Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E ORA L’UNDERDOG DE’ NOANTRI CHE FA? ABBOZZA E BALBETTA: “ANDREMO AVANTI”, MA SARÀ COSTRETTA A PRENDERE PROVVEDIMENTI. PRIMO: SCARICARE SUBITO IL “TOSSICO” TRUMP, ODIATO DAGLI ITALIANI… SECONDO: CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE TRATTANDO CON LEGA E FORZA ITALIA … LA STATISTA ALLE VONGOLE VORREBBE ANTICIPARE LE ELEZIONI DEL 2027 ALLA PRIMAVERA. LA CACCIA AL CAPRONE ESPIATORIO SARÀ FACILE: PORTA DRITTO A VIA ARENULA (SULLA GRATICOLA I TRE CACCIABALLE NORDIO, BARTOLOZZI E DELMASTRO)
L’Italia ha detto “No”. La scriteriata riforma della Costituzione by Nordio-Meloni è stata
sonoramente bocciata dai cittadini. Un risultato che porta con sé alcune considerazioni:
1. Il consenso politico ed elettorale della premier e del suo partito non sono per sempre: la destra si può battere.
2. Giorgia Meloni ha mobillitato l’elettorato ad andare le urne, ci ha messo personalmente la faccia e ha accettato la politicizzazione del voto. E infatti, secondo YouTrend, un italiano su tre ha scelto di votare “No” per “dare un voto di opposizione al governo”
3. La vittoria del “no” è ancora più rilevante visti i “sabotatori” interni. Nel centrosinistra ci sono state infatti alcune defezioni: dai riformisti per il sì (Picierno, Giachetti, Ceccanti) a Matteo Renzi, che non si è mai esposto (e ora salta sul carro della vittoria, proclamando la “sonora sconfitta” del Governo).
4. Ne consegue che la sconfitta del “Sì” è ancora più bruciante visto che persino l’elettorato tradizionalmente giustizialista e pro-toghe di Fratelli d’Italia ha risposto all’appello di Giorgia Meloni ed è andato, allineato e coperto, a votare “Sì”.
Che farà ora la Statista della Sgarbatella? A caldo, Giorgia ha abbozzato e balbettato: “Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo
avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”.
Ha sempre slegato la sua permanenza a Palazzo Chigi dal risultato del referendum, ma ora deve fare i conti con una sconfitta che sta assumendo i contorni di una batosta.
Con lo sguardo alle politiche del 2027, il primo passo per Giorgia Meloni sarà strambare in politica estera.
L’abbraccio mortale a Donald Trump si è rivelato letale anche in patria: non può non aver influito sull’esito del referendum l’ostilità crescente degli italiani verso il tycoon e le sue follie (guerra, dazi, offese agli alleati…).
Secondo un sondaggio citato da Piazzapulita giovedì scorso, su La7, dopo l’attacco a Teheran solo il 19% degli italiani approva il presidente Usa. Un anno fa, il consenso era quasi il doppio.
Il secondo tassello della strategia di sopravvivenza di Giorgia Meloni è accelerare verso l’approvazione di una nuova legge elettorale: nel 2022 il centrodestra vinse con il Rosatellum solo grazie all’imperizia politica di quella pippa al sugo di Enrico Letta che, non alleandosi con il M5s, regalò Palazzo Chigi a Fratelli d’Italia.
Ora, Giorgia Meloni ha capito che il campo largo può batterla e non può che correre verso una legge elettorale che cancelli i collegi uninominali (dove il centrosinistra unito può ottenere ottimi risultati) e conceda un forte premio di maggioranza alla coalizione in vantaggio.
Certo, ora che ha perso il referendum, la premier sarà molto meno baldanzosa con Lega e Forza Italia nella definizione della legge elettorale: dovrà scendere a compromessi.
Avesse vinto il “Sì”, avrebbe marciato come un caterpillar anche sui suoi stessi alleati
La scadenza della legislatura è prevista per l’autunno del 2027: manca un anno e mezzo, ma Giorgia Meloni vorrebbe anticipare le elezioni politiche alla primavera (d’altronde si è sempre votato in quel periodo dell’anno).
Con il consenso del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si potrebbe organizzare un election day in coincidenza con il voto amministrativo nelle tre grandi città italiane: Torino, Milano e Roma.
Qualcuno, nella “fiamma magica” intorno alla Ducetta, ha però segnalato che le comunali in quelle metropoli solitamente premiano il centrosinistra. Meglio
dilazionare le tornate elettorali per non concedere agli avversari un vantaggio strategico.
Di certo, dopo la scoppola referendaria, partirà la caccia ai caproni espiatori, già individuati tutti in via Arenula: il ministro Carlo Nordio, la “zarina” Giusi Bartolozzi e il sottosegretario-ristoratore Andrea Delmastro.
Tre cacciaballe che con le loro gaffe, esondazioni verbali e gli affari opachi coi prestanome del clan Senese, hanno danneggiato la campagna elettorale e l’immagine del centrodestra, dilapidando un vantaggio che solo pochi mesi fa era dato al +20%.
Una figuraccia storica che non potrà non avere effetti sul fututo dell’Armata Branca-Meloni. E qualche testa rotolante (si sa, se la vittoria è di tutti, la sconfitta ha un solo colpevole: Giogia Meloni).
(da Dagoreport)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
TUTTI I PRINCIPALI PARTITI CANTANO VITTORIA, MA CIASCUNO HA I SUOI DILEMMI E PUNTI DEBOLI
La sinistra tira un enorme sospiro di sollievo e tiene Parigi, Marsiglia e Lione, così come Strasburgo, Nantes e Montpellier. La destra repubblicana si prende centri come Clermont-Ferrand, Poitiers e Besançon e si tiene stretta Tolosa.
Mentre il Rassemblement National dopo Perpignan fa sue solo Mentone e Carcassonne e piazza un suo stretto alleato, Eric Ciotti, alla guida di Nizza.
Quanto alla sinistra radicale della France Insoumise, può rivendicare successi a Saint-Denis e Roubaix e in diversi altri piccoli centri. Risultato, a poche ore dalla chiusura delle urne per le elezioni amministrative in Francia sembrano cantare tutti vittoria.
Ciascuno sottolinea l’energia della sua «onda», provando a spingerla in realtà in vista del vero appuntamento elettorale, quello che ad aprile 2027 deciderà il successore di Emmanuel Macron alla guida della Francia.
Ma chi ha davvero le carte migliori? Cosa dice il voto locale delle dinamiche nazionali? Open lo ha chiesto a Marc Lazar, politologo, attento osservatore della politica tanto francese quanto italiana e professore a Sciences Po e alla Luiss di Roma.
Prof. Lazar, chi ha vinto davvero?
«Per prima cosa, va detto, l’astensionismo. Oltre il 42% degli elettori non è andato a votare. È il nuovo record alle amministrative e sorprende: tradizionalmente i francesi hanno un rapporto stretto, di fiducia, coi loro sindaci, ma questo dato dimostra che la crisi della democrazia pesa anche a livello locale».
Un segnale anche in vista delle presidenziali 2027?
«È possibile, certo, ma non è detto. Quell’elezione ha una dinamica da “match di box” che di solito attira i francesi».
Parigi, Marsiglia, Lione. I Socialisti tengono le tre grandi città del Paese e sull’onda della commozione per la scomparsa di Lionel Jospin sognano il riscatto. Realistico?
«Il PS oggi è un partito molto debole a livello nazionale, in termini di membership così come di leadership, ma conserva una rete forte di eletti a livello locale. E si vedono i buoni risultati. Però i Socialisti emergono da questo voto con un dilemma terribile irrisolto: allearsi o no coi radicali de La France Insoumise? Fin qui hanno esitato moltissimo. Ufficialmente il segretario Olivier Faure ha detto no all’alleanza sul piano nazionale, lasciando aperta una porta a livello locale a condizione di chiarezza sui contenuti del programma e che non fossero coinvolti membri LFI macchiatisi di dichiarazioni antisemite. Impegno rispettato? Non lo so. So però che su 26 città abbastanza importanti in cui l’alleanza s’è fatta 16 sono andate perse».
