menti della nuova strategia migratoria di Trump — spiega a Open la condotta dell’agenzia federale che, grazie al presidente americano, ha ricevuto un importante rafforzamento finanziario e operativo: «In passato gli agenti ignoravano chi non era il bersaglio principale. Oggi la politica è cambiata: se scovano qualcuno che si trova illegalmente nel Paese, anche se non è l’obiettivo dell’operazione, devono
comunque arrestarlo». Secondo Vaughan, questo vale in particolare nelle cosiddette “città santuario”, che limitano per legge la cooperazione con le autorità federali sull’immigrazione. Negli Stati Uniti se ne contano almeno 300, tra cui Boston, Chicago, New York e San Francisco. «Metà della popolazione che vive illegalmente negli Stati Uniti risiede in questi luoghi, dove la polizia locale non può collaborare con l’ICE, e questo complica le cose».
Nei primi dieci mesi dell’amministrazione Trump moltissime persone sono state fermate in luoghi pubblici e privati, con operazioni spesso spettacolari e violente. Su TikTok e Instagram circolano video da tutto il Paese che mostrano agenti mascherati, taser, gas urticanti, manganelli e droni usati per catturare persone in strada. Per Vaughan, una parte della responsabilità ricade proprio sulla scarsa collaborazione delle polizie locali: «Negli Stati che non collaborano, l’ICE è costretta a operare sul campo: cercare le persone nei quartieri, arrestarle nelle abitazioni, nei luoghi di lavoro, nei tribunali o perfino per strada. Non amano lavorare così, ma sono costretti a farlo».
Lo scontro con le “città santuario”
Il Massachusetts, governato dalla democratica Maura Healey, è considerato tra gli Stati più ostili alle politiche federali sull’immigrazione. Qui, solo da giugno a settembre, ci sono stati 1.400 arresti condotti dall’ICE, più della metà ha riguardato persone senza precedenti o accuse penali. A Cambridge, sede dell’università di Harvard, il Consiglio comunale ha
recentemente rafforzato la Welcoming Community Ordinance, che, tra le altre cose, invita i cittadini a non collaborare con i federali, a segnalare alla polizia locale la presenza di agenti e fornisce assistenza legale e abitativa ai rifugiati. La vicina Boston — dove la sindaca democratica Michelle Wu, quarantenne figlia di immigrati taiwanesi, è stata appena rieletta — è al centro di una causa con il Dipartimento di Giustizia per via del Boston Trust Act, un’ordinanza che proibisce alla polizia di chiedere lo status migratorio di una persona o di trattenerla su richiesta dell’ICE senza un mandato o motivazioni penali. L’obiettivo, sancito dall’ordinanza (approvata nel 2014 e rafforzata nel 2019), è evitare che le persone senza documenti abbiano paura di denunciare reati o di rivolgersi ai servizi pubblici. L’amministrazione Trump respinge questa impostazione: «Boston e il suo sindaco — ha dichiarato la procuratrice generale Pam Bondi — sono tra i peggiori trasgressori di questo sistema di protezione in America: applicano politiche che indeboliscono l’applicazione della legge e proteggono gli immigrati clandestini dalla giustizia».
Il governo federale sostiene che il Trust Act violi la “Supremacy Clause” della Costituzione, secondo cui la legge federale prevale su quella statale o locale. Una questione così spinosa da far emergere dubbi anche negli ambienti più conservatori del diritto costituzionale. «La nostra Costituzione non consente al governo federale di impartire ordini agli Stati», spiega a Open Josh Blackman, docente e giurista, tra gli autori del Project 2025 della
Heritage Foundation. «Il presidente non può ordinare alla polizia locale di arrestare gli immigrati clandestini». Tuttavia, precisa Blackman, neppure gli Stati possono interferire con l’applicazione delle leggi federali: «La polizia statale, ad esempio, non può circondare un edificio federale per impedire l’ingresso o l’uscita delle persone. Gli Stati possono cooperare con il governo federale, ma hanno anche il diritto di non farlo». Nel frattempo, mentre al Congresso è fermo un disegno di legge che smonterebbe l’architettura delle città-rifugio (tagliando i fondi a chi limita la cooperazione con le autorità federali), oggi sono i tribunali a respingere o avallare le politiche di Trump.
