Destra di Popolo.net

L’EPIC FAIL SUI TRENI IN RITARDO PER MILANO-CORTINA, SUI SOCIAL PARTE LO SFOTTO’ A SALVINI DA PARTE DI ITALIA VIVA

Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile

SUL PROFILO UFFICIALE DEI GIOCHI INVERNALI COMPAIONO I RITARDI DEI TRENI

«Ormai con Matteo Salvini al Ministero dei Trasporti, in Italia i ritardi dei treni sono talmente strutturali da finire perfino nella comunicazione ufficiale delle Olimpiadi». Basta una frase, pubblicata sui social, per riaccendere una delle polemiche più frequenti: quella sui treni che non arrivano mai in orario. A lanciare la stoccata è Italia Viva, che accompagna il post con uno screenshot di una storia del profilo ufficiale di Milano-Cortina 2026, dove si fa riferimento ai collegamenti ferroviari verso le sedi olimpiche.
«Problema così strutturale da finire nella comunicazione ufficiale»
Secondo Italia Viva, la comunicazione legata ai Giochi invernali finirebbe così per certificare un problema ormai cronico del sistema ferroviario italiano.
Un’accusa che punta dritta al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Salvini, già più volte finito nel mirino per guasti, rallentamenti e giornate nere sulla rete.
(da agenzie)
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A VANNACCI È ESPLOSO IL GIOCATTOLINO IN MANO: I PRINCIPALI “TEAM” DEL GENERALE RIUNITI NELL’ASSOCIAZIONE “IL MONDO AL CONTRARIO”, VERGANO UN DOCUMENTO DURISSIMO CONTRO L’EX MILITARE: “È STATO UN BLUFF POLITICO E ORGANIZZATIVO. L’UNICO VERO INTERESSE DIMOSTRATO È STATO QUELLO DI ORGANIZZARE INCONTRI PUBBLICI A PAGAMENTO, TRASFORMANDO UN MOVIMENTO POLITICO IN UN CIRCUITO COMMERCIALE”

Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile

LA LETTERA DI UNA MILITANTE: “NESSUNO HA MAI VISTO UN RENDICONTO”. E POI ACCENNA ALLE DONNE DEL MOVIMENTO, CHE PREFERISCONO “USARE O ALLUDERE A MODI BEN PIÙ ANTICHI PER ‘FARE STRADA’, CHE SGOMITANO PER SEDERSI AL TAVOLO A FIANCO DI VANNACCI…”

Proprio nel momento in cui sembra a un passo la trasformazione in partito dei Team Vannacci, ecco che arriva l’addio di quelli che sono tra i principali gruppi a sostegno dell’eurodeputato della Lega. Con accuse molto dure e pesanti verso lo stesso ex generale. Milano, Verona, Varese, Busto Arsizio: il Mondo al contrario, scrivono, «è stato un bluff politico e organizzativo».
Nella contestazione si aggiungono passaggi sulla scarsa trasparenza finanziaria dell’associazione ma non solo: in queste ore sta girando una lettera di dimissioni di una militante, risalente a qualche settimana fa, in cui si scrive di «seguaci del potere, pronti a scodinzolare quando il Signore accenna a far cadere dal suo tavolo qualche briciola di pane, e a donne che preferiscono usare o alludere a modi ben più antichi per “fare strada”, che sgomitano per sedersi al tavolo con affianco Vannacci, […] calpestando la dignità non solo delle altre signore presenti nell’associazione ma anche delle madri e mogli che, solo per il ruolo che hanno, meriterebbero il giusto rispetto».
Insomma, una piccola bomba interna.
Ma andando con ordine. I team in questione, di cui sono intitolati alla Decima, hanno redatto un documento congiunto: «Quello che negli slogan viene raccontato come un movimento organizzato, strutturato e combattivo, nella realtà dei fatti si è rivelato l’esatto opposto: un caos permanente, privo di guida, di metodo e di credibilità».
Tutto, scrivono, «è stato lasciato al caso, all’improvvisazione e all’arbitrio di pochi. Altro che disciplina, altro che modello “militare”».
La rappresentazione plastica «di questo fallimento è il ridicolo flash mob davanti al Parlamento in occasione del voto sull’invio di armi all’Ucraina: otto persone. Otto. Un’umiliazione pubblica che certifica la distanza abissale tra la retorica dei vertici e la realtà sul territorio».
L’atto di accusa continua: «L’unico vero interesse dimostrato dalla dirigenza è stato quello di organizzare incontri pubblici a pagamento, trasformando quello che avrebbe dovuto essere un movimento politico in una sorta di circuito commerciale, mentre i Team venivano lasciati soli, senza strumenti, senza indicazioni e senza risposte».
Il tema va di pari passo con «la totale opacità sulla campagna tesseramento 2026: nessun dato ufficiale, nessuna comunicazione sui numeri degli iscritti, nessuna trasparenza sul confronto con il 2025».
L’esperienza del Mondo al Contrario viene quindi definito un «fallimento conclamato, politico, organizzativo e morale». Non è un nuovo addio, com’è noto. Il fondatore Fabio Filomeni e il suo gruppo se n’era andato da tempo, anche una delle più strette collaboratrici di Vannacci, la cosiddetta “bersagliera” Stefania Bardelli, aveva mollato denunciando dinamiche simili.
Altro tema, è la lettera di addio di un’altra militante degli esordi. Anche lei citava un argomento ricorrente nei dietro le quinte che riguardano le creature del generale: «Nessuno ha mai visto un rendiconto» di tutta l’attività pubblica di Vannacci, fatta soprattutto di eventi e cene a pagamento. Parole velenose, con questa conclusione: «Vi auguro di svegliarvi e, se davvero volete cambiare questo Paese, andate a fare politica nei modi e nei luoghi consoni a tale arte».
(da agenzie)

