Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX DIRETTORE DEL “GIORNALE” SOSTITUIRÀ NICOLA PORRO ALLA CONDUZIONE DELLA STRISCIA QUOTIDIANA “10 MINUTI”, IN ONDA SU RETE4 SUBITO DOPO IL TG4 DELLE 19
“10 minuti”, il programma di approfondimento quotidiano in onda su Rete 4, a quanto apprende l’Adnkronos non andrà in vacanza per il periodo natalizio ma prepara un passaggio di testimone alla conduzione.
La trasmissione – un format breve di commento all’attualità
politica, economica e sociale – andrà in onda ogni giorno da lunedì 22 dicembre a domenica 4 gennaio, con l’unica eccezione di giovedì 25 dicembre.
Fino a lunedì 22 dicembre la guida del programma resterà a Nicola Porro, giornalista e volto storico dell’informazione Mediaset. Da martedì 23 dicembre e fino a domenica 4 gennaio subentrerà Alessandro Sallusti, fino a pochi giorni fa direttore di “Libero”, che condurrà “10 minuti” per l’intero periodo festivo.
Nei piani alti, raccontano, non hanno perso tempo: riunioni lampo, mail che partono senza oggetto, telefoni che squillano in modalità vibrazione “per non far sentire nulla ai curiosi”. C’è chi giura che la decisione fosse nell’aria da settimane, chi scommette che sia stata chiusa davanti a un panettone aziendale ancora incartato.
La certezza è una: da Natale a Capodanno la voce della striscia sarà quella di Sallusti.
Un volto forte, un timbro riconoscibile, l’idea di sostituire Porro per qualche giorno con uno che non ha bisogno di riscaldamento. Qualcuno, dietro le quinte, commenta a mezza bocca: “È una staffetta, mica una rivoluzione.”
Altri invece sorridono: “Qui ogni staffetta diventa un messaggio.”
Nel backstage di Rete 4, la mossa viene già riletta come un test, un assaggio, un segnale. Non tanto per Porro – che conosce bene le liturgie televisive – quanto per la linea editoriale di inverno, che il Biscione usa sempre come laboratorio per la stagione nuova.
Ma chi frequenta quel palazzo lo sa: niente è mai davvero semplice, naturale o ovvio. Soprattutto quando c’è di mezzo una
striscia quotidiana che pesa come un editoriale politico. E così, su e giù per i corridoi di Cologno c’è già chi parla della staffetta come fosse una piccola prova generale. Una mossa natalizia destinata a far discutere ben oltre l’Epifania. Perché in TV, si sa: a volte bastano dieci minuti per far capire molto più di quanto appare.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL MILIARDARIO BAVARESE CHIEDE LA FINE DEL “BRANDMAUER”, L’ISOLAMENTO POLITICO DELL’ESTREMA DESTRA DI TRADIZIONE O ISPIRAZIONE NAZISTA… IN RISPOSTA, È PARTITO IL BOICOTTAGGIO DEI PRODOTTI DEL COLOSSO TEDESCO … L’85ENNE È UN GRANDE AMICO DI ALICE WEIDEL, LEADER DI AFD
Pur essendo famoso per aver detto che il denaro non gli ha cambiato la vita, Theo
Müller — imprenditore dello yogurt — fa feste notevolmente opulente, con una predilezione per l’ornamento o il mobilio dorato. E ama hotel di lusso, per esempio a Cannes, dove si è fatto fotografare attovagliato con Alice Weidel nell’ottobre 2023 in quella che è stata la prima foto di un industriale che ha «sdoganato» e di fatto appoggiato l’estrema destra AfD.
Non sorprende quindi che il celebre yogurt Müller sia finito tra i prodotti da boicottare, in una campagna social sempre più rumorosa e ramificata, che travalica i confini.
Theo Müller, 85 anni, è anche concittadino di Alice Weidel, nel senso che entrambi hanno la residenza in Svizzera. Alla festa degli 85 anni celebrata a Freising in Baviera — raccontata un paio di mesi fa dallo Spiegel c’erano diversi esponenti d’estrema destra, mischiati a politici locali.