Raphael Glucksmann dato come più probabile candidato all’Eliseo quell’alleanza però la esclude.
«Certo, ma non dimentichiamo che lui non è membro del PS, c’è dunque chi lo osteggia. Un sondaggio molto interessante dimostra che l’elettorato aspira all’unità delle sinistre per battere la destra, ma si rende conto che oggi sono troppo divise, e non vuole in ogni caso Jean-Luc Mélenchon. Insomma la sinistra riformista è divisa, non ha un leader naturale e dunque è molto in ritardo per le presidenziali».
Chi invece si prepara da anni a quella sfida è il Rassemblement National. Come esce da questo voto?
«Ha avuto un buon risultato in diverse piccole e medie città, in particolare nel Sud e nell’Est del Paese. E alcuni suoi candidati erano stati eletti sindaci direttamente al primo turno. Ciò dimostra che l’RN inizia ad essere radicato nei territori. Ma gli resta il limite delle grandi città. Sperava di prendere ad esempio Tolone e Nimes, nulla da fare, e l’unica città importante in cui fa festa è Nizza, dove però ha vinto un suo alleato (Eric Ciotti, ndr). Insomma l’RN ha allargato la sua base un po’ in tutti gli strati, ma fa fatica nelle grandi città dove si addensano redditi e livelli d’istruzione più alti: non è la sua sociologia elettorale».
Può essere un limite nella corsa per l’Eliseo?
«Sì, può esserlo. L’RN dice che la Francia non è solo le grandi città – è vero, c’è tutto un mondo di piccole e medie cittadine. Ma se ti manca quel pezzo di consenso la vittoria è a rischio».
Resta il dubbio su chi sarà il candidato: Marine Le Pen o Jordan Bardella?
«La decisione finale della giustizia francese (sul ricorso contro la condanna a 4 anni per appropriazione indebita di fondi pubblici, ndr) è attesa in estate. Ma mi stupisce molto che Le Pen ormai è molto discreta. Dicono i bene informati che la condanna l’ha colpita anche psicologicamente, che sia stanca della battaglia politica, e che sia ormai rassegnata all’idea che non potrà essere candidata. Persino ieri sera ha fatto solo una piccola dichiarazione sotto tono, mentre Bardella già pochi minuti dopo le 20 declamava la sua da leader».
D’altronde nei sondaggi lui è lanciatissimo, accreditato di oltre un terzo dei voti.
«È così, anche perché nei fatti lui è più liberale, sembra più aperto ad un’alleanza delle destre, anche se non può dirlo, perché Marine Le Pen ha ancora influenza nell’apparato del partito. E poi lei è già stata battuta tre volte alle presidenziali e il dramma della sua vita sta nel suo cognome. Per quante distanze abbia preso rispetto alla linea di suo padre, l’elemento psicologico è forte: chi è tentato di votare RN avrà più facilità a scrivere sulla scheda “Bardella” piuttosto che “Le Pen”».
A contendergli l’Eliseo al ballottaggio alla fine potrebbe essere l’ex premier Edouard Philippe, rieletto ieri sindaco di Le Havre?
«Oggettivamente lui è l’unico a salvare un po’ il campo del centrodestra più legato a Macron, il quale è rimasto praticamente fuori dalla partita. Philippe aveva legato la sua eventuale candidatura all’Eliseo alla rielezione a Le Havre, quindi ora è sicuramente rafforzato rispetto ad altri papabili di quell’area come Gabriel Attal o Gérald Darmanin. Resta da capire cosa faranno però i Républicains (destra gollista, ndr) che ieri hanno avuto un ottimo risultato conquistando molte medie città e hanno ora a loro volta un dilemma: puntare a destra sul proprio presidente Bruno Retailleau o convergere verso il centro su Philippe?»
In che tempi si aspetta saranno sciolti tutti questi nodi per la corsa all’Eliseo?
«Tutti i giochi si faranno dopo l’estate, in funzione dei sondaggi».
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
HANNO VINTO NELLE GRANDI CITTA’ COME PARIGI E MARSIGLIA, I VERDI CONFERMANO LIONE, I LEPENISTI SI DEVONO ACCONTENTARE SOLO DI NIZZA (VINTA CON UN PRESTANOME)
Domenica in Francia il Partito Socialista ha vinto nelle quattro principali città in cui si teneva il
secondo turno delle elezioni locali: Parigi, Marsiglia, Lille e Lione. Nelle prime tre l’ha fatto senza allearsi con i candidati della France insoumise (LFI), il partito di estrema sinistra che negli ultimi mesi ha adottato posizioni sempre più radicali, a causa delle quali i Socialisti avevano rifiutato di stringere un’alleanza nazionale, pur permettendo quelle locali.
In altre città in cui queste alleanze sono state fatte però le coalizioni di sinistra hanno perso, come a Tolosa, Poitiers, Limoges e Tulle.
Questo è stato un duro colpo per La France insoumise, che non ha potuto dimostrare di essere essenziale per far vincere la sinistra, anzi. Di questi risultati, e dell’alleanza fra sinistra ed estrema sinistra, si continuerà a parlare nei prossimi mesi con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2027.
Le vittorie più importanti dei Socialisti sono state quelle di Parigi e Marsiglia, entrambe già governate dalla sinistra, ma tutt’altro che scontate. A Parigi, dove i Socialisti governano da 25 anni, il candidato Socialista Emmanuel Grégoire ha battuto con il 50,5 per cento dei voti la candidata dei Repubblicani, Rachida Dati, che era stata sostenuta sia dal centrodestra che dall’estrema destra. Grégoire ci è riuscito dopo aver rifiutato la proposta di alleanza della candidata di LFI Sophia Chikirou, una scommessa che non era sicuro di vincere, dato che complessivamente i voti di destra e centrodestra al primo turno superavano i suoi.
Dopo aver saputo di aver vinto Grégoire è andato al palazzo del Comune in Vélib’, il servizio delle bici della città che è stato uno dei progetti che ha più sviluppato la precedente amministrazione della sindaca Anne Hidalgo, di cui Grégoire è stato vicesindaco dal 2018 al 2024.
A Marsiglia, la seconda città più grande del paese, il candidato Socialista Benoît Payan ha battuto con il 54 per cento dei voti il candidato del Rassemblement National (RN), di estrema destra, Franck Allisio, che al primo turno aveva preso quasi gli stessi voti. Anche in questo caso Payan si era rifiutato di allearsi con La France insoumise. Marsiglia è una città storicamente di sinistra, ma da qualche anno la destra è in crescita e il Rassemblement National l’aveva scelta come il suo principale obiettivo di queste elezioni locali.
Se al primo turno il Rassemblement National aveva ottenuto dei risultati buoni, anche se non ottimi, questo secondo turno è stato una mezza sconfitta per il partito: il Rassemblement National è di gran lunga il partito più popolare in Francia, secondo i sondaggi, e sperava che questa forza a livello nazionale gli permettesse finalmente di radicarsi anche a quello locale, ma non è successo.
Da una parte, RN è riuscito a vincere in decine di comuni più piccoli, cosa che fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile, ma dall’altra non ha vinto in nessuna città di medie o grandi dimensioni. L’unica eccezione è stata Perpignan, dove aveva già vinto nel 2020. Ha comunque rivendicato come sua la vittoria, a Nizza, di Eric Ciotti, ex presidente dei Repubblicani e ora leader dell’Unione delle destre per la Repubblica, un partito satellite di RN.
Hanno ottenuto invece buoni risultati i Repubblicani, vincendo in diverse città di medie dimensioni finora governate dalla sinistra, fra cui in particolare Brest, Clermont-Ferrand e Besançon. I Repubblicani sono il partito che incarna la destra storica francese e ormai sono piuttosto irrilevanti a livello nazionale, ma continuano ad andare molto bene a quello locale. Per questo non è detto che questo risultato si tramuterà in un aumento di voti alle prossime elezioni presidenziali.
Infine, dopo un primo turno deludente, è riuscita ad assicurarsi qualche vittoria anche la coalizione centrista del presidente Emmanuel Macron. A Bordeaux il candidato di Renaissance (il partito di Macron) Thomas Cazenave è riuscito a vincere contro il sindaco uscente dei Verdi, Pierre Hurmic. A Le Havre è stato riconfermato l’ex primo ministro Édouard Philippe, leader del partito di centrodestra Horizons, alleato di Macron, che aveva creato nel 2021 dopo aver lasciato i Repubblicani. Philippe, che ha detto di volersi candidare alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, aveva governato Le Havre dal 2010 al 2017 e poi di nuovo dal 2020
Un altro ex primo ministro di area macronista che era tornato a fare il sindaco e che invece non è stato riconfermato è François Bayrou, che ha perso a Pau contro il candidato Socialista Jérôme Marbot. Bayrou era stato primo ministro per meno di un anno, dal dicembre del 2024 a settembre del 2025, ed era stato sfiduciato durante i complicati negoziati per l’approvazione della legge di bilancio per il 2026.
(da Il Post)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
NESSUNO AVREBBE IPOTIZZATO UNA PARTECIPAZIONE INTORNO AL 60%… UN 10% CHE AVEVA DETTO CHE NON SAREBBE ANDATA A VOTARE SI E’ RECATA ALLE URNE…QUESTA VOLTA I GIOVANI SONO ANDATI A VOTARE… IL VOTO ALL’ESTERO DETERMINANTE?
Il dato definitivo sull’affluenza al referendum sulla giustizia nei 61.533 seggi alle 23 è del 46,7%. Molto più alta del previsto anche (o forse: soprattutto) senza un quorum da raggiungere. E considerando che si vota anche oggi dalle 7 alle 15. Si studiano i dati territoriali per prevedere i risultati. La regione con più elettori al voto
è l’Emilia-Romagna (53,70%), quella con il dato più basso la Sicilia (34,94%). Mentre a Roma l’affluenza più alta è stata nel II municipio (quartieri Parioli, Trieste, Salario) con il 59,41%, seguito dal Centro storico con il 54,46%. Mentre alla periferia di Tor Bella Monaca nel VI municipio a votare è andato il 41,20%. Ma cosa dicono i sondaggisti su questi numeri? Come influenzeranno i risultati?
Referendum, affluenza e risultati
Intanto la previsione per le 15 di oggi è che l’affluenza arrivi al 60%.
Secondo Salvatore Vassallo, politologo che dirige l’Istituto Cattaneo, «una tale misura si raggiunge solo quando i motori si accendono in entrambi i campi. Alla fine si è parlato tanto dei tecnicismi della riforma, ma nelle ultime settimane la sfida ha generato nel quotidiano dei cittadini, nel vissuto familiare, negli ambienti di lavoro una quantità inedita di discussioni e punti di vista».
La questione è interessante perché quasi tutti i sondaggi prima del silenzio elettorale spiegavano che c’erano due scenari favoriti: la vittoria del no in base alla bassa affluenza oppure quella del sì in base all’alta affluenza.
La vittoria del sì e la vittoria del no
A Repubblica Renato Mannheimer spiega che però bisogna «guardare all’orizzonte certo. Il centrodestra che ha la maggioranza dei voti, se riesce a mobilitare tutti i suoi al massimo per il sì, può vincere; ma nello stesso tempo c’è un fronte del no che ha macinato tanti chilometri e consenso in varie aree».
Mentre Antonio Noto di Noto Sondaggi dice di non aver mai pensato che il diverso tasso di affluenza portasse a una vittoria dell’uno e dell’altro: «Ciò che ci colpiva è l’impennata improvvisa: negli ultimi giorni c’è stato un balzo di 10 punti, coloro che avevano deciso di andare a votare sono passati dal 41 al 51 per cento in una settimana, e comunque era impossibile prevedere un 60 per cento finale».
E secondo lui un segnale importante potrebbe arrivare dall’elettorato dei giovani: «Mentre nei sondaggi delle Politiche, solitamente i ragazzi ti dicono “non so, non ci capisco nulla”, stavolta partecipavano e si sentivano un po’ più coinvolti».
Numeri oltre le tifoserie
E così, mentre sul web c’è chi scrive che oramai «è fatta» e chi pronostica che il dato dell’affluenza non sia un buon dato per il sì, c’è chi è convinto che si tratti di «numeri che vanno oltre le tifoserie del Sì e del No. L’affluenza è alta e trasversale. Al Centro-Nord alle 19 era già attorno al 43%, alta tanto nelle regioni di destra che
di sinistra: in Emilia, Veneto, Lombardia. Se guardiamo alla distribuzione per abitanti, è più alta nei comuni medio grandi, quelli sopra i centomila abitanti», dice Lorenzo Pregliasco di Youtrend a La Stampa.
Il quadro, spiega il sondaggista, è frastagliato: «Al Nord l’affluenza è alta sia nei comuni in cui è forte il Partito Democratico, sia in quelli dove prevalgono Fratelli d’Italia e Lega».
Il voto d’opinione
Mentre al Sud «l’affluenza è più bassa, ma resta complicato vedere una tendenza. Le faccio un esempio: alle 19 nei Comuni in cui è forte Forza Italia era al 34%, in quelli dei Cinque Stelle al 32».
E i laureati? «Nei comuni con oltre il 20 per cento di laureati i votanti sono il 44%, in quelli con meno del 10, il 34». Quindi l’unica tendenza chiara è che il voto d’opinione è altissimo. E una partecipazione così alta significa che gli italiani giudicano la consultazione un voto politico.
E Pregliasco alla fine rifiuta anche di fare un pronostico: «Onestamente non riesco a capire cosa stia succedendo, e le spiego tecnicamente il perché: è andata a votare molta gente che in un primo momento non sembrava intenzionata a farlo, e dunque è difficile capire come valutarla. Nell’ultima settimana la partita è diventata molto più intensa, è uscita allo scoperto la premier. Resta da capire se ha fatto la scommessa che la farà vincere o perdere».
Gli instant poll
L’analista di Youtrend fa sapere che negli instant poll hanno chiesto ai votanti se hanno considerato il referendum una consultazione sulla riforma o un voto politico: «Oggi sapremo come è andato, di certo questo referendum somiglia molto a quello del 2016 sulla riforma Renzi del Senato». Ma il paragone non va preso alla lettera perché ci sono differenze tra lui e Meloni: «Allora il premier Renzi nei sondaggi sui leader era già molto più impopolare di quanto non lo sia oggi la Meloni. Non mi stupirei di un risultato molto stretto, e a fare la differenza potrebbe essere il voto dei residenti all’estero».
Il voto degli italiani all’estero
Infine, potrebbe essere decisivo il voto sugli italiani all’estero, che sulla carta sono quasi 5 milioni: «Su questo oggi non abbiamo dati di affluenza, ma sappiamo che saranno certamente più di un milione, tenuto conto che all’ultimo referendum voluto dalla Cgil sul Jobs Act – la cui affluenza fu piuttosto bassa – votarono 1,2 milioni di loro. Se il risultato del voto nazionale fra Sì e No fosse molto vicino, anche una piccola percentuale in senso opposto dall’estero potrebbe fare la differenza». Tanto che qualche tempo fa, a urne ancora chiuse, già si ipotizzavano brogli.
