DAL VATICANO A LULA LA RETE DEI CONTATTI PER ARRIVARE ALLA SVOLTA
LA INOPPORTUNA TELEFONATA DI MELONI ALLA OPPOSITRICE MACHADO NON FACILITA LA LIBERAZIONE DI TRENTINI
Un contatto diretto tra due governi: quello guidato da Giorgia Meloni e quello
venezuelano di Delcy Rodríguez. Una lista di quattro prigionieri consegnata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani al segretario di Stato americano Marco Rubio.
Alberto Trentini al primo posto. E poi le pressioni degli altri Paesi europei — e non soltanto. Quarantotto ore fa è intervenuto direttamente anche il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, perché Trentini è forse diventato il simbolo dei prigionieri politici dell’era Maduro. E liberare lui significherebbe, nelle parole di uno degli uomini politici più influenti di questa fase di transizione in Venezuela, «liberare un pezzo di storia del Paese, quella che ci fa apparire così male agli occhi del resto del mondo».
Accanto alla diplomazia ufficiale si sono mossi i canali informali: i contatti a livello di intelligence, una serie di segnali indirizzati a Caracas per chiarire che non esisteva alcuna ostilità preconcetta. Tra questi, il patteggiamento concesso — nei limiti previsti dal codice penale — ad Alex Saab, uomo chiave della finanza venezuelana e figura centrale del sistema Maduro.
E poi il Vaticano. Un lavoro paziente e parallelo, tessuto per mesi dal sottosegretario Alfredo Mantovano, nel tentativo di giocare ogni carta possibile: quella dei prelati che meno di un mese fa hanno accolto la comunità venezuelana in occasione della canonizzazione di due figure simbolo, José Gregorio Hernández Cisneros e María Carmen Rendiles Martínez; e quella della Comunità di Sant’Egidio, che ha attivato tutti i contatti a sua disposizione.
Nelle ultime settimane sono stati molti i tavoli aperti per la liberazione di Alberto Trentini. Un’attesa che in queste ore si è caricata di «speranza e paura», per usare le parole dei familiari.
È il senso delle «azioni poste in essere per garantire una soluzione favorevole per ogni singolo detenuto», come ha spiegato la Farnesina nella notte, mentre cercava conferme sulla sorte degli italiani detenuti.
In tarda serata, da quel fronte sono arrivate notizie considerate rassicuranti sugli altri tre italiani inseriti nella lista consegnata da Tajani a Rubio: Gasperin — che non era in carcere, ma sottoposto a una forma di restrizione assimilabile agli arresti domiciliari — Burlò e Pilieri. Per Alberto Trentini, invece, nessuna conferma. Né ufficiale né ufficiosa. In qualche modo, se lo aspettavano. Il dossier Trentini, lo sanno bene gli apparati italiani, è il più delicato
Perché è il più esposto mediaticamente e perché di fatto non gli è mai stata fatta mossa alcuna accusa formale.
Se non uno status da «prigioniero politico» che rende ogni
trattativa più complessa, ogni apertura più lenta, ogni segnale più ambiguo.
Gli atti di «buona volontà», però, sono stati numerosi. Due sottosegretari agli Esteri — Edmondo Cirielli prima e Giorgio Silli poi — hanno avuto contatti diretti con il governo Maduro, arrivando anche a dichiarazioni pubbliche di ringraziamento quando erano state concesse alcune aperture a Trentini: le telefonate a casa, la visita dell’ambasciatore.
C’era stata poi la nomina di Luigi Vignali, diplomatico di grande esperienza, a cui però era stato riservato un vero e proprio tranello: arrivato in Venezuela con la promessa di alcuni incontri, era stato costretto a tornare in Italia a mani vuote.
Il precedente più emblematico resta però il patteggiamento concesso il 30 ottobre scorso. I venezuelani avevano chiesto la caduta delle accuse, come avevano fatto anche gli americani. In Italia questo non era possibile, trattandosi di un procedimento giudiziario. Era invece possibile — a riprova dell’assenza di una volontà punitiva verso il Venezuela — arrivare a un patteggiamento che consentisse a Saab una maggiore libertà di movimento. È accaduto. Doveva essere il segnale di una svolta imminente, l’apertura di una fase nuova.
Non è successo nulla. Perché — avevano spiegato da Caracas — nel frattempo Trump aveva lanciato i primi segnali di guerra. Dopo la caduta di Maduro erano arrivati nuovi spiragli di luce. Poi, quasi subito, si erano fatti più opachi, a detta dei mediatori, dopo la telefonata di Meloni al premio Nobel María Corina Machado, gesto che non sarebbe stato apprezzato da Rodríguez. Poi, ieri, di nuovo la fiducia. E la speranza che sia l’ultimo atto di
una storia con un lieto fine.
(da Repubblica)
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