Un tempo, quando viveva in Baviera prima di emigrare tra le Alpi elvetiche in spregio alle elevate tasse tedesche, aveva la tessera della Csu. Ovviamente, Alice Weidel era al party, e già prima si era fatta vedere con i coniugi Müller al festival wagneriano di Bayreuth.
Al tavolo del celebrato 85enne, sedevano il direttore di Weltwoche , rivista ammiccante all’estrema destra, filorussa, e un celebre scienziato scettico dei cambiamenti climatici. Presente Hans-Christian Limmer (l’inventore delle panetterie tedesche in stile McDonald’s) ma più noto per aver preso parte alla famigerata conferenza sulla remigrazione di Potsdam.
E tanti inappuntabili conservatori e eminenze locali. Perché Müller di questo è convinto, che non bisogna isolare l’AfD, che il Brandmauer vada abbattuto, anche se finora non ha fatto professione di voto. È sempre stato controverso.
Siccome le sue aziende consumano molta acqua (e hanno preso molte multe) ed erano finite nel mirino di Greenpeace, una volta elogiò i dipendenti che contro gli attivisti aprirono gli idranti. Non rispetta i contratti collettivi: nelle sue fabbriche in Sassonia domina il sindacato «vicino all’azienda».
Con un fatturato di 9,5 miliardi è tra le 100 persone più ricche della Germania. Il tema che Müller pone — così come il boicottaggio che potrebbe subire — è serio. Solo venti giorni fa, l’Associazione delle imprese famigliari, l’ossatura dell’imprenditoria tedesca nota come Mittelstand , aveva prima invitato a parlare un esponente dell’AfD e poi si è schierata, con la sua presidente Marie-Christine Ostermann, contro il Brandmauer , il muro tagliafuoco. La politica dell’isolamento «ha fallito», ha detto Ostermann.
E pur affermando di «ritenere sbagliate e pericolose» le loro politiche, l’AfD «unfit» per governare la Germania, ha chiesto il dialogo con i loro politici e simpatizzanti.
Ne è seguita una vera ribellione dentro il consorzio, con aziende anche grandi, come le drogherie Rossmann (15 miliardi di fatturato, ben più di Müller) o il marchio hipster Fritz Cola, che hanno sbattuto la porta e se ne sono andate. Ma la presenza dell’AfD è ormai un problema che tocca anche le aziende.
(da “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
FDI CALA DELLO 0,7%, IL M5S SALE DELLO 0.8%, PD E AVS DELLO 0,1%… REFERENDUM GIUSTIZIA: SI’ 56,7%, NO 43,3%
Secondo l’ultima Supermedia di Agi/Youtrend, pubblicata giovedì 11 dicembre, effettuata sulla base dei sondaggi realizzati dal 27 novembre al 10 dicembre, se si andasse a votare oggi, nonostante un calo di quasi un punto percentuale, vincerebbe ancora Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, con netto distacco rispetto agli altri partiti.
I sondaggi considerati sono stati realizzati ai fini della media ponderata sulle intenzioni di voto, sono quelli realizzati dagli istituti Demopolis (data di pubblicazione: 4 dicembre), EMG (28 novembre e 4 dicembre), Eumetra (27 novembre e 4 dicembre), Ipsos (30 novembre), Ixe’ (27 novembre), Noto (29 novembre e 2 dicembre), SWG (1 e 8 dicembre), Tecnè (28 novembre e 5 dicembre) e Youtrend (10 dicembre).
Per il referendum costituzionale: EMG (data di pubblicazione: 28 novembre e 4 dicembre), Eumetra (4 dicembre), Ipsos (2 dicembre), Ixè (27 novembre), Only Numbers (11 novembre), e Youtrend (10 dicembre).