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C’È UN GIUDICE IN AMERICA! UN TRIBUNALE FEDERALE DEL MINNESOTA HA ORDINATO ALL’AGENZIA ICE DI FERMARE L’ARRESTO E LA DEPORTAZIONE DEI RIFUGIATI AMMESSI LEGALMENTE NEGLI USA, E DI RILASCIARE SUBITO QUELLI DETENUTI

Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile

A MINNEAPOLIS È ARRIVATO LO ZAR DEI CONFINI DI TRUMP, TOM HOMAN, COME SEGNALE DI “DE-ESCALATION”. PROMETTE DI RIPORTARE “LEGGE E ORDINE” E APRE AL RITIRO DEGLI AGENTI DELL’ICE “SE LE AUTORITÀ LOCALI COOPERANO

Un giudice federale del Minnesota ha ordinato all’Ice di fermare l’arresto e la deportazione dei rifugiati ammessi legalmente negli Stati Uniti e di rilasciare immediatamente quelli detenuti per la revisione dei loro casi.
“I rifugiati hanno il diritto legale di stare negli Stati Uniti, di lavorare e vivere pacificamente e, cosa più importante, il diritto di non essere sottoposti al terrore di un arresto e detenzione senza mandato o motivo nelle proprie case e mentre si recano in chiesa o al supermercato”, ha dichiarato il giudice John Tunheim, che ha emesso un’ordinanza ristrettiva per il rilascio degli almeno 100 rifugiati arrestati durante le retate indiscriminate della polizia anti-immigrati di Donald Trump.
Si prevede un appello contro questa sentenza da parte dell’amministrazione Trump che nelle scorse settimane ha affermato che rivedrà migliaia di concessioni di asilo a rifugiati arrivati durante la presidenza di Joe Biden che non hanno ottenuto ancora la green card, per assicurare, è stato affermato, che non vi siano state frodi.
Lo zar dei confini Tom Homan, inviato da Donald Trump in Minnesota dopo la rimozione del comandante at large della Border Patrol Greg Bovino, ha promesso in una conferenza stampa di “ristabilire la legge e l’ordine” a Minneapolis. “La sicurezza della comunità è fondamentale”, ha detto, sostenendo che i milioni di illegali entrati sotto l’amministrazione Biden rappresentando una minaccia alla sicurezza nazionale. La cooperazione tra autorità federali e locali consentirebbe la riduzione degli agenti dell’Ice: lo ha detto in una conferenza stampa lo zar dei confini Tom Homan, assicurando che gli agenti federali condurranno “operazioni mirate” contro persone che hanno storie criminali o di immigrazione illegale.
(da agenzie)

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UN AUTISTA FA SCENDERE UN BAMBINO DI 11 ANNI DA UN AUTOBUS A SAN VITO DI CADORE, IN PROVINCIA DI BELLUNO, PERCHÉ IL PICCOLO NON AVEVA IL BIGLIETTO CORRETTO. IL RAGAZZINO ERA USCITO DAL RIENTRO SCOLASTICO E AVEVA ESIBITO IL TICKET IN SUO POSSESSO, CHE PERÒ NON CORRISPONDEVA A QUELLO ENTRATO IN VIGORE DA POCHI GIORNI

Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile

COSÌ È STATO FATTO SCENDERE E SI È DOVUTO FARE 6 CHILOMETRI DI STRADA STATALE A PIEDI, SOTTO LA NEVE, CON UNA TEMPERATURA DI -3 GRADI

Un bambino di 11 anni è stato costretto a farsi a piedi, mentre nevicava e con temperature sottozero, gli oltre 6 chilometri di statale 51 Alemagna che separano San Vito di Cadore da Vodo di Cadore (Belluno), perché non aveva il corretto biglietto dell’autobus e l’autista l’ha costretto a scendere dal mezzo.
Lo riporta il Gazzettino di Belluno che ha raccolto la testimonianza della madre e della nonna del bimbo, un avvocato di Padova, che ha sporto querela per abbandono di minore.
Il bambino, verso le 16 di martedì 27 gennaio, era uscito dal rientro pomeridiano scolastico e una volta salito sul bus ha esibito il biglietto che aveva in tasca che però non corrispondeva a quello entrato in vigore da pochi giorni sulla linea 30
Calalzo-Cortina di Dolomiti Bus, che per il periodo olimpico da chilometrico è passato a una tariffa fissa di 10 euro indipendentemente dalla distanza e che va comprato solo tramite app oppure con il bancomat.
L’11enne non aveva possibilità di pagare il nuovo biglietto e l’autista gli ha rifiutato la corsa, costringendolo a farsela a piedi sul far della sera, lungo una strada pericolosa, mentre nevicava e si era già -3 gradi.

(da agenzie)

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CHE COSA SI PROVA A DIVENTARE “GIORGIA CHI?”, DOPO ESSERE STATA CARAMELLATA DI SALAMELECCHI DA DONALD TRUMP, CHE LA INCORONÒ LEADER “ECCEZIONALE”, “FANTASTICA”, “PIENA DI ENERGIA’’ E ANCHE “BELLISSIMA”?

Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile

BRUTTO COLPO SCOPRIRE CHE IL PRIMO DEMENTE AMERICANO SE NE FOTTE DELLA “PONTIERA” TRA USA E UE E CHE ORA NON RACCATTA NEMMENO UN FACCIA A FACCIA DI CINQUE MINUTI, COME È SUCCESSO AL FORUM DI DAVOS… PER TOGLIERE LA MASCHERA AL GRANDE BLUFF DELLA “GIORGIA DEI DUE MONDI”, C’È VOLUTO UN ANNO DI ”CRIMINALITÀ” DI TRUMP MA, SI SA, IL TEMPO È GALANTUOMO, I NODI ALLA FINE ARRIVANO AL PETTINE

