BERSANI VA AVANTI E PUNTA SUI GRILLINI DEL DIALOGO: “PRONTO A OFFRIRE DUE CAMERE” (CON VISTA SUL POTERE)
ERRANI FA DA PONTIERE E ARRIVANO LE PRIME APERTURE, MA NEL PD ARRIVANO I MUGUGNI: “BASTA INSEGUIRE GRILLO”
«Io ci credo, mi voglio giocare il tutto per tutto». Il sentiero che porta alla nascita del
governo Bersani è strettissimo.
Il segretario del Pd ne è consapevole.
Sa che il dialogo con i grillini può rivelarsi un percorso costellato di trappole. Ed è conscio che ogni rapporto con il centrodestra è impraticabile.
Eppure vuole provarci, appendendo il filo della speranza alla possibilità che un gruppo di eletti del Movimento 5Stelle conduca Grillo e Casaleggio sulla strada della ragionevolezza.
Una eventualità per il momento assai remota.
«Ma io ci credo – ripete a tutti il leader democratico – e sono pronto a cogliere questa occasione, questa è la mia occasione».
Bersani non parla ancora di ultima chance, ma certo se l’incarico che riceverà la prossima settimana dal capo dello Stato non si tramutasse in un esecutivo, allora l’ipotesi del passo indietro assumerebbe contorni piuttosto concreti.
Per questo il segretario sta studiando ogni mossa per giocarsi tutte le sue carte.
Una partita che, appunto, continua a passare nell’angusto tunnel che conduce nel mondo grillino.
E per la scelta di mettere a disposizione degli altri gruppi parlamentari le presidenze di entrambe le Camere: Montecitorio e Palazzo Madama.
Per questo ieri ha chiesto al suo capo della segreteria, Maurizio Migliavacca, di contattare i capigruppo del M5S.
E’ stato lui a preannunciare a Crimi l’intenzione di discutere gli assetti istituzionali di questa legislatura.
«Consulteremo tutti – è il ragionamento che l’inquilino di Largo del Nazareno sta svolgendo in queste ore – per rompere una prassi che da venti anni ha invertito il significato dei rapporti parlamentari». Niente «bottino pieno» insomma alla coalizione vincente ma «corresponsabilità istituzionale».
Il Pd non considera questa disponibilità come il tentativo di avviare una «compravendita» delle poltrone, ma come la decisione di interrompere una «abitudine berlusconiana» di incassare tutti gli incarichi da parte del vincitore.
Ma ogni cosa è complicata e soprattutto ogni casella è legata da un filo invisibile ad un’altra casella.
Le cariche parlamentari sono legate alla maggioranza che darà – se la darà – la fiducia al governo e quest’ultima all’elezione del nuovo capo dello Stato.
La tattica di Bersani, però, è quella dello “step by step”, un passo alla volta.
Prima il Parlamento, poi il governo e infine il Quirinale. Ma è chiaro che un accordo sulle presidenze di Camera e Senato verrebbe da tutti interpretato come il preludio ad un’intesa sull’esecutivo.
Non a caso Grillo e Casaleggio hanno fatto sapere ai loro deputati e senatori di giudicare «inaccettabile» anche solo l’idea di ricevere i voti del Pd per lo scranno più alto a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Non a caso tra i democratici la soluzione più attendibile viene ritenuta quella che vede Dario Franceschini come successore di Gianfranco Fini e Mario Monti per l’eredità di Renato Schifani.
Ma c’è di più. Il leader pd è sicuro che dentro il Movimento 5Stelle si stia aprendo un confronto vero. Che può provocare qualche ripercussione.
Ed è per questo che ha incaricato Vasco Errani, il governatore dell’Emilia Romagna, di sondare i grillini più attenti.
Contatti che avrebbero incoraggiato l’azione bersaniana trovando la sponda di una dozzina di neoeletti.
Per incoraggiare l’opera di persuasione da qui al 21 marzo Bersani illustrerà una delle otto proposte ogni due giorni.
Un modo per dimostrare che le sue intenzioni sono effettive. E nella stessa direzione va l’idea di inviare a tutti i partecipanti alle primarie una sorta di questionario con cui fare un sondaggio tra i sostenitori del centrosinistra.
Ma la strategia del vertice democratico non convince tutti all’interno del partito.
Molti giudicano azzardato il salto incondizionato verso i grillini.
I dubbi emergono nel fronte dalemiano e in quello veltroniano, ma anche tra le fila dei giovani turchi e dei renziani.
«Basta inseguire l’ex comico – ripete da giorni il sindaco di Firenze – meglio far valere le nostre proposte e anche il nostro rinnovamento».
Anche perchè quasi tutti si stanno preparando al ritorno al voto in tempi brevi e ridisegnano i confini dell’alleanza inserendo al loro interno anche il gruppo montiano.
La deriva “giudiziaria” del Pdl del resto rischia di far abortire ogni tentativo di formare un governo.
Berlusconi, dopo lo scontro con la procura di Milano, è ormai tentato da un nuovo show down alle urne.
Anche perchè gli attuali equilibri al Senato possono essere per lui drammatici: se i pm di Napoli, ad esempio, dovessero chiedere l’autorizzazione all’arresto, l’aula di Palazzo Madama potrebbe approvarla attraverso una maggioranza pd-grillini.
Su tutto comunque peserà la valutazione del presidente della Repubblica.
Napolitano ha ricucito il dialogo con Bersani dopo le incomprensioni dei giorni scorsi. Gli darà l’incarico – probabilmente il 21 marzo – ma non sarà pieno e soprattutto non si tratterà di una delega in bianco.
Il leader democratico, per sciogliere la riserva, deve ripresentarsi sul Colle con tutti i voti sufficienti e tutti certificati. «Niente salti nel buio», ripetono al Quirinale.
Il segretario pd dunque non potrà giocare la sua scommessa come fece Berlusconi nel ’94 che racimolò 4-5 voti in extremis al Senato anche utilizzando metodi piuttosto impropri.
Napolitano pretende certezze. Altrimenti lo schema cambierà completamente.
Ma dopo Bersani ogni passo sarà un punto interrogativo.
Sul Colle non vogliono lasciare nulla di intentato prima di rinunciare.
Il modulo del “governo del presidente” resta un’opzione valida pur di evitare il ”modello Grecia”: il ritorno al voto dopo pochissime settimane e sotto la pressione infernale dei mercati finanziari.
Ma la spinta alle elezioni anticipate sta diventando per molti irrefrenabile.
(da “La Repubblica“)
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