Le intenzioni di voto: chi vincerebbe oggi se si andasse alle urn
Quella di oggi è una Supermedia molto ‘robusta’, con risultati piuttosto solidi perché basati su un numero di rilevazioni molto consistente. Difficile quindi che le tendenze che emergono si distanzino di molto dal dato reale sul consenso. A cominciare dal calo (-0,7%) di Fratelli d’Italia, che scende nuovamente sotto quota 30%, e dalla crescita (+0,8%) di M5s.
Il primo arriva al 29,7%, con uno scostamento appunto dello 0,7% scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (27 novembre 2025); il secondo sale al 12,8%, con un deciso balzo in avanti rispetto alla Supermedia di fine novembre.
Sono essenzialmente questi due dati a spostare
significativamente il dato aggregato relativo alle coalizioni, che vede un sostanziale riavvicinamento tra centrodestra (-1,0%) e campo largo (+0,8%), ad oggi separati da soli 2,2 punti.
Chi sale e chi scende tra i partiti
Guardando nel dettaglio le intenzioni di voto, Fratelli d’Italia è al 29,7% (-0,7). Al secondo posto troviamo il Pd di Schlein, in lieve crescita, al 22,0 (+0,1 rispetto alla Supermedia di due settimane fa). Il M5s di Conte è al 12,8% (+0,8).
Fuori dal podio c’è Forza Italia, in leggera discesa, con l’8,7% (-0,2% rispetto a due settimane fa). Poco sotto troviamo la Lega di Salvini, invariata all’8,3% (=).
E ancora, più indietro c’è Alleanza Verdi Sinistra, in lieve aumento al 6,6% (+0,1).
Più sotto c’è Azione di Carlo Calenda, che è dato al 3,2% (-0,2 rispetto a due settimane fa), e poi Italia Viva di Renzi, con il 2,5% (-0,3 rispetto alla Supermedia del 27 novembre).
In fondo alla classifica ci sono +Europa, con l’1,8% (+0,3) e Noi Moderati di Lupi, all’1%. Questa la Supermedia Coalizioni 2022: il centrodestra è al 47,8% (-1,0), mentre il centrosinistra è al 30,3% (+0,4).
Chi vince al referendum sulla Giustizia
Per quanto riguarda il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, che si terrà a marzo, in questo momento risultano in vantaggio i Sì con il 56,7% (+0,6 in un mese). I No sarebbero al 43,3% (-0,6). Secondo questa Supermedia alle urne è atteso il 62% degli aventi diritto. Ma ricordiamo che in ogni caso il referendum sarà ritenuto valido, trattandosi di un referendum confermativo.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA SOLITA FARSA: ORA BUDAPEST AVRA’ DUE MESI DI TEMPO PER RISPONDERE… CON GLI STATI CANAGLIA NON C’E’ NEANCHE DA DISCUTERE, SI AFFACCIANO ANNETTERE DALLA RUSSIA
La Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione contro l’Ungheria per
violazione della nuova legge europea sulla libertà dei media (Emfa) e di alcuni obblighi previsti dalla direttiva sui servizi di media audiovisivi.
La normativa è entrata in vigore lo scorso 8 agosto per garantire il pluralismo e la trasparenza dei media all’interno del mercato Ue. Secondo l’esecutivo comunitario, Budapest non garantisce un’adeguata protezione delle fonti giornalistiche, né la tutela delle comunicazioni riservate. La Commissione contesta poi l’assenza di un’efficace protezione giurisdizionale in caso di violazione di tali diritti. Da anni l’Ungheria è al centro di critiche internazionali per le gravi limitazioni alla libertà di stampa, denunciate anche dagli stessi media ungheresi. L’ultimo
intervento normativo contestato da Bruxelles era stato il provvedimento presentato a maggio dal partito Fidesz del premier Viktor Orbán, una legge che prevede la sorveglianza di media e ong che ricevono «finanziamenti stranieri», con l’istituzione di un elenco apposito.