Che cosa si prova a diventare “Giorgia chi?”, dopo essere stata caramellata di salamelecchi e aggettivi lecca-lecca da Donald Trump che la incoronò leader “eccezionale”, “fantastica”, “piena di energia” e, in un incontro a ottobre 2025, anche “bellissima”?
Brutto colpo, vero, scoprire che l’Amico Americano se ne fotte alla grande della “pontiera” tra Usa e Ue, che si è sbattuta come moulinex intralciando qualsiasi iniziativa anti-trumpiana dei “Volenterosi” leader europei, e non le concede la grazia di un faccia a faccia di cinque minuti, come è successo al recente Forum di Davos?
In quale cesso è finita la sua sbandieratissima “special relationship” con il Trumpone? Avete per caso letto due righe di scuse all’indignazione del governo Meloni sulla vergognosa frase pronunciata dal Demente di Washington sui militari non americani della NATO (l’Italia conta 53 caduti e oltre 700 feriti), che stavano “un pochino a distanza dal fronte” in Afghanistan, come si è affrettato a fare con la Gran Bretagna di Starmer?
Il fallimento di un anno di infuocati entusiasmi meloniani in difesa di qualsiasi nefandezza sparata dal trumpismo contro l’Europa “parassita e scroccona” (dai dazi alla disgregazione della Nato, dal filo-putinismo sull’Ucraina alla nazi-minaccia di prendersi la Groenlandia), daje e ridaje, non poteva non presentare il conto alla Ducetta-Camaleonte, che riusciva con le sue faccette, accompagnate da supercazzole, a interpretare due parti in commedia, una volta come cavallo di troia del disgregatore Trump in Europa e quella dopo come europeista sottobraccio a Ursula von der Leyen.
Una para-gura che scalpita di entrare nella stanza dei bottoni dei democristiani del Ppe ma da ligia sovranista rifiuta la rimozione del voto all’unanimità in Consiglio europeo (per non parlare della mancata ratifica del MES salva-banche: l’Italia è l’unico paese dell’Eurozona a non aver firmato).
Una furbetta che bacia e abbraccia Zelensky ma non disdegna di partecipare agli spot elettorali del filo-putiniano Viktor Orban.
Questo continuo colpo al cerchio e uno alla botte dell’ex attivista del Fronte della Gioventù quanto poteva ancora durare infinocchiando destra e manca?
Chissà che effetto ha fatto ieri a Palazzo Chigi leggere sul primo quotidiano italiano, quel “Corriere della Sera” che ha sempre pettinato le bambole dell’Armata Branca-Meloni, il durissimo editoriale di un conservatore doc come Mario Monti che toglie la maschera all’insostenibile grande bluff della “Giorgia dei Due Mondi”.
Certo, per rendersene finalmente conto, a Urbano Cairo e al suo direttore (si fa per
dire) Luciano Fontana c’è voluto un anno di criminalità di Trump ma il tempo è galantuomo e i nodi alla fine arrivano al pettine.
“Certe scene viste nei filmati che arrivano dal Minnesota sono troppo vicine alle incursioni naziste a Varsavia per non suggerire paragoni allarmanti”, scrive l’ex premier e senatore a vita.
“Si prenda la riforma della giustizia. Sul referendum io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre.
Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”.
E, guarda il destino quanto è cinico e baro: sempre ieri l’istituto di sondaggi Ixè rileva che il fronte del no e quello del sì al referendum sulla riforma Nordio in agenda a fine marzo sarebbero ora testa a testa: 49,9% contro 50,1%.
Appena uno 0,2% di scarto. La rilevazione, realizzata tra il 20 e il 27 gennaio, emerge da un campione di mille elettori. E stima l’affluenza a un buon 61,5%.
“Il referendum avrà inevitabilmente un risvolto politico”, è l’analisi di Stefano Folli su ‘’Repubblica’’ di oggi. “Se lo perdesse, il governo Meloni registrerebbe la prima, autentica sconfitta dall’inizio del suo governo. Con astuzia, la premier ha evitato fin qui di legare il suo nome all’esito della consultazione
Ma tutti sanno che la legge costituzionale Nordio riguarda la sola, vera riforma che il centrodestra ha varato nel corso della legislatura.
Una riforma che modifica gli equilibri del potere giudiziario ed è volta nelle intenzioni a influire in modo diretto nella vita quotidiana delle persone’’.
Folli prosegue: “Di conseguenza, la sconfitta sarebbe dolorosa anche se non implicherebbe la caduta dell’esecutivo. Va da sé, al contrario, che per un’opposizione in permanente difficoltà una vittoria la sera del 23 marzo equivarrebbe quasi a un’ubriacatura collettiva.
Quindi il centrosinistra ha tutto l’interesse a rendere sempre più politico lo scontro: dirà No alla separazione delle carriere e a ridurre il potere delle correnti all’interno della magistratura; ma soprattutto dirà No al governo Meloni, al suo legame con Trump, alle supposte tendenze autoritarie in sintonia con l’amico americano”.
Da parte sua, anche “Il Foglio” di Claudio Cerasa, non precisamente un bollettino dei “comunisti”, non poteva fare a meno di sottolineare le possibili conseguenze velenose del lungo abbraccio Trump-Meloni: “Più passa il tempo e più diventa evidente per la presidente del Consiglio che la vicinanza con Trump, dacché poteva essere un valore aggiunto, è diventata un valore tossico.
Meloni non potrà mai confessarlo fino in fondo, ma Trump per l’Italia è diventato un ostacolo quotidiano alla tutela dell’interesse nazionale e la vicinanza con il trumpismo avrà un peso politico nel dibattito elettorale, per Meloni, superiore a molti altri fattori”.
(da Dagoreport)

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GIORGIA MELONI E L’ARTE DI FAR FINTA DI NON AVER CAPITO

Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile

LA STRATEGIA FUNZIONA SOLO FINCHE’ LA POLITICA RESTA NELLA ZONA GRIGIA DELLE PAROLE, DOPO E’ COMPLICITA’

