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NATALE, TEMPO DI SCAZZI IN FAMIGLIA, AUMENTANO GLI ADULTI CHE, DURANTE LE FESTE, SI TENGONO LONTANI DA GENITORI E PARENTI

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

IL NATALE E’ UN DETONATORE DI MALESSERI: RITROVARSI A DOVER, A TUTTI I COSTI, FESTEGGIARE CON CUGINI, ZII E COGNATI CHE NON SI SOPPORTANO HA LO STESSO EFFETTO DI UNA GABBIA, RIEMERGONO VECCHIE SCORIE, ATTRITI MAI SOPITI E INSOFFERENZA GENERALIZZATA

Natale no contact. Sono sempre di più in Italia le persone che scelgono di recidere i rapporti con i genitori. E non ci sono feste comandate che tengano.
La decisione, spesso dolorosa ma consapevole, di smettere di vedere e sentire la famiglia d’origine nasce dal bisogno di prendere le distanze da relazioni vissute come tossiche o invalidanti. E così proprio il Natale, con il suo carico simbolico di affetti e rituali, diventa il punto di rottura e l’inizio di una scelta di tutela di sé, ancora stigmatizzata ma sempre più raccontata.
“Sono due anni che non parlo con i miei, la prima cosa di cui mi sono liberata è stato il mal di stomaco”, scrive Luca, 29 anni. “Pensavo di odiare il Natale, invece il problema era trascorrerlo con i miei”, racconta Valentina Tridente, content creator di
Parma, 42 anni, una delle poche ad aver deciso di parlare apertamente della scelta di interrompere i contatti con un genitore. Cercando l’hashtag #nocontact le storie di questo tipo condivise in rete sono tantissime, segno visibile di un fenomeno che anche in Italia sta prendendo piede.
Negli Stati Uniti già riguarda circa una persona su sei
Ma raccontare la scelta di spezzare il legame più sacro, quello tra genitori e figli, non è facile e porta con sé una valanga di commenti e reazioni che evidenziano un tabù persistente: “Se rompi con un partner tossico, tutti ti dicono che fai bene. Se rompi con un genitore che ti manipola o ti controlla, sei un figlio ingrato”, dice Tridente a Repubblica.
Nel suo caso non si è trattato di una decisione improvvisa. “Ci ho messo una vita intera per arrivarci. Non mi sono svegliata una mattina dicendo: oggi vado in no contact. Non ho mai avuto un rapporto sano: infanzia infernale, adolescenza difficile, poi da adulta continui allontanamenti e ritorni. Ma, come il figliol prodigo, tornavo sempre”. L’ultimo tentativo risale a sette anni fa. “Avevo più di 30 anni e sono stata trattata come una bambina. Io stavo cambiando, lui no”.
Ansia, stress, dolore, stare sempre sul chi va là, è stato “come chiudere una relazione sentimentale”. Nel suo caso c’erano violenza psicologica, sbalzi d’umore, controllo, ricatti emotivi. “Se questo comportamento lo avesse avuto un fidanzato o un’amica, lo avrei bloccato subito. Con un genitore invece ti senti obbligata a resistere”.
A spiegare perché proprio le feste siano il detonatore del disagio in famiglia è Elisa Stefanati, psicoterapeuta Emdr esperta in
terapia familiare: “Il no contact è l’interruzione- temporanea o permanente- dei rapporti con la famiglia d’origine. Si tratta di un fenomeno in crescita soprattutto tra i giovani adulti”. Natale è il momento più critico.
“Le festività amplificano il disagio: riunioni forzate, aspettative, domande su lavoro, coppia, figli. Non è una festa, diventa un esame. Arrivare al no contact è una scelta molto dolorosa, accompagnata da sensi di colpa. Scatta quando una persona sente minacciate la propria libertà, autonomia o crescita”. I casi più frequenti riguardano storie di maltrattamenti, abusi psicologici, comunicazione manipolatoria, famiglie rigide o ipercontrollanti”.
La scelta, però, deve arrivare alla fine di un percorso. “L’evitamento del conflitto tout court non è evolutivo”, avverte la psicoterapeuta. “Prima andrebbe tentato un dialogo autentico. Solo quando questo è impossibile, proteggersi dagli altri, genitori compresi, diventa necessario”.
(da Repubblica)

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A TORINO, GLI ATTIVISTI DEL CENTRO SOCIALE ASKATASUNA SCENDERANNO IN STRADA ANCHE IL 31 DICEMBRE: ORGANIZZERANNO UNA “FESTA” INTORNO ALLO STABILE SGOMBERATO

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

IL RISCHIO È CHE SI VERIFICHINO NUOVI SCONTRI, COME QUELLI DELLO SCORSO FINE SETTIMANA… RESTA ALTA L’ALLERTA: NOVE LA MANIFESTAZIONI CONVOCATE DAGLI ATTIVISTI… QUALCUNO POI UN GIORNO CI SPIEGHERA’ SE NON ERA PIU’ INTELLIGENTE CERCARE UNA SOLUZIONE CONDIVISA

Che non sia finita qui, cioè che la guerriglia dell’altro ieri al corteo indetto a Torino dagli antagonisti per reagire allo sgombero del centro sociale Askatasuna sia l’antipasto di una lunga stagione di lotta, non è solo nei desiderata espressi su Radio Onda d’urto dallo storico leader Giorgio Rossetto. È negli annunci di nuove mobilitazioni che sono seguiti in queste ultime ore.
La prima a Capodanno quando nel dedalo di stradine attorno al centro sociale – sgomberato e blindato dai mezzi del reparto mobile – verrà organizzata una festa di cui ancora si sa poco e il dato – sul punto – non incoraggia.
Ciò che invece è certo – e definito anche nelle attese di pericolosità – è l’appello a livello nazionale e internazionale per una marcia fissata il prossimo 31 gennaio.
I dettagli verranno definiti in un’assemblea nazionale dei centri sociali che si svolgerà due settimane prima dell’evento alla quale, probabilmente, verranno invitate a partecipare anche alcune articolazioni sociali della città.
Non è una data qualsiasi, il 31 gennaio. Perché mentre quel sabato a Palazzo di Giustizia si celebrerà l’inaugurazione dell’anno giudiziario, Torino potrebbe rivivere l’incubo dell’altro giorno. Sono attesi fin da ora migliaia di militanti antagonisti, ma anche legati a galassie anarchiche dall’estero.
Resta un alto allarme per l’ordine pubblico. Non solo per le due date in questione, ma pure per il timore, ancora persistente oggi, che alcune frange più estremiste del centro sociale possano cercare di riappropriarsi della struttura di corso Regina Margherita nonostante gli ingressi siano stati murati e permanga da giorni – e chissà per quanto ancora – un presidio fisso di poliziotti in tenuta anti sommossa.
In questi giorni verranno anche incrementati i controlli nei luoghi considerati da chi investiga possibili bersagli di contestazioni anche violente. Si tratta di Prefettura, Comune e Palazzo di Giustizia a loro modo parti rilevanti di questa storia che riannoda i fili del dissenso di piazza
(da agenzie)

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OCCHIO, LA LIBIA RESTA UNA MINA PRONTA A ESPLODERE: IL GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE DI ABDULHAMID DBEIBEH HA ANNUNCIATO UN RIMPASTO “RIFORMATORE”. MA I GRUPPI ARMATI DI TRIPOLI CONTROLLANO INFRASTRUTTURE STRATEGICHE (PETROLIO) E CENTRI DI DETENZIONE

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

LE TENSIONI INTERNE E LA DEBOLEZZA ISTITUZIONALE SI RIFLETTONO SULLE MIGRAZIONI: UN GROSSO PROBLEMA ANCHE PER L’ITALIA

In assenza di legittimità diffusa, di un controllo effettivo del settore della sicurezza e di un minimo consenso tra Ovest, Est e Sud, l’operazione rischia di consolidare lo status quo. Il nodo elettorale resta centrale, ma privo dei presupposti necessari; nel frattempo, le fragilità del Fezzan e le tensioni Est–Ovest continuano a riflettersi in modo diretto sulle dinamiche migratorie e sulla sicurezza regionale.
L’annuncio di un rimpasto “riformatore” da parte del Governo di unità nazionale (GUN), atteso simbolicamente attorno al 24 dicembre – data che coincide con l’anniversario dell’indipendenza libica e che viene spesso utilizzata come riferimento politico per rilanciare narrative di unità nazionale – si inserisce nel quadro del dialogo strutturato promosso dalla Missione delle Nazioni Unite di sostegno in Libia (UNSMIL). L’obiettivo dichiarato è aumentare efficienza, performance istituzionale e consenso, evitando l’apertura di una nuova fase transitoria.
Sul piano politico, tuttavia, il rimpasto appare più come una manovra di consolidamento che come un passaggio trasformativo. Il GUN soffre di una legittimità limitata presso la popolazione e porta con sé il peso di un mandato disatteso: l’esecutivo avrebbe dovuto – secondo una roadmap fissata dall’Onu – accompagnare il paese alle elezioni nel 2021, obiettivo rimasto irrealizzato. Questo scarto tra aspettative e
risultati condiziona oggi qualsiasi iniziativa di riorganizzazione interna.
Tuttavia, la tenuta del governo continua a dipendere dai ministeri “di potere”, in particolare Interno e Difesa, dove la questione centrale non è amministrativa ma securitaria.
Il Ministero dell’Interno resta un pilastro dell’equilibrio politico e militare dell’Ovest libico. Il rafforzamento del profilo pubblico del titolare del dicastero, soprattutto sul dossier migratorio, segnala la centralità del controllo degli apparati di sicurezza e delle reti locali di potere, inclusi i legami con attori territoriali chiave della Tripolitania occidentale. Molto di questo ha un riflesso internazionale, ovvero la creazione legittimazione esterna.
Ancora più sensibile è il capitolo Difesa, formalmente vacante. L’assenza di una guida politica pienamente legittimata amplifica il peso dei viceministri e dei meccanismi di mediazione, spesso sostenuti da attori esterni.
Le tensioni tra il governo e alcuni gruppi armati della capitale, che di fatto controllano territorio e dinamiche (anche politico-istituzionali), si snodano in particolare attorno al controllo di infrastrutture strategiche e dei centri di detenzione, ed evidenziano la fragilità dell’assetto securitario. In questo contesto, è difficile che un rimpasto ministeriale possa incidere senza un riassetto più profondo del settore della sicurezza.
Elezioni: obiettivo condiviso, condizioni mancanti
La prospettiva elettorale resta formalmente al centro della roadmap Onu, che prevede un ritorno alle urne entro 12–18 mesi, accompagnato dall’unificazione delle istituzioni e da un
quadro elettorale solido. Tripoli insiste sul fatto che l’attuale esecutivo debba guidare il paese fino al voto, respingendo l’ipotesi di un nuovo governo transitorio. Dall’Est, il governo non riconosciuto che muove le attività in Cirenaica, non può che essere in disaccordo – anche perché nell’ultimo anno ha guadagnato peso, attenzione e vari tipi di riconoscimenti, sebbene meno formali.
In generale, le divisioni politiche e istituzionali rendono lo scenario altamente incerto. Il dialogo nazionale può contribuire a creare un contesto più favorevole, ma il suo mandato è limitato e non sostitutivo di una reale convergenza politica. Senza un minimo di consenso tra le principali componenti del paese e senza un esecutivo percepito come rappresentativo, le elezioni rischiano di diventare un fattore di ulteriore instabilità, piuttosto che uno strumento di normalizzazione.
Le criticità del Sud rappresentano, inoltre, una variabile spesso sottovalutata ma decisiva. Secondo analisi recenti sostenute da Interpol, Unione Africana e Unione Europea, la Libia meridionale sta registrando un peggioramento del quadro di sicurezza, con un aumento della presenza armata e una riorganizzazione delle reti criminali lungo il triangolo di confine con Niger e Ciad.
Il deterioramento degli equilibri tribali e la proliferazione di gruppi armati rendono il Fezzan un potenziale epicentro di instabilità per l’intero Sahel. Le operazioni di sicurezza hanno modificato le modalità dei traffici illeciti, ma senza eliminarli, spostandoli verso nuove rotte e città. Questa dinamica conferma la fragilità strutturale del controllo statale nel Sud e la sua
rilevanza per la sicurezza regionale.
Le tensioni interne e la debolezza istituzionale si riflettono, infatti, immediatamente sulle migrazioni – e ciò che accade nel Fezzan si lega anche a questo, con il territorio che è storicamente una terra senza legge, pregna di traffici di ogni genere, compresi quelli di esseri umani. La presenza di centinaia di migliaia di rifugiati, in particolare sudanesi che scappano dall’enorme crisi umanitaria in corso, e il continuo adattamento delle rotte terrestri e marittime mostrano come ogni crisi locale produca effetti a catena. Il Mediterraneo centrale resta una delle rotte più letali, mentre nuove aree costiere emergono come hub del traffico.
Le iniziative umanitarie e di gestione dei flussi, sostenute da organizzazioni internazionali e partner europei, evidenziano la necessità di cooperazione, ma anche i limiti di un approccio che non affronti il nodo politico di fondo: senza stabilità e controllo territoriale, le politiche migratorie restano reattive e vulnerabili.
In parallelo al rimpasto, Tripoli tenta di rilanciare una narrativa di normalizzazione attraverso il settore energetico e l’attrazione di nuovi investimenti, ma anche con iniziative simboliche come la riapertura del museo nazionale.
Si tratta di segnali rilevanti, anche in chiave geopolitica, ma insufficienti se non accompagnati da un quadro politico stabile. In un paese ancora diviso, il rischio è che tali iniziative rafforzino assetti esistenti senza produrre una reale trasformazione istituzionale.
Il rimpasto del Governo di unità nazionale può contribuire a una gestione più ordinata, ma non risolve le cause profonde dello stallo libico. La prospettiva del voto non è altresì rassicurante.
La priorità strategica resta la costruzione di un percorso credibile verso un governo unitario, verosimilmente attraverso elezioni certamente, ma solo a condizione che vengano creati i presupposti minimi: quadro legale condiviso, controllo del settore della sicurezza e un consenso politico inclusivo.
In assenza di tali condizioni, i rischi di disordine continueranno a manifestarsi soprattutto sul fronte migratorio e della sicurezza locale, mentre le iniziative economiche resteranno fragili. Per gli attori internazionali, la sfida è evitare che interventi settoriali – politici, securitari o economici – contribuiscano involontariamente a cristallizzare uno status quo instabile, anziché favorire una stabilizzazione sostenibile della Libia.
(da .med-or.org)

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CARCERI FUORI CONTROLLO: SUICIDI, OMICIDI ED EVASIONI

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

SINDACATI; “E’ UN FALLIMENTO DELLO STATO, DELMASTRO SI DIMETTA”… SOVRAFFOLLAMENTO AL 140%

Dal 2022 al 2025 319 persone si sono tolte la vita in cella. Chi utilizzando le lenzuola per impiccarsi, chi i lacci delle scarpe, chi invece inalando gas dai fornelletti per cucinare. Numeri che raccontano storie di disperazione, di chi, dietro le sbarre, non ha intravisto nessun riscatto, nessun futuro, ma solo abbandono.
Il 2024 è stato l’anno di un record che non si dovrebbe mai raggiungere: 91 detenuti che si sono suicidati in carcere. Un dato che allarma chi lavora tra le mura degli istituti penitenziari come Aldo di Giacomo, segretario generale di Spp, sindacato polizia penitenziaria: “La situazione è gravissima, ma la politica fa finta di niente e nessuno risponde di questo fallimento”
Chi lavora in carcere descrive una situazione fuori controllo: “Ci sono stati degli omicidi, capisce? Tre omicidi. Detenuti ammazzati da altri detenuti mentre erano affidati alla custodia dello Stato”. Di Giacomo attacca: “Per trovare un dato simile bisogna tornare indietro agli anni ottanta”.
E proprio una settimana fa è morto Francesco Valeriano, quarantacinquenne finito in coma per sei mesi dopo un pestaggio avvenuto nel carcere di Rebibbia, a Roma
Allarme poi per quanto riguarda le evasioni: “Mai così tante”. Undici tra il 2021 e il 2022, una sessantina tra il 2023 e il 2024. E qualche giorno fa, Kham Nasir, trentunenne pakistano, è scappato dal carcere di Trieste nonostante le “rigorosissime misure per impedirgli di evadere” imposte dal direttore della struttura. Dai primi accertamenti pare che si sia nascosto sotto un telone nel cortile durante l’ora d’aria, abbia atteso il momento giusto e scavalcato il muro di cinta.
I problemi delle carceri italiane sono tanti e intrecciati tra loro. E a patirne sono sempre i detenuti più fragili.
Si parte dal sovraffollamento che, secondo i dati del ministero della Giustizia, si aggira intorno al 140%, con picchi, in alcune realtà, che arrivano al 400%. E se per il Guardasigilli Carlo Nordio “è un meccanismo di controllo ed evita i suicidi in carcere”, i dati raccontano una realtà fragile: settantasette i detenuti che si sono tolti la vita in cella da inizio anno sino ad oggi. A Verona Montorio, nelle scorse settimane, un detenuto, accusato di maltrattamenti in famiglia a cui il Tribunale del Riesame aveva rigettato la richiesta di rilascio, si è impiccato con le lenzuola.
Poi l’aumento delle violenze sessuali e i detenuti di spicco che dai penitenziari continuano a gestire lo spaccio di droga e si fanno regia delle rivolte. E un aspetto finito sotto la lente della Direzione Antimafia sono proprio gli ordini e i traffici vengono controllati da dietro le sbarre. Come nel carcere di Poggioreale, dove la polizia penitenziaria ha trovato un chilo di sostanza stupefacente e diversi cellulari. “Ormai la comunicazione tra l’interno e l’esterno e la gestione avviene internamente, il numero dei telefoni sequestrati sta aumentando di anno in anno”, commenta Di Giacomo prima di snocciolare i numeri: 200 nel 2021, 3800 nel 2025.
Problemi che mettono alla prova i rapporti col ministero e isindacato che arriva addirittura a chiedere le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. “Nelle carceri italiane – dicono – non c’è più dignità, sia quella di noi agenti che quella dei detenuti. È giusto che qualcuno risponda di questo fallimento”.
C’è poi la questione del personale, sempre sotto organico. E le sette mila assunzioni del ministero? “Non hanno funzionato – spiega Di Giacomo – Hanno forse compensato il turnover dei pensionamenti. Dopodiché di questi settemila, 780 giovani si sono dimessi durante il corso o nei primi tre mesi di lavoro. Il risultato è che se prima c’erano 37842 agenti, ora sono 36710”.
In solo un anno quattromila uomini sono stati feriti durante aggressioni o rivolte. “Ormai le carceri sono terra di nessuno, ma qualcuno deve rispondere e il sottosegretario deve dimettersi,
ribadisce Di Giacomo. Così non si negherà più il problema e si potrà ridare dignità al nostro sistema penitenziario che è già considerato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, il peggiore d’Europa”.
(da fanpage)

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CHI ERA FANIL SARVAROV, IL GENERALE RUSSO GIUSTIZIATO IN UN’ATTENTATO A MOSCA

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

ERA IL RESPONSABILE DELL’ADDESTRAMENTO DELL’ESERCITO

Fanil Sarvarov, il generale ucciso in un attentato con autobomba a Mosca, era una delle figure chiave dell’apparato militare russo impegnato nella guerra contro l’Ucraina. Tenente generale e capo della direzione per l’addestramento operativo dello Stato maggiore delle forze armate, Sarvarov è morto dopo che un ordigno è detonato sotto la sua auto mentre percorreva una strada della capitale russa. Per le autorità si tratterebbe con ogni probabilità di un assassinio mirato condotto facendo brillare esplosivo equivalente a 300 grammi di tritolo; secondo il Comitato investigativo russo, Sarvarov è deceduto in seguito alle ferite riportate nell’esplosione. Gli investigatori stanno seguendo diverse piste, tra cui quella di un’operazione orchestrata dai servizi di intelligence ucraini. Kiev, al momento, non ha rivendicato l’attacco.
Un generale cresciuto nelle guerre post-sovietiche
La carriera di Sarvarov si è sviluppata lungo l’intero arco dei conflitti combattuti da Mosca dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Aveva preso parte a entrambe le guerre in Cecenia, un passaggio quasi obbligato per molti ufficiali che avrebbero poi occupato posizioni di vertice nelle forze armate russe. Quelle campagne ne avevano consolidato il profilo di comandante esperto in contesti di guerra asimmetrica e operazioni di controinsurrezione.
Negli anni successivi, Sarvarov aveva contribuito anche alla pianificazione dell’intervento militare russo in Siria tra il 2015 e il 2016, un’operazione che per il Cremlino ha rappresentato il
ritorno sulla scena militare globale e un banco di prova per nuove dottrine e armamenti.
Il ruolo di Sarvarov nella guerra in Ucraina
Allo scoppio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, Sarvarov ricopriva un incarico centrale: supervisionava l’addestramento al combattimento e la prontezza operativa delle forze armate russe. In pratica, era responsabile di preparare uomini e unità destinate al fronte, in una guerra che ha messo a dura prova l’organizzazione militare di Mosca.
Il suo nome non era particolarmente noto al grande pubblico, ma all’interno dell’apparato militare era considerato un ufficiale di peso, con accesso diretto ai vertici dello Stato maggiore e un ruolo chiave nella gestione delle risorse umane dell’esercito.L’attentato e le reazioni
L’esplosione è avvenuta nelle prime ore del mattino mentre l’auto di Sarvarov percorreva una strada di Mosca. Il Cremlino non ha rilasciato immediatamente un commento ufficiale, ma da ambienti politici e militari sono arrivate richieste di una risposta dura. Alcuni deputati hanno invocato una rappresaglia senza compromessi contro i responsabili, parlando apertamente di “metodi antiterrorismo”.
L’uccisione di Sarvarov si inserisce in una più ampia serie di operazioni che, dall’inizio della guerra, hanno colpito ufficiali russi e funzionari installati da Mosca. Kiev, che ribadiamo non ha rivendicato l’attentato, accusa queste figure di essere coinvolte in crimini di guerra e, in alcuni casi, ha ammesso apertamente attacchi mirati, come quello che lo scorso anno ha ucciso il generale Igor Kirillov.

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SCUOLA, IL CONSIGLIO D’EUROPA BOCCIA L’ITALIA: “VIOLA I DIRITTI DEGLI INSEGNATI DI SOSTEGNO”

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

“ANCORA TROPPA PRECARIETA’ E NON SONO GARANTITI I DIRITTI DEGLI ALUNNI CON DISABILITA’”

«L’Italia viola il diritto degli insegnanti di sostegno a guadagnarsi la vita con un lavoro liberamente intrapreso perché un’elevata percentuale è assunta con contratti precari e il 30% non ha potuto seguire la formazione necessaria per fare questo lavoro». Lo ha stabilito, all’unanimità, il comitato europeo dei diritti sociale, l’organo del Consiglio d’Europa, giudicando il ricorso che l’Associazione Professionale e Sindacale (Anief) ha presentato contro l’Italia nel 2021.
Il diritto (violato) a un’istruzione inclusiva degli alunni con disabilità
Contemporaneamente il comitato, che evidenzia di aver esaminato la situazione fino al 19 marzo 2025, è giunto unanimemente alla conclusione che nel Paese è violato anche «il diritto a un’istruzione inclusiva degli alunni con disabilità» perché questa «è ostacolata a causa della persistente precarietà degli insegnanti di sostegno e dalla mancanza di formazione di uno su tre». Nella decisione il comitato europeo dei diritti sociali evidenzia che «il governo riconosce che un gran numero di insegnanti di sostegno ha un impiego precario», ma che da Roma si «sottolinea che il ricorso a contratti a tempo determinato nel settore dell’istruzione in generale, e nel campo del sostegno in particolare, è in parte inevitabile, data la difficoltà di prevedere in anticipo le esigenze specifiche a causa di numerose variabili quali il numero di alunni con disabilità e bisogni speciali che arrivano e lasciano la scuola, le richieste di trasferimento degli insegnanti, i congedi per malattia, i pensionamenti».
La replica al governo
Il governo, scrive il comitato, «respinge pertanto con forza l’argomentazione secondo cui vi sarebbe una discrepanza tra il numero di posti assegnati e le esigenze effettive». Nelle sue
conclusioni il comitato europeo dei diritti sociali indica che la situazione è migliorata sotto diversi profili, anche quello legislativo, da quando l’Anief ha presentato il ricorso nel 2021. Strasburgo evidenzia che i dati a sua disposizione «dimostrano un impegno significativo da parte del governo nel soddisfare la richiesta di sostegno per un numero crescente di alunni con disabilità». Per quanto rigauarda, invece, la procedura di assuzione straordinaria istituita per l’anno scolastico 2024/2025 per contribuire a ridurre la precarietà dell’occupazione degli insegnanti di sostegno, il comitato scrive di essere a conoscenza ma, aggiunge, che siccome «non è stata ancora pienamente attuata non ha modo di valutarne l’impatto».
I dati
Facendo riferimento ai dati dell’Istat e quelli forniti dal governo, il comitato scrive che dall’anno scolastico 2010/2011 a quello 2022/2023 gli alunni con disabilità sono aumentati del 243%, passando da 139mila a 338mila, e il numero degli insegnanti di sostegno è cresciuto del 248%, aumentando da 94.430 a 234.460. «Tuttavia – osserva ancora il comitato – questo aumento degli insegnanti di sostegno è in gran parte dovuto a un forte incremento dei contratti a tempo determinato, passati dal 4,19% nel 2010/2011 al 46,18% nel 2023/2024».
(da agenzie)

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LANDINI E LA NORMA CHE TAGLIA GLI ARRETRATI AI LAVORATORI CON PAGA TROPPO BASSA: “E’ INCOSTITUZIONALE”

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

“IL GOVERNO TAGLIA SUI DEBOLI E STA DALLA PARTE DEI FORTI”

Secondo Maurizio Landini con la nuova legge di bilancio il governo taglia sui deboli e sta dalla parte dei forti. Per questo «penalizza lavoratori precoci e usuranti per spostare risorse anche a quelle imprese che non rispettano i contratti e risparmiano sulla sicurezza». E manda il segnale che si può anche morire di lavoro. In un’intervista a Repubblica il
segretario della Cgil parla di declino e recessione: «È una manovra contro lavoratori e pensionati. Lo dimostra anche il ripristino dell’emendamento Pogliese, già bocciato a luglio e spuntato all’ultimo in legge di bilancio. L’ennesima cattiveria contro i lavoratori che perdono il diritto agli arretrati quando un giudice stabilisce che la loro retribuzione è troppo bassa. Una norma che non c’entra nulla con la finanziaria, ha un profilo di incostituzionalità e di cui chiediamo il ritiro immediato».
La Cgil e la manovra
Sul silenzio-assenso ai fondi pensione per i giovani al primo impiego Landini dice: «Il problema dei giovani è la precarietà senza fine. Quando sei precario spesso non arrivi neanche alla pensione integrativa. Prima servono salari dignitosi e lavoro stabile. E resta una questione enorme: come e dove vengono investiti dai fondi i soldi dei lavoratori e delle imprese? Oggi finiscono spesso fuori dal Paese, invece dovrebbero essere messi al servizio della crescita». Mentre sulle pensioni «si fa solo cassa. E si punta a favorire la privatizzazione del sistema previdenziale, come pure di quello sanitario. Quando ai giovani serve una pensione di garanzia. E va riconosciuto che l’aspettativa di vita non è uguale per tutti. Invece si va verso un’uscita a 70 anni o con 45 di contributi. Sono riusciti persino a peggiorare la legge Fornero».
Incentivi alle imprese e meno tasse sul lavoro
Secondo Landini gli incentivi alle imprese e i taglia lle tasse sul lavoro sono propaganda: «I salari non permettono di arrivare a fine mese e la tassazione su lavoratori e pensionati aumenta. Gli investimenti pubblici calano, il Pnrr finisce l’anno prossimo e
molte risorse non sono state spese. Giovani e donne restano ai margini». Mentre «la detassazione dei rinnovi è parziale e vale persino per i contratti pirata. Intanto si taglia su sanità, casa, istruzione, Comuni e Regioni. E non si rispettano gli impegni su salute e sicurezza, mentre in questo Paese si continua a morire sul lavoro».
Scioperi e crisi
E conclude: «Un governo che agisce contro i lavoratori e usa i pensionati per fare cassa da girare a imprese, armi e per far quadrare i conti non può che rafforzare le nostre ragioni». Mentre na crisi di governo, come quella sfiorata in Senato, farebbe bene al Paese: «È questo governo che fa male al Paese. Per loro viene prima e solo la difesa del potere. E intanto: povertà in aumento, produzione industriale in calo da tre anni, 25 miliardi di tasse in più pagate da lavoratori e pensionati, mentre si tutelano rendite e grandi patrimoni».
(da Open)

