Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
“RAPPRESENTANO IL 10% DELLA POPOLAZIONE, SONO VITALI PER LE NOSTRE AZIENDE”… “SONO CITTADINI ITALIANI, INTEGRATI, LAVORANO E CONTRIBUISCONO AL PIL ITALIANI”… “A NATALE CONTRACCAMBIANO LA VISITA”
Quando si parla di Lecco è facile associarla all’immagine placida delle calme sponde del lago di Como, o fantasticare sui luoghi in cui era ambientato uno dei più grandi capolavori della letteratura italiana: I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Eppure, in queste settimane la cittadina, che conta circa 47.000 abitanti, è diventata teatro di dissapori e destinataria di attenzioni, non sempre lusinghiere. Al centro della questione, l’agenda delsindaco di Lecco, Mauro Gattinoni, in carica dall’ottobre 2020 ed esponente del centrosinistra.
Le sue due partecipazioni delle ultime settimane, prima a un iftar comunitario e poi a un momento di preghiera al Centro Islamico Culturale “La Città” di via – neanche a farlo apposta – Promessi Sposi, non sono passate inosservate in Consiglio Comunale. Alcuni esponenti dell’opposizione hanno infatti commentato che, vista la vicinanza delle elezioni amministrative (previste per il 24 e 25 maggio), si trattasse di visite poco opportune. Open ne ha parlato direttamente con il primo cittadino, che ci ha voluto raccontare la realtà multietnica della sua cittadina e le reti di rapporti interculturali che la abitano.
Sindaco, come è iniziato questo rapporto con la comunità islamica nel Comune di Lecco?
«Anzitutto a Lecco, già dalla fine degli anni ’90 e principio anni 2000, abbiamo vissuto fenomeni di immigrazione piuttosto consistenti, provenienti soprattutto dal Nord Africa, che sono stati per noi e per le nostre aziende assolutamente vitali. Consideri che la quota di immigrazione a Lecco è circa del 10-11%. In un contesto di economia reale, le nostre aziende, le nostre fabbriche, in costante ricerca di manodopera, hanno molto beneficiato dell’apporto di personale migratorio per far fronte al fabbisogno di professionalità. Questo ha permesso, di conseguenza, di avere un’integrazione efficace».
In che modo avviene questa convivenza efficace?
«Se le persone immigrate trovano lavoro e quindi una casa e quindi una stabilità, anche la convivenza sociale risulta sempre armonica. Sulla scia di questo, le comunità locali islamiche, che nello specifico contano membri di origini nordafricane, marocchine, ma anche provenienti dall’Africa Centrale, hanno dato vita a un’associazione culturale, che tuttora esiste e che è molto attiva in azioni di assistenza comunitaria all’interno della loro stessa comunità. Assistono quindi le famiglie in maggior difficoltà e organizzano corsi di lingua in collaborazione anche con altre associazioni lecchesi di volontariato. Questo permette di avviare un processo di integrazione reale molto efficace. Inoltre, questa associazione (il Centro Islamico Culturale “La Città”, ndr) ha stretto un patto di collaborazione con il Comune di Lecco per la cura dei beni comuni, nello specifico, di un tratto di fiume, degli spazi pubblici e di parcheggi, prossimi peraltro alla moschea, quindi mantenuti e curati da loro stessi. È un esempio di partecipazione civica che, come Comune di Lecco, sviluppiamo anche con altre associazioni e privati, ma in questo caso è stato molto efficace anche con la comunità islamica».
In quest’ottica si inscrivono anche alcuni punti contenuti nel Piano di Governo del Territorio votato dalla giunta lo scorso gennaio.
«Esattamente. Stando nell’ambito di attuazione del PGT (Piano di Governo del Territorio), e quindi nell’obbligo – peraltro previsto costituzionalmente – di garantire degli spazi di culto a tutte le confessioni, abbiamo deciso di scrivere nelle regole urbanistiche che lo spazio del Centro Islamico Culturale “La Città” è riconosciuto ufficialmente come moschea. Ma non solo: abbiamo fatto una modifica al piano regolatore cimiteriale per ospitare anche le salme dei defunti di religioni diverse rispetto a quella cattolica. Spazi che non esistevano fino a due mesi fa, e che verranno implementati nei prossimi mesi per accogliere anche i defunti di professione islamica».