Non è stato per niente facile, per Giorgia Meloni, interpretare il ruolo di Grande Mediatrice tra l’Unione europea e l’America di Donald Trump, incassando puntualmente gli sperticati elogi del presidente americano e gli amichevoli sorrisi di Ursula von der Leyen. Non è stato per niente facile, ma lei c’è riuscita, almeno per un tratto di strada, costruendo l’immagine di una leader capace di parlare con tutti, di stare dentro le contraddizioni del tempo, di trasformare l’ambiguità in una risorsa politica. Il metodo è stato semplice e insieme raffinato: fare uso, con sapiente astuzia, di un celebre consiglio del cardinal Mazzarino al Re Sole: «È spesso più utile far finta di non intendere che rispondere apertamente». Una tecnica antica, che consiste nel sospendere il giudizio, rinviare il conflitto, lasciare che le parole più dure cadano nel vuoto, come se il silenzio potesse scioglierle.
Così, quando il suo amico Donald disse che «l’Unione europea è nata per fregare gli Stati Uniti», lei finse di non capire che quelle parole segnavano una rottura epocale e non disse neanche una parola. Non una replica, non una presa di distanza, non una difesa dell’Europa di cui l’Italia è parte costitutiva. Quando il presidente americano impose dazi a tutti i Paesi del Vecchio Continente – Italia compresa – lei finse di non capire che era solo l’inizio di una guerra commerciale e si oppose a ogni contromisura dell’Ue, come se la prudenza potesse sostituire una strategia, come se l’attesa potesse fermare una dinamica di potenza. Quando lui firmò il rapporto della National security strategy in cui c’era scritto nero su bianco che «le attività dell’Unione europea minano le libertà politiche e la sovranità», lei finse di non capire e non fece alcun commento. In quel silenzio non c’era solo diplomazia: c’era una scelta politica, l’idea che il rapporto privilegiato con Washington valesse più della solidarietà europea. Anche adesso, quando Trump è venuto allo scoperto, annunciando una punizione a suon di dazi contro gli europei che osano opporsi alla sua conquista della Groenlandia e del suo ricco sottosuolo, lei ha finto di non capire, derubricando questo scontro frontale a una semplice «incomprensione» e riducendo lo schiaffo doganale dell’amico americano a un semplice «errore».
Per un anno, dunque, Giorgia Meloni ha fatto credere al mondo di essere il ponte tra l’America trumpiana e la scricchiolante Europa. Un ponte costruito sull’idea che le fratture della storia potessero essere neutralizzate con l’equilibrismo, che la radicalità della nuova destra americana potesse essere addomesticata con la familiarità personale, che il conflitto tra potenze potesse essere sospeso con il galateo istituzionale.
Ma ora che il nodo più grosso è arrivato al pettine, non può più far uso del consiglio del cardinale Mazzarino. Perché fingere di non capire è una strategia che funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Quando entra nel territorio delle decisioni, quando tocca i confini, i commerci, la sovranità, allora il silenzio smette di essere prudenza e diventa complicità. Il punto, ormai, non è più la mediazione. È la scelta. E in un mondo che si sta dividendo in blocchi, in cui l’America di Trump non nasconde più la sua volontà di potenza e l’Europa rischia di scoprire la propria irrilevanza, il vero problema per la presidente del Consiglio non è che cosa fingere di non capire. È che cosa, finalmente, è disposta a capire davvero
(da lespresso.it)

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“NOI EUROPEI SIAMO FORTI E NON DOBBIAMO AVER PAURA DI OPPORCI A TRUMP”. IL PREMIO NOBEL PER L’ECONOMIA, IL FRANCESE PHILIPPE AGHION: “SERVE UN GRUPPO RISTRETTO DI PAESI VOLENTEROSI PER SPINGERE IL MERCATO UNICO, COINVOLGENDO ANCHE GRAN BRETAGNA E CANADA

Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile

“MERZ E MACRON SI SONO INCONTRATI, E NOI ECONOMISTI LI ABBIAMO AIUTATI A PREPARARE UNA ROAD MAP PER ATTUARE IL RAPPORTO DRAGHI. QUANTO A MELONI, TUTTI STANNO CERCANDO DI CAPIRE QUANTO A SUA VOLTA SIA AFFIDABILE: LA QUESTIONE È IL RAPPORTO CON L’AMERICA DI TRUMP. L’ITALIA STA CON NOI O CON GLI AMERICANI? IN QUESTO MOMENTO NON È POSSIBILE TENERE IL PIEDE IN DUE STAFFE”

«Abbiamo fantastici ricercatori in Europa, grandi matematici e ingegneri, siamo all’avanguardia nelle ricerche sull’intelligenza artificiale. Noi europei siamo forti e possiamo, dobbiamo, tracciare linee rosse da non oltrepassare, quando trattiamo con le altre potenze». Di ritorno da Davos, Philippe Aghion è ottimista, ancora più del solito. Il premio Nobel per l’Economia vede segnali incoraggianti di quella «distruzione creatrice» che ha tanto studiato
Se dovesse riassumere la sua esperienza a Davos con una sola parola?
«Carney. Mark Carney, il premier canadese».
Perché?
«Perché ha pronunciato un bellissimo discorso incoraggiando noi europei ad andare avanti sulla stessa strada. Cioè, non dobbiamo avere paura di opporci a Trump, certi “no” vanno detti. E infatti sulla Groenlandia ha funzionato. E Carney ha anche parlato di nuove collaborazioni, basate sul rispetto delle regole e non sull’intimidazione».
Da sempre lei non partecipa al coro dell’autoflagellazione. Perché l’Europa può ancora farcela?
«Perché abbiamo democrazia e libertà, che altri hanno perso, guardate che cosa è successo a Minneapolis. Abbiamo un modello sociale migliore, e la nostra ricerca è di alto livello».
Però il cliché dice che gli Usa e la Cina innovano, l’Europa regolamenta. Che cosa bisogna fare per uscirne?
«In Europa l’ottima ricerca non si traduce in grande innovazione Ma esistono esempi positivi ai quali ispirarsi, la Svezia per esempio ha un ottimo ecosistema finanziario. Dovremmo dotarci dell’equivalente della Darpa americana, che è un modo per fare politica industriale a favore della competizione. Se vogliamo
incoraggiare l’innovazione di rottura, dobbiamo creare un sistema che consenta il fallimento e la gestione del rischio».
Ma la tradizione europea che lei vanta ha sempre puntato più sulla protezione sociale che sul rischio.
«È vero, ma anche qui ci sono già esempi ai quali ispirarci, come la flexicurity della Danimarca, che combina flessibilità e sicurezza, slancio verso il rischio e l’innovazione e rete di salvataggio. È un modo per introdurre distruzione creatrice proteggendo comunque gli individui, quando il progetto imprenditoriale va male. La Danimarca è il modello, e ce l’abbiamo in casa, noi europei, un altro vantaggio rispetto alla società americana».
Il prossimo 12 febbraio gli ex premier italiani Mario Draghi e Enrico Letta parteciperanno a un vertice europeo straordinario per rilanciare la competitività europea. È venuto finalmente il momento di applicare i loro rapporti?
«Credo che un nucleo forte di Paesi siano pronti per andare avanti sul mercato unico dei capitali. Una coalizione dei volenterosi aperta a chi ci sta: i grandi Paesi fondatori Francia, Italia, Germania, più il Regno Unito. Su questo e altri progetti, l’Europa e le altre democrazie sono pronte per collaborare».
Il Canada di Mark Carney che lei citava, per esempio?
«Certamente, credo che Carney voglia lavorare con noi e che dovrebbe essere incluso nelle nostre iniziative, nelle catene di valore. Il Canada è e rimarrà una democrazia, e la cosa interessante è che vuole fare affari con la Cina. Non ci vedo niente di male, finché la Cina gioca secondo le regole».
Intanto, però, all’interno dell’Unione europea gli equilibri stanno cambiando. ll motore franco-tedesco sembra fermo, e Berlino sembra avvicinarsi semmai a Roma. Che ruolo può avere la premier italiana Giorgia Meloni nei nuovi assetti?
«Nel settembre scorso il cancelliere Merz e il presidente Macron si sono incontrati, e noi economisti li abbiamo aiutati a preparare una road map per attuare il rapporto Draghi. Per la Germania il punto è capire quanto la Francia sia un partner affidabile, nel momento in cui il governo francese non riesce ad approvare il budget dello Stato.
Quanto a Meloni, l’Italia è un Paese fondamentale per l’Europa, e tutti stanno cercando di capire quanto a sua volta sia affidabile: qui la questione è il rapporto con l’America di Trump. L’Italia sta con noi o con gli americani? In questo momento non è possibile tenere il piede in due staffe».
Emmanuel Macron è a sua volta un grande sostenitore dell’Europa, ma arriva alla fine del secondo mandato in condizioni di debolezza. Lei è stato consigliere del presidente Macron, poi vi siete allontanati. Che cosa non ha funzionato?
«Macron è davvero in gamba. E certe volte, quando sei davvero o troppo in gamba, finisci per pensare di non avere bisogno di alcun consiglio. Non vuoi perdere tempo con i sindacalisti, non chiedi consiglio sulla politica estera o sociale, e magari pensi di indire elezioni anticipate all’improvviso convinto pure di vincerle. Macron è andato molto bene nel primo mandato, dal 2017 al 2022. Ha fallito il secondo per eccesso di fiducia in se stesso.
(da Corriere della Sera)