L’attivismo delle comunità
Il risultato è un clima crescente di incertezza tra le comunità di immigrati. «Le famiglie sono spaventate: alcuni non mandano i figli a scuola, altri si nascondono o preferiscono lasciare spontaneamente l’America», conferma a Open Jillian Philipps, responsabile dell’Office of New Americans di Worcester, in Massachusetts, e coordinatrice locale di Luce, una rete di volontari nata per aiutare i migranti senza documenti. Ogni giorno Luce riceve circa cento telefonate che segnalano la presenza di agenti mascherati nelle città. I volontari valutano le segnalazioni, decidono dove inviare i volontari per documentare gli arresti ed avvisano la comunità. «Abbiamo rafforzato la presenza nelle scuole — continua Philipps — e le partnership con associazioni locali che si occupano di assistenza materiale: fondi, tracciamento dei detenuti, biglietti per rimpatri volontari,
collegamento con legali». Philipps lavora da anni con “i nuovi americani”, ma il suo sguardo è cambiato a maggio, quando ha visto agenti federali inseguire una donna con un neonato in braccio: «Vedere bambini strappati alle madri sul ciglio della strada è stato per me un punto di non ritorno», afferma con gli occhi lucidi.
Jillian Philipps, l’altra America che difende i migranti
Decine di festival e iniziative comunitarie sono state cancellate per paura di attirare gli agenti, mentre le scuole segnalano assenze crescenti tra gli studenti figli di immigrati. Anche le chiese sono sotto pressione. A East Boston, Holy Redeemer, una parrocchia cattolica che serve una comunità di circa 3.000 latinoamericani, ha sospeso la distribuzione gratuita di cibo dopo diverse retate. A pochi isolati di distanza c’è la chiesa protestante del reverendo Don Nanstad, diventata un punto di riferimento per rifugiati: «Le persone bussano ancora alla nostra porta sul retro: una madre con un bambino, un uomo che chiede di caricare il telefono per chiamare un cugino. Non possiamo risolvere la questione dell’immigrazione; possiamo solo continuare ad aprire una porta», spiega il pastore a Open.
I racconti che si alternano in questa piccola chiesa — con una grande cucina in acciaio e disegni alle pareti — hanno in comune la fine di un sogno: «Qualche mese fa — racconta Rafaela Radcke, collaboratrice della chiesa — è arrivata una madre single con un figlio adolescente in cerca di rifugio. L’ICE la stava cercando. Per quanto avremmo voluto dire sì, non
potevamo: era troppo rischioso. Nascondere un minore comporta enormi rischi legali». I religiosi non si sono tirati indietro: hanno trovato un alloggio alternativo e coperto la quota mancante per l’affitto. Tra le persone che hanno bussato alla loro porta c’è anche una donna marocchina, in attesa della green card: «Aveva un dolore fortissimo a un dente e non voleva andare in ospedale. Abbiamo trovato un dentista disposto a curarla in sicurezza». C’è una madre latino-americana, che ha chiesto preghiere e aiuto per il figlio, arrestato in Arizona mentre era in vacanza con la moglie americana e rilasciato solo dopo il pagamento della cauzione.
«Siamo arrivati a raccogliere fino a 30.000 dollari per aiutare chi è in difficoltà», racconta il reverendo Nanstad. Quei fondi non servono solo agli aiuti materiali. «Abbiamo avviato un percorso di formazione sulle leggi dell’immigrazione e un gruppo di sostegno con tutto ciò che serve: consulenti, traduttori, avvocati». L’attivismo della sua chiesa — insieme a quello di molti gruppi e organizzazioni — è parte della storia di East Boston: «Qui l’organizzazione comunitaria ha radici profonde — dal movimento italoamericano contro l’espansione dell’aeroporto negli anni ’50 e ’60 alle reti latinoamericane di oggi. A pochi metri da noi viveva Gene Sharp, il padre della non violenza che ha ispirato migliaia di giovani nel mondo». Il reverendo sa che la sua chiesa può essere un bersaglio, ma non ha paura: «Ho sempre detto che siamo la “chiesa di Janis Joplin”, perché la vera libertà è non avere più niente da perdere».
