LO SCONTRO MELONI-VANNACCI E LA CORSA A DESTRA PER IL QUIRINALE
UNO CHE PENSA DI ESSERE IN CASERMA E UN’ALTRA CHE HA PAURA A SMONTARE LE CAZZATE DELL’EX GENERALE PERCHE’ ERANO LE SUE QUANDO STAVA ALL’OPPOSIZIONE
«Tiri fuori gli attributi». Eccolo Roberto Vannacci in purezza, il generale che ha il sergente
Hartman nel cuore e parla a Giorgia Meloni come se dovesse mettere in riga un soldato di leva, tantoché non si capisce cosa aspetti la destra, il centrodestra, ogni suo singolo esponente, a smettere di blandirlo e a trattarlo come un vero sabotatore e avversario, mettendo in guardia i suoi elettori dall’accodarsi a un personaggio che ha scelto il ruolo di agente del caos nel campo della maggioranza e sulla scena del Paese.
«Tiri fuori gli attributi», dice il generale alla premier, chiedendole di imporre a Lega e Fi l’inserimento delle preferenze nella riforma elettorale perché «non costano un euro, non le osteggiano le toghe rosse e non le blocca la sua amica Frau
von der Leyen». Detto poche ore prima di un vertice di maggioranza convocato per sciogliere il complicatissimo nodo, è una evidente dichiarazione di guerra politica. Detto così, con quella frase da caserma (sottotesto: è una donna, all’Italia serve un maschio alfa) e con quel riferimento all’amica Frau von der Leyen (sottotesto: Meloni ancella di forze antinazionali) è una innegabile sfida personale. Un salto di qualità nella polemica che segnala al mondo meloniano la necessità urgente di un cambio di strategia nel confronto col fondatore di Futuro Nazionale e nella valutazione delle sue posizioni.
Per settimane Vannacci ha costruito lo scontro tra la sua cosiddetta “vera destra” e la maggioranza ricevendo soltanto repliche di maniera, tantoché l’elettore medio poteva farsi l’idea che le posizioni fossero le stesse, differenziate soltanto da un diverso grado di assertività. Nessuno tra i big gli ha contestato le scemenze sul femminicidio che non esiste, la richiesta di cancellare il decreto flussi indispensabile alle imprese, le mozioni contro il sostegno all’Ucraina in nome dell’appeasement con Vladimir Putin.
La stessa questione della remigrazione, cavallo di battaglia del generale che sta per dedicargli il suo terzo libro, è stata trattata come una versione hard del piano per i rimpatri già messo a terra dal Viminale. Vannacci finora aveva ricambiato preservando Giorgia Meloni dalle espressioni più irritanti, facendo intendere che le divergenze con lei fossero più di metodo che di merito e che comunque potessero essere ricondotte a una linea comune.
Ora anche quella linea rossa è stata varcata. Dire «Vannacci smetta di votarci contro e potremo parlare» non basta più a contenere il conflitto aperto da Futuro Nazionale. Quando il generale accusa direttamente la leader del centrodestra di voltafaccia sul blocco navale, sull’abolizione delle accise, sui rapporti con l’Europa, sulla legge elettorale, è evidente che la destra è a un bivio: o risponde nel merito o si sottomette al suo racconto.
Il solo modo per difendere il fortino è reclamare la differenza in nome delle responsabilità di chi governa, dei doveri legati a una decente tenuta sociale, dell’equilibrio dei conti, dei patti stipulati col resto del mondo, degli equilibri di coalizione, e – perché no? – della Costituzione.
Minimizzare quella distanza, appendere il dissidio con Fn a qualche irrilevante No d’aula, non solo è una strategia perdente, come dimostra ogni sondaggio, ma un incoraggiamento ad alzare il tiro, a spararla sempre più grossa.
E tuttavia al momento la destra appare paralizzata sulla trincea del voto utile, sulla frase «Vannacci avvantaggia la sinistra» che tutti ripetono a pappagallo, e persino le accuse di tradimento avanzate inizialmente contro il generale sono state silenziate in nome di un generico «vediamo che succede».
Si intravede la paura di rivendicare apertamente il silenzioso passaggio compiuto in questi quattro anni alla guida delle istituzioni, come se gli elettori non fossero in grado di capirlo e di apprezzarlo. Sì, c’è un abisso tra chi ha scelto di stare con l’Europa e chi vuole stare con la Russia di Putin. C’è un abisso tra una destra di governo che si dichiara conservatrice e repubblicana e un gruppo di avventurieri all’inseguimento del facile consenso. C’è un abisso tra chi aspira – come Meloni ha detto apertamente – ad eleggere il futuro presidente della Repubblica e chi si vanta di guidare un drappello di delinquenti (la sporca dozzina non era forse questo? ).
È arrivato il momento di valorizzare questa distanza, se quel percorso è stato consapevole, se quelle definizioni sono autentiche, se quelle ambizioni sono vere.
Flavia Perina
(da lastampa.it)
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