Lei è stato criticato per aver preso parte all’iftar, la cerimonia di interruzione del digiuno serale che si celebra durante le notti di Ramadan, e a un momento di preghiera proprio nel Centro Islamico Culturale “La Città”…
«Sì, siamo stati invitati per l’Iftar e una sera, quando è stata celebrata la rottura del digiuno, eravamo presenti anche noi. In realtà è una cosa che facciamo già da diversi anni, quindi forse la novità è che quest’anno siamo in campagna elettorale, quindi fa tutto brodo. Trovo si tratti di un’ottima consuetudine quella di essere invitati da parte della comunità islamica. In queste occasioni vengono sempre coinvolti il sindaco, gli assessori, e quest’anno anche il Prevosto di Lecco, Don Bortolo Uberti, ma erano presenti anche altri sacerdoti o lo sono stati in passato in diverse occasioni. Sono comunque invitati anche esponenti di associazioni di volontariato locale con cui collaborano stabilmente nel campo educativo e assistenziale durante l’anno. È quindi anche un gesto di apertura, di gratitudine e di festa, nonché di buona e sana integrazione. Ovviamente a Natale succede la stessa cosa, ma al contrario. Ci si scambia gli auguri e si reciproca il gesto gradito di ospitalità. Quando noi facciamo iniziative natalizie invitiamo sempre tutti, e in ogni caso ci scambiamo auguri o piccoli omaggi, dei dolci, insomma cose molto semplici».
Perché quest’anno quindi la sua visita ha fatto così scalpore?
«Le posso dire che la mia prima visita era stata nel 2020, in occasione della mia campagna elettorale. A quel tempo ricordo bene che la stessa visita fosse stata fatta dal candidato alle elezioni comunali di centrodestra, che si chiamava Giuseppe Ciresa. Questa cosa non aveva al tempo destato nessuno scandalo, anzi: probabilmente le persone, mi permetto di dire, che oggi mi criticano, erano le stesse che all’epoca accompagnavano l’allora candidato sindaco di centrodestra. Credo che se fosse stato al posto mio, oggi, avrebbe fatto quello che ho fatto io, o almeno me lo auguro. La cittadinanza lecchese ormai è consapevole di far parte di un tessuto multietnico, multiculturale, pur avendo ciascuno la propria identità».
Cosa si sentirebbe di dire a quella parte di stampa e politica che attribuisce ai voti della comunità islamica la vittoria del NO al recente referendum sulla Giustizia?
«Il 17 di marzo è stato il giorno che lo Stato italiano riconosce per l’Unità Nazionale, l’Inno e la Bandiera. In quell’occasione, insieme al Prefetto, abbiamo conferito alcune cittadinanze italiane: è stata l’occasione per verificare che negli ultimi cinque anni sono stati 1067 gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, provenienti da 68 Paesi diversi. Questi sono cittadini italiani, punto. Quindi ogni cittadino italiano in un referendum, in elezioni, in un qualsiasi contesto di
democrazia partecipativa ha il diritto e il dovere di esprimersi. Così è stato e così auspico sarà per tutti quanti i cittadini italiani, da quelli da più o meno tempo e da più o meno generazioni».
La sua amministrazione si sta occupando di altri temi di integrazione o aiuto alle comunità straniere al momento
«In generale, posso dire che poniamo sempre attenzione ai temi della mondialità. Non più tardi di ieri sera abbiamo tenuto un incontro con la comunità iraniana che sta vivendo, come si può immaginare, momenti molto critici. A Lecco si trova infatti la sede staccata del Politecnico di Milano e sono presenti circa 200 studenti iraniani: 200 giovani che da mesi o anni non possono nemmeno ritornare nel proprio Paese. Con loro si è creata una comunità e ieri sera ci siamo trovati in una sala civica per raccogliere le loro testimonianze, i loro punti di vista. Su loro richiesta, il 9 aprile insieme al Prevosto di Lecco, Don Bortolo Uberti, terremo un momento di riflessione in una chiesa, per ricordare anche i loro congiunti scomparsi, che non hanno potuto salutare e che sono magari scomparsi o talvolta sono stati anche massacrati nel loro Paese. Da sindaco non posso affermare che c’è qualcosa che non ci riguarda. Credo che se noi vogliamo la pace, dobbiamo iniziare da noi stessi e da quel metro che ci separa dagli altri».