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GIULIO SI RIVOLTA NELLA TOMBA! FANNO TANTO I PATRIOTI E POI INVECE DI PRETENDERE DALL’EGITTO LA VERITA’ (E LE SCUSE) PER L’OMICIDIO DI GIULIO REGENI, IL MINISTRO DEL CAIRO VIENE RICEVUTO CON ONORE AL VIMINALE

Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile

ALTRO CHE ONORE, E’ UN DISONORE PER IL GOVERNO VISTO CHE IL RICERCATORE ITALIANO E’ STATO SEQUESTRATO, TORTURATO E UCCISO DA AGENTI DEI SERVIZI EGIZIANI CHE HANNO PROVATO A DEPISTARE E INSABBIARE LE INDAGINI – E IL GOVERNO DI AL SISI HA FATTO DI TUTTO PER NON COLLABORARE AL PROCESSO

Dieci anni fa, in una palazzina del ministero dell’Interno egiziano, Giulio Regeni veniva sequestrato, torturato e ucciso da agenti della National Security, il servizio segreto civile del Cairo. Questo, almeno, sostiene la procura di Roma, in un processo che si è riusciti a celebrare nonostante il governo di Al Sisi abbia fatto di tutto per non collaborare alle indagini.
Esattamente dieci anni dopo, nelle sale del Viminale, il ministro dell’Interno egiziano Mahmoud Tawfik è stato accolto con tutti gli onori da Matteo Piantedosi, che ha parlato di un «dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità»
«Una vergogna», tuonano le opposizioni. «Mi vergogno per il ministro dell’Interno e per la sua immoralità», dice Gianni Cuperlo, parlamentare del Pd. «Domenica ho visto il docufilm su Giulio. La descrizione delle torture che ha subito. I depistaggi e le volgarità delle autorità egiziane, proseguite negli anni. E il ministro dell’Interno italiano parla di “collaborazione molto proficua”».
Angelo Bonelli di Avs annuncia un’interrogazione parlamentare. «Piantedosi oggi ha riempito di vergogna l’Italia e offeso la memoria di Giulio Regeni, che proprio dieci anni fa veniva rapito, torturato e poi assassinato negli uffici del ministro che oggi Piantedosi ha incontrato. Piantedosi ci deve dire se ha chiesto al suo omologo egiziano di consegnare alla giustizia gli assassini di Giulio. Vergogna».
Sono gli stessi poliziotti egiziani che, per depistare le indagini sull’omicidio Regeni e allontanare da sé i sospetti, uccisero cinque innocenti accusandoli di essere gli autori dell’assassinio, piazzando a casa di uno di loro il passaporto di Giulio. Una messinscena, come hanno accertato le indagini.
Sull’Egitto, appena tre giorni fa, in occasione delle commemorazioni per il decennale dell’assassinio del ricercatore italiano, era intervenuto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali», aveva detto.
«La piena collaborazione delle autorità egiziane nel dare risposte adeguate alle richieste della magistratura italiana, per accertare i fatti e assicurare alla giustizia i responsabili, continua a rappresentare un banco di prova».
(da agenzie)

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“IL GOVERNO E’ PEGGIO DEL CICLONE HARRY, SE NE FREGA DELLA SICILIA”: RENZI INFILZA IL MINISTRO MUSUMECI E GIORGIA MELONI CHE “STA FALLENDO NEL GOVERNARE SU CRIMINALITÀ E TASSE”

Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile

“VANNACCI? DENTRO LA LEGA MUORE. SE RESTA DENTRO LA COALIZIONE, LA SPOSTEREBBE A DESTRA, FACENDO SCAPPARE L’ELETTORATO MODERATO; SE INVECE ESCE PER CORRERE DA SOLO, PUR CON IL 3%, FAREBBE PERDERE IL CENTRODESTRA. PER NOI È UNA SITUAZIONE WIN-WIN” … LE BORDATE ALLA DUCETTA “PAVIDA” CON TRUMP, LA PROFEZIA SUL CENTROSINISTRA (“VINCERA’ LE POLITICHE DI CORTO MUSO, ALLA ALLEGRI”)- E SU CALENDA: “NON VA A DESTRA, PERCHÉ NON LO SEGUONO NEMMENO IN FAMIGLIA. RISCHIA DI FARE LA FINE DEL PINGUINO ”