(da Fanpage)
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Novembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
TASSARE I REDDITI MILIONARI ERA PRASSI IN MOLTE DEMOCRAZIE DEL NOVECENTO, VUOL DIRE DIMINUIRE LA TASSAZIONE AL CETI MEDIO-BASSI, SPIEGATELO ALLA DESTRA SOVRANISTA AMICA DEI MILIARDARI E SPESSO LORO EMANAZIONE
La parola “patrimoniale” viene usata nel dibattito politico-economico come uno spauracchio.
La si rimpiazzi, dunque, con formule più esplicative, che rendano meno lecite le urla di orrore al solo risuonare di quella parola.
Per esempio, proviamo a dirla così: far pagare più tasse ai ricchi in modo da far pagare meno tasse ai ceti medi e ai poveri. Oppure: ripartire la pressione fiscale in modo più equo; prendere i soldi là dove si sono nascosti e smetterla di andare a prelevarli sempre nelle stesse tasche, soprattutto quelle dei lavoratori dipendenti; reintrodurre, sui redditi molto alti, quelle aliquote che erano abituali nelle democrazie del Novecento (per esempio gli Stati Uniti) e sono state via via smantellate dalla destra liberista (per esempio negli Stati Uniti) senza che poi la destra populista, amica dei miliardari e spesso loro diretta emanazione, abbia osato ritoccarle.
Così va meglio? È meno traumatico? Meno scandaloso che dire “patrimoniale”? Non solo non c’è alcun nesso consequenziale tra “tassare i grandi patrimoni” e “aumentare le tasse”: è vero semmai il contrario, cioè che sarebbe possibile allentare la pressione fiscale (cosa che il governo Meloni non si sogna di fare) solo costringendo i molto ricchi a pagare tasse in misura proporzionale.
Chiedere a pochi facoltosi, ai quali non manca nulla, di contribuire al bene pubblico in misura proporzionale alla loro fortuna: dove sta lo scandalo? Qualcuno è in grado di spiegarcelo?
(da Repubblica)
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Novembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
LA FAMIGLIA NON PUO’ SOSTITUIRE LO STATO, MA L’INDIVIDUALISMO NEGA INSIEME SOCIETA’ E STATO
Meteorologia insegna che l’occhio del ciclone è un’area di calma al centro della tempesta che le infuria attorno. Applicata alla geopolitica, la metafora si adatta a descrivere la condizione dell’Italia. La rivoluzione mondiale scatenata dalla crisi americana, che priva il mondo del suo perno ordinatore, sta destabilizzando il nostro intorno. A est, la guerra di Ucraina sembra fuori controllo. A sud, le guerre di Israele e la proliferazione di conflitti fra milizie e/o pseudo-Stati africani e
mediorientali alzano onde migratorie e minacce non solo terroristiche a ridosso delle nostre coste.
A ovest, l’impero americano in dismissione illanguidisce il senso della Nato, cui da quasi ottant’anni abbiamo affidato la nostra sicurezza. A nord, oltre la barriera alpina, i paesi dell’Europa settentrionale, specie scandinavi, baltici e polacchi, vivono la somma di queste crisi come anteprima della grande guerra contro la Russia, questione di vita o di morte.
Tutto questo non sembra scuotere la nostra fiducia nello Stellone. Come se un benevolo magnetismo ci risparmiasse dall’adattarci al cambio di stagione, ai sacrifici e alla solidarietà cui ci chiama.
Crediamo di poter continuare a essere quel che siamo stati mentre tutto intorno a noi non è più come prima. Recitiamo le nostre professioni di fede nella protezione atlantica, nella coesione europea, nella vocazione alla pace dell’umanità civile e nel primato del diritto internazionale, quasi fossero canoni eterni e non contingenze storiche scadute, in via di scadenza o solo immaginarie.
Sicché quando si dibatte sul riarmare, invece di entrare nel merito delle scelte da fare o non fare ci si riprotegge dietro sterili polemiche ideologiche fra presunti pacifisti o bellicisti. Tutto diventa questione morale, di principio. Cioè sterile moralismo. Con esiti pratici nulli.
Ergo, mentre tutti parlano e trattano con tutti, noi, in buona compagnia europea, non parliamo nemmeno con noi stessi
Abbandonarsi alla corrente non è mai consigliabile, ma è certamente suicida quando ci si avvicina alle rapide.