Le contestazioni all’Ungheria: quanto tempo ha per rispondere
Ma non è tutto. Bruxelles rileva anche che l’Ungheria non rispetta gli obblighi comunitari relativi al funzionamento e indipendenza dei media di servizio pubblico, trasparenza della proprietà delle testate, valutazione delle concentrazioni nel mercato dei media e i criteri per l’assegnazione della pubblicità statale. Elementi che, secondo la Commissione, incidono direttamente sul pluralismo e sulla concorrenza nel settore. Budapest avrà ora due mesi di tempo per rispondere e affrontare i rilievi sollevati. In assenza di chiarimenti soddisfacenti, la Commissione potrà procedere con un parere motivato, la fase che precede il possibile deferimento alla Corte di giustizia Ue.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
VISTI ACCELERATI PER CHI PAGA UN MILIONE DI DOLLARI: COS’E’ LA GOLD CARD LANCIATA DAL TYCOON
La promessa di stringere le maglie dell’immigrazione è uno dei punti programmatici che hanno convinto milioni di cittadini americani a votare per Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2024. Da quando il tycoon è tornato a sedere nello Studio Ovale, i controlli al confine si sono intensificati, mentre il dipartimento di Sicurezza interna ha avviato un controverso programma di deportazione degli immigrati irregolari. Ma a guardare bene, c’è una categoria di aspiranti cittadini americani che Trump non intende affatto ostacolare: i più ricchi.
Cos’è la «Gold Card» di Trump
Nelle scorse ore, il presidente americano ha lanciato ufficialmente la Gold Card, un programma che offre procedure accelerate e semplificate per ottenere visti statunitensi ai cittadini stranieri che possono permettersi di pagare un milione di dollari. La carta, dove vengono raffigurati lo stesso Trump e la Statua della libertà, offrirà agli acquirenti un «percorso diretto verso la cittadinanza per tutte le persone qualificate e selezionate». Di fatto, si tratta di un’iniziativa annunciata a inizio 2025, ma che ha visto la luce solo ora.
In arrivo anche i «visti di platino»
Nelle intenzioni della Casa Bianca, la Gold Card renderà la vita più facile a tutti coloro che possono dimostrare di apportare «un beneficio sostanziale agli Stati Uniti d’America». Per dimostrarsi meritevoli di accedere a questo programma non servono titoli di studio o certificazioni di alcun tipo. Semplicemente, bisognerà versare una quota da un milione di dollari. Quella, si legge sul sito del programma, «è la prova che l’individuo apporterà un beneficio sostanziale» al Paese. «Eccezionale! Le nostre grandi aziende americane possono finalmente mantenere i loro preziosi talenti», ha esultato Trump sui social. Secondo la Bbc, sarebbe già pronta una versione ancora più esclusiva. Si tratta della cosiddetta Platinum Card, che offre speciali agevolazioni fiscali e sarà presto disponibile al costo di cinque milioni di dollari.
La stretta sull’immigrazione (e sui turisti)
L’iniziativa di Trump per attrarre immigrati facoltosi si inserisce nella più ampia politica migratoria della Casa Bianca, che per tutti gli altri ha optato per misure ben più restrittive. Di recente, Washington ha sospeso le domande di immigrazione da parte di persone provenienti da 19 Paesi, principalmente in Africa e Medio Oriente, soggetti al divieto di viaggio imposto da Trump.
