L’ACCORDO AL RIBASSO CHE TRUMP STA MEDIANDO CON L’IRAN È UNA CATASTROFE PER NETANYAHU, CHE ALLE ELEZIONI DI AUTUNNO RISCHIA DI PAGARE UN PREZZO POLITICO ALTISSIMO
TRUMP HA FRETTA DI CHIUDERE LA GUERRA, PER RAGIONI ELETTORALI OPPOSTE (PER IL TYCOON, CHE A NOVEMBRE HA LE ELEZIONI DI METÀ MANDATO, LA GUERRA È UNA IATTURA…)
“Stiamo perdendo la nostra gente”. Ossia, elettori. È il timore più profondo che assilla Benjamin Netanyahu rispetto all’accordo in via di fattura tra Stati Uniti e Iran. Più delle questioni di sicurezza, più delle preoccupazioni diplomatiche e del rapporto politico con Donald Trump.
Netanyahu lo ha detto chiaramente ai suoi ministri in uno degli ultimi gabinetti. Era tornato da una visita alle comunità del nord di Israele, nell’area di Kiryat Shmona, che da ottobre 2023 vivono sotto la minaccia dei razzi di Hezbollah. E a cui la
strategia della guerra permanente di Netanyahu non ha dato risposte su quando potranno tornare a casa.
Kiryat Shmona è una roccaforte del Likud da 60 mila abitanti: alle ultime elezioni tre abitanti su quattro hanno votato per il blocco di Netanyahu […]. Nelle 43 comunità vicine al confine libanese sotto evacuazione gli sfollati sono 100 mila, e due terzi di loro vivono in hotel, a casa di familiari o in affitto. E quasi tutti votano a destra perché vogliono vedere Hezbollah disarmato.
Il governo è alle prese con le ultime scelte di bilancio, a Knesset sciolta e in attesa di fissare le elezioni (tra settembre e ottobre). Netanyahu ha capito che questo fallimento potrebbe costargli la rielezione ed è per questo che, ha rivelato ieri un retroscena del canale 12 (vicino al governo), il premier avrebbe chiesto di “non badare a spese” per sussidiare gli abitanti del nord.
L’imperativo sta anche scombussolando gli equilibri della maggioranza. Perché i ministri estremisti che vorrebbero impegnare tutte le ultime fiches sui progetti di espansione delle colonie (c’è un grande progetto da un miliardo di shekel per 103 insediamenti promosso da Bezalel Smotrich che attende l’ultima approvazione), e i ministri dei partiti ultraortodossi vogliono garanzie sull’esenzione degli haredim dal servizio militare.
Con queste considerazioni in testa, il premier israeliano ieri ha reagito all’annuncio di Trump “sull’intesa fatta” con Teheran. Doveva bloccare il leak sui contenuti del Memorandum of understanding trapelato da fonti iraniane (poi smentito da Washington): “Israele non è parte del memorandum”, ha fatto sapere Netanyahu, “finché sarò primo ministro di Israele, l’Iran non avrà armi nucleari. L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico e io dedico la mia vita a impedirglielo e finché sarò premier questo non accadrà”.
Un ultimatum agli Usa, ma anche un appello agli elettori. Molti aspetti del negoziato di Trump con l’Iran hanno suscitato, e non da ieri, lo “scetticismo” di Gerusalemme: la reale intenzione dei pasdaran di cancellare il programma nucleare, il fatto che, almeno per ora, siano fuori dal negoziato la questione dell’arsenale missilistico e del supporto alle milizie proxy. Il Libano, e il destino di Hezbollah.
Gli ayatollah hanno imposto che la tregua si estenda a tutta la regione, Paese dei cedri compreso.
(da agenzie)
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