In questa passività si riflettono alcune costanti. Su tutte, l’abitudine alla pace e alla sicurezza incardinata da tre generazioni nella psiche degli italiani. Ma anche novità di qualche momento. In particolare, la crisi della coesione sociale da cui dipende, in ultima istanza, la capacità di una nazione di agire. Per ordinarsi e per partecipare all’ordine del mondo.
Malgrado gli stereotipi correnti, siamo un popolo più omogeneo e coeso rispetto a molti vicini europei e occidentali. La crisi identitaria che scuote la grande nazione francese e accentua le divisioni nelle tribù tedesche teoricamente unificate nel 1990, per tacere delle faglie che scuotono l’America, sono solo tre esempi della tensione antisociale che infragilisce l’Occidente. Robert Guest traccia sull’Economist un ritratto di questa “grande recessione relazionale”, ovvero “ascesa del singolarismo”, trovandovi persino aspetti positivi.
Ma il trionfo della “Generation Single” è per noi italiani campanello di allarme. Se un terzo circa — in crescita — delle famiglie italiane sono “unipersonali”, cioè formate da un singolo (in che senso il singolo sia famiglia andrebbe argomentato al di là dei tic statistici) e se nelle grandi città le persone sole ( e anziane) sono spesso maggioranza, converrebbe domandarsi come la transizione dal familismo amorale all’individualismo asociale incida sulla coesione degli italiani, quindi sulla capacità dell’Italia di contare nel mondo. Nelle crisi, soprattutto se
accompagnate da guerre e conflitti di ogni genere, la recessione relazionale indebolisce le legature sociali, dunque la solidarietà nazionale. Specie dove il senso dello Stato non è la cifra della nazione. La famiglia non può sostituire lo Stato, ma l’individualismo nega insieme società e Stato.
Tutto questo si riflette sul sistema politico e sul peso dell’Italia sulla scena internazionale. Sul fronte esterno, la differenza capitale fra questa Repubblica e quella dei partiti consiste nella negazione del riflesso unitario che un tempo spingeva maggioranza e minoranza a non dividersi sulle questioni strategiche essenziali. Oggi la spaccatura verticale, eccitata dal radicalismo non solo verbale della civiltà dei social, è norma di fronte a qualsiasi crisi, dalle migrazioni alle guerre. Riflettere su come arginare l’ascesa del singolarismo per ricucire le ferite che minano la fibra della patria potrebbe contribuire non solo alla convivenza tra italiani ma anche all’iniziativa dell’Italia nel mondo delle potenze revisioniste. Per non esserne revisionati.
(da Repubblica)
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Novembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
IL DATO E’ UFFICIALE: LO STATO INCASSA ORMAI IL 42,8% DEL PIL DAI CITTADINI… QUESTA ERA LA SEDICENTE “DESTRA CHE AVREBBE DIMINUITO LE TASSE”
La cifra da cerchiare in rosso spunta in una tabella. Non una qualsiasi. A mostrare l’impennata
della pressione fiscale è uno dei grafici del Documento programmatico di finanza pubblica, la mappa delle previsioni economiche del governo.
Ecco l’autocertificazione: l’indicatore che misura quanto lo Stato chiede ai cittadini per far funzionare la macchina amministrativa e finanziare i servizi pubblici salirà quest’anno al 42,8%. Tre decimali in più rispetto al 2024.
Un salto importante considerando che le oscillazioni sono solitamente più contenute.
Il vulnus della politica fiscale della destra al governo prende forma qui. Per Giorgia Meloni non è un problema. La premier l’ha detto anche in tv, a marzo. «Quando aumenta la pressione fiscale – sottolineò la premier – non è che necessariamente aumentano le tasse, i dati aumentano perché c’è più gente che lavora». A prova citò l’esempio di un percettore di Reddito di cittadinanza che ha trovato lavoro e quindi paga le tasse.
Nelle ultime ore, la presidente del Consiglio ha ribadito il concetto ai suoi. Il ragionamento recita grosso modo così: dobbiamo spiegare bene cosa è la pressione fiscale perché altrimenti i cittadini pensano che stiamo alzando le tasse, mentre noi le stiamo abbassando.
Il messaggio è stato ben recepito dal suo partito: in molti, dentro Fratelli d’Italia, si stanno già attrezzando per diffonderlo in batteria.