(da Open)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
“DOMANI” HA RACCOLTO DIVERSI TESTIMONIANZE: “QUELLA SERA CAROCCIA ERA IN SALA, VISTO CHE ERA ANCORA LIBERO”, “IO C’ERO E PAGÒ TUTTO DE MICHELE, CI HANNO TRASCINATI IN UNA STORIACCIA”… MA È NORMALE CHE IL CAPO DEL DAP, RUOLO EQUIPARATO PER LEGGE AL CAPO DELLA POLIZIA DI STATO, SI RITROVI ATTOVAGLIATO MENTRE TRA I TAVOLI GIRAVA L’UOMO CHE RICICLAVA I SOLDI PER IL CLAN SENESE?
C’è un nome che è rimasto fuori dalle cronache sulle cene di dirigenti apicali del ministero
della Giustizia nel ristorante Bisteccheria d’Italia dell’uomo del clan Senese, nella cui società c’era Andrea Delmastro Delle Vedove, ex sottosegretario alla Giustizia.
Un nome pesante visto il ruolo, la legge lo equipara al capo della polizia di Stato (anche economicamente), di recente ricevuto al Quirianle per i 209 anni del corpo che guida. Si tratta di Stefano Carmine De Michele, il numero uno del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Più fonti raccontano a Domani, messaggi e riscontri alla mano, la presenza di De Michele tra i commensali alla cena del tre giugno 2025. «Quella è la cena per festeggiare la sua nomina. Io c’ero e pagò tutto il capo del Dap, ci hanno trascinati in una storiaccia, ma non c’entriamo niente».
A parlare è uno dei presenti quella sera, la cui ricostruzione è confermata anche da un altro testimone. Il capo del Dap non è ben visibile, ma chi partecipava si ricorda chiaramente la sua presenza vista l’importanza dell’occasione.
Chiaramente tutti erano attovagliati immaginando di stare in un luogo sicuro, la garanzia era Delmastro Delle Vedove, titolare della società 5 Forchette che controllava il ristorante gestito da Mauro Caroccia.
«Quella sera era presente anche il prestanome del clan, era in sala visto che era ancora libero», raccontano a Domani
Caroccia è stato condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver favorito la camorra dei Senese e, lo scorso febbraio, è tornato nuovamente in carcere. In quel periodo, giugno 2025, era già stato condannato dai giudici di merito, ma i commensali immortalati da una foto, pubblicata dal Fatto,
erano in una botte di ferro visto che quello era il locale sponsorizzato da Andrea Delmastro Delle Vedove.
Fino a questo momento, però, il nome di De Michele non era mai uscito perché nascosto nei dettagli, i suoi capelli e l’angolo del suo volto nascosti dietro un altro peso massimo del dipartimento, Augusto Zaccariello, primo dirigente generale del Corpo di polizia penitenziaria, nominato di recente dal consiglio dei Ministri.
Torniamo al capo del Dap, alle cui dipendenze lavorano 37 mila genti penitenziari, 6 mila altre figure professionali e il destino di 64 mila detenuti. Tra questi anche Caroccia, in carcere a Viterbo.
La nomina di De Michele
Domani aveva svelato l’irritazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il pasticcio del governo sulla nomina del capo del Dap. Era il febbraio dello scorso anno. L’esecutivo non aveva ancora selezionato il capo della polizia penitenziaria, ma la possibile prescelta era stata annunciata urbi et orbi senza avvisare, come da prassi consolidata, il capo dello Stato.
Una dimenticanza grave e senza precedenti che ha provocato uno stallo di alcuni mesi visto che spetta proprio al presidente della Repubblica, che è il capo delle forze armate, firmare il decreto di nomina. Il nome di Lina Di Domenico, per alcuni mesi facente funzioni, era arrivato alla sua attenzione in prima istanza dai giornali dove era filtrata la notizia.
Alla fine dopo l’irritazione del Quirinale, a fine maggio la scelta di Stefano Carmine De Michele, nominato con decreto del presidente della Repubblica, firmato il 27 maggio 2025.
Passano pochi giorni e scatta la cena con il sottosegretario alla Giustizia, Delmastro Delle Vedove, Massimo Parisi, numero due del Dap, Rita Russo, a capo della direzione generale del personale e Lina Di Domenico, per mesi a capo del Dap come facente funzioni.
C’era anche Ernesto Napolillo, capo della direzione generale dei detenuti e Carlo Berdini, Ovviamente tutti religiosamente silenti quando Domani ha chiesto un commento sulla serata, ma c’è chi ha rotto il muro di omertà. «Non tutti sopportano questo andazzo, ma quando ti invita il sottosegretario pensi che sia tutto assolutamente privo di ostacoli e invece», racconta chi era presente.