Il centrosinistra può farcela, a patto di parlare «ossessivamente di sicurezza e stipendi per i prossimi 12 mesi». Alle prossime politiche «vincerà di corto muso, come dice Max Allegri».
Matteo Renzi non è tipo da pronostici, ma spesso vede prima degli altri quello che sta arrivando. È stato lui, mesi fa, a immaginare che a destra di Meloni sarebbe nato qualcosa, e oggi il movimento di Vannacci sembra dargli ragione.
Giorgia Meloni è andata di corsa a Niscemi promettendo un intervento di emergenza da cento milioni, nel frattempo il centrodestra siciliano vota per definanziare il ponte sullo Stretto. Che sta succedendo?
«Non governano, rincorrono gli eventi. E il problema è che la premier usa due pesi e due misure. Con l’Emilia-Romagna interrompe il G7, una cosa clamorosa, per attaccare Stefano Bonaccini e Elly Schlein sull’alluvione, e qui invece se ne frega per giorni della Sicilia: se non ci fossero state le proteste siciliane sui social, questa vicenda sarebbe passata in cavalleria perché si doveva parlare della Groenlandia, del Venezuela e del Minnesota. Di tutto purché non si parlasse di Niscemi».
Per una volta il centrosinistra si è mosso prima, con rapidità. Schlein è volata a Niscemi
«Elly è stata molto brava ad andare, tenendo un tono istituzionale. Noi invece abbiamo menato duro da subito. Il ministro Musumeci non vuole mandare avanti il
piano Italia Sicura, dopo averlo promesso e dopo che gliel’ha chiesto il Parlamento con un voto bipartisan del novembre 2022. Nello, inteso come ministro, ha fatto più danni di Henry inteso come ciclone: hanno sprecato i sei miliardi del Patto per la Sicilia che noi avevamo stanziato e non hanno riaperto Italia Sicura. E l’Assemblea regionale siciliana fischietta regalando mancette a fine anno».
Dopo la vicenda di Rogoredo, il sindaco Sala ha detto che serve maggiore “severità” contro chi spaccia. È la nuova linea sulla sicurezza?
«Beppe Sala ha fatto bene Siamo tutti giustamente indignati per le esecuzioni dell’Ice a Minneapolis, ma ci siamo già dimenticati che a Bologna è stato accoltellato un ferroviere di 34 anni o che a La Spezia un ragazzino che andava a scuola è stato pugnalato a morte? La destra ha fallito proprio sui suoi temi, l’opposizione deve andare all’attacco».
A destra scalda i motori l’ex generale Vannacci. Alla fine farà il suo partito?
«Lo dissi qualche mese fa proprio parlando con Repubblica e mi presero per matto. Ma la politica è semplice: la Meloni sta fallendo nel governare soprattutto su tasse e criminalità. Gli elettori di destra se ne stanno accorgendo e lo soffrono. Vannacci dentro la Lega muore». «Ora le cose sono due: se restasse dentro la coalizione, la sposterebbe troppo a destra, facendo scappare l’elettorato moderato; se invece uscisse per correre da solo, pur con il tre per cento, farebbe perdere il centrodestra. Per noi è una situazione win-win».
Intanto qualcosa si muove tra i moderati del centrodestra: Forza Italia sta provando ad attrarre Azione. Un giudizio su Calenda al Teatro Manzoni?
«Calenda non va a destra, perché non lo seguono nemmeno in famiglia. Persino Richetti ha minacciato di andarsene. Calenda aveva un gruppo di dieci al Senato, adesso è solo al misto. Per il momento sta in mezzo, ma arriverà l’ora in cui gli verrà detto: hic Rhodus, hic salta. O stai di qua o di là. Altrimenti fa la fine del pinguino che sbaglia strada e va verso la montagna andando incontro a una fine ingloriosa».
Meloni potrebbe però garantire ad Azione una legge elettorale con una soglia di sbarramento bassa per indurre Calenda a non allearsi con il centrosinistra. È così?
«Tutti quelli che cambiano la legge elettorale prima delle elezioni perdono. Meloni non riesce a convincere nemmeno “Noi Moderati”, figuriamoci se pensa a Calenda. E si ricordi che Vannacci manda all’aria tutti i loro piani. Possiamo vincere noi».
Sicuro? Eppure restate molto divisi…
«Sicuro. Noi vinceremo alla Max Allegri, di corto muso, stando avanti di poco, ma vinceremo.
Giorgia Meloni ha iniziato a criticare Trump, sta cambiando qualcosa?
«Le Pen e Bardella sono molto più credibili di Meloni che invece ha una paura matta che Trump si arrabbi con lei. Era coraggiosa sovranista in campagna elettorale e ora è pavida a palazzo Chigi. È stata l’ultima a criticare la Casa Bianca sull’Afghanistan: è arrivata dopo il sottoscritto, Parisi, Crosetto e La Russa, cioè tutti i ministri della difesa italiani del passato e del presente».
(da Repubblica)

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