(da Open)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IN CASO DI SUCCESSO DEL “NO” SALVINI E TAJANI FRENEREBBERO PROPRIO SULLO STABILICUM. E SCATTEREBBE L’IPOTESI DI UN VOTO ANTICIPATO DI QUALCHE MESE, PER EVITARE UN LOGORAMENTO DELLA MAGGIORANZA – QUALUNQUE SIA L’ESITO DEL REFERENDUM, DA OGGI PARTE LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE POLITICHE
Due certezze per Giorgia Meloni, due soltanto di fronte a un dato sull’affluenza che stravolge e
spiazza Palazzo Chigi, destabilizza le opposizioni, consiglia prudenza ai sondaggisti.
La prima: stavolta chi perde si farà male. La seconda: comunque vada, parte da oggi la campagna elettorale per le prossime politiche, e sarà corsa aspra e senza esclusione di colpi.
Una valanga del genere può avere il potere di proiettarla verso un controllo pressoché assoluto della coalizione, del quadro politico e del Paese. Oppure incastrarla in una crisi da cui sarebbe complesso divincolarsi.
C’è una profezia che rimbalza nelle chat del governo, quando su Roma cala il buio e i dati sull’affluenza delle 19 già promettono che la partecipazione lascerà segni indelebili sui protagonisti della contesa.
È quella offerta da Ignazio La Russa, due settimane fa: «L’esito del referendum sulla riforma della giustizia una valenza politica comunque la avrà – aveva detto il presidente del Senato, che in Fratelli d’Italia resta il massimo esperto di numeri, sistemi elettorali ed elezioni – ma dipenderà anche da quanti la esprimeranno. Se andrà a votare una cifra vicino al 50% degli elettori avrà un senso, ma sotto il 45% ne avrà un altro»
Tutto, però, viene stravolto in poche ore. Gli sherpa meloniani speravano in un’alta affluenza per vincere e avevano fissato nel 48-50% la soglia di sicurezza. Ma con questi numeri, difficile sbilanciarsi.
Il dato della partecipazione al Nord è l’elemento che più rassicura la premier. L’Emilia Romagna, però, è la percentuale che preoccupa. E comunque, si ammette
ai vertici del governo, se è possibile che un testa a testa avrebbe forse un effetto non troppo destabilizzante, la vittoria netta di uno dei due contendenti – per di più con questa partecipazione – scuoterebbe profondamente le coalizioni.
Un trionfo, questo almeno è il piano, significherebbe accelerare verso la nuova legge elettorale, senza vincoli e senza freni. Potrebbe rispolverare l’opzione del premierato. Di più: avrebbe in mano l’intera coalizione e sarebbe lei a dettare anche i tempi del ritorno alle urne.
E se invece prevalesse il no? Una preoccupazione inizia a farsi largo, nel suo fortino: gli alleati potrebbero frenare proprio sulla riforma elettorale. L’idea di garantirsi un pareggio avrebbe presa, a quel punto. E nulla, neanche un voto anticipato di qualche mese, potrebbe essere escluso, per evitare un doloroso logoramento.
Più nell’immediato, Meloni dovrà affrontare la gestione del rapporto con la galassia della giustizia, dopo uno scontro violentissimo. Anche in questo caso, si mescolano timori e speranze. Il prevalere del sì garantirebbe all’esecutivo margini di azione inaspettati
Difficile però che la scrittura delle leggi e dei decreti attuativi necessari per tradurre la riforma possa avvenire con l’attuale squadra di via Arenula. Più ancora di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Carlo Nordio, traballa la posizione del viceministro alla Giustizia Andrea Delmastro: troppo esposto a causa delle recenti rivelazioni, così tanto da essere considerato ai vertici del melonismo comunque in bilico nel suo ruolo di governo.
(da La Repubblica)
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