«L’intero Dap è sfiduciato, lo stesso capo del dipartimento ha la gestione di 41 bis, alta sicurezza, media sicurezza, reparti, trasferimenti, sanzioni. Come può garantire equilibrio in una situazione del genere dopo aver mangiato e pagato un soggetto ora in carcere e legato a una delle famiglie criminali più potenti d’Italia?», si chiede un alto dirigente del dipartimento.
La maggioranza, intanto, riflette sul possibile sostituto di Delmastro al ministero della Giustizia. Le cronache hanno riferito di un vertice in via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia, alla presenza dell’ex sottosegretario e anche di Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare antimafia.
A breve dovrebbero rivedersi perché Delmastro dovrebbe chiarire proprio nella bicamerale ogni aspetto di questa incredibile storia che odora di carne e puzza di mala.
(da Domani)
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Marzo 27th, 2026 Riccardo Fucile
E’ INFERMIERA VOLONTARIA NELLA ONG: “LA PAURA C’E’, MA SO COSA DEVO FARE”… FERITA, E’ TORNATA AL FRONTE: “NON SONO UN’EROE, SONO EROI I RAGAZZI UCRAINI CHE COMBATTONO IN PRIMA LINEA CONTRO L’INVASORE PER LA LIBERTA’ DI TUTTI GLI EUROPEI”
Poi succede quel che non poteva non succedere. L’esplosione. schegge che volano. Solo dopo, il clamore. Seguito da un silenzio sordo. Detriti che cadono. Un uomo è a terra. Intorno, la foresta di Kreminna, oblast di Lugansk. Ucraina.
“Era appena uscito dal blindato, sotto il fuoco, per andare a soccorrere un soldato ferito”, racconta Asia. “Non ci ha pensato un attimo. Anche se il bombardamento di artiglieria era terrificante. Il peggiore che abbia mai visto in quattro anni di guerra”.
Anastasiia Prokaieva, Asia per gli amici, ha 26 anni. Fa parte dell’organizzazione medica volontaria Hospitallers. Nome di battaglia “Uno”. Ne ha viste tante, dal 2022. Ma il ferimento del suo “fratello” — così si chiamano tra di loro gli ucraini al fronte — sotto il fuoco dell’artiglieria russa a Kreminna rimane un punto di svolta. Per inciso: colpito dall’obice se l’è cavata. Oggi sta bene.
Distacco professionale e umanità
“Non so quanti soldati ho soccorso. Tanti. Uno che ricordo in particolare? Tutti”. Sorride, finalmente. Dura solo un attimo.“E nessuno. L’emotività al fronte è sotto controllo stretto. Siamo addestrati a una concentrazione assoluta. Rapidità. Efficacia. Sicurezza. La freddezza aiuta. La nostra freddezza e la nostra sicurezza è la condizione per salvare vite”.
La combat medic rievoca un episodio in cui il distacco professionale è stato messo alla prova. Soccorso al fronte. Un ragazzo in pieno shock traumatico. Frequente, nelle ferite da arma da fuoco o da esplosione. La pelle diventa fredda, pallida, sudata. Battito cardiaco accelerato. Respirazione rapida. Confusione. Pressione giù.
Non basta intervenire sulla ferita e comprimere. Per stabilizzare il ferito devi anche mantenerlo cosciente. Parlarci. Metterlo in una posizione di sicurezza. Coprirlo.
L’interazione tra ferito e soccorritore diventa fitta. Le emozioni da controllare aumentano. “Se ne stava andando. E parlava con la sua mamma. Ma c’ero solo io. Parlava come se accanto avesse sua madre, a casa. Ma parlava a me. Un combat medic sul campo di battaglia”. Il ragazzo, poi ce l’ha fatta. Asia prima faceva la giornalista. Ha raggiunto l’organizzazione subito dopo l’invasione del ’22. “Volevo aiutare il mio Paese in un momento terribile”, spiega a Fanpage.it. “Aiutare chi deve combattere per difenderlo”. Nel 2024, Asia è rimasta ferita. Ospedale. Riabilitazione. E di nuovo al fronte.
Paure diverse per situazioni diverse
“Se questi anni mi hanno cambiato? Oh sì. Sono diventata più resistente. Anche più flessibile. In guerra devi abituarti alla svelta. Qualsiasi condizione si presenti. Sono sempre condizioni dure”.
E la paura? “Tutti abbiamo paura. Ci sono paure diverse per situazioni diverse. Certo che ho paura. Ma sono una combat medic. So qual è il mio compito: dare una mano. Penso a quello. Me lo tengo bene in testa. Mi concentro. Aiuta”.
Asia non si ritiene un’eroina. Neanche un po’. Se glielo dite, si indispettisce. “No, no. Gli eroi sono i nostri ragazzi in prima linea. Sono loro che combattono e muoiono per fermare l’invasore. Sono loro gli eroi. I miei eroi. Noi combat medic li aiutiamo. Cerchiamo di salvargli la vita. È pensando ai ragazzi in linea che trovo la forza di fare questo lavoro. Sono la mia motivazione”.
È una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei europei, la vita di Asia. Non ce l’ha certo con loro. Anche se non hanno idea di cosa sia la guerra e nemmeno ci pensano, all’Ucraina. “È giusto che sia così. E che abbiano una vita spensierata, senza le preoccupazioni che abbiamo noi qui”.
I messaggi di Asia
Un messaggio per i giovani d’Europa? “Vorrei dir loro che la libertà è preziosa. Forse non lo sanno, quanto. E che devono proteggerla, la libertà. Anche combattendo, se necessario. Spero che noi ucraini possiamo essere un esempio, in questo senso. Nient’altro, davvero. Ah, sì: mai stata in Italia. Mi piacerebbe farci una vacanza, quando tutto questo sarà finito”.
Questa guerra finirà. Tutte le guerre finiscono. Quando finirà, Asia non tornerà a fare la giornalista. “No, no. Lavorerò con i veterani. È più importante”. Ha deciso
parlando con gli psicologi dopo che l’auto su cui viaggiava insieme ad altri infermieri al fronte è stata bersagliata da droni russi. Danni più psicologici che fisici.
“Ho capito che voglio aiutare gli ex-soldati a superare le conseguenze delle ferite e dei traumi. A tornare a vivere pienamente nonostante le amputazioni. È una parte di questa guerra. Strascichi che continueranno ad agire in tempo di pace, a lungo”.
Chissà perché delle guerre si contano morti e non meglio qualificati “feriti” ma quasi mai gli amputati. Eppure, le disabilità create dai conflitti sono un uragano sociale. Distruggono vite, impoveriscono famiglie, riducono la forza lavoro, aumentano disoccupazione e povertà, richiedono politiche pubbliche su lavoro, sanità e inclusione. Gli effetti durano decenni. Senza contare i nuovi amputati da mine inesplose, frutto velenoso di ogni dopoguerra.
Si calcola che tra le 50mila e le 100mila persone abbiano perso un arto in guerra, in Ucraina. Oggi è quasi impossibile non incontrare ragazzi con arti amputati, facendo una passeggiata nel centro di qualsiasi città grande o piccola.
Dignità sotto il fuoco
L’organizzazione volontari Hospitallers è composto per la maggior parte da giovani donne. Asia è un’erede quasi diretta di Florence Nightingale, Edith Cavell, Clara Burton, per nominare le tre crocerossine di guerra più famose nella Storia.
Motto della ONG: “Per ogni vita, non importa di chi”. Ha attualmente circa 300 medici e paramedici impegnati in turni al fronte. Forniscono il primo soccorso medico e evacuano i feriti verso l’ospedale. Offrono anche supporto post-ospedaliero e riabilitazione. Ad oggi, le squadre di combat medic hanno già effettuato più di 43000 evacuazioni.
Ma il lavoro va oltre le persone. Se “ogni vita è importante”, lo sono anche quelle degli animali lasciati indietro in condizioni difficili. I combat medic salvano anche loro, durante le missioni di evacuazione. L’organizzazione ha avuto in passato legami con movimenti politici ucraini. Da tempo recisi, secondo quanto ha potuto appurare Fanpage.it.
“Non scegliamo né il paese in cui nasciamo, né il tempo in cui nasciamo, ma scegliamo sempre se essere persone oneste o meno”, commenta Oleksandra Matviichuck, Nobel per la pace con il suo Centro per le libertà civili. “Alcuni
considereranno il lavoro di queste donne-paramediche un sacrificio. Secondo me, la parola più appropriata è dignità”.
Matviichuck parlerà di diritti umani, volontariato femminile e Ucraina la sera del 25 marzo a Milano, presso la Fondazione Collegio delle Università Milanesi, in occasione di una mostra fotografica sull’attività delle Hospitallers.
(da Fanpage)
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