LA NUOVA DESTRA E L’EUROPA DEBOLE
L’ANALISI DI MASSIMO CACCIARI
Interpretazione e messa in scena possono apparire pessime, ma non vanno confuse col testo del
dramma. La politica attuale rappresenta oggi, confusamente, si direbbe a volte anarchicamente, una svolta storica, un salto d’epoca. E a ciò soltanto dovremmo guardare. Simpatie o antipatie tra leader, love story annunciate o fallite, riducono la tragedia al livello del cameriere di Napoleone. È la grande ondata dell’Occidente prima europeo e dopo americano a trovarsi di fronte a scelte che di giorno in giorno è più difficile rimandare. Rifluire semplicemente? Lasciare che altri grandi spazi imperiali si rafforzino e competano con noi anche sul piano della potenza militare? Affrontarne invece, decisamente, la “volontà di potenza”, ma come, con quali mezzi, in quali forme? Trasformarsi nei “federatori” (ciò che l’Occidente non è mai stato), mettere la propria potenza al servizio di una idea di Nomos della Terra, fondato sul reciproco riconoscimento, una rete di trattati, organismi sovrastatali di controllo e prevenzione?
Le crescenti contraddizioni all’interno del così detto Occidente riflettono l’assenza di qualsiasi linea comune nel rispondere a tali domande. Manca qualsiasi visione, ma non è affatto semplice immaginare come questa potrebbe formarsi. Nessuna grande potenza rifluisce o “riposa in pace”. E la sua prima linea di resistenza consisterà sempre nel difendere i propri interni interessi. Lo sforzo anche economico che costa il mantenimento di uno “spazio vitale” di dimensioni imperiali passa allora in secondo piano. Esso era strategico per l’America durante gli anni della “guerra fredda” e del confronto tra sistemi che essa rappresentava. Il limes non divide più Berlino, l’Europa. Oggi l’intera geopolitica è mutata. La Russia non costituisce sotto alcun profilo un “competitore” degli Usa, a meno che non la si regali alla Cina. La sfida riguarda quest’ultima, è passata di continente. In questo quadro è del tutto inevitabile che sorgano conflitti e contraddizioni tra i membri dell’alleanza occidentale. Se scompare il Nemico comune è destino emergano i diversi interessi nazionali, sul piano del commercio, degli scambi, dell’organizzazione produttiva e di mercato. Il dramma che viviamo, poco importa come i nostri leader lo interpretano, è il processo di logoramento, nel riassetto di tutti gli equilibri geopolitici, dell’alleanza occidentale uscita dalla seconda Grande Guerra e che sembrava essere giunta alla sua apoteosi con la caduta del Muro.
Come pensare di rifondarla? Qui una nuova destra, che non ha niente a che fare con saluti romani e svastiche, che usa spregiudicatamente di nostalgie nazional-sovraniste e di deliri di bianchi razzisti per trovare consensi e voti, da usare poi come vuole, ha qualche idea, che sarebbe utile comprendere al di là dei banchetti e cappellini del popolo Maga.
L’Occidente, si afferma in sostanza, si è impegnato in politiche che ne hanno drasticamente ridotto le potenzialità di sviluppo. Politiche sociali e ridistributive a scapito dei settori tecnologici più avanzati. Ma sarà su questi che si decideranno gli equilibri di potenza futuri! L’Occidente potrà mantenere il proprio ruolo imperiale soltanto concentrando su di essi, sul sistema tecnologico-economico-militare, tutte le proprie risorse. O sarà inevitabile decadenza – e poi sconfitta anche politica. Questa linea comporta un rovesciamento culturale di fondo del senso, della prospettiva generale in cui l’agire politico era stato pensato in Occidente, ma soprattutto in Europa, almeno dagli anni del secondo dopoguerra.
Badate, il ragionamento è del tutto logico e conseguente. Ma a partire da un presupposto. Dai conflitti attuali non si uscirà mai con un Ordine “federativo” globale. Una globalizzazione politica è prospettiva del tutto irrealistica. Dunque, continuerà a esservi competizione tra grandi spazi. E questa non è agibile oggi se non nella chiave che si è detto: sul mercato dei rapporti tra potenze tecnologico-politiche potrà mirare al ruolo di protagonista (oligopolista o monopolista) chi più massicciamente saprà investire nella accelerazione della crescita dei settori più innovativi. Non c’è tempo da perdere. L’Europa delle carte, delle regole, dei controlli, che persegue una pluralità contraddittoria di fini economici, produttivi, sociali, sta perdendolo e lo fa perdere all’Alleato.
Se si pensa che un nuovo Nomos della Terra non possa nascere dal concerto di sforzi “federativi”, che questo equivalga all’irrealistica idea di uno Stato-Mondo, non c’è alternativa logica alla “filosofia” di questa nuova destra. A meno di non arrendersi al riflusso. E mai nessun Impero si è arreso (neppure l’Urss, che è stata stremata e poi vinta). Chi si oppone alla politica di “selezione naturale” propugnata dagli “eletti” che guidano i processi innovativi dovrebbe perciò ritenersi obbligato, nelle parole e nei fatti, a mostrare che è perseguibile una linea che fa del progresso tecnologico il fattore di un nuovo sistema di Welfare, che non pretende di controllarlo ex post, ma sa intervenire negli indirizzi e nei “valori” che determinano la produzione della “Machina sapiens”, oggi già al centro della nostra vita. Chi teme, a ragione, che la realistica affermazione della competizione tra spazi imperiali possa innescare, o abbia già innescato, una valanga inarrestabile, dovrebbe mettere
in campo iniziative concrete, e condotte secondo principi unitari, per definire in ogni conflitto margini e possibilità di trattativa, di compromesso.
Sì, questo doveva rappresentare l’Europa. Questo poteva essere il suo ruolo globale. E nessun altro spazio era, e ancora meno è, in grado di assumerlo. Dopo trent’anni di speranze, oggi non ne resta che la poltiglia. Eppure, disperare è impossibile…
Massimo Cacciari
(da La Stampa)
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