Il governo, inoltre, ha bloccato tutte le decisioni sulle domande di asilo mentre verranno esaminati migliaia di casi approvati durante l’amministrazione di Joe Biden. Per i turisti, inoltre, gli Usa hanno imposto l’obbligo di dichiarare tutti gli account social utilizzati negli ultimi cinque anni.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA PROPAGANDA DEL GOVERNO NON DICE CHE E’ SOLO UNA PROPOSTA DELIRANTE DEL CONSIGLIO AFFARI INTERNI DELLA UE, NON DELLA COMMISSIONE O DEL PARLAMENTO, CHE FRANCIA , SPAGNA, GRECIA E PORTOGALLO HANNO VOTATO CONTRO E CHE ALLA FINE OGNI RICORSO SARA’ VALUTATO DAL GIUDICE
La propaganda politica funziona così. Si prende un’informazione, un elemento, e lo si
plasma in modo che si inserisca alla perfezione nella propria retorica, in modo che sia funzionale a una certa narrativa, la rafforzi. È quello che sta succedendo sui centri in Albania, dopo la decisione del Consiglio Affari Interni dell’Unione europea. Il governo si intesta un cambio di rotta a Bruxelles, dice che finalmente il modello dei centri per i migranti in Albania è stato riconosciuto come il modello vincente e che, dopo oltre un anno di battaglia giudiziaria – con i giudici che non validavano i trattenimenti dei richiedenti asilo nel Paese – ora questi hub possono finalmente partire.
Ovviamente questo è un racconto che serve al governo, per ribaltare la narrazione su questi centri, i centri di Shengjin e Gjader. Dei centri che sono stati il punto centrale del programma migratorio di Giorgia Meloni e dei suoi, ma che, indubbiamente, finora non hanno funzionato. Da quando sono stati inaugurati, dall’autunno 2024, le persone migranti che avrebbero dovuto essere destinate a questi centri hanno fatto avanti e indietro tra il porto albanese e quelli italiani, perché appunto secondo i giudici non potevano essere trattenute in Paesi terzi. Poi c’è stata una sorta di cambio di destinazione d’uso, un centro è diventato un Cpr, un centro per il rimpatrio e da qualche mese lì vengono trasferite le persone in attesa di essere rimpatriate.
Però lo sappiamo, i rimpatri vanno a singhiozzo. E così finisce che o le persone devono essere riportate in Italia, perché manca una convalida di questi provvedimenti, oppure che aspettano in Albania una decisione già presa in Italia. Di fatto, si aggiunge una tappa nel rientro al Paese di origine, però non si rivoluziona la gestione migratoria. E questi sono dati di fatto, con cui il governo deve in qualche modo misurarsi.
Le novità a livello europeo: rimpatri e Paesi sicuri
Ecco perché, al via libera del nuovo regolamento sui rimpatri e dell’aggiornamento della lista dei Paesi sicuri, il governo non ha perso tempo e si è intestato una vittoria. Prima di vedere perché le cose sono un po’ più complesse di come vengono dipinte, però, capiamo cosa è successo a Bruxelles.
Partiamo proprio dai rimpatri, che è il tema su cui Meloni, Piantedosi & co. rivendicano maggiormente il successo del modello Albania.
Il nuovo regolamento dice che se una persona è arrivata nell’Unione europea passando attraverso un Paese considerato sicuro, può essere respinta subito, perché avrebbe dovuto chiedere protezione proprio in quel Paese di transito.
Non solo: si pensa anche ad istituire dei centri di procedure e rimpatrio – i cosiddetti return hub – proprio in Paesi terzi. Come l’Italia sta provando a fare in Albania, insomma, come i Paesi Bassi vorrebbero fare in Uganda, la Danimarca forse in Montenegro, e così via.
Invece, sui Paesi sicuri. I ministri dell’Interno europei hanno approvato un ampliamento della lista, includendo anche Paesi come il Bangladesh, la Colombia, l’Egitto, l’India, il Kosovo, il Marocco e la Tunisia.
All’Italia ovviamente fa comodo. Moltissimi dei richiedenti asilo che sbarcano sulle nostre coste sono partiti proprio dalla Tunisia e questo consentirebbe di rifiutarli immediatamente e rispedirli nel Paese di Kais Saied, dove dovrebbero essere portare a termine tutte le procedure. E qui inizia a emergere qualche problemino. I ministri europei possono anche includere la Tunisia nella lista dei Paesi sicuri, ma per un migrante subsahariano non lo è.