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SPACEX: COSI’ L’ESPLOSIONE DI UN RAZZO DI ELON MUSK HA MESSO IN PERICOLO 450 PERSONE

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

COSTRETTI A DEVIARE LA ROTTA TRE AEREI DI LINEA, UN “RISCHIO ESTREMO POTENZIALE” PER LA SICUREZZA AEREA

L’esplosione di un razzo SpaceX lo scorso 16 gennaio ha messo a rischio almeno 450 passeggeri su tre voli civili nei cieli dei Caraibi. A scriverlo è il Wall Street Journal, che cita documenti interni della Faa, l’amministrazione federale per l’aviazione. Secondo la ricostruzione l’esplosione del razzo Starship ha disperso detriti infuocati nello spazio aereo dei Caraibi per circa 50 minuti. Tre aerei – due voli di linea e un jet privato – si sono
trovati costretti a volare all’interno di una zona temporaneamente interdetta al traffico aereo. Oppure a correre il rischio di rimanere a secco di carburante mentre sorvolavano l’oceano.
Il rischio
Tra questi, un volo JetBlue diretto a San Juan, un aereo Iberia e un jet privato. In totale circa 450 persone a bordo. Tutti i velivoli sono atterrati senza incidenti. Ma la Faa ha riconosciuto che l’episodio ha rappresentato un «rischio estremo potenziale» per la sicurezza aerea, con i controllori di volo costretti a improvvisare deviazioni e manovre d’emergenza. Perché, secondo i documenti, SpaceX non avrebbe informato immediatamente l’autorità di regolazione dei cieli dell’esplosione, usando la linea di comunicazione d’emergenza. Anzi: i primi segnali dell’incidente sono arrivati direttamente dai piloti, che segnalavano «detriti e intense fiamme» visibili in volo. Il report critica anche la gestione delle «debris response areas», le zone di interdizione create per evitare che gli aerei attraversino aree a rischio.
Dopo l’incidente
Dopo l’incidente, la Faa ha avviato una revisione interna sui rischi legati ai detriti spaziali. Ma secondo il Wall Street Journal l’analisi è stata sospesa nell’agosto successivo, una decisione definita “inusuale” da fonti interne all’agenzia. La Faa ha spiegato che molte delle raccomandazioni di sicurezza erano già in fase di attuazione. E che eventuali nuove misure verranno adottate se necessario. SpaceX, guidata da Elon Musk, ha respinto le conclusioni dell’inchiesta, sostenendo che «nessun
aereo è stato messo in pericolo». E ribadendo che la sicurezza pubblica resta una prioritàassoluta. Ma il caso solleva interrogativi più ampi sul futuro della convivenza tra traffico aereo commerciale e il rapido aumento dei lanci spaziali.
L’accelerazione
Secondo le previsioni Faa, si passerà da una media di poche decine di operazioni annue a 200-400 lanci o rientri all’anno nei prossimi anni. Un’accelerazione che, avverte il Wall Street Journal, rischia di trasformare incidenti come quello di gennaio da eccezioni a problemi strutturali per la sicurezza dei cieli. «Successo incerto, divertimento assicurato», aveva detto Musk dopo l’esplosione di gennaio.
(da agenzie)

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CELODURISMO, ARMI E MAGA: ECCO PERCHE’ ADESSO IL GOVERNO RISCHIA IL VIETNAM

Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile

LA LEGA HA MANI LIBERE, L’UCRAINA E TRUMP POSSONO SPACCARE LA MAGGIORANZA

Conta il risultato, dice Giancarlo Giorgetti, ed è il mantra che da tre anni la maggioranza ripete ogni volta che si segnalano divergenze interne. Conta il risultato, conta il voto finale, e alla fin fine sull’Ucraina, sulla manovra, su tutto, la Lega ha sempre votato con gli altri e Forza Italia pure. Molto rumore per nulla, scrivono i quotidiani d’area, tempesta in un bicchier d’acqua dicono i portavoce in coro. Tempi rispettati, corsa di fine anno come al solito, è sempre successo così. E tuttavia è proprio l’eccesso di rassicurazioni ad amplificare le sirene d’allarme che
suonano da settimane. In sintesi: un 2026 a rischio Vietnam per il centrodestra.
Perché il 2026 è anno pre-elettorale, e nella prospettiva di una riforma proporzionale ciascuno dovrà mostrare i muscoli al suo elettorato. Perché Matteo Salvini non avrà un Ponte da magnificare nelle slide, e vai a vedere che pure sul Pnrr ferroviario non prenda una batosta, e dunque qualcosa dovrà inventarsi per muovere il consenso. Perché Antonio Tajani è stato più volte chiamato a una prova di protagonismo e autonomia dalla famiglia Berlusconi, e non potrà più fare finta di niente. Perché la stessa Giorgia Meloni si gioca tutto e il “non sono ricattabile” con cui ha inaugurato il suo premierato dovrà essere confermato, anche a spese degli junior partner in cerca di rimonta.
Ci sono almeno tre controprove della frana del patto di responsabilità che ha tenuto in asse la maggioranza per 36 lunghissimi mesi.
La prima è il trucco da Prima Repubblica con cui la Lega si è aggiudicata una facile vittoria sul tema pensioni: ha mandato avanti un emendamento che non condivideva, ha lasciato che il Mef lo mettesse nero su bianco con la controfirma di Giorgetti, poi appena si sono accesi i riflettori ha fatto saltare il banco. Poteva mettersi di traverso prima, bloccare tutto fin dall’inizio, ma non avrebbe raccolto il risultato a cui puntava: riqualificarsi come paladina dei diritti dei pensionandi, la forza coraggiosa che minacciando la crisi (ma figuriamoci!) è riuscita a rimettere in riga il governo. Il solo aver costretto Giorgia Meloni alle forche caudine di un vertice notturno, giovedì scorso, dopo il tour de
force a Bruxelles su Ucraina e beni russi congelati, è già un successo dal punto di vista di Matteo Salvini: la prova generale di quel che potrà dire, fare, combinare nell’anno “delle mani libere” che si sta per aprire.
Il secondo riscontro alla prospettiva Vietnam è l’aperto conflitto esploso sul decreto Ucraina. Che esistessero convinzioni differenti lo si sapeva da un pezzo, ma mai era successo che idee diametralmente opposte sul ruolo dell’Italia fossero portate in pubblico attraverso interviste e dichiarazioni in dissenso. “Serve discontinuità”, dice apertis verbis Claudio Borghi, il miles gloriosus che Salvini manda avanti quando vuole dare segnali. E dunque aiuti civili e “strumentazioni solo difensive a differenza di quanto avvenuto finora”. Servono “anche armi” controbatte Antonio Tajani parlando con La Stampa, e così anche il compromesso immaginato – un contorto paragrafo che possa essere liberamente interpretato un minuto dopo il voto – diventa banco di prova: misurerà la capacità di interdizione della Lega e il potere effettivo del suo leader. Vale la pena ricordare che fin dal suo debutto nel 2022 il governo di centrodestra ha presentato l’invio di armi all’Ucraina come ovvio atto di coerenza rispetto alle linee di politica estera del Paese. “I vari governi che si susseguono – disse Guido Crosetto al suo esordio come ministro della Difesa – implementano le scelte ed onorano gli impegni che i governi precedenti hanno sottoscritto”. Dunque la discontinuità invocata dalla Lega, comunque si manifesti nel testo del decreto, non sarebbe cosa da poco: segnalerebbe il cambio di una storica e pluri-confermata posizione della Repubblica italiana.
Il terzo segnale è esterno. È nell’escalation degli attacchi russi alle istituzioni italiane. È negli spifferi americani che indicano l’Italia come uno dei Paesi su cui puntare per infrangere l’unità europea in nome della dottrina Maga. Indicano sollecitazioni alla nostra politica, ai nostri partiti, ai loro uomini e alle loro donne, e dunque nuovi terreni di scontro poco decifrabili ma concreti e densi di conseguenze. Nel 2026 anche questo potrà rivelarsi detonatore di guerriglie finora tenute a bada dai compromessi in cui la maggioranza è specialista: dire Vietnam magari è esagerato, ma la navigazione senza scosse degli ultimi tre anni è già adesso un ricordo, difficilmente potrà essere ripresa.
(da La Stampa)

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