Ma il collegamento tra la crescita dell’occupazione e quella della pressione fiscale rischia di rilevarsi debole. Così come la certezza che bastano il taglio del cuneo e la sforbiciata all’Irpef per invertire il trend. ll perché è legato alle ragioni dell’aumento della pressione fiscale. Come ha ricordato la stessa Meloni, l’indicatore in questione è un rapporto tra le entrate e il Pil. È proprio questo equilibrio a essere precario.
Le maggiori tasse e i contributi in più pagati dai lavoratori fanno aumentare il numeratore, mentre nel denominatore finiscono i maggiori redditi, che fanno aumentare il prodotto interno lordo. Ma questi maggiori redditi sono in gran parte espressione di un’occupazione a basso valore aggiunto. Generano Pil, ma non quanto sarebbero in grado di fare lavoratori con stipendi importanti.
Da questa criticità si arriva al cuore del problema: i redditi dei lavoratori dipendenti sono tassati più della media. A fronte di un aumento dei salari, cresce anche il Pil. Ma le entrate crescono di più. E quindi aumenta la pressione fiscale.
E poi c’è il fiscal drag, l’aumento “nascosto” delle imposte per via dell’inflazione. Significa aliquote fiscali più alte senza che il reddito aumenti in termini di potere d’acquisto.
La pressione fiscale è cresciuta anche perché queste aliquote non sono state indicizzate all’inflazione. Il risultato? Con aliquote più alte, molti cittadini si sono ritrovati a pagare più tasse.
Neppure il taglio del cuneo fiscale, reso strutturale, è riuscito a scongiurare l’effetto del fiscal drag. Almeno non per tutti i lavoratori
(da Repubblica)
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Novembre 9th, 2025 Riccardo Fucile
ALMENO 18 MILIONI DI ITALIANI NELL’ULTIMO ANNO HANNO “TENTATO LA FORTUNA” NELL’AZZARDO, CON LA SPERANZA DI CAMBIARE LA VITA… I GIOCATORI PATOLOGICI SONO 1 MILIONE E 500 MILA (IL 3% DELLA POPOLAZIONE MAGGIORENNE) E UN MILIONE E 400 MILA QUELLI A RISCHIO MODERATO (2,8%)
Un paese che solo nel 2024 si è “giocato” più di 157 miliardi di euro, con almeno 18 milioni di italiani che nell’ultimo anno hanno “tentato la fortuna” nell’azzardo, con la speranza di cambiare la vita tra videopoker, slot-machine, gratta e vinci, sale
bingo. E dove i giocatori patologici sono 1 milione e 500 mila (il 3% della popolazione maggiorenne) e un milione e 400 mila quelli a rischio moderato (2,8%). In tutto, quindi, 2 milioni e 900 mila persone.
E quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare e a vincere. Analizzando le relazioni della Direzione nazionale antimafia e della Direzione investigativa antimafia, pubblicate tra il 2010 e il 2024, risultano 147 clan censiti che hanno operato in attività di business sia illegali che legali, con il coinvolgimento di 25 Procure Antimafia.
La fotografia che emerge mostra come gli interessi della criminalità organizzata riguardano in modo diffuso l’intero territorio nazionale. Sono infatti 16 le regioni coinvolte da inchieste sull’azzardo che hanno visto la presenza di clan mafiosi. Benvenuti ad Azzardomafie, il dossier di Libera, curato da Toni Mira, Maria Josè Fava, Gianpiero Cioffredi e Peppe Ruggiero, una fotografia con numeri, storie e affari del Paese tra gioco legale e gioco criminale.
“Il dossier – commenta Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera- ci restituisce l’immagine di un Paese in bilico: da un lato, la voglia di riscatto sociale e di un benessere per molti irraggiungibile; dall’altro, un meccanismo che, legale o illegale che sia, continua a speculare sulla vita delle persone.
Si dimentica che dietro ogni slot, dietro ogni casella argentata del gratta-e-vinci o piattaforma online, ci sono esseri umani in difficoltà. Ci sono adolescenti che scommettono di nascosto,
anziani che si giocano la pensione, famiglie che si sfaldano nel silenzio. Dobbiamo smascherare l’inganno. Perché in fondo il gioco d’azzardo — qualunque forma assuma — rischia di essere sempre e comunque un grande imbroglio ai danni dei cittadini. La politica parla di regolamentazione, ma troppo spesso resta prigioniera della logica del profitto”.
(da agenzie)
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