In questi anni sono arrivate moltissime testimonianze e denunce di violenze contro le persone migranti in Tunisia. Le politiche razziste di Saied hanno portato a raid nelle città, una vera e propria caccia alle persone nere e provenienti dall’Africa subsahariana, all’abbandono dei migranti nel deserto ai confini con la Libia e con la Tunisia, senza cibo né acqua, lasciati lì a morire.
Tutti i nodi
Ecco, è questo un Paese sicuro per l’Unione europea? Magari per me lo è anche, ma per una persona migrante, che arriva dal Sahel, lo è altrettanto? La risposta ovviamente è no, e bisogna sempre considerare che nella valutazione di una richiesta d’asilo bisogna considerare se il Paese d’origine sia sicuro per la persona che presenta la domanda, non in generale.
Ma al netto di questo, è chiaro che la direzione a cui sta puntando l’Unione europea da diversi anni ormai è quella dell’esternalizzazione delle frontiere, dall’appalto ad altri Paesi della gestione dei flussi migratori, che questo sia a scapito della tutela dei diritti umani poco importa.
Su questo il governo Meloni ha ragione. L’approccio è cambiato: non è più basato sull’accoglienza, sulla solidarietà, ma su una gestione securitaria, che tratta le migrazioni come un tema di sicurezza interna, di ordine pubblico, di pura logistica. E che quindi non si fa scrupoli a lasciare delle persone vulnerabili in balia di procedure che non sono minimamente comparabili agli standard europei.
Almeno in teoria, nella pratica sappiamo bene che anche nei nostri Paesi i Cpr e i centri di accoglienza sono spesso luoghi dove la dignità umana è qualcosa di sconosciuto.
Ma sicuramente esaminare una richiesta di asilo in Italia non è la stessa cosa che farlo in Tunisia, o in Egitto, dove le persone vengono arbitrariamente detenute e dove lo spazio dei diritti civili è sempre più ristretto. O anche, in Bangladesh, da dove provengono moltissime delle persone che sbarcano in Italia, e che sappiamo essere un Paese teatro di persecuzioni religiose e politiche.
La svolta sovranista
Insomma, sicuramente il governo Meloni può rivendicare un ruolo in questa svolta sovranista dell’Unione europea, anche in tema di politiche migratorie. Però da qui a parlare di svolta e di successo imminente per i centri in Albania, la strada è lunga.
In primis perché il Consiglio Affari Interni non fa le regole. I ministri hanno approvato quella che è la loro posizione negoziale, che poi dovranno confrontare nei cosiddetti triloghi, cioè nelle trattative con il Parlamento e con la Commissione europea. E va anche detto che sebbene la maggioranza politica sia verso destra, comunque anche in Consiglio non erano tutti d’accordo: la Spagna, la Grecia, la Francia e il Portogallo hanno votato contro. E questo sicuramente peserà nei negoziati con il Parlamento.
In un’intervista con il Messaggero oggi il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha detto che la linea italiana è stata sposata a pieno a livello europeo e che quindi ora confida che i centri in Albania – in questo momento solo parzialmente funzionanti, proprio a causa dei vari procedimenti giudiziari – potranno entrare a regime. Vedremo, ma non possiamo escludere una nuova stagione di ricorsi. Perché al di là di tutte le cornici normative, va sempre valutata la situazione caso per caso. E i
giudici, di tanto in tanto, potrebbero avere qualcosa da ridire.
L’unica certezza che abbiamo è che questi centri ci sono costati e continuano a costarci un sacco di soldi. Gli oltre 70 milioni per allestire le strutture, circa 2 milioni e mezzo all’anno di spese accessorie per i carabinieri e i militari della Marina che ci lavorano, vitto e alloggio per il personale. Secondo un rapporto di ActionAid i centri in Albania costano molto di più di un centro per il rimpatrio in Italia. Vi dò un numero: oltre 100 mila euro per qualche giorno di attività nel 2024, circa 18 volte in più di quanto avremmo speso in Italia. Sicuramenta mancano ancora tanti dati, ma parlare di svolta e di grande successo forse è un po